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venerdì 3 settembre 2010

Solo uno che giocava in difesa

Da bambino era uno che giocava in difesa, quindi quasi mai, all’oratorio, veniva scelto come primo quando si trattava di decidere chi voler essere durante la consueta partita pomeridiana.
“Io sono Platini!”
“Io Boniek!”
“Ma noo, volevo farlo io! Allora io Paolo Rossi!”
“Io Tardelli!”
“Io Cabrini!” (che era il più bello).

Da bambini si vede solo una dimensione delle cose, quella più appariscente, e talvolta gli eccessi sono più affascinanti di un’apparente, noiosa normalità. Gaetano Scirea diventava uno di noi sul campo dell’oratorio solo quando finivano gli attaccanti e i centrocampisti da interpretare. Scegliere Scirea inoltre voleva dire starsene in difesa, a protezione di Dino Zoff, anche se su questo punto perfino a nove anni capivamo che c’era qualcosa che non andava nel ragionamento più scontato.
“Perché pur essendo un difensore il numero 6 della Juventus segnava così spesso? Perché non si beccava mai un cartellino rosso?”

Chi faceva Scirea allora, era difensore, ma poteva sganciarsi in avanti, palla al piede, e tentare pure la via del gol. Se i compagni di squadra protestavano per l’abbandono della retroguardia, si poteva rispondere prontamente:
“Sono Scirea, posso”.

Immaginatevi una domenica degli anni ottanta. L’albergo era distante nemmeno duecento metri da casa mia. Lì dentro c’era la Juve, l’avevano capito tutti nel quartiere perché Bettega, la sera prima, si era intrufolato nella chiesa durante la messa delle diciotto. Tra i credenti si era alzato un sottile brusìo.
“Ma quello lì non è Bettega?”
“Ma certo, è Bettega! Domani c’è la Juve, è proprio lui”.
Gesù per un attimo aveva perso consensi, in chiesa c’era Roberto Bettega.

Immaginatevi una domenica mattina, la folla fuori dall’albergo, dopo un po’ ma che stiamo a farci, tanto non uscirà mai nessuno. Ma no, forse qualcuno sì. Dai, aspettiamo ancora dieci minuti.

Gaetano Scirea che firma autografi una domenica mattina degli anni ottanta. Un uomo timido, gentile, che pare serio, ma poi sorride appena e ci conquista tutti con uno sguardo. Come faccio a spiegarlo a un bambino di oggi. A descrivere un’eleganza sul campo fuori dal comune, una correttezza combattiva da campione del mondo. Mi viene in mente solo una cattiveria, che non vorrei dire, ma mi scappa. Ecco bambini, immaginatevi Marco Materazzi. Fatto? Ok, adesso pensate all’esatto contrario.

domenica 23 maggio 2010

Mio padre era interista

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)

Mio padre era interista. Altro che bellissimo, potrei dire, e si metterebbe a ridere. Ma credo tifasse più per il Brescia. La domenica andavamo in curva Nord al Rigamonti, con Rinaldo, un suo amico che poi non so che fine abbia fatto. Guerrino e Rinaldo, decisamente nomi che non si usano più.
La curva era il settore riservato al popolo, per usare un’espressione fuori moda, e non era ancora controllata da certe scimmie organizzate che oggi, in ogni stadio d’Italia, dettano legge con i loro comportamenti e slogan fascisti, ripetendo a macchinetta parole gonfie di retorica come Onore, Orgoglio, Tradizione ecc.
Stavamo in curva, il Brescia arrancava tra serie B e C, e io andavo alla partita più che altro per mangiare le caramelle quadrate di zucchero colorato che Guerrino mi comperava alla bancarella fuori dallo stadio. I giocatori erano troppo lontani e non capivo molto.

Ma dicevo, mio padre era anche interista. La casacca nerazzurra era pronta nell’armadio anche per me, ma mia sorella intervenne nel mio destino di tifoso con un colpo da maestra, e per questo la ringrazierò finché campo, perché la Juve è la Juve. Certo, qualcuno potrebbe giustamente obiettare che l’Inter è l’Inter, il Milan il Milan, la Sampdoria la Sampdoria. Non potrei contraddirlo. Se la Juve infatti fosse l’Inter, il Genoa l’Avellino, la Fiorentina il Napoli, non ci capirebbe più niente nessuno. Le trasmissioni sportive farebbero ascolti record annunciando solamente a fine programma quello che le squadre sono veramente.
“Rileggiamo la classifica: l’Inter vince il campionato con 82 punti ma…Attenzione: l’Inter quest’anno è il Torino, quindi il Torino vince lo scudetto!”
Nel capoluogo piemontese si ubriacherebbero di gianduiotti.

Mia sorella, dicevo, deviò il corso naturale delle cose. Grazie al suo folle amore per Antonio Cabrini, del quale aveva appeso in camera un poster fatto di fotografie ritagliate dai giornali. In sintesi il suo pensiero era: hai visto che bello Cabrini? Bello, bravo e gioca nella Juve. E qual è la squadra che vince sempre? La Juve. Quindi, ci misi del mio: notai che nella Juventus giocava con il numero 10 un campione rivoluzionario nel modo di muoversi, nell’eleganza, nell’intelligenza ironica delle dichiarazioni. Per tutte, una battuta fulminante. Prima di una partita importante l’avvocato Agnelli passa in rassegna i giocatori della Juventus. Michel Platini sta fumando una sigaretta e l’Avvocato lo riprende:
“Ma Platini insomma, queste sigarette…”
E Michel:
“Avvocato, l’importante è che non fumi Bonini…”

E va bene, dovevo parlare di Inter e la Juve invade il campo.
Mio padre era anche interista, e credo che per quello che è accaduto ieri sera sarebbe stato contento. Anche se il calcio è cambiato, l’Italia è cambiata, e l’isterismo antisportivo che acceca la maggioranza degli italiani forse gli avrebbe fatto passare la voglia si seguire lo sport nazionale. Suo fratello Franco, interista come lui, mi ha appena scritto che non ama più il calcio perché non gli piace una squadra italiana che schiera solo giocatori stranieri.

Oggi si celebra la vittoria dell’Inter, i due gol straordinari di un fuoriclasse come Diego Milito, signore argentino silenzioso incapace (a differenza del suo allenatore) di parole fuori luogo ed offensive nei confronti degli avversari. Si celebra Javier Zanetti, capitano indistruttibile, e il suo amico Cambiasso che solo un annebbiato Maradona può non convocare per i Mondiali.

Oggi da amante del gioco del calcio celebro l’Inter, non dimenticando ciò che ha permesso alla squadra di Moratti di diventare la squadra più forte d’Europa: una mezza farsa chiamata Calciopoli, miliardi spesi a pioggia senza alcun riguardo per il bilancio. Celebro l’Inter che ha vinto sul campo, anche con un po’ di fortuna, con episodi dubbi (Chelsea, Barcellona) che a parti inverse avrebbero fatto esplodere interismi alla Severgnini, avrebbero visto Mourinho invadere il campo, fare il segno delle manette, insultare allenatori, arbitri, giornalisti. Ma il tutto per cementare il gruppo, chiaro.

José Mourinho, allenatore geniale e affascinante, un Berlusconi della panchina, e mi fa sorridere osservare amici progressisti idolatrarlo per modi di fare così simili a quelli del Presidente del Consiglio che mi fermo a pensare: ma come, se ami uno dei due, non puoi non amarli entrambi.
L’Inter ha vinto la Champions League, Massimo Moratti ha coronato il sogno di ripetere l'impresa del padre Angelo che, come il mio, era interista.

giovedì 8 aprile 2010

Juventus campione d'Italia


Gli italiani sono fatti così. Prendono per buone le verità della televisione, e della Gazzetta dello Sport. Restare appassionati di calcio in questo Paese è difficile, penso sempre quando mi capita di guardare una partita del campionato inglese, o del Barcellona.

Da piccolo chi non tifava Juve mi diceva che l’Avvocato pagava gli arbitri, poi la squadra di Torino perdeva le finali di Coppa dei Campioni, e io mi convincevo allora che Gianni avesse dei problemi con il cambio della Lira all’estero. Cioè Agnelli gli assegni li preparava come al solito, ma per qualche ragione non finivano mai sui conti correnti delle giacchette nere.

Nell’estate del 1982 avevo 8 anni, e osservando Dino Zoff alzare la Coppa del Mondo restavo stupito dalla similitudine tra la formazione juventina e quella della Nazionale: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi…Era chiaro, ciò che all’Avvocato non riusciva in Europa veniva facile invece nel mondo, certamente così si spiegava pure la vittoria della Coppa Intercontinentale del 1985.

Circa un decennio dopo sarebbero cominciate le vittorie della Juventus di Lippi, anch’esse viziate da furti di ogni tipo, oltre alla solita corruzione arbitrale non era da escludere il doping. Solo la squadra di Torino utilizzava probabilmente questi espedienti, mentre le altri grandi come Inter e Milan no, quando riuscivano a vincere lo facevano con i propri mezzi.
In Italia il partito degli anti-juventini aveva ormai ingrossato le proprie fila, con punti di maggiori raccolta a Milano, Firenze, Roma. Erano strani individui. La domenica guardavano prima se la Juve aveva vinto o perso, poi il risultato della loro squadra.

Poi, nel nuovo millennio, dopo i due scudetti di Fabio Capello, finalmente arrivò la primavera-estate del 2006. Le intercettazioni coinvolgevano soprattutto Luciano Moggi, anzi solo lui. Lui era il Mostro del calcio italiano. Un trionfo per gli onesti Moratti, Tronchetti-Provera, e Guido Rossi. Ai tanti tifosi interisti non sembrò vero di poter estrarre dagli armadi bandiere rese praticamente inutilizzabili dopo 17 anni di immobilismo al vento. Erano campioni d’Italia, ma anche dell’onestà. Nessuno aveva mai potuto vantarsi di una cosa del genere. Cominciarono ad apparire scritte grottesche sui muri vicino allo stadio S. Siro, indicavano il numero dei tricolori vinti dalla squadra di proprietà di una famiglia di petrolieri e poi il commento: “Senza rubare”. E anche altre, più vigliacche, come: “Pessotto, vola ancora”.
“El Chino” Recoba fu tra i più felici, non era lui la causa di tanti anni senza scudetto. Marco Materazzi poté finalmente sfogare la sua boria antisportiva con nuovi tatuaggi e dichiarazioni da uomo vero. Furono prodotte migliaia di spillette con la scritta “Io sono interista”, slogan che sottintendeva “Io tifo l’unica squadra onesta che c’è al mondo, davvero”.

Intanto, la Nazionale vinceva a Berlino il suo quarto campionato del Mondo, con Marcello Lippi in panchina e tanti giocatori della Juventus sul campo. Anche da morto Gianni Agnelli sapeva come farsi intendere dalla classe arbitrale.

Nella stagione successiva l’Inter, grazie al fondamentale apporto di Zlatan Ibrahimovic strappato alla Juventus condannata alla B con 17 punti di penalizzazione, vinse un altro scudetto, sbaragliando la temibile concorrenza di squadre come Roma e Lazio, e partendo con 8 punti di vantaggio sul Milan, anch’esso coinvolto in calciopoli, ma certamente meno della Juve.
Passarono gli anni e la squadra di Moratti riuscì a vincere altri scudetti, grazie ai miliardi spesi dal presidente, talvolta anche per pagare due allenatori contemporaneamente (Mancini e Mourinho) per una cifra annuale intorno ai venti milioni di euro.

Purtroppo, un giorno di marzo del 2010, dal processo di Napoli iniziarono a saltare fuori intercettazioni riguardanti Massimo Moratti e i designatori, Giacinto Facchetti e gli arbitri. Tutti gli interisti si affrettarono a specificare che non era la stessa cosa, non si doveva scherzare. Beppe Severgnini con la consueta sportività consigliò ai tifosi bianconeri di non cadere nel tranello, e di liberarsi del “passato tossico”. Perfino il Club bianconero decise di diramare una nota ufficiale per chiedere pari trattamento per tutti, annunciando di voler tutelare in ogni sede i tifosi e la storia della Juventus.