domenica 27 giugno 2010

Mondiali: Italia, un fallimento che nasce dalla depilazione

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)

“L’immenso e denso enigma del pelo, del pelame, della peluria e della pelle tra Adamo e Prometeo-Epimeteo, collegato sovente al sesso femminile e ai capelli della donna”. (Jacques Derrida). Citazione tratta da “Senza vergogna” di M. Belpoliti, Guanda 2010.

Diciamolo senza vergogna, nel 2006 ci andò tutto bene. Riuscire a vincere un campionato del mondo indossando delle pessime magliette bicolori e con il temibile inno dei Pooh “Noi con voi, voi con noi” in costante sottofondo, non è una cosa che capita tutti i giorni. Questa volta invece ci è andata male.

Sorvolando sui motivi tecnico-tattici che hanno portato la Nazionale di Marcello Lippi alla sconfitta, ritengo che un’altra ragione estetico-psicologica abbia condotto gli Azzurri al fallimento: la depilazione esercitata sul proprio petto da parte della maggioranza dei calciatori del Team Italia. Una pratica questa dell’asportazione del pelame intorno ai capezzoli, tra i pochi valori condivisi della gioventù italiana di questi anni.

Qualcuno potrà obiettare: anche nel 2006 Dolce & Gabbana avevano lanciato una campagna pubblicitaria con Pirlo, Cannavaro, Zambrotta, Blasi e Gattuso (ebbene sì, il grintoso Ringhio) in mutande e senza peli. Ci sono diversi scatti che li ritraggono in differenti pose, oliati a dovere, dentro uno spogliatoio d’altri tempi. Ma in quell’estate rovente l’invenzione di Calciopoli aveva spazzato via tutto, la squadra più forte di quel periodo era stata annientata dall’organizzazione Moratti-Guido Rossi-Tronchetti Provera-Palazzi, e dei campioni in mutande si erano dimenticati tutti. Tra grida giustizialiste che volevano far dimettere Lippi, urla preistoriche che ipocritamente spingevano per lo schieramento dell’Under 21, ridicole convocazioni in tribunale di Buffon e Cannavaro durante la preparazione, si era giunti in un clima isterico al Mondiale di Germania che poi aveva visto trionfare nella finale di Berlino l’Italia (rappresentata per 6 unità da calciatori della Juventus) contro la Francia (che schierava invece solamente 3 giocatori della Juventus + Zidane).

Non contenti di questo colpo di fortuna, D&G hanno voluto ugualmente ripetere le fotografie negli spogliatoi anche per Sudafrica 2010. E’ andata a finire come abbiamo visto.
Il fallimento della Nazionale ha le radici nascoste nei peli strappati dal petto ai nostri ragazzi. Non la confusione di Marcello Lippi, non la crisi del calcio italiano. Farsi vedere dagli avversari già in mutande non è certo il modo migliore per intimorirli.

giovedì 24 giugno 2010

Il mio editore

Ogni scrittore ha il suo editore, anche se ci sono scrittori senza editori, ed editori senza gli scrittori che vorrebbero. In volo verso Parigi ho letto questo delicato libro di Jean Echenoz, scrittore, dedicato al suo editore, Jérome Lindon. 52 pagine che iniziano in un giorno di neve, in rue de Fleurus, il 9 gennaio 1979.
Il tempo perfetto per leggere questo piccolo libro corrisponde circa alla durata del volo Milano-Parigi, compresi quegli attimi di pausa dedicati al decollo e all’atterraggio, a qualche veduta dal finestrino, al sorseggio di succo d’arancia o acqua offerti da Air France, a seconda delle preferenze. Ma non è obbligatorio essere in cielo per leggere “Il mio editore”.

lunedì 21 giugno 2010

Mondiali: Slovenia-Usa (Howard e Handanovic in place dela Sorbonne)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)
da Parigi.

Cosa ci fanno due fidanzati che studiano Voltaire, un’antropologa costretta a vendere libri in un megastore dal venerdì alla domenica e un “anche scrittore” che però al momento lavora in un negozio di dischi, seduti al tavolino di un bar in place de la Sorbonne, un ventoso pomeriggio di giugno?
Non si sa.
Eppure, tra una parola e l’altra, il loro sguardo non può non fermarsi su Tim Howard, portiere degli Stati Uniti, che all’interno di uno schermo resta immobile mentre il pallone calciato dal centrocampista sloveno Birsa passa alla sua sinistra, con una curiosa traiettoria. I replay non hanno pietà, e Howard sembra poco avanti la linea di porta per caso, forse per cogliere più da vicino le vette delle montagne verdi disegnate sulle magliette bianche della Slovenia. Gli ricordano le altimetrie di certe tappe di montagna al Tour de France, ma l’estremo difensore della nazionale U.S.A. non fa in tempo a pensarci che il tiro lo sorprende.

Essere un gruppo significa anche vendicare le incertezze di un compagno di squadra, e quando all’inizio del secondo tempo Donovan si trova sui piedi la palla per riaprire la partita decide di fare quello che all’oratorio da piccoli talvolta era vietato: da due metri tira una sassata mirando alla faccia del numero 1 sloveno Samir Handanovic, il quale per evitare di essere sfigurato prova a ripararsi, più che a parare. Slovenia 2-Stati Uniti 1.

E qui, i tre italiani e la tedesca seduti al tavolino in place de la Sorbonne si alzano e se ne vanno, ma il loro gesto non va interpretato come una protesta in stile parlamentare contro la violazione di una legge oratoriale non scritta, ma sacrosanta. Hanno impegni diversi e si salutano. Solo in serata sapranno del pari statunitense per piede di Bradley figlio. Uno di loro tuttavia, pochi passi dopo l’arrivederci, avrà la sensazione che qualcos’altro sia successo, notando un bestione avvolto in un mantello bandiera a stelle e strisce saltellare paonazzo sul marciapiede di fronte, appena fuori da un pub in Rue Racine.

mercoledì 16 giugno 2010

Mondiali: Portogallo-Costa d'Avorio (Lo strano caso dei Quaresma)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)
Camminando verso la Sé, arriva un momento in cui, come del resto di fronte alla maggioranza degli edifici, bisogna decidere se entrarci dentro, oppure sfiorarlo solamente proseguendo a destra, o a sinistra. Mentre si avanza, in salita come spesso capita a Lisbona, ci si prepara alla scelta. Se costeggio la cattedrale a sinistra, scendo verso il quartiere dell’Alfama. Già vedo le bandierine rosse e verdi che attraversano i vicoli come panni stesi al sole, lungo fili che uniscono le pareti delle vecchie case. Se supero la cattedrale dall’altra parte, ancora salita, ma lungo una via bella, forse la mia preferita. Allora continuo l’ascesa, sul marciapiede parallelo al percorso del tram numero 28.
Terza volta che sono a Lisbona, e ogni volta la sensazione di essere a casa. Roma, Barcellona, Napoli sono già pronte ad accusarmi: opportunista! In passato avevi detto le stesse cose anche a noi, sei come Zelig di Woody Allen!
Potrebbero anche avere ragione, ma come Lisbona niente. Qui mi bastano un paio d’ore per diventare portoghese, per convincermi di aver visto Fernando Pessoa dietro una finestra, seduto alla scrivania dell’azienda commerciale dove lavora come traduttore di corrispondenze commerciali. Salgo, e l’unica taverna aperta è quella di Joaquim, che è sempre abbastanza brillo. Oggi forse ancora di più: il Portogallo affronta la Costa d’Avorio, e Joaquim ha già il televisore acceso, sopra una mensola ornata con antiche bottiglie di Porto. Nonostante il caldo, insiste per offrirmi un bicchierino di Ginjinha, un bicchiere che non è di vetro ma di cioccolato, perché questo liquore alla ciliegia si assapora meglio così, mangiando poi pure il bicchiere. “Cominciamo con questo…” mi fa, lasciando intendere che davvero, è solo l’inizio.
Seguono sapori diversi, colori di Porto che dipingono la bocca in modo differente. Joaquin è teso, ma niente rispetto a quella finale europea maledetta del 2004, quando tutto il Portogallo sperava di coronare un sogno che sarebbe stato meritato, e invece la Grecia, mi dice, la Grecia, ripete ancora incredulo, si trasformò nell’Uruguay del 1950 e loro nel Brasile sconfitto al Maracanà. Paragonata a quella delusione ogni altra è relativa, quindi aspettiamo la Costa d’Avorio, vediamo se Drogba gioca davvero con il braccio rotto come Beckenbauer. Vediamo se finisce anche oggi 4 a 3 come Italia-Germania del 1970. Se dal nulla dopo Eusebio salta fuori un centravanti portoghese capace di far tremare le difese avversarie. Perché in Lusitania crescono giocatori tecnici, fuoriclasse come Luis Figo e Cristiano Ronaldo, ma di numeri 9 dopo gli anni sessanta neanche l’ombra.
Joaquim è definitivamente ubriaco. Mima assoli con una chitarra elettrica immaginaria mentre mi fa ascoltare la sua musica preferita: Lou Reed, Pink Floyd, e Zucchero. Chissà perché, Zucchero. Da lisboneta non ama l’arroganza di Mourinho, ma pensa che abbia qualcosa in più, per essere precisi, che venga da un altro posto. Non capisce perché Cristiano Ronaldo prenda quel tipo di rincorsa così coreografica prima di calciare le punizioni. Appena prima degli inni nazionali gli chiedo se sia solo una coincidenza che Abilio Quaresma, l’ispettore inventato da Fernando Pessoa per le sue storie poliziesche, porti che lo stesso cognome del calciatore Ricardo, passato giusto l’altro giorno dall’Inter al Besiktas.

lunedì 14 giugno 2010

Niente metafore per spiegare il lutto

Oggi sul Quotidiano della Calabria è uscita una bella recensione di "Mio padre era bellissimo" scritta da Isabella Marchiolo.
NIENTE METAFORE PER SPIEGARE IL LUTTO
E' forse la cosa più difficile da spiegare a un figlio piccolo. Perché con la morte non esistono metafore di fiori e cicogne, non si può travestire la crudezza con la fiaba né trovare sinonimi esplicativi, applicare i diminutivi o vezzeggiativi che piacciono tanto ai bimbi. Ad aggravare la situazione - la lampante oggettività dei fatti - c'è che la morte giunge come un evento imprevedibile, lasciandoci doppiamente impreparati all'esame, ad ogni età. Soprattutto se riguarda un genitore: sappiamo che, almeno nell'ordine comune del tempo, sopravviveremo alla perdita di madre e padre, eppure la scomparsa rimane sempre uno choc, un'orfanità coatta e traumatica.
In “Mio padre era bellissimo”, romanzo d'esordio del bresciano Francesco Savio, un bambino di nove anni perde il papà. E proprio perché i giri di parole, gli schermi difensivi degli adulti, sarebbero banali e inutili, a raccontare questa storia è la voce, pura e disincantata, del figlio. Nove anni: ferrea logica, mista a paure e incertezze.
Il libro è il diario di quella che, con i paroloni del caso, si definirebbe “elaborazione del lutto”. Ma nel dolore essenziale e interrogativo (può essere “interrogativo” un dolore? Sì) di un bambino, di psicanalitico non c'è nulla. E' un dolore tutto intero, con la pelle fresca. Un dolore appuntito dall'infantile cinismo, che, ancora, riesce a pensare - appunto, nel modo dei bambini - al futuro. Pure senza padre, si potrà crescere. I ricordi, l'abbandono, inizieranno a far male più tardi, inclinati in una sofferenza diversa da questa dell'oggi, che è immediata e difficile da spiegare come tutte le cose degli adulti. La giovane voce narrante del romanzo ci parla di situazioni pragmatiche, evidenti. Il mestiere del papà Guerrino, che fa il materassaio e quando si ammala non ha più le forze per trasportare la pesante merce su per i palazzi dei clienti; ed è costretto ad affidare l'incombenza alla moglie Leonilde, donna di spalle larghe e grande cuore. Il figlio Nicola pensa una cosa materiale e spiazzante: se papà muore, lui dovrà fare materassi al posto suo e non potrà diventare, come invece sogna, un calciatore-mito, erede del venerato Platini. Però a nove anni Nicola non vuole fare materassi. Lui gioca a pallone e corre fulminee discese in bicicletta. La sua onestà di pensiero è spietata. Il figlio ha persino già la ferita di una colpa, immaginata o autoinflitta. Perché, dopo una lite, augura la morte a quel padre debilitato, costretto in casa dalla malattia. Capita quasi a tutti. Alziamo la voce con qualcuno che amiamo e poi a quello capita qualcosa di brutto. Allora pensiamo che siamo stati noi. Certe volte quello che capita è così brutto che non abbiamo neanche la possibilità di rimediare chiedendo scusa.
“Mio padre era bellissimo” è il racconto di un idillio interrotto. Un amato papà che non potrà più essere eroe, che non è invincibile, non è perfetto. Eppure, tra i sogni e la rabbia ribelle dei nove anni, il figlio capisce che, da adesso in poi, quell'assenza sarà un vuoto aperto lì, nell'infanzia, e mai rimarginabile. Lo capisce perché da adesso lui, “il ragazzino a cui è morto il padre”, viene affetto da un inspiegabile mutismo, e il calcio, forse, diventa un po' meno importante. La soluzione è un'utopia che ha bisogno di un piccolo aiuto pratico: prendere un treno e andare a cercarselo da solo, con segreti viaggi da detective, quel padre che in realtà è vivo, ma si è nascosto in qualche città lontana.
Nel romanzo di Savio, il dialogo muto del bambino con il padre consumato dalla malattia e poi sottratto dalla morte, ha un binario parallelo in certe oniriche riflessioni del genitore. Il cambio di linguaggio, di percezione, è palpabile. Bambini e adulti, due mondi opposti, di precise e rivendicate demarcazioni.
Una cosa accomuna i due personaggi: entrambi sono sinceri fino all'estremo limite della coscienza. Scopriamo che il padre si vergogna di aspettare sul furgone la moglie che s'inerpica su quattro piani di scale piegata in due sotto un materasso. Scopriamo le confidenze di vecchi amori, l'impossibile e accorata trasmissione dei desideri da un genitore morente a un figlio fiducioso e impaziente, come tutti i bambini.
Alla fine il figlio non avrà scelta e diventerà un uomo. Intuiremo se avrà infine realizzato i suoi sogni, sentiremo con lui la dolce malinconia della memoria di suo padre.

domenica 13 giugno 2010

Mondiali: Argentina-Nigeria (Il vestito nuovo di Maradona)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)

Mentre terminavo il consueto turno lavorativo sottoterra (ogni giorno sei ore, come una preghiera di una dubbia religione) ascoltavo Ferrara contattato telefonicamente da Radio Uno. La conduttrice del programma, nota regina di quella Tv pubblica che oscilla tra calcio, Isole e canzoni, chiedeva a Ciro un parere su Diego Armando Maradona, identificato da buona parte della stampa come principale punto debole di una Nazionale proprietaria al contrario di tutte le carte in regola per alzare la Coppa del mondo.
“Di una cosa puoi stare certa Simona, non sentirai mai parlare male un ex compagno di squadra di Diego”.

Le figlie alla fine l’hanno convinto, e Maradona si è presentato all’esordio come commissario tecnico in un Mondiale vestito come uno sposo. Appena dopo gli inni, la telecamera ha inquadrato Diego seduto in panchina che ha fatto un sorriso netto, leggero e quasi beffardo. Era lo stesso sorriso, ma invecchiato come un vino eccellente, del 1994, quando al termine di un’altra Argentina-Nigeria (giocata da marziano), era stato premurosamente preso in consegna (ancora prima di uscire dal campo) da una curiosa infermiera bionda, già pronta per il prelievo.

L’abito della festa è durato poco. Iniziata la partita Maradona ha cominciato a comportarsi come il suo carattere pretendeva, agitandosi oltre la riga bianca per una buona occasione della Nigeria, per la rete di Heinze, e per le troppe occasioni sprecate dai suoi giocatori, Messi in particolare. Il matrimonio è finito 1 a 0. Gli argentini in campo e sugli spalti si sono messi a gridare: Vamos! Diego ha sollevato in un abbraccio Leo, e non si è capito più quale dei due fosse l’altro.

sabato 12 giugno 2010

Mondiali: Uruguay-Francia (Perso nella bellezza celeste)

Un esperimento interessante: inviati senza esserlo. Su Quasi Rete le partite dei Mondiali raccontate da luoghi diversi che non sono però mai il Sudafrica. Ogni giorno, o quasi, su
Perso nella bellezza celeste
Se i francesi sono gli italiani di cattivo umore, come sosteneva Jean Cocteau, gli uruguagi, che hanno qualcosa da spartire con gli italiani quantomeno per aver regalato a Giuseppe Garibaldi il grande amore di Ana Maria de Jesus Ribeiro, come si pongono rispetto ai francesi?Con questa domanda in testa mi sono seduto sul divano, pronto per la seconda partita del mondiale.
Perso nella bellezza delle maglie celesti, ho resistito per novanta minuti ad un match noioso, messo in scena dagli undici Blues scesi in campo (i migliori, Raymond Domenech tende a lasciarli in panchina o a casa, seguendo rigidi quanto inesplicabili leggi di selezione) e dai parenti lontani di Ghiggia e Schiaffino.
La Francia non ha mai battuto l’Uruguay ai mondiali, e nonostante la cifra tecnica superiore di Ribery e compagni, ho avuto quasi subito la sensazione che non sarebbe stato l’incontro di Città del Capo a cambiare questa statistica. I transalpini danno l’impressione di autogestirsi, come già a Germania 2006, e Mister Domenech come allora rinuncia ad un po’ di orgoglio per far quadrare il gruppo. L’elegante Gourcouff è un principe di evidenti qualità, schiacciato dall’eredità di un re stupendo che fatica a farsi dimenticare. Forse sarà solo questione di tempo, molto più probabilmente no.
Anche Washington Tabarez ha le sue fissazioni, insiste su un Suarez non all’altezza come sempre di un palcoscenico che non sia l’Amsterdam Arena, lasciando dormicchiare in panchina l’Edinson Cavani. Si va verso lo zero a zero. Il neoentrato Lodeiro cerca di rinverdire la fama di picchiatori celesti cercando di portarsi a Montevideo un pezzo della tibia di Bacary Sagna, ma il souvenir resta al terzino francese e il centrocampista uruguaiano viene espulso.
Un colpo di testa di Henry sfiora il palo. David Trezeguet, sprofondato in una poltrona in Argentina, in Francia o chissà dove, pensa: io, quella palla l’avrei girata dentro.

venerdì 11 giugno 2010

Venus (Tennis-Williams) non è Micol (Finzi-Contini)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)
Ho sempre desiderato innamorarmi di una tennista. Accompagnarla al campo con la racchetta a tracolla, il manico in diagonale che esce sopra la spalla. Appoggiarci alla rete metallica fatta di rombi verdi sorseggiando una coca cola con la cannuccia. Una ragazza tipo Micol dei Finzi-Contini, esile vestita di bianco, io in Lacoste probabilmente azzurra. E invece...
Ci sono siti che lasciano il tempo che trovano. Quelli dove vai a controllare la posta elettronica e ti cade invece l’occhio sul nuovo look di Venus Williams al Roland Garros. Il gonnellino sventola, e sotto Venus niente. Personalmente però non amo Venus. (Se mi fai vedere tutto, che mi resta da immaginare?)
Certo, meglio di Serena, ma rispetto a Micol del Giardino dei Finzi Contini non c’è paragone. La verità è che ormai da tempo non ci sono più le tenniste di una volta. Troppo muscolose, mezzi uomini o in taluni casi uomini a tempo pieno. A voler scrivere un romanzo tennistico oggi ci sarebbe da puntare su una storia d’amore tra Federer e Nadal, con Djokovic come terzo incomodo pronto a fare l’imitazione di un loro bacio.
Tutti che osservano le mutandine quasi assenti di Venus. Talvolta in giro per Milano vedo ragazze tenniste così graziose che per poco non finisco fuori strada in bicicletta, ricordando il mio sogno di ragazzo. Ma tecnicamente non devono essere un granché, altrimenti sarebbero al Roland Garros. Magari al posto della splendida Schiavone, protagonista di un torneo da leggenda, ma di viso troppo simile a Mauro German Camoranesi per incontrare il mio gusto estetico.
In definitiva non saprei quale tennista del circuito Atp scegliere per sostenerla da casa adesso che ho Sky, e dopo una decina d’anni ogni tanto posso di nuovo guardare il tennis che conta. Spero di perdere la testa per qualcuna a Wimbledon. Ma sarà difficile. Il fascino di Micol non ha niente a che vedere con l’esibizionismo muscolare di oggi.

La Coppa del mondo e i suoi oggetti di culto

Ieri alla Libreria dello Sport di Milano mi è capitato di presentare un libro sui Mondiali. Un libro che sospende il tempo, mica roba da poco. Un modo per immergersi in un non-luogo fatto di tante nazioni, quelle che hanno ospitato le diciotto edizioni dei campionati del mondo, dall’Uruguay del 1930 alla Germania del 2006. Un modo per viaggiare nella storia di uno sport meraviglioso, indossando le scarpe rovinate di Josè Nasazzi, capitano della prima Celeste campione del mondo, e la maglietta arancione con il numero 14 di Johann Cruijff. Oggi che iniziano i Mondiali, mi va di consigliare a tutti questo libro, di Gino Cervi e Antonio Gurrado.


domenica 6 giugno 2010

Savio convoca Cassano e Balotelli

Siamo un popolo di santi, poeti, navigatori, pizzaioli, spaghettari, virtuosi suonatori di mandolino e commissari tecnici della Nazionale. Per questo, interrompendo per soli cinque minuti lo studio del mandolino, e non volendo in alcun modo irritare l’allenatore che mi ha regalato più gioie da quando sono nato, è giunta l’ora di diramare la mia (peraltro attesissima) lista dei convocati per Sudafrica 2010.

Portieri: Buffon, Marchetti, Sirigu

Difensori: Chiellini, Cannavaro, Bonucci, Bocchetti, Maggio, Criscito, Zambrotta

Centrocampisti: Pirlo, Gattuso, Marchisio, De Rossi, Montolivo, Aquilani, Palombo, Pepe

Attaccanti: Pazzini, Gilardino, Cassano, Balotelli, Iaquinta


Formazione (4-3-1-2)

Buffon, Maggio, Criscito, Chiellini, Bonucci, Gattuso, De Rossi, Marchisio, Pirlo, Cassano, Pazzini

giovedì 3 giugno 2010

Il cerchio perfetto di Basso e le traiettorie dipinte di Arroyo

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)
Ci sono cerchi che non si chiudono per un soffio, altri che lo fanno, alcuni che stupiscono per la perfezione del loro girare.
Quando il 28 maggio del 2010 Ivan Basso ha indossato la maglia rosa, erano trascorsi quattro anni esatti dall’ultima volta che l’aveva fatto. Dio non avrebbe potuto essere più preciso nel lanciare i suoi dadi.
Durante il Giro del 2006 mi ero entusiasmato per le imprese di Ivan. Così diverso dal trascinante Marco Pantani, dai suoi scatti ondeggianti e affilati che facevano inumidire gli occhi degli amanti del ciclismo, Basso affrontava anche le salite più impervie restando seduto, una pedalata dopo l’altra, fedele al suo passo.
“Sono Ivan Basso, e salgo sempre col mio passo”.
Altri ciclisti avevano imitato questa sua dichiarazione, risultando però meno credibili. Nessuno infatti poteva vantare la rima baciata tra Basso e passo. Doveva esserci una ragione. Poi la squalifica, durante mesi per chi scrive particolarmente sfortunati, mesi in cui vittorie sul campo venivano cancellate da tribunali improvvisati. Per giorni era corso da un telefonino all’altro il messaggino che vedeva assegnare la vittoria del Giro 2006 da parte di Guido Rossi all’Inter di Moratti.
Due anni di squalifica, la confusione degli appassionati che, come per Pantani, non capivano se il loro eroe li aveva traditi o se invece, come per Pantani, essere troppo forti poteva dare fastidio a qualcuno.
Venerdì 28 maggio mi sono messo davanti alla Tv, sperando che Basso riuscisse a vestirsi nuovamente di rosa. L’ho ammirato attaccare il Mortirolo aiutato dal giovane compagno Vincenzo Nibali, così leale da saper rinunciare a qualcosa nel presente, immaginandosi campione in un futuro sempre più vicino. Insieme a loro Scarponi. Sembrava fatta.
Dopo la cima però, mentre Basso, Nibali, Scarponi e il primo inseguitore Vinokourov scendevano con lenta paura, la maglia rosa David Arroyo si è messa a disegnare traiettorie splendide sull’asfalto bagnato, talmente coraggiose da meritare di restare dipinte lungo i tornanti. Mi sono sorpreso a desiderare che Arroyo non perdesse la maglia. La sua disperata difesa solitaria era da applausi. E poi si era fatto colorare pure la bicicletta di rosa...
Ma le grandi corse a tappe non si vincono senza una squadra forte, e Basso nel tratto finale verso l’Aprica ha imposto il suo ritmo superiore, cambiandosi in continuazione con Nibali e Scarponi (cedendo in cambio a quest’ultimo il successo di tappa) alla guida di un terzetto veloce e matematico.
Arroyo ha tagliato il traguardo tre minuti dopo, con i suoi denti storti e il completo rosa sporco di fatica. È tornato indietro, costeggiando le transenne in evidente contromano, mentre altri corridori continuavano ad arrivare. Come se questa inversione gli permettesse di non perdere quel colore che aveva difeso con tutta la classe in suo possesso. La gente del ciclismo lo applaudiva, facendo brillare la civiltà di una passione sportiva diametralmente opposta a quella che, in Italia, rovina troppi tifosi del calcio o della vittoria.
Ivan Basso ha risposto alle domande dei giornalisti con la solita calma. Ha pensato a quanti giri avevano fatto in quattro anni le ruote della sua bicicletta. Si è meravigliato nell’accorgersi che avessero deciso di fermarsi per ritornare a quattro anni prima con tanta esagerata precisione.

domenica 30 maggio 2010

Ivan Basso e Vasco Pratolini vincono il Giro d’Italia

“Da sei mesi, fino all’altro ieri, sono stato in cura. Avevo dei disturbi, leggeri ma noiosi, soprattutto perché non si capiva di che si trattava. Non dipendeva dal cuore, non dipendeva dalla pressione, non dipendeva da nulla. E d’improvviso, è stata una folgorazione, la diagnosi è balzata davanti agli occhi con l’evidenza delle cose di natura. Ero ammalato di sedia e di scrittoio. Andar dietro al Giro è la medicina più sicura. Già al solo pensiero, mi è passato come d’incanto il mal di capo.”

Vasco Pratolini

giovedì 27 maggio 2010

Sull’impossibilità di leggere un quotidiano all’aperto seduto su una panchina di marmo bianco, il giorno che passa il Giro d’Italia, senza John Elkann

Il Giro d’Italia arriva a Brescia. Alle dieci del mattino trascinato dal non senso mi dirigo a piedi fino al traguardo, immaginando che so, d’incontrare Ivan Basso. Ma è un’idea priva di logica, il capitano della Liquigas è 180 Km più indietro, anzi, non è ancora partito. Nella zona dell’arrivo posizionano transenne, montano i palchi. Retrocedo verso il centro della città, compro il terzo quotidiano del giorno, Il Foglio, mi siedo su una panchina di marmo bianco, leggo. Temperatura ideale. Leggo: il mio amico Gurrado scrive di romanzoni e diritti umani, ma un braccio teso sbuca a pochi cm dal mio sguardo. Un rettangolo di carta prestampato. Una voce:
”Permesso di soggiorno, associazione per i permessi di soggiorni, ragazzi africani, sostenere”.
Francamente non capisco cosa mi viene chiesto, e mi difendo con un categorico:
”No grazie, sono a posto così”. Sono a posto così. Da presunto scrittore poi rifletto sulle risposte da dare a chi t’importuna per la strada. Quale la migliore? No grazie. No guarda. Dai davvero basta. Non insistere. Per favore. Sono a posto così (ripetuto per N numero di volte, una per ogni insistenza). Finisco Gurrado.

Leggo la posta. Frank Cimini sottolinea l’intervento di Roberto Mancini al processo di calciopoli. Sì, il Roberto con la sciarpa che, quando allenava l’Inter di Moratti, perdeva solo perché Moggi se la intendeva con gli arbitri. Quattro anni dopo il Mancio sostiene che sì, insomma, non voleva dire proprio quello, sono cose che scappano fuori a fine partita quando perdi. Ah. Cioè, non voleva intendere che...Ma come?? Te le rubava o non te le rubava le partite Luciano? Boh.
Frank Cimini dice la verità, ai giornali calciopoli non interessa più. Quelle chiacchiere del 2006 che, gestite in un’inchiesta a senso unico, servirono al Tribunale speciale creato da John Elkann e Guido Rossi per mandare la Juventus in serie B e falsare diversi campionati, adesso non interessano più. Tanto gli italiani sono degli storditi che buttano giù in un sorso solo le verità della televisione e dei grandi quotidiani nazionali, ai quali calciopoli non importa più. L’Inter colleziona vittorie, di cartone e non, e tutti sono contenti. Gli interisti non si pongono domande. Giuliano Ferrara risponde alla lettera di Frank Cimini che Il Foglio aveva avvertito che la palla è tonda e che l’inchiesta sul calcio truccato era una bischerata.

John Elkann. Da tifoso juventino quando lo vedo mi tocco sempre, più ancora di quando scorgo in lontananza Montezemolo. Al salone del Libro di Torino l’ho osservato da molto vicino il fratello di Lapo mentre parlava con Mario Calabresi, direttore della Stampa, e altri esperti chiamati a discutere del futuro della carta stampata. Cioè Calabresi parlava mentre John armeggiava con il Blackberry (o era un Iphone?) in continuazione, provocando un’interferenza continua nei microfoni. Si sentiva male. All’inizio gli altri relatori si guardavano per capire la causa dell'interferenza, poi quando hanno capito che era John hanno fatto finta di niente. Tutti hanno fatto finta di niente, mentre John pigiava i piccoli tasti. Il presidente della Fiat messaggiava come un matto, senza ascoltare il direttore del suo giornale. Taratt taratt. Taratatt taratatt. Poi toccava proprio a lui parlare, e John allora ha detto che a lui sì piace leggere, in particolare legge...La Stampa. Che è sua. Battuta di John. La claque del presidente si spancia dalle risate.

Riprendo la lettura del Foglio, ma giunge un venditore di rose. Non gli compro il fiore, e si mette a piagnucolare. Dio, che permaloso. Mi spiace, ma non voglio acquistarla. E’ un dramma. Fa finta di piangere per un paio di minuti. Leggo. Arriva un uomo con la barba di zucchero filato e un cappello bianco e si piazza davanti a me, non richiesto ombrellone che mi protegge da un pallido sole. L'ho già incontrato anni fa, è un poeta che vende i suoi versi ciclostilati per strada. Mi dice:
”Ciao, principino”.
No grazie, sono a posto così.

domenica 23 maggio 2010

Mio padre era interista

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)

Mio padre era interista. Altro che bellissimo, potrei dire, e si metterebbe a ridere. Ma credo tifasse più per il Brescia. La domenica andavamo in curva Nord al Rigamonti, con Rinaldo, un suo amico che poi non so che fine abbia fatto. Guerrino e Rinaldo, decisamente nomi che non si usano più.
La curva era il settore riservato al popolo, per usare un’espressione fuori moda, e non era ancora controllata da certe scimmie organizzate che oggi, in ogni stadio d’Italia, dettano legge con i loro comportamenti e slogan fascisti, ripetendo a macchinetta parole gonfie di retorica come Onore, Orgoglio, Tradizione ecc.
Stavamo in curva, il Brescia arrancava tra serie B e C, e io andavo alla partita più che altro per mangiare le caramelle quadrate di zucchero colorato che Guerrino mi comperava alla bancarella fuori dallo stadio. I giocatori erano troppo lontani e non capivo molto.

Ma dicevo, mio padre era anche interista. La casacca nerazzurra era pronta nell’armadio anche per me, ma mia sorella intervenne nel mio destino di tifoso con un colpo da maestra, e per questo la ringrazierò finché campo, perché la Juve è la Juve. Certo, qualcuno potrebbe giustamente obiettare che l’Inter è l’Inter, il Milan il Milan, la Sampdoria la Sampdoria. Non potrei contraddirlo. Se la Juve infatti fosse l’Inter, il Genoa l’Avellino, la Fiorentina il Napoli, non ci capirebbe più niente nessuno. Le trasmissioni sportive farebbero ascolti record annunciando solamente a fine programma quello che le squadre sono veramente.
“Rileggiamo la classifica: l’Inter vince il campionato con 82 punti ma…Attenzione: l’Inter quest’anno è il Torino, quindi il Torino vince lo scudetto!”
Nel capoluogo piemontese si ubriacherebbero di gianduiotti.

Mia sorella, dicevo, deviò il corso naturale delle cose. Grazie al suo folle amore per Antonio Cabrini, del quale aveva appeso in camera un poster fatto di fotografie ritagliate dai giornali. In sintesi il suo pensiero era: hai visto che bello Cabrini? Bello, bravo e gioca nella Juve. E qual è la squadra che vince sempre? La Juve. Quindi, ci misi del mio: notai che nella Juventus giocava con il numero 10 un campione rivoluzionario nel modo di muoversi, nell’eleganza, nell’intelligenza ironica delle dichiarazioni. Per tutte, una battuta fulminante. Prima di una partita importante l’avvocato Agnelli passa in rassegna i giocatori della Juventus. Michel Platini sta fumando una sigaretta e l’Avvocato lo riprende:
“Ma Platini insomma, queste sigarette…”
E Michel:
“Avvocato, l’importante è che non fumi Bonini…”

E va bene, dovevo parlare di Inter e la Juve invade il campo.
Mio padre era anche interista, e credo che per quello che è accaduto ieri sera sarebbe stato contento. Anche se il calcio è cambiato, l’Italia è cambiata, e l’isterismo antisportivo che acceca la maggioranza degli italiani forse gli avrebbe fatto passare la voglia si seguire lo sport nazionale. Suo fratello Franco, interista come lui, mi ha appena scritto che non ama più il calcio perché non gli piace una squadra italiana che schiera solo giocatori stranieri.

Oggi si celebra la vittoria dell’Inter, i due gol straordinari di un fuoriclasse come Diego Milito, signore argentino silenzioso incapace (a differenza del suo allenatore) di parole fuori luogo ed offensive nei confronti degli avversari. Si celebra Javier Zanetti, capitano indistruttibile, e il suo amico Cambiasso che solo un annebbiato Maradona può non convocare per i Mondiali.

Oggi da amante del gioco del calcio celebro l’Inter, non dimenticando ciò che ha permesso alla squadra di Moratti di diventare la squadra più forte d’Europa: una mezza farsa chiamata Calciopoli, miliardi spesi a pioggia senza alcun riguardo per il bilancio. Celebro l’Inter che ha vinto sul campo, anche con un po’ di fortuna, con episodi dubbi (Chelsea, Barcellona) che a parti inverse avrebbero fatto esplodere interismi alla Severgnini, avrebbero visto Mourinho invadere il campo, fare il segno delle manette, insultare allenatori, arbitri, giornalisti. Ma il tutto per cementare il gruppo, chiaro.

José Mourinho, allenatore geniale e affascinante, un Berlusconi della panchina, e mi fa sorridere osservare amici progressisti idolatrarlo per modi di fare così simili a quelli del Presidente del Consiglio che mi fermo a pensare: ma come, se ami uno dei due, non puoi non amarli entrambi.
L’Inter ha vinto la Champions League, Massimo Moratti ha coronato il sogno di ripetere l'impresa del padre Angelo che, come il mio, era interista.

venerdì 21 maggio 2010

lunedì 17 maggio 2010

Partite che spiegano popoli

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)
Ci sono partite che spiegano popoli.
Avevo corteggiato Vivian per mesi, alternando discutibili ma oneste composizioni poetiche a slanci telefonici di dubbia fattura. Fino a quando la più bella ragazza con una macchia sotto l’orecchio del mondo, aveva acconsentito. La sua agenda parlava di una casella libera il 29 giugno 2000. La sera della semifinale Olanda-Italia.
Il locale più frequentato della città, Vivian con maglione rosa, io in camicia bianca. Il suo volto più capelli che grazie al cielo copre solo una parte del prato sullo schermo. Del resto vedo tutto.
D’accordo che si gioca ad Amsterdam, ma la paura che avvolge la Nazionale allenata da Dino Zoff è decisamente fuori controllo. Per la precisione si tratta di undici Azzurri nel pieno di un attacco di panico collettivo. Difesa a oltranza e randellate inferte a qualsiasi cosa di arancione in movimento. Occasioni a ripetizione per gli uomini di Frank Rijkard. Due rigori assegnati all’Olanda: il primo parato, il secondo sul palo. Poi anche una traversa. Quando al trentatreesimo restiamo in dieci per l’espulsione di Zambrotta, è chiaro a tutti che non supereremo mai più la metà campo. Francesco Toldo si rivela qualcosa di più che un portiere, oggettivamente le prende tutte.
”Nell'atteggiamento dell'Italia” suggerisco alla splendida e spaesata Vivian “si riflette la capacità di soffrire di un popolo di migranti, e forse, diciamolo, anche un po’ di vigliaccheria. Per contro, semplificando, nelle folate olandesi ritrovo l’affascinante e coraggiosa leggerezza di chi vuole vincere, dimenticandosi che potrebbe anche perdere...”.
Vivian non mi ama, lo capisco da come non mi sente, da come preme convulsa i tasti del telefonino, non ascoltandomi, mai.
Gli Azzurri sono schierati con due linee tremanti e parallele a cavallo dell’area di rigore. Nel secondo tempo superiamo il cerchio di centrocampo una sola volta: Delvecchio ciabatta in modo ignobile un diagonale, e mentre la palla rantola rimbalzante a dieci metri dal palo destro di Van der Saar, esulto quasi avessimo segnato, salvo ricompormi immediatamente, schiacciato dalla vergogna.Scorgo negli occhi degli altri italiani un solo pensiero: se entrava questa, sai che ridere.
Toldo para tutto. Da perfetti assassini del calcio vinciamo 3-1 ai calci di rigore. Totti fa il cucchiaio alla Panenka. Vivian continua a non amarmi, ma siamo in finale. Me ne farò una ragione

venerdì 14 maggio 2010

Gli scrittori al Salone del Libro vestono il girocollo

Al Salone del Libro di Torino mi sono presentato con una camicia azzurra, ma dopo pochi minuti ho capito che avevo sbagliato tutto. La maggioranza degli scrittori quest’anno indossava una giacca leggera sopra una maglia girocollo (a maniche lunghe o corte non so).
Massimo Cacciari passeggiava lungo le corsie, più tradizionalmente abbigliato, fermato talvolta da studenti annoiati per una fotografia ricordo:
“Lei è Massimo Cacciari?”
“Sì, sono io Massimo Cacciari”.
“Ce la facciamo una foto insieme?”
“Va bene”. Clic.
Poi il filosofo tornava severo nel suo completo prevalentemente verde scuro, scrutando quarte di copertina, e incrociando il suo sguardo ho sentito che suggeriva:
“Lo stile è tutto, figliolo, in ogni cosa che fai”.
Ho pensato di chiedergli il perché del trionfo del girocollo al Salone 2010, ma perfino lui non ha saputo darmi una spiegazione.
Nell’overdose d’incontri con autori ed editori, ho notato che la quasi totalità degli scrittori allargava il collo della maglietta con le dita quando passava una bella donna travestita da sponsor di una Regione, o di un’azienda di telefonia. Io allentavo invece il colletto, e dialogavo con M.:
“Hai visto, quello non è Cacciari? A che starà pensando?”
“Starà pensando che la chiesa deve tornare al paradosso del Vangelo, deve portare finalmente la spada in questo mondo. Deve smetterla d’inseguire questo e quello, di parlare di federalismo e roba del genere, e tornare a predicare verbum. E poi a quella mora vestita di giallo, con gli occhi verdi e i denti più bianchi delle caramelle Polo”.
Il giubbotto di pelle che faceva l’altalena sulla tracolla della mia borsa grigia rettangolare, sembrava volermi ricordare che, ormai avrei dovuto saperlo, dentro al Lingotto fa spesso troppo caldo. In ogni caso però una camicia è sempre più bella di una maglietta. Se fa caldo e ti togli la giacca inoltre, resti in T-shirt, probabilmente pezzata, e questo non è bene per uno scrittore, ma anche in generale. Io amo la montagna in estate e quindi lo so, in camicia si suda sempre meno.

venerdì 7 maggio 2010

Il Foglio non parla di Ibra e Piqué

Il barista al mattino di solito non mi rivolge la parola. Nessun rancore tra noi. Semplicemente non sappiamo cosa dirci. Tende ad anticipare la mia ordinazione (caffè macchiato) mentre ancora sto facendo lo scontrino. Ma non sono un cliente abitudinario. L’80% delle volte, è vero, prendo il caffè macchiato, ma il restante 20% lo lascio libero per idee di cappuccino, o espresso. Se arrivo al banco con una richiesta altra rispetto al mio già pronto macchiato, si crea una frizione tra di noi.
Tengo sottobraccio Il Foglio.
Il barista mi rivolge la parola: “Posso dare un’occhiata?”
“Certo, ma è Il Foglio”.
“Ah, allora no”.
Mi chiedo quale notizia, evidentemente non presente sul Foglio, interessi al barista. Di solito lo sento discutere con gli altri avventori di calcio, di calcio, oppure di calcio.
L’arrivo di un possessore di “City” o “Leggo” risolve l’enigma.
“C’è la foto di Ibra che bacia Piqué?”
Certo che è grossa. Non se lo sarebbero aspettati. Ibra e Piqué che si fanno le coccole. Eppure la moglie di Zlatan è un pezzo di…Hanno pure due figli. L’Inter ha fatto bene a venderlo.
Di queste cose Il Foglio non parla. Non c’è nemmeno la fotografia.