sabato 17 marzo 2012
A 40 anni. In ricordo di Giangiacomo Feltrinelli
Per ricordare Giangiacomo Feltrinelli nel quarantesimo della morte, la Casa Editrice, la Fondazione e le librerie Feltrinelli hanno raccolto in un booklet documenti e testimonianze sul loro fondatore. Tra gli interventi, testi di Alberto Arbasino, Christian Bourgois, Inge Feltrinelli, Nadine Gordimer ed estratti da "Senior Service" di Carlo Feltrinelli.
"A 40 anni. In ricordo di Giangiacomo Feltrinelli" sarà disponibile gratuitamente nelle librerie il 14 marzo, anniversario della morte. È un omaggio all'opera viva di un grande editore e di un uomo coraggioso e rivoluzionario.
Il booklet di grande pregio grafico è disponibile gratuitamente presso le librerie Feltrinelli.
mercoledì 14 marzo 2012
Il posticipo_Genoa-Juventus (L’invenzione di Martin Calzelunghe Bioy Caceres)
Turbato dagli ultimi avvenimenti si era nascosto su un’isola deserta. Poi erano arrivati dei turisti capeggiati da un inventore geniale che aveva promesso loro l’eternità, solo sintetizzata attraverso un complesso macchinario nella registrazione della loro ultima settimana. A suo dire l’unico modo per consentire alla vita di acquisire un senso trasformandosi nell’utile magazzino della morte. Martin allora aveva perso la testa per una zingara che parlava francese. L’aveva spiata, pedinata. Le aveva regalato addirittura un giardino di fiori, senza ottenere però alcuna risposta. Aveva cominciato quindi a scrivere un diario, a leggere il cugino argentino Adolfo Bioy Casares, a pensare alla sua ultima settimana.
Aveva giocato bene contro il Genoa, anticipando gli attaccanti avversari con determinazione uruguagia mascherata nel suo look consueto fatto di capelli lunghi raccolti dietro la nuca e di calzettoni tirati sopra il ginocchio, come un Pippi Calzelunghe maschio e sudamericano. E anche i suoi compagni avrebbero meritato la vittoria. Non era bastato tuttavia tirare 29 volte verso la porta avversaria, collezionare 17 calci d’angolo, colpire due pali e una traversa: il risultato era rimasto inchiodato sullo 0-0. Del resto, al gioco del pallone non si vinceva ai punti. Oltre la sfortuna però ci si era messo anche il solito arbitro italiano, malapartianamente in malafede, astuto nell’uniformarsi alla legge a suo tempo enunciata e denunciata dall’allenatore bianconero Antonio Conte: “Nel dubbio, mai fischiare a favore della Juventus”. Un rigore netto non concesso a Matri, una rete regolare annullata a Pepe. Errori che andavano a sommarsi al solo penalty concesso ai bianconeri in 27 giornate, caso unico tra le squadre di vertice nei campionati europei. Il Milan ne aveva approfittato per battere il Lecce e portarsi a +4 in classifica, ipotecando la conquista del secondo scudetto consecutivo.
Sull’isola Martin aveva imparato a distinguere le radici commestibili, in fondo non erano tanto diverse da certi ciuffi d’erba che aveva ruminato al Marassi dopo averli strappati dal prato per non buttarsi troppo giù di morale. L’effetto di tale ingerimento sulla sua psiche era stato di natura allucinogena e l’aveva riportato ad un pomeriggio da bambino, quello in cui sua madre l’aveva rapato a zero. I compagni di calcio l’avevano subito soprannominato “El Pelado”.
Adesso invece sull’isola c’erano due soli e due lune nel cielo. Unico vivo circondato da “registrati”, aveva cercato di rompere il macchinario dell’inventore a sprangate prima di crollare a terra esausto e sconfitto, con i nervi a pezzi. Infine si era accorto che nonostante lo scudetto probabilmente perso senza possibilità di combattere ad armi pari la vita non era poi così atroce, e forse poteva anche essere il più felice di mortali. Bastava azionare i ricevitori di attività simultanea, ricordarsi di una storia immaginata con la ragione dal cugino Bioy, e recitare al meglio la sua ultima settimana.
lunedì 5 marzo 2012
Il posticipo_Roma-Lazio (Edy con il sole in tasca)
Dell’uomo con il sole in tasca
ora sulla strada non restava che una caricatura curva, vestita con una tuta e
le pantofole. Eppure vivo, solo con il fastidio della luce e con un dito di
barba bianca sulle gote. Le nuove Brigate Rosse l’avevano rapito, uccidendo i
nove uomini della scorta. L’avevano tenuto imprigionato per quattro giorni in
uno stanzino lungo due metri e cinquanta, largo uno e venti e alto tre metri.
L’avevano interrogato in una lingua sepolta fino a condannarlo a morte “perché
colpevole di perseguire un progetto autoritario e antidemocratico, nonché per i
danni sociali, morali e mentali che ha provocato con le sue televisioni.”
Poi qualcosa dopo la lettura
della sentenza era accaduto. I tre terroristi non erano più tornati a
riprenderlo, aveva sentito un sparo oltre la parete, quindi si era avvicinato
alla porta della sua prigione e l’aveva trovata socchiusa. Nell’appartamento,
la brigatista più cieca e violenta, Cecilia, quella che avrebbe voluto
ammazzarlo fin dal principio, giaceva immobile sul pavimento con il sangue che
le usciva dalla testa. Degli altri due sequestratori, Luca e Mario, nessuna
traccia. Scendendo i tre piani di scale era arrivato in strada dove un uomo
senza emozione, il commissario Luigi Leandri, l’aveva riconosciuto a fatica.
La domenica splendeva, e la città
più bella era come avvolta da un velo dorato. Per una volta il sole vero era
più potente di quello che lui aveva avuto sempre di tasca: da venditore, da
imprenditore, da presidente. Era ancora vivo, e stretta la mano del commissario,
seppur in versione ginnica non aveva perso autorità nel convincere il Leandri a
disubbidire ai suoi superiori e alla logica, costringendolo a trovargli in
tempi brevi una donna, bella, disposta ad accompagnarlo allo stadio.
All’Olimpico, la Lazio infilzava
già al settimo minuto la suicida difesa alta della Roma. Hernanes trovava il corridoio
giusto alle spalle di Heinze, Klose s’infilava rapido in quella corrente d’aria
anticipando l’uscita disperata di Stekelenburg che lo abbatteva. Rigore,
espulsione del portiere, goal.
I giallorossi si catapultavano in
avanti rabbiosi e quasi subito pareggiavano: traversa di Juan, ribattuta verso
la porta di Borini, goal-non goal, questa volta goal, nonostante l’umano e
normale dissenso gridato di tutti i difensori biancocelesti. Nessuna polemica
ipocrita di giornalisti assunti per raccomandazione sul negazionismo laziale.
Il 2 a 1 finale sarebbe arrivato
nel secondo tempo con la rete oratoriale di Mauri. Punizione a spiovere dai 35
metri di Hernanes, l’aquila numero 6 finge di allontanarsi dall’area di rigore
poi invece si lancia nella medesima con uno scatto improvviso. Gli astuti
giocatori di Luis Enrique si guardano come a dire: “Ma come Mauri, cioè noi pensavamo
che a quest’azione non volevi partecipare, e invece...vatti a fidare degli
avversari.” Spaccata di sinistro dell’isolato capitano furbo, goal.
Mancava ancora mezz’ora, ma che la
partita ormai fosse conclusa lo sapeva anche il vento. In tribuna Monte Mario
(o Monti Mario) il presidente del Consiglio distoglieva lo sguardo dal campo
per passare ai fatti con la giovane donna al suo fianco:
“Signorina, mi consenta di
raccontarle del mio rapimento. Mi hanno tenuto in ostaggio in tre, ma li ho sgominati
con la mia forza, non prima di aver fatto a brandelli con il coltellino per
tagliare la mela quella orrenda bandiera rossa con la stella a cinque punte. Se
lei è d’accordo, a questo punto le darei un bacio.”
Sulla pista d’atletica rivolto
verso il pubblico, l’anziano Edy Reja invece saltellava. Solo qualche giorno
prima dimissionario, licenziato, sostituito, adesso si godeva il secondo
successo stagionale in un derby per 2 a 1 e il terzo posto in classifica.
Saltellava con la sciarpa biancoceleste al collo, e dalla tasca gli usciva un
sole.
lunedì 27 febbraio 2012
Il posticipo_Milan-Juventus (La strada per San Siro, con Arturo Bandini Buffon)
Che Arturo Bandini puzzasse di pesce era cosa nota. Di sapone e di pesce per la precisione, a causa delle giornate trascorse a lavorare alla California Packing Company, la fabbrica per l'inscatolamento del pesce a Terminal Island, giornate alle quali seguivano ripetuti lavaggi che tuttavia non riuscivano a toglierli di dosso quell'odore forte di abitanti del mare. Sull'autobus la gente si allontanava da lui, al cinema i posti che confinavano con il suo venivano immediatamente abbandonati. Dentro uno stadio tutto esaurito, avevo pensato, vuoi vedere che stiamo più larghi.
Così avevo convinto Arturo, 25 euro per un biglietto al terzo anello rosso gli erano sembrati un buon prezzo, anche considerando il fatto che se li era procurati vendendo gli unici gioielli di famiglia, rubati alla madre. Al monte dei pegni di via Capecelatro, l'ebreo arcigno oltre il banco l'aveva fregato, ma che importava con il biglietto fila 7 posto 21 fra le mani.
Salendo rotatori una delle quattro torri dello stadio, Bandini mi aveva raccontato di aver fatto un sacco di mestieri per mantenere la famiglia dopo la morte del padre: spalatore di fossi, lavapiatti, scaricatore di camion, commesso di drogheria. Ma nessuno che si decidesse ad assumerlo come scrittore, anche perché Arturo non riteneva la sua prosa in vendita, scrivendo egli per la posterità: "Scrivo sia romanzi che racconti, sono ambidestro".
Dalla vetta di San Siro, una partita deceduta veniva portata in vita al quattordicesimo del primo tempo da Beckenbauer Bonucci, abile prima a servire via Robinho l'avversario Nocerino con un grottesco disimpegno difensivo, poi a deviare sfortunato il tiro da fuori area del numero 22 rossonero alle spalle di Buffon. La Juve più brutta della stagione sprofondava, e il Milan pur senza mostrare un bel gioco raddoppiava con Muntari al venticinquesimo, pronto sottoporta a spingere in rete dopo una strepitosa respinta sulla riga del più forte portiere del mondo su colpo di testa di Mexes: Milan 2, Juventus 0. Il match pareva concluso, ma nel secondo tempo gli omini bianconeri reagivano di nervi sfiorando il goal con Quagliarella e pareggiando nell'ultimo quarto d'ora con una doppietta di Matri: al settantottesimo su imbeccata di Vucinic e all'ottantatreesimo in splendida girata su cross di Pepe.
Riscendendo in circolo verso la terra da sopra illuminata con fari e sirene volteggianti, Bandini mi aveva sorpreso estraendo dallo zaino due fucili ad aria compressa.
"Adesso sai che facciamo? Ci fermiamo in questo punto della torre e ci mettiamo a sparare addosso a tutti quelli che getteranno benzina sul fuoco di questo Milan-Juventus. Presidenti, dirigenti, allenatori, giornalisti corrotti e incapaci. Tieni il tuo fucile, e spara. Addio, codardi. Sputo su di voi, disgustato. La vostra codardia ripugna il Fuhrer Bandini. Odiosa gli è la codardia quanto gli è odioso un morbo. Non vi perdonerà. Possano le maree mondare la terra dal crimine della vostra codardia, canaglie".
lunedì 20 febbraio 2012
Il posticipo_Inter-Bologna (I giovedì o venerdì della signora Giulia)
Con l’ispettore Sciancalepre ero
stato chiaro:
“D’accordo che il giovedì è il
mio giorno libero dal lavoro, ma non ho intenzione di dedicarlo interamente
alla ricerca di informazioni relative alla scomparsa della signora Giulia.”
Sul treno che ci spostava dal
paese di M. alla città di Milano, due gambe più il sacchetto di una nota catena
di librerie avevano attirato l’occhio indagatore dello Sciancalepre, che aveva
insistito per affiancarle alle nostre nella seduta.
“Le vedi Savio quelle due gambe?”
“Io no, sono sposato.”
“Comunque, si tratta di seguirle.
Dove scendono loro, scendiamo noi. Ci porteranno da Giulia, la moglie
dell’avvocato fuggita di casa.”
Personalmente dubitavo di questa
intuizione poliziesca. E’ vero, lo Sciancalepre era noto per il suo fiuto
particolare, per quella forza mentale che gli aveva quasi sempre conferito la
possibilità di immedesimarsi nel delinquente e di risolvere i casi più
complessi, ma questa vicenda della signora scomparsa l’aveva mandato in
confusione. Giulia era solita recarsi a Milano ogni giovedì per fare visita
alla figlia in collegio, ma c’era chi sospettava che quei viaggi servissero
anche a placare l’insoddisfazione di una trentottenne sposata infelicemente con
un uomo di sessanta. Qualunque fosse la verità, il commissario mi aveva
convinto ad accompagnarlo nell’indagine.
Le gambe della donna del treno
erano atterrate sul pavimento della Stazione Centrale con sconfortante
eleganza, e a debita distanza era stato senza dubbio piacevole pedinarle fino a
viale Premuda. Qui si erano fermate il tempo necessario per consentire alle
braccia di estrarre dal sacchetto un libro, e alle mani di aprirlo per
controllare a pagina 17 quale fosse il numero civico del palazzo dove la
signora Giulia era solita incontrarsi con Luciano Barsanti, rappresentate.
L’amante della moglie dell’avvocato era ancora lì, ma con la sciarpa nerazzurra
al collo, pronto a prendere il tram per assistere all’anticipo dell’anticipo della
ventiquattresima giornata, per l’occasione posticipato di tre ore rispetto
all’orario fissato in precedenza per il giorno successivo.
La donna non aveva potuto
sottrarsi dal baciarlo, il Barsanti, caduta nel tranello sentimentale solito
colpire chi, alzando gli occhi dalle righe di un romanzo, si dimentica di
constatare che quello che sta intorno c’entra ben poco con l’appena letto. Così
Luciano si era ritrovato addosso una bella ragazza da abbracciare e alla quale
spiegare che dopo i tornelli dello stadio Meazza, si sarebbero riscaldati anche
grazie alle emozioni garantite da Inter-Bologna. Non avrebbe avuto torto.
Tra il trentasettesimo e il
trentottesimo minuto del primo tempo, il centravanti bolognese Marco Di Vaio
sarebbe riuscito per due volte a pugnalare la rammollita difesa nerazzurra.
Nell’intervallo, Moratti avrebbe abbandonato demoralizzato e furente la
tribuna, evitando quantomeno di assistere alla serpentina vincente di Robert
Acquafresca, spietata nel fissare il risultato finale: Inter 0, Bologna 3.
Al commissariato, il presidente
interista non sarebbe riuscito a convincere lo Sciancalepre riguardo alla
repentina necessità di interrompere la partita per verificare se sotto il manto
erboso di San Siro si trovasse davvero il cadavere della signora Giulia. Mi
avrebbe raccontato, l’ispettore, di un uomo ossessionato da un romanzo di Piero
Chiara: “I giovedì della signora Giulia”, convinto che il parco della villa
dell’avvocato fosse invero il prato della sua squadra del cuore e che appena
fuori dell’area di rigore, scavando, si sarebbe potuto scoprire con facilità il
viso di Giulia, un tempo così pallido, adesso colore del miele e quasi
trasparente. Mi avrebbe raccontato, l’ispettore, della discussione tra il
petroliere e Claudio Ranieri, giunto sul posto per provare a tranquillizzarlo, ma
con il suo solito, grottesco sorriso di fronte ad ogni pareggio e sconfitta. Mi
avrebbe raccontato, l’ispettore, di averli osservati andare via, camminando
paralleli fino al termine del muro del carcere prima di volgersi le spalle,
come due duellanti, e incamminarsi sempre con lo stesso passo, l’uno verso
destra e l’altro verso sinistra.
domenica 19 febbraio 2012
lunedì 13 febbraio 2012
Il posticipo_Udinese-Milan (La commedia friulana)
Così ho raggiunto Homer Macauley che
con la sua divisa da postino gigantesca affrontava in bicicletta la neve della
via di campagna. Aveva quattordici anni, e il chiaro intento di diventare il
più grande portalettere che la storia avesse mai visto. Non aveva padre, ma il
fratello Marcus in guerra, la sorella Bess studentessa universitaria, la madre
Kate che lavorava in uno scatolificio, e il fratellino più curioso del mondo:
Ulysses. Vivevano a Ithaca (Udine) dove Homer frequentava di giorno il liceo, la
sera l’ufficio del telegrafo.
Homer piangeva con gli occhi
spalancati e allora mi ero avvicinato, più vecchio e con la mia di bicicletta,
quella rossa poi rubata di quando ero giovane come lui:
“Perché piangi? Perché nel nostro
Paese il processo democratico è stato sospeso per permettere a un tecnocrate
non eletto di mettere in atto politiche che i politici eletti non riuscivano a
far passare?
Oppure perché il più forte
ciclista degli ultimi anni è stato condannato ingiustamente, vittima di
organizzazioni mondiali anti-doping che curano i propri interessi invece della
verità?”
“Anche amico, ma soprattutto per
certi telegrammi che devo consegnare, quelli che iniziano dicendo che il Ministero della Guerra, è spiacente
d’informarla che suo figlio…”
Dopo l’ultimo che aveva portato
ad una mamma che non aveva nemmeno avuto il coraggio di disperarsi, ma solo di
abbracciarlo, Homer si era messo a girare per le strade, guardando le case, i
luoghi e la gente che viveva a Ithaca: perché più si andava avanti nella vita
più sembravano esserci solo dolore e tristezza?
Terminate le lacrime, l’unica
soluzione era stata convincere il portalettere a continuare nella pedalata al
mio fianco, nonostante il dolore alla gamba che lo perseguitava in seguito a
una caduta. Lungo la tappa, altri ciclisti si erano uniti alla nostra fuga. Fra
questi Guidolin, che aveva deciso in vista della partita col Milan di
raggiungere per scaramanzia lo stadio sulle due ruote, facendosi sorprendere
come talvolta gli capitava durante i suoi giri da intuizioni tattiche che
avrebbe poi cercato di riprodurre sul prato del “Friuli”. In questo caso, il
posizionamento di Isla nel ruolo di rifinitore. Il trucco avrebbe funzionato
molto bene fino al grave infortunio del centrocampista cileno.
Lasciato l’allenatore
dell’Udinese alla sua panchina, o meglio accovacciato davanti ad essa in
osservazione degli sviluppi, con Homer avevamo trovato posto sui gelidi spalti,
confortati solo dall’omino delle bibite che passava puntuale rifornendoci di
grappa. In seguito a ciò, la visione della partita si era rivelata altalenante
e poco lucida. In ogni caso era la squadra di casa ad averla in pugno, passando
in vantaggio col solito Di Natale e sciupando altre buone occasioni. Il Diavolo
di Allegri barcollava, ma riusciva a concludere la prima frazione subendo una
sola rete. Nella seconda sarebbe rientrata in campo maggiormente convinta, e
pur non meritandola ai punti avrebbe ottenuto una vittoria fondamentale grazie alle
reti nell’ultimo quarto d’ora di Maxi Lopez e del faraone El Shaarawi.
Col fuoco delle vinacce dentro,
io e Homer avevamo abbandonato lo stadio delusi e slegate le nostre biciclette
eravamo partiti verso Ithaca, fermandoci solo all’ufficio postale perché il
giovane Macauley nel passare aveva scorto il vecchio telegrafista Grogan che
non si sentiva bene. Spento e immobile nel vuoto, se ne stava seduto senza
parlare, chino sul telegramma che stava battendo:
“Mrs Kate
Macauley
2226 Santa Clara
Avenue
Ithaca, California
Il Ministro della Guerra è spiacente d’informarla che suo figlio
Marcus…”
venerdì 10 febbraio 2012
"Anticipi, posticipi" con Fabio Geda e Roberto Beccantini
Martedì 14 febbraio (festa degli innamorati) parlerò di "Anticipi, posticipi" con Antonio Gurrado e Fabio Geda alla Feltrinelli di Torino (piazza C.L.N., ore 18).
Venerdì 17 febbraio (compleanno di mia mamma) invece sarò a Milano, alla Libreria dello Sport di Via Carducci, ancora con Gurrado e con Roberto Beccantini, sempre alle 18.
Chi volesse partecipare è benvenuto, fondamentale a mio avviso non invertire i fattori e recarsi il 14 a Milano e il 17 a Torino.
lunedì 6 febbraio 2012
Il posticipo_Roma-Inter (An der Baumgrenze mit Borini)
Giunto al limite boschivo con il
narratore, lui aveva proseguito, trovando i due taglialegna che gli avevano
indicato il cadavere del ragazzo, congelato, coperto da due grossi
camosci. Io invece ero tornato indietro fino all’albergo per controllare che la
ragazza fosse morta veramente, avvelenata dal suo amore per il ragazzo, che
però era suo fratello. Stava lì, coperta dal cappotto di lui che era fuggito
durante la notte, troppo leggero per non morire, a ventun gradi sotto zero,
questa la temperatura di Muhlbach, paesino montano a 980 metri.
Il perché pure io avessi deciso
di passare qualche giorno in questa fredda località dove nessuno resisteva
sano, dove in fondo tutti erano condannati a morte, sfuggiva perfino a me
stesso. Meglio sarebbe stato andare come al solito nell’amata Obereggen, al
maso di Evi ed Emerich, ma Bernhard mi aveva costretto a seguirlo sino al
limite boschivo: an der Baumgrenze, aveva detto.
Oppure, neve per neve, avrei potuto dare retta al mio caporedattore che mi aveva consigliato di recarmi a Roma per recensire Roma-Inter, ma il rischio di trovare la capitale in tilt per il troppo bianco, e la probabile possibilità di restare intrappolato per ore su un treno-italia senza riscaldamento, e di essere magari rimborsato per questo disagio con un viaggio premio su Costa Crociere, mi aveva fatto decidere per Muhlbach.
Oppure, neve per neve, avrei potuto dare retta al mio caporedattore che mi aveva consigliato di recarmi a Roma per recensire Roma-Inter, ma il rischio di trovare la capitale in tilt per il troppo bianco, e la probabile possibilità di restare intrappolato per ore su un treno-italia senza riscaldamento, e di essere magari rimborsato per questo disagio con un viaggio premio su Costa Crociere, mi aveva fatto decidere per Muhlbach.
Nella sala da pranzo
dell’albergo la sera prima mi ero accorto dell’arrivo dei due innamorati,
mentre il narratore scriveva una lettera alla fidanzata, ma senza dirle la
verità. L’isolamento gli aveva logorato i nervi, di questo si trattava, e il
fatto che in quel dannato paesino delle montagne austriache non fosse così
facile seguire le partite della Serie A, di certo non migliorava la situazione.
Magari questi due giovani sbucati dal nulla, gli avevo suggerito per
rallegrarlo, sapevano almeno come procurarsi i risultati. Quando erano saliti
in camera, la mia idea era stata quella di seguirli e di mettersi a origliare
con l’orecchio alla parete fuori dalla loro stanza.
La cronaca di Roma-Inter era
cominciata quasi subito (avevano il computer e si godevano la partita su
qualche sito pirata, i due egoisti) così avevamo ascoltato senza ombra di
dubbio la squadra di Luis Enrique prendere a pallonate Julio Cesar. Juan,
Borini, Borini, Bojan: Roma 4, Inter 0. Dall’interno qualche imprecazione, poi
il silenzio. Appena il tempo di nasconderci dietro un angolo, e avevamo visto
il giovane uscire furioso sbattendo la porta, senza cappotto, facendo le scale
a precipizio, come se avesse indossato per troppe ore la stanza come una
camicia di forza. Un vortice di piedi in discesa, con in bocca la mano tesa
come un coltello.
Il mattino dopo, Bernhard aveva
terminato la sua lettera, una buona lettera, senza una minima bugia. Quindi,
per soddisfare la padrona dell’albergo preoccupata dall’assenza a colazione
della ragazza, eravamo risaliti fino alla sua camera:
“Aprite! Aprite!”
Con una spallata, la porta si era aperta. La giovane giaceva
di traverso sul letto matrimoniale, priva di sensi. Secondo il narratore,
avvelenata. Da sola? Dal ragazzo fuggito?
“Andiamo fino al limite boschivo, Savio”. Intanto ti
racconterò del perché la parte stupida del popolo austriaco mi chiama
Nestbeschmutzer, sporca-nido. Del perché ho cento paia di scarpe, diverse per
ogni tipo di passeggiata. Del perché ho smesso di tenere delle letture
pubbliche: l’ultima volta, a Bolzano, c’erano solo due paralitici.
sabato 4 febbraio 2012
Sfortunati
Per gli sfortunati passeggeri di Trenitalia, rimasti per ore bloccati al gelo, previsto come rimborso un viaggio premio con Costa Crociere.
giovedì 2 febbraio 2012
Mario, Benito Monti
Monti: "I giovani si abituino a non avere il posto fisso".
Più che altro si abituino a non avere posto.
lunedì 30 gennaio 2012
Il Posticipo_Juventus-Udinese (Sodomie 11 contro 11)
“Scusi sa che ore sono, per
piacere?”
L’uomo senza età, perché eterno
come la sua opera, invece mi risponde che ha fatto una puntatina al cesso, per
toccare con mano il fatto di essere libero e di poter disporre del suo tempo
come preferisce, cioè meditando. Siamo nella toilette di un autogrill sull’A4,
verso Torino, e la mia principale urgenza sarebbe quella di conoscere l’ora per
calcolare, in base alla neve che scende, quali rischi ci siano per l’eventuale
rinvio della partita alla quale dovrei assistere, inviato da me stesso gratis,
mai parola fu più odiosa, ma così va la vita se non sei raccomandato o figlio
di giornalista. Eppure la neve che scende, non me la tassa nessuno, e neppure
l’incontro con Aldo che dopo tre minuti, mi rivela, non spia più i cazzi degli
altri ma i voli delle zanzare, pronto quando vengono a tiro a schiacciarle,
plaff. Infatti sulle piastrelle ci sono i segni di suoi precedenti passaggi,
graffiti neri e strie di sangue, e lui può trascorrere anche tre ore, così.
Potrebbe arrivare anche la
buoncostume e chiedere i documenti, accerchiandoci, sbattendoci sotto il naso
trenta centimetri di pistola prima di frastornarci con stupide domande: cosa ci
fate qui? Perché continuate a fare avanti e indietro?
“Io perché sto andando allo
Juventus Stadium, Aldo perché schiaccia le zanzare”.
Fuori dai bagni ci lasciano liberi, e lo Scrittore mi dice che sta ritornando da un premio letterario che
avrebbe avuto luogo il giorno dopo, dalla fretta di sbrigare un così falso
impegno. Allora visto che non è occupato, lo convinco a salire sulla mia Colt, ma sul
sedile dietro perché davanti ho agganciato l’ovetto di Pietro. Osservandolo
nello specchietto retrovisore, Aldo Busi in smoking e scarpe di vernice nera
tiene un narciso giallo in mano, e sottobraccio tutta la sua produzione, dal Seminario sulla gioventù ad Aaa!.
“Aldo, come fai ad avere un
braccio così lungo da contenere tutta la tua opera? Ma soprattutto, perché sei
vestito così?”
“Sono già pronto per il 7 marzo
2012, quando dovrò presentarmi al tribunale di Monza dove è fissata la prima
udienza dibattimentale del processo che mi vede chiamato a difendermi
dall’accusa di aver leso la reputazione di Miriam Bartolini, in arte Veronica
Lario, ex moglie del Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi”.
“Ah, strano non ne parli nessuno
quotidiano nazionale, sia cattofascista che cattocomunista. Il minimo che posso
fare dall’alto della mia inutilià, è ospitarti in questo posticipo: biglietto
dello stadio, panino con salamina e birra compresi”.
Dentro l’Arena Juventus, mi
chiedo perché le serpentine riscaldanti posizionate sotto il manto erboso per mantenerlo in
ottime condizione nonostante la bianca precipitazione, non siano state messe
anche sotto i seggiolini bianchi e neri. Busi guarda in direzione del prato
verde, ma percepisco che il suo sublime cervello pensa ad altro, mentre i suoi
occhi sembrano valutare la potenza delle cosce e dei glutei del torello nero
Armero, o il fascino muscolare e femminile di Matri. Quando il numero 32 in
maglia rosa con stella nera si avventa sulla corta respinta di Handanovic alla
bella girata di testa di Quagliarella per spingere il pallone in porta, io mi
alzo in piedi: Goal! Lo Scrittore fa altrettanto, ma precisa:
“Di Veronica Lario non ho mai pensato nulla,
soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata
nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un’istruzione
piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o
tradimenti o minorenni, ecc., e non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa
Berlusconi c’era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia
che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini… Allora io
mi sarei svegliata, magari venti anni prima”.
Nel secondo tempo l’Udinese pareggia con Floro
Flores, ma è ancora Matri al sessantaduesimo ad inventarsi dal nulla il diagonale furbo e preciso che fissa il risultato sul 2 a 1.
Dopo che la folla se n’è andata, gelida e contenta,
restiamo per un po’ seduti sui gradini, senza parlare. Un addetto alle pulizie
dell’impianto, interrompe il suo lavoro per chiedere cosa facciamo ancora lì, a
quell’ora.
“Guardiamo la luna”.
Appoggiato con il corpo alla sua scopa, allora si
sporge in avanti, a destra e a sinistra. Poi riprende a spazzare, e
allontanandosi fa:
“Ma se non c’è neanche, la luna”.
venerdì 27 gennaio 2012
Per Aldo Busi
Un appello di 200 contro la querela di Veronica Lario
Polemiche. Il 7 marzo la prima udienza
Ha chiamato a giudizio Aldo Busi che le ricordava di Mangano
Ha chiamato a giudizio Aldo Busi che le ricordava di Mangano
Si moltiplicano alle adesioni in calce all'appello di intellettuali che solidarizzano con Aldo Busi, chiamato mercoledì 7 marzo al Tribunale di Monza, nella prima udienza dibattimentale del processo a suo carico, a difendersi dall' accusa di aver leso la reputazione di Veronica Lario. Il capo d'imputazione contestato allo scrittore è singolare: «Nel corso della trasmissione televisiva '8 e mezzo' (
) offendeva la reputazione di Miriam Bartolini, coniuge di Silvio Berlusconi, in quanto, in risposta alla domanda “di Veronica Lario, cosa pensa?”, rispondeva: “Non ho mai pensato nulla, soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un'istruzione piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o tradimenti o minorenni, ecc., e non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c'era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini
Allora io mi sarei svegliata, magari venti anni prima"». A sostegno di Busi in una settimana sono scesi in campo circa 200, fra i quali gli scrittori Alessandro Barbero, Carmen Covito, Nicola Lagioia e Francesco Savio, i docenti universitari Giovanni Tesio e Antonio D'Andrea e i critici letterari Marco Dotti e Marco Cavalli. «CONSIDERIAMO inaccettabile che un magistrato possa dare seguito a una querela che parte da una simile dichiarazione - scrivono sul sito www.altriabusi. it. - Non occorre leggere tra le righe delle parole di Busi per capire che lo scrittore, lungi dall'offendere Veronica Lario, le riconosce pubblicamente una sua dignità civile violata dall'ex marito e, in seconda battuta, proprio dalla stessa Lario allorché, per distanziarsi anche legalmente da Berlusconi, adduce come ragione, tra le tante e più gravi a disposizione, il tradimento sessuale di lui. E' paradossale che un magistrato abbia potuto ravvisare nella querela gli estremi per avviare una causa processuale». «RITENIAMO che la magistratura italiana abbia troppe urgenze cui dare la precedenza - concludono - per scialacquare tempo e denaro dei contribuenti in contenziosi di conclamata futilità». E danno appuntamento «la mattina del 7 marzo a Monza, davanti al Tribunale. Servirà a rammentare ai giudici che il loro operato è soggetto al giudizio di quei cittadini che non hanno né santi in paradiso né ex coniugi che versano loro, a titolo di indennizzo, un appannaggio mensile di 3 milioni di euro».
Flavio Marcolini
lunedì 23 gennaio 2012
Il posticipo_Roma-Cesena (Lamela Rayuela)
“E così sono tornato, perché la
vostra puntualità nel rinnovare la scritta murale Julio torna, cosa ti costa? nella piazza che mi avete dedicato a
Buenos Aires, meritava almeno un premio, anche se per ritornarci in cielo poi
mi toccherà saltellare di nuovo sul tracciato di caselle disegnate per terra.
Con un piede solo in corrispondenza delle caselle 3 e 6, con due piedi nelle
caselle 4/5”.
Sapevo che per Julio solo le
persone banali si davano appuntamento. Quelle che piacevano a lui, come l’amata
Maga, s’incontravano per caso, in zone di Parigi che formavano a loro volta un
gioco del mondo, da Rue de Babylone a Rue Monge. Per questo pur avendolo
pedinato e sorpassato sul marciapiede, i passi necessari per utilizzare un albero
parigino come breve nascondiglio (astuta tattica appresa dal detective Antoine
Doinel) avevo finto stupore nel trovarmelo davanti, alto e ragazzo, appoggiato
ad un muro scrostato con disegnato una freccia.
“Ma quanto sei lungo, Julio?”
“Più o meno come quella specie di
ponte che quei personaggi che vedi là in alto, affacciati a due finestre divise
da poco spazio ma con quattro piani sotto, stanno cercando di costruire con una
tavola. Cercano di passarsi un pacchetto di erba di mate e i chiodi, e ho la
sensazione che inizierò a scrivere dettagliatamente tutte le idee che verranno
loro in mente per attraversare il vuoto da una finestra all’altra. Guardali:
sono Horacio Oliveira, Talita e Traveler”.
Aspettando che qualcuno mi
guarisse dal fuoco sordo, dal fuoco incolore che correva all’imbrunire per Rue
de la Huchette, pensavo alla triste verità che aveva spinto Cortazar a scrivere
Rayuela. Gli piacevano sempre meno i romanzi, la narrativa che si praticava ai
suoi tempi. Allora aveva pensato ad un anti-romanzo, generato da un caso fatto
di foglietti scritti per anni in bar diversi, capaci di trovare un ordine solo
al termine della stesura.
“Non ho progettato nulla. Il
libro è stato vivisezionato dai critici e analizzato con estrema cura, ma tutte
queste strutture hanno preso forma solamente alla fine. Rayuela è stato un
punto centrale sul quale poi si sono incollati strati di cose”.
Non gli piacevano più i romanzi
del suo tempo, ma cosa diavolo avrebbe detto allora Julio di quelli dei nostri,
salvo rare eccezioni opere costruite a tavolino tra scuole di scritture e case
editrici, abili ad alimentarsi economicamente con favori reciproci, quasi mai
aventi come scopo l’attenzione nei confronti della qualità? Adesso è tutta una
grande farsa, amico biancoceleste e francese, e ora capirai perché mi diverto
di più a guardare una partita di pallone che a leggere certi rettangoli ripieni
di fogli di soggetti che si vestono da scrittori, parlano da scrittori,
recitano bene e senza alcuna vergogna la parte d’indispensabili alla storia
della letteratura. Ma ora basta equivoci, la tua Maga magari ti aspetta al Café
preferito dai membri del Club del Serpente, madre uruguagia con in braccio il
figlio Rocamadour.
Al Club il gruppo di amici
ascolta jazz, discute di arte e filosofia. Io sto prevalentemente zitto,
limitandomi a segnalare che il talento argentino Lamela, fa rima con Rayuela. Sarà
per questo che uscendo dagli spogliatoi, il numero 8 giallorosso lancia la
prima pietra nella casella numero 1. Quindi con un piede solo (il destro) va
nella casella due del prato dell’Olimpico, poi nelle 3 e 6, infine con due
piedi nelle 4/5 e 7/8. Disorientata da questo movimento, la difesa del Cesena
va nel pallone: Rodriguez spizza goffamente per il tacco dello stesso Lamela
che serve Francesco Totti: tiro leggermente deviato che beffa il dormiente
Antonioli sul primo palo. Tocca al Cesena, ma i romagnoli mettono subito un
piede fuori dalla Rayuela e allora Lamela dal limite pesca Totti in leggero
fuorigioco, 2-0. Palla al centro, e ancora dentro l’ottavo giro di sessanta
secondi Borini fa 3-0. Il gioco del mondo è finito in soli otto minuti. Si
andrà avanti a saltellare comunque fino al novantesimo, con gli altri del Club
ad ascoltare Cortazar proporre due letture possibili di una partita di pallone:
“A modo suo ogni partita è molte
partite, ma è soprattutto due partite. La prima, si può leggere come
abitualmente si leggono le partite, e finisce al minuto 8 ove tre evidentissimi
asterischi equivalgono alla parola Fine.
La seconda, si può leggere dal minuto 73 e seguendo l’ordine indicato a piè
pagina d’ogni capitolo. In caso di confusione o poca memoria, basterà
consultare la lista seguente: 73-1-2-116-3-84-4-71-5-81-74-6…”
giovedì 19 gennaio 2012
lunedì 16 gennaio 2012
Il posticipo_Milan-Inter (Sabato sera, un derby con Arthur Seaton)
Avevo visto Arthur Seaton
dirigersi a passi malfermi verso la scale, ma nonostante fosse ubriaco fradicio
e le possibilità che ruzzolasse dal primo scalino fino all’ultimo fossero molto
alte, non avevo mosso un dito per salvarlo. Il Notts County aveva vinto in
casa, e onestamente l’unica cosa che m’importava era finire la birra cantando
con i miei amici fino a sentire le vene delle tempie pulsare felici e
dimentiche di ogni cosa. Al White Horse Club era un sabato sera di beneficenza
e il pub aveva spaccato la cassetta delle offerte scatenando la festa tra le
sue quattro mura.
Arthur era rotolato, terminando dopo undici pinte di birra e dodici bicchierini di gin sul pavimento in posizione fetale, e rimetterlo in piedi con l’aiuto del cameriere non era stato facile. Fuori a prendere una boccata d’aria e una di Woodbine, Seaton mi aveva rivelato che di calcio aveva sentito parlare tante volte, e per una volta preferiva rimanere euforico e mezzo sognante, immerso nel ricordo confuso della terra fredda nel bosco scuro dove era stato con Brenda qualche ora prima, mentre il marito di lei era alla partita. Arthur odiava i mariti spenti, ma più di tutto odiava il castello che dominava la città. L’avrebbe fatto saltare in aria volentieri con mille tonnellate di tritolo piazzate nella galleria che ci passa sotto.
Camminando lentamente lungo la Ropewalk, ci eravamo addentrati in un quartiere tranquillo dove le buie palazzine di Park Row facevano la loro comparsa tra le tenebre.
”La domenica mattina io amo pescare trote in campagna, verso Cotgrave o Trowel. Il sabato sera invece mi sbronzo, è uno scoppio di vitalità che mi ripulisce da una settimana passata a sgobbare in fabbrica. Tu di solito che fai?”
”Io guardo almeno una partita e ci scrivo sopra un pezzo. Ti sembrerà incredibile, ma per ora nessun quotidiano mi ha proposto una collaborazione retribuita a riguardo. Comunque, potremmo unire le nostre abitudini e andare al Match”.
”Ma è il pub peggiore della città!”
”Lo so, ma fanno vedere Milan-Inter”.
Attraversando Derby Road, un gran rumore di freni e di ruote, per Arthur una martellata metallica sulla coscia e sul fianco. A terra vicino a una pozzanghera, Seaton bestemmiava, promettendo all’autista un brutto quarto d’ora. Ma il pilota investitore, decideva di difendersi con l'attacco:
”Maledetti idioti! Perché non guardate dove andate?”
Era stato un attimo.
Balzato in piedi, Arthur aveva puntato l’automobilista, riconoscendo in lui un editore dalla dubbia moralità che da due anni doveva del denaro ad un suo amico scrittore, Alan Sillitoe. Editore sfortunato questo di Sillitoe, colpito da una nuova sciagura ogni volta che era pronto a recarsi in banca per bonificare allo scrittore inglese il dovuto. Una volta si rompeva una gamba scivolando su una lastra di ghiaccio in primavera, una volta veniva colpito da un violento raffreddore che gli impediva di ragionare, in altre circostanze scopriva giusto quando era allo sportello pronto a pronunciare il fatidico Iban che suo suocero stazionava in gravi condizioni all’ospedale. Per farla breve, sotto lo sguardo pallido dell’editore furfante, Arthur gli aveva rovesciato l’auto, approfittando nella circostanza del mio convinto aiuto.
Sul maxischermo del Match, andava in onda una partita noiosa e fredda, decisa da un bel diagonale del principe Milito al nono del secondo tempo. Arthur ne approfittava per scrutare gli abitanti degli altri tavoli, fino a trovare qualcuno meritevole di essere preso a pugni. Perché in qualche modo anche il sabato doveva finire, senza pensare alla fabbrica che faceva morire di lavoro, ai sindacati che facevano morire di chiacchiere, alla previdenza sociale e all’ufficio delle tasse che ti facevano morire di rabbia per tutti i soldi che mungevano dalla tua busta paga. Poi tanto sarebbe arrivata una domenica mattina da solo a pescare, a domandarsi dove vanno a finire i pesci quando muoiono, rispondendosi che tutto sommato la vita è bella, se non ti butti giù, se sai che questo immenso mondo non ha ancora sentito parlare di te, no, neanche lontanamente, ma ormai ci manca davvero pochissimo.
Arthur era rotolato, terminando dopo undici pinte di birra e dodici bicchierini di gin sul pavimento in posizione fetale, e rimetterlo in piedi con l’aiuto del cameriere non era stato facile. Fuori a prendere una boccata d’aria e una di Woodbine, Seaton mi aveva rivelato che di calcio aveva sentito parlare tante volte, e per una volta preferiva rimanere euforico e mezzo sognante, immerso nel ricordo confuso della terra fredda nel bosco scuro dove era stato con Brenda qualche ora prima, mentre il marito di lei era alla partita. Arthur odiava i mariti spenti, ma più di tutto odiava il castello che dominava la città. L’avrebbe fatto saltare in aria volentieri con mille tonnellate di tritolo piazzate nella galleria che ci passa sotto.
Camminando lentamente lungo la Ropewalk, ci eravamo addentrati in un quartiere tranquillo dove le buie palazzine di Park Row facevano la loro comparsa tra le tenebre.
”La domenica mattina io amo pescare trote in campagna, verso Cotgrave o Trowel. Il sabato sera invece mi sbronzo, è uno scoppio di vitalità che mi ripulisce da una settimana passata a sgobbare in fabbrica. Tu di solito che fai?”
”Io guardo almeno una partita e ci scrivo sopra un pezzo. Ti sembrerà incredibile, ma per ora nessun quotidiano mi ha proposto una collaborazione retribuita a riguardo. Comunque, potremmo unire le nostre abitudini e andare al Match”.
”Ma è il pub peggiore della città!”
”Lo so, ma fanno vedere Milan-Inter”.
Attraversando Derby Road, un gran rumore di freni e di ruote, per Arthur una martellata metallica sulla coscia e sul fianco. A terra vicino a una pozzanghera, Seaton bestemmiava, promettendo all’autista un brutto quarto d’ora. Ma il pilota investitore, decideva di difendersi con l'attacco:
”Maledetti idioti! Perché non guardate dove andate?”
Era stato un attimo.
Balzato in piedi, Arthur aveva puntato l’automobilista, riconoscendo in lui un editore dalla dubbia moralità che da due anni doveva del denaro ad un suo amico scrittore, Alan Sillitoe. Editore sfortunato questo di Sillitoe, colpito da una nuova sciagura ogni volta che era pronto a recarsi in banca per bonificare allo scrittore inglese il dovuto. Una volta si rompeva una gamba scivolando su una lastra di ghiaccio in primavera, una volta veniva colpito da un violento raffreddore che gli impediva di ragionare, in altre circostanze scopriva giusto quando era allo sportello pronto a pronunciare il fatidico Iban che suo suocero stazionava in gravi condizioni all’ospedale. Per farla breve, sotto lo sguardo pallido dell’editore furfante, Arthur gli aveva rovesciato l’auto, approfittando nella circostanza del mio convinto aiuto.
Sul maxischermo del Match, andava in onda una partita noiosa e fredda, decisa da un bel diagonale del principe Milito al nono del secondo tempo. Arthur ne approfittava per scrutare gli abitanti degli altri tavoli, fino a trovare qualcuno meritevole di essere preso a pugni. Perché in qualche modo anche il sabato doveva finire, senza pensare alla fabbrica che faceva morire di lavoro, ai sindacati che facevano morire di chiacchiere, alla previdenza sociale e all’ufficio delle tasse che ti facevano morire di rabbia per tutti i soldi che mungevano dalla tua busta paga. Poi tanto sarebbe arrivata una domenica mattina da solo a pescare, a domandarsi dove vanno a finire i pesci quando muoiono, rispondendosi che tutto sommato la vita è bella, se non ti butti giù, se sai che questo immenso mondo non ha ancora sentito parlare di te, no, neanche lontanamente, ma ormai ci manca davvero pochissimo.
lunedì 9 gennaio 2012
Il posticipo_Cagliari-Genoa: (Dai Monti di Mola al Sant’Elia)
Nascosto tra le
frasche, Fabrizio era stato categorico:
“Adesso ci credi a
questa storia del giovane bruno e dell’asina che si amano?”
Non potevo contraddirlo.
Non potevo contraddirlo.
Mentre sui monti di pietra di macina l’uomo aitante stava tagliando rami, e l’animale stava
pascolando, i loro occhi si erano incontrati, cercando acqua. Poi lei era
diventata cuscino di lana, bianca fortuna. Lui carnevale di baci, cucitore di
cuore.
Nel cespuglio opposto al nostro, una brutta vecchia piangeva a spiava con la bava alla bocca:
”Beata l’asina, mamma mia che bell’uomo. Beata lei, giovane e moro. Beata lei, io muoio sola”.
Nel cespuglio opposto al nostro, una brutta vecchia piangeva a spiava con la bava alla bocca:
”Beata l’asina, mamma mia che bell’uomo. Beata lei, giovane e moro. Beata lei, io muoio sola”.
In Gallura tutto era
pronto per il matrimonio, ma l’innamorato non si trovava più, e il sacrestano
si faceva scappare che lo sapevano tutti, era partito la sera precedente per
Castéddu con il parroco, come era solito fare almeno una volta a settimana.
Delusi nell’ultimo, inginocchiatoio della chiesa, con Fabrizio abbiamo maledetto la cattiva sorte e per la rabbia in automobile siamo andati verso sud, seguendo un tragitto fatto a onda. Ho guidato io, perché lui non ha mai preso la patente. Il viaggio fino a Cagliari è durato circa tre ore e quaranta minuti, con un costo di carburante (grazie all’aumento del costo della benzina esercitato da un governo tecnico e vile) di 45 euro. Tra una cantata in coppia del suo disco “Le nuvole”, qualche bestemmia per la lunghezza dello spostamento, e almeno una decina di sigarette, De André ne ha approfittato per raccontarmi la sua passione per il Genoa, nata il pomeriggio del 5 gennaio del 1947, quando il padre Giuseppe l’aveva portato a Marassi per vedere il Grande Torino di cui era tifoso. Una partita a senso unico, con la squadra granata e meravigliosa sul 3-0 al settantesimo, e il padre di Fabrizio ad applaudire entusiasta. Ma poi il Genoa aveva reagito, costringendo Mazzola, Gabetto, Grezar, Loik a difendersi: uno a tre, due a tre, un palo. Dentro quella rimonta mancata, era nata la passione di De André figlio per il Genoa.
Delusi nell’ultimo, inginocchiatoio della chiesa, con Fabrizio abbiamo maledetto la cattiva sorte e per la rabbia in automobile siamo andati verso sud, seguendo un tragitto fatto a onda. Ho guidato io, perché lui non ha mai preso la patente. Il viaggio fino a Cagliari è durato circa tre ore e quaranta minuti, con un costo di carburante (grazie all’aumento del costo della benzina esercitato da un governo tecnico e vile) di 45 euro. Tra una cantata in coppia del suo disco “Le nuvole”, qualche bestemmia per la lunghezza dello spostamento, e almeno una decina di sigarette, De André ne ha approfittato per raccontarmi la sua passione per il Genoa, nata il pomeriggio del 5 gennaio del 1947, quando il padre Giuseppe l’aveva portato a Marassi per vedere il Grande Torino di cui era tifoso. Una partita a senso unico, con la squadra granata e meravigliosa sul 3-0 al settantesimo, e il padre di Fabrizio ad applaudire entusiasta. Ma poi il Genoa aveva reagito, costringendo Mazzola, Gabetto, Grezar, Loik a difendersi: uno a tre, due a tre, un palo. Dentro quella rimonta mancata, era nata la passione di De André figlio per il Genoa.
Consapevoli che non
avremmo osservato niente di simile ad aspettarci in uno stesso gennaio ma di
sessantacinque anni dopo, ci siamo introdotti comunque al Sant’Elia,
accomodandoci sulle tribune in tubi
Innocenti, cacciando con lo sguardo i fuggitivi: giovane moro Ibarbo e prete.
Eccoli là: il primo impegnato nel riscaldamento in allunghi che avrebbe
riproposto con ferocia cristallina durante l’incontro, il secondo intento a
benedire il terreno di gioco per consentire all’undici del sacchiano Ballardini
di dare ragione al presidente Cellino per il terzo cambio di panchina in
quattro mesi.
Le preghiere
funzionavano, se è vero che i sardi usufruivano di un rigore già all’undicesimo
del primo tempo. Larrivey trasformava. Fabrizio al mio fianco si lasciava
andare a qualche Madonna, ma il Cagliari benedetto giustificava il vantaggio
dominando. Se il Genoa non ne prendeva tre in quarantacinque minuti, era merito
di una traversa, dell’imprecisione sottoporta dell’indemoniato Ibarbo, di un
miracoloso Frey. Nella seconda frazione però era il giovane moro a raddoppiare
con una cavalcata asprilliana terminante in pallonetto, mentre lo zenese e
svedese Granqvist infilava nella sua porta il pallone che metteva fine alla
partita: Cagliari 3, Genoa 0.
A questo punto,
approfittando dell’eccitazione generale, De André mi costringeva a scavalcare
la parete in plexiglass che ci separava dal campo:
“Riportiamo in
Gallura il prete e il giovane moro, prima che sia troppo tardi!”
Il religioso, vicino
alla panchina, stava abbracciando paonazzo l’uomo del match: il colombiano
Segundo Victor Ibarbo Guerrero. Fabrizio era convincente nell’invitarli a
ripartire immediatamente per i Monti di Mola, senza nemmeno la doccia. Poi in
macchina costruiva la sua storia musicale in sardo, correggendo e cancellando
con la matita più volte il finale, alla faccia di ogni invenzione burocratica
capace di far saltare all’ultimo, la celebrazione:
“L’asina e questo
ragazzo si sposeranno, vero parroco? Ci penserai tu, a far sparire i documenti
da cui risultano cugini primi”.
venerdì 6 gennaio 2012
"Anticipi, posticipi" su Bresciaoggi.
Ieri, su Bresciaoggi, Flavio Marcolini così parlò di "Anticipi, posticipi"
giovedì 05 gennaio 2012 – CULTURA – Pagina 39
IN LIBRERIA. Per le edizioni Italic Pequod
Anticipi e posticipi
calcio e letteratura
per Francesco Savio
calcio e letteratura
per Francesco Savio
Dopo «Mio padre era bellissimo» il giovane bresciano cambia registro
Per le edizioni Italic Pequod esce in questi giorni «Anticipi, posticipi» (pagg. 188, euro 14), il secondo libro del giovane bresciano Francesco Savio, scritto questa volta in collaborazione con Antonio Gurrado e con la prefazione di Roberto Beccantini.
Dopo il fortunato «Mio padre era bellissimo» (2009) che nel corso del 2012 uscirà in Francia per la casa editrice parigina «Le dilettante», Savio torna qui a parlare con Gurrado del rapporto fra calcio e letteratura, mescolando e confondendo partite e libri, giocatori e scrittori. «Tutto inizia dai Mondiali 2010 - racconta il narratore - dal desiderio non realizzato di essere inviati da qualche testata giornalistica coraggiosa in Sudafrica, per commentare le partite del Campionato del Mondo. Ma non avendo parenti o conoscenti giornalisti in grado di raccomandarci, con Gurrado abbiamo trovato il modo di essere inviati, altrove però».
«Il Mondiale - spiega - si spostava da una città all´altra del Sudafrica, e noi eravamo invece a Milano, Parigi, Gravina di Puglia, Brescia. Dai Mondiali siamo poi passati alla serie A, scegliendo di settimana in settimana i nostri «anticipi» e i nostri «posticipi». Per i primi abbiamo individuato una partita che è stata grande anni fa, cercando di scovarne il motivo d´interesse nella smorfia dimenticata di un campione, nella scena secondaria di un film, in una spiazzante indagine sociologica. Per i secondi abbiamo chiesto ogni domenica ad uno scrittore diverso (sovente deceduto) di accompagnarci sugli spalti di uno stadio o davanti al decoder, trovando una frase, una descrizione, un´ interiezione che desse un appiglio al campionato in corso, altrimenti insensato».
Ne è uscito questo bizzarro almanacco fra il calcistico e il letterario, una sorta di creativo album delle figurine. Annota: «Oggi si usa lo sport più popolare per sbriciolare quel poco che resta del cervello di un popolo gi! à imbottito da troppa cultura televisiva. Ma “Anticipi, pos! ticipi” non è propriamente un libro sul calcio. Chi si aspetterebbe di veder sbucare all´improvviso in una partita di pallone Henry David Thoreau, John Cheever o Richard Yates? Eppure in queste pagine questo accade. Non sarebbe bello se qualche giornale inviasse questi due cronisti letterari direttamente sui campi per raccontarci di Mario Balotelli e Aldo Busi, di Andrea Pirlo e di Franz Kafka?»
Dopo il fortunato «Mio padre era bellissimo» (2009) che nel corso del 2012 uscirà in Francia per la casa editrice parigina «Le dilettante», Savio torna qui a parlare con Gurrado del rapporto fra calcio e letteratura, mescolando e confondendo partite e libri, giocatori e scrittori. «Tutto inizia dai Mondiali 2010 - racconta il narratore - dal desiderio non realizzato di essere inviati da qualche testata giornalistica coraggiosa in Sudafrica, per commentare le partite del Campionato del Mondo. Ma non avendo parenti o conoscenti giornalisti in grado di raccomandarci, con Gurrado abbiamo trovato il modo di essere inviati, altrove però».
«Il Mondiale - spiega - si spostava da una città all´altra del Sudafrica, e noi eravamo invece a Milano, Parigi, Gravina di Puglia, Brescia. Dai Mondiali siamo poi passati alla serie A, scegliendo di settimana in settimana i nostri «anticipi» e i nostri «posticipi». Per i primi abbiamo individuato una partita che è stata grande anni fa, cercando di scovarne il motivo d´interesse nella smorfia dimenticata di un campione, nella scena secondaria di un film, in una spiazzante indagine sociologica. Per i secondi abbiamo chiesto ogni domenica ad uno scrittore diverso (sovente deceduto) di accompagnarci sugli spalti di uno stadio o davanti al decoder, trovando una frase, una descrizione, un´ interiezione che desse un appiglio al campionato in corso, altrimenti insensato».
Ne è uscito questo bizzarro almanacco fra il calcistico e il letterario, una sorta di creativo album delle figurine. Annota: «Oggi si usa lo sport più popolare per sbriciolare quel poco che resta del cervello di un popolo gi! à imbottito da troppa cultura televisiva. Ma “Anticipi, pos! ticipi” non è propriamente un libro sul calcio. Chi si aspetterebbe di veder sbucare all´improvviso in una partita di pallone Henry David Thoreau, John Cheever o Richard Yates? Eppure in queste pagine questo accade. Non sarebbe bello se qualche giornale inviasse questi due cronisti letterari direttamente sui campi per raccontarci di Mario Balotelli e Aldo Busi, di Andrea Pirlo e di Franz Kafka?»
lunedì 19 dicembre 2011
Il posticipo_ Juventus-Novara (Mangiare agnolotti stanca)
Probabilmente non erano trascorsi molti giorni da quando era
andato per una stradicciuola di campagna, tutta deserta, col tumulto in cuore,
portandosi dietro una rivoltella. Per questo, quando domenica mattina ho visto
a Torino il soprabito che lo conteneva, magro e pallido, stazionare immobile
eppure tremante sotto la pioggia battente appena fuori la Galleria Natta, ho
chiesto a Marco di accostare.
”Ciao Cesare, per prima cosa dimmi cosa ci fai qui a prendere l’acqua come un albero, e perché non fai due passi più in là in modo da ripararti sotto la Galleria, dove non piove.”
”Perché sono innamorato di Pucci, Francesco, e la sto aspettando, da sei ore.”
”Ma Cesare, ti pare il caso di star qui a morire? Per una che si chiama Pucci, poi? E l’intensità del tuo amore, non sarà mica diversa se aspetti al coperto?”
Pavese non rispondeva e batteva i denti, mentre era quasi mezzogiorno.
”Sicuro che l’appuntamento non fosse per le sei di sera?”
In ogni caso, in due anche un grande poeta riesci a caricarlo sull’automobile, così l’abbiamo spinto dentro, abbiamo acceso il riscaldamento fino ad asciugarlo, muovendoci con decisione lungo le vie di una Torino fredda fa provvista di sole.
”Stavi lì ancora un po’ e ti beccavi una bella pleurite, Cesare. Per una che si chiama Pucci. Poi in primavera voglio vederti a stare a casa quando i tuoi amici vanno sul Po a farsi lunghe nuotate per scacciare il tedio e il dolore della anima.”
Giunti all’Albergo Roma: un piatto di agnolotti del plin, un bicchiere di vino rosso delle Langhe. Cesare si pulisce gli occhiali, fuma e sfoglia affranto o felice Tuttosport.
”Ho diciotto anni. Sono incapace, pigro, malcerto, debole, mezzo matto. Mai, mai potrò farmi una posizione stabile in ciò che si chiama la riuscita della vita. Eppure, sapete che vi dico? Che sono piemontese e allora oggi vengo allo stadio con voi, perché giocano Juventus e Novara. Mi distende i nervi guardare le partite di pallone, e se Silvio Piola dovesse confermarsi sui livelli delle ultime giornate, per la Juventus saranno dolori!”
Dentro la nuova nave grigia con righe tricolori che brilla, proviamo ad attirare l’attenzione del presidente Andrea Agnelli fumante sigaretta in cappotto blu. In un momento di sorprendente entusiasmo, agito addirittura una mano e dichiaro al vuoto:
”Presidente, sono Savio! E volevo...”
Cesare mi tira giù per un braccio.
”Guarda che non ti sente. Siamo dalla parte opposta, e poi queste cose noi timidi non le facciamo.”
Ma poi è lui ad alzarsi e a declamare in direzione di Agnelli:
”Presidente, la poesia è dappertutto! Un qualunque sentimento è poesia! E questo dono divino è l’unica cosa veramente nostra, perché la scienza è, sotto un certo aspetto, una realtà di tutti e di nessuno!"
Al terzo minuto del primo tempo ci ritrovavamo tutti quarantamila in piedi, per applaudire una bella azione che terminava con la rete di Pepe su intelligente cross rasoterra del galoppante De Ceglie. Juventus 1, Novara 0. Seduti. Poi ci saremmo alzati in altre circostanze, per occasioni clamorose sfumate sul più bello: Marchisio, Giaccherini, Pepe, Quagliarella, Del Piero. Tutti bravi a fare goal, quasi. Il volenteroso Novara, seppur privo del capitano Piola, teneva botta il possibile, sovrastato dai propri limiti tecnici, e il risultato restava così in bilico fino settantacinquesimo quando Quagliarella ritornava centravanti 364 giorni dopo l’ultima volta, girando in rete di testa un calcio d’angolo di Andrea Pirlo.
”Ciao Cesare, per prima cosa dimmi cosa ci fai qui a prendere l’acqua come un albero, e perché non fai due passi più in là in modo da ripararti sotto la Galleria, dove non piove.”
”Perché sono innamorato di Pucci, Francesco, e la sto aspettando, da sei ore.”
”Ma Cesare, ti pare il caso di star qui a morire? Per una che si chiama Pucci, poi? E l’intensità del tuo amore, non sarà mica diversa se aspetti al coperto?”
Pavese non rispondeva e batteva i denti, mentre era quasi mezzogiorno.
”Sicuro che l’appuntamento non fosse per le sei di sera?”
In ogni caso, in due anche un grande poeta riesci a caricarlo sull’automobile, così l’abbiamo spinto dentro, abbiamo acceso il riscaldamento fino ad asciugarlo, muovendoci con decisione lungo le vie di una Torino fredda fa provvista di sole.
”Stavi lì ancora un po’ e ti beccavi una bella pleurite, Cesare. Per una che si chiama Pucci. Poi in primavera voglio vederti a stare a casa quando i tuoi amici vanno sul Po a farsi lunghe nuotate per scacciare il tedio e il dolore della anima.”
Giunti all’Albergo Roma: un piatto di agnolotti del plin, un bicchiere di vino rosso delle Langhe. Cesare si pulisce gli occhiali, fuma e sfoglia affranto o felice Tuttosport.
”Ho diciotto anni. Sono incapace, pigro, malcerto, debole, mezzo matto. Mai, mai potrò farmi una posizione stabile in ciò che si chiama la riuscita della vita. Eppure, sapete che vi dico? Che sono piemontese e allora oggi vengo allo stadio con voi, perché giocano Juventus e Novara. Mi distende i nervi guardare le partite di pallone, e se Silvio Piola dovesse confermarsi sui livelli delle ultime giornate, per la Juventus saranno dolori!”
Dentro la nuova nave grigia con righe tricolori che brilla, proviamo ad attirare l’attenzione del presidente Andrea Agnelli fumante sigaretta in cappotto blu. In un momento di sorprendente entusiasmo, agito addirittura una mano e dichiaro al vuoto:
”Presidente, sono Savio! E volevo...”
Cesare mi tira giù per un braccio.
”Guarda che non ti sente. Siamo dalla parte opposta, e poi queste cose noi timidi non le facciamo.”
Ma poi è lui ad alzarsi e a declamare in direzione di Agnelli:
”Presidente, la poesia è dappertutto! Un qualunque sentimento è poesia! E questo dono divino è l’unica cosa veramente nostra, perché la scienza è, sotto un certo aspetto, una realtà di tutti e di nessuno!"
Al terzo minuto del primo tempo ci ritrovavamo tutti quarantamila in piedi, per applaudire una bella azione che terminava con la rete di Pepe su intelligente cross rasoterra del galoppante De Ceglie. Juventus 1, Novara 0. Seduti. Poi ci saremmo alzati in altre circostanze, per occasioni clamorose sfumate sul più bello: Marchisio, Giaccherini, Pepe, Quagliarella, Del Piero. Tutti bravi a fare goal, quasi. Il volenteroso Novara, seppur privo del capitano Piola, teneva botta il possibile, sovrastato dai propri limiti tecnici, e il risultato restava così in bilico fino settantacinquesimo quando Quagliarella ritornava centravanti 364 giorni dopo l’ultima volta, girando in rete di testa un calcio d’angolo di Andrea Pirlo.
Uscendo dallo stadio con la voglia di voltarsi indietro a
guardarlo ancora, Cesare preferiva proseguire da solo, a piedi:
”Grazie ragazzi, mi sono divertito. E’ stato un buon pomeriggio. Ora ritorno fuori dal Caffè-Concerto La meridiana in Galleria Natta ad aspettare quella ballerina. Ma non lo farò in eterno, e non mi ammalerò. Invece studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace”.
”Grazie ragazzi, mi sono divertito. E’ stato un buon pomeriggio. Ora ritorno fuori dal Caffè-Concerto La meridiana in Galleria Natta ad aspettare quella ballerina. Ma non lo farò in eterno, e non mi ammalerò. Invece studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace”.
martedì 13 dicembre 2011
Il posticipo_Roma-Juventus (Un asturiano a Roma)
Dopo l’ennesimo aumento della
benzina, alla fine la popolazione era esplosa. Adesso Presidente della
Repubblica e del Consiglio ciondolavano
impercettibilmente appesi per i piedi alla pensilina di un distributore di
carburante.
Erano trascorsi pochi mesi
dall’avvento dell’asturiano nella città eterna, ma lo spettacolare atterraggio
di Luis Enrique nel prato del galoppatoio a Villa Borghese a bordo della sua
aeronave spaziale pareva solo un lontano ricordo. Così come l’emozione pallida
di Federico Fellini nello scorgere il disco volante dal Pincio dove si trovava
scendere leggero, prima d’incontrare verso le diciannove lo scrittore Ennio
Flaiano e abbracciarlo, in lacrime.
“Vivremo in un modo nuovo e semplice
Ennio. Avremo una veloce pazienza nel far girare la palla, quasi come il
Barcellona. L’aeronave è un’enorme meraviglia lucente. Gialla come il sole,
rossa come il cuore mio”.
Il Presidente del Consiglio poi
aveva fatto recintare il disco volante, permettendone però la visita mediante pagamento di una tassa a
favore di certe opere assistenziali cattoliche. Il Presidente della Repubblica
invece aveva ricevuto l’asturiano al Quirinale, interrompendo addirittura il
tour promozionale per l’uscita del suo inutile libro, con grande sgomento delle
genti corrotte o rimbambite già pronte ad applaudirlo per strada o nelle
università. Nessuno come gli italiani era abile a volare in soccorso al
vincitore.
La vita dei partiti sembrava
essersi fermata. Ignobili adulatori di ogni schieramento strisciavano ai piedi
del nuovo Premier, e balbettavano il loro assenso a una manovra iniqua,
fingendo di non guardare l’asturiano presente in visita alla Camera dei
deputati, ben sapendo che egli, li osservava tutti.
“L’Osservatore Romano” infine,
nella consueta rubrica “Nostre informazioni”, aveva segnato tra i nomi delle
persone che il Santo Padre aveva accolto in udienza privata anche quello di
Luis Enrique, relegandolo però nell’elenco stilato per ordine d’importanza agli
ultimi posti, si dice perché l’asturiano aveva preteso chiarimenti riguardo al
versamento dell’Ici nelle casse dello Stato.
Il giorno in cui un ignaro
benzinaio aveva esposto senza pensarci troppo il cartello Benzina Verde 1710 euro al Litro, era stato l’inizio della fine. In
un rigurgito d’orgoglio, il popolo aveva smesso di lavorare, smesso di cucinare
e si era diretto verso i luoghi del potere. I deputati presenti (pochi), i ministri
del nuovo Governo, il Presidente del Consiglio e della Repubblica erano stati
giustiziati e trascinati fino al distributore di carburante dove i rivoltosi avevano ritenuto esserci la
pensilina più adatta all’esposizione.
Ma in Italia anche la folla più inferocita, non rinuncia mai alla partita. Per
questo il fiume di persone aveva preso la direzione dello Stadio Olimpico, e
sfondato i tornelli aveva assistito dal vivo al primo incontro di Serie A
trasmesso in 3D: Roma-Juventus.
Sul terreno di gioco, invece
dello spettatore televisivo sembrava Arturo Vidal quello indossante gli
occhialetti tridimensionali quando, al sesto minuto dl primo tempo, ciccava
clamorosamente un’innocua conclusione di De Rossi facendola terminare alle
spalle di Buffon. Ne usciva fuori una bella partita. Una Roma coraggiosamente
schierata con l’esordiente capitano della primavera Viviani a centrocampo,
ribatteva azione dopo azione ai tentativi di rimonta juventina che si
concretizzavano solo al 61’ grazie ad un colpo di testa di Chiellini. Solo un
minuto dopo, Vidal rimetteva nuovamente quei maledetti occhialini senza i quali
era stato uno dei migliori in campo, giusto in tempo per fare fallo a Lamela in
area di rigore. Totti calciava di potenza, ma Buffon respingeva. Il risultato
non sarebbe più cambiato, lasciando agli osservatori la sensazione di un emozionante
pareggio che avrebbe potuto essere anche altro.
Eppure, più forte del rumore
giallorosso, qualcuno alla fine aveva gridato: “A asturiano!...”.
Luis Enrique si era subito voltato
e ancora una volta l’inno della Roma era stato sovrastato da un suono lungo,
straziante, plebeo. L’allenatore asturiano aveva fissato a testa alta la
tribuna Monte Mario, senza riuscire a identificare l’autore del vile gesto
sonoro. Poi una pernacchia ancora più forte, multipla, fragorosa, l’aveva
spinto a volgere di nuovo lo sguardo al solitario contestatore, urlando:
“Italiano: mascalzone!”
sabato 10 dicembre 2011
Anticipi e posticipi a Pavia
Oggi, alla Nuova Libreria Il Delfino di Pavia (Piazza Vittoria 11), io e Antonio Gurrado riveleremo chi tra noi è Gianluca Vialli, e chi Roberto Mancini. Arbitrerà Roberto Torti de La Provincia Pavese. Se la presentazione di "Anticipi, posticipi" (Italic peQuod) dovesse terminare 0-0, si andrebbe direttamente ai calci di rigore.
lunedì 5 dicembre 2011
Il posticipo_Genoa-Milan (Da Quarto a Marassi, con Bianciardi e lacrimogeni)
Quando avevo appena gli anni per
saper leggere, mio padre mi mise in mano Da
Quarto a Torino. “L’ha scritto Luciano Bianciardi,” mi spiegò “ma adesso io
torno a fare i materassi. Tu invece fai un po’ quello che vuoi.”
Da allora, credo che non sia
passata stagione senza che io ragazzo rileggessi quelle pagine, affascinato da
questo scrittore di Grosseto che si guadagnava da vivere traducendo, sei ore al
giorno, tutti i giorni, e che dedicava solo il fine settimana alla sua
scrittura.
All’epoca della breve storia della spedizione dei Mille,
Luciano viveva a Milano da sei anni. Dove?
Una volta adulto, mi sono
incamminato senza incertezze verso via Monterosa. Bianciardi abitava lì, ed
essendo sabato, stava scrivendo cose sue. Ma se l’avessi convinto a tirar fuori
dal garage il suo vecchio Bibliobus,
saremmo arrivati a Genova in orario per aspettare impazienti con gli altri,
distesi per terra, alla foce del Bisagno e sulla scogliera di Quarto, il
tenente colonnello Nino Bixio passarci a prendere con il Piemonte e il Lombardo,
le due navi gentilmente prestate da Giovan Battista Fauché, direttore della
società Rubattino. Ma il tempo passava, e il Generale Garibaldi si spazientiva,
preoccupato che tutti quegli uomini in mare potessero dare troppo nell’occhio.
Poi, da sotto il poncho una
vibrazione. L’eroe dei due mondi a
tastarsi dappertutto: nei pantaloni di flanella grigia, nei taschini della
camicia rossa, fino a trovarlo, il suo blackberry, e sullo schermo illuminato
il messaggio del Bixio:
“Giuseppe, siamo in ritardo.
Abbiamo avuto problemi a scaldare le macchine, ad avviare le ruote, ad
imbarcare sul Lombardo i mille
fucilacci del La Farina. Ingannate il tempo, almeno due ore.”
Meglio tornare indietro con le
barche quindi, e con gli altri Cacciatori
delle Alpi fare finta di niente, disperdersi e fischiettare, passeggiando sulla
riva prima di sparpagliarsi dandosi appuntamento a dopo. E già che ci siamo,
con Bianciardi schiacciare l’acceleratore del furgone che una volta usava per
portare i libri nelle campagne toscane e andare a Marassi, dove Genoa e Milan
si fronteggiano per la tredicesima giornata di campionato.
Allo stadio tutti piangono, ma
non è una brutta partita. Ci raccontano, a me e a Luciano, che il Milan ha già
avuto due grandi occasioni, entrambe con Nocerino. La prima sventata con la
punta del piede dall’inesauribile Marco Rossi, abile a togliere il pallone
dall’orizzonte con goal del centrocampista rossonero. La seconda una gran
parata di Frey. Poi, fuori dallo stadio sono partiti dei lacrimogeni, il pianto
si è trasferito anche dentro, e l’intervallo ha sorpreso le due squadre sullo
zero a zero. Al cinquantacinquesimo però, l’ancora commosso Kaladze falcia
spudoratamente Ibrahimovic in area di rigore. Espulso, e Zlatan dal dischetto
buca la rete: Genoa 0, Milan 1. E’ finita, ma come prevede il regolamento si
prosegue fino al novantesimo. Robinho riesce ad alzare un pallone sopra la
traversa a meno di un metro dalla riga di porta, il grottesco centravanti
Pratto finalmente si smarca e calcia verso Amelia, ma il tiro termina in fallo
laterale. Al settantanovesimo Nocerino fissa il risultato sul due a zero
appoggiando in porta da pochi passi l’assist di Boateng.
Durante il viaggio di ritorno verso
Quarto, Bianciardi borbotta e guida come uno che non ha più niente a che fare
con il resto del mondo. Mentre allenta i bottoni della sua camicia rossa, riesco
a chiedergli solamente in quale ruolo preferisce giocare, e se la vita era più
agra ai suoi tempi, o ai miei. Luciano mi risponde:
“Io, come al solito gioco centromediano,
metodista. Oggi si dice centrocampista. Coordino, imposto, a volte concludo.
Stop di ginocchio, finta di corpo al piccoletto, che ormai non ride più perché
regolarmente con la palla sono io che lo dribblo, palla all’ala, che centra,
testa e rete. Schema classico. Ma lo scatto non è più quello di un tempo, il
fiato neanche, ogni tanto devo fermami a riprenderlo. Ora la vita è sicuramente
meno agra. Non si stenta ad arrivare alla fine del mese, non si saltano più
cene, ci possiamo permettere di bere un bicchiere buono. Però, se la vita oggi
è meno agra, è anche molto più confusa. I valori si confondono, le persone
cambiano faccia, e ci si sente male. In un modo diverso, ma forse più di
prima.”
lunedì 28 novembre 2011
Il posticipo_Lazio-Juventus (Lo straniero Pepe Meursault)

Il giorno in cui Simone Pepe Meursault si rese conto che il ruolo dell’ala destra era scomparso, andò dal suo principale per chiedere due giorni di libertà. Con una scusa simile non poteva dirgli di no, ma non aveva l’aria contenta. Simone aggiunse perfino: “Non è colpa mia”.
Dopo aver mangiato come al solito in trattoria da Celeste, aveva dovuto correre per non perdere l’autobus. L’ospizio era a due chilometri, il direttore era stato comprensivo prima di spiegare che aveva già provveduto a trasportare l’ala destra defunta nel loro piccolo obitorio, per non impressionare gli altri: “Ogni volta che un ruolo muore, gli altri sono nervosi per due o tre giorni, e questo rende difficile il servizio”.
Al funerale Meursault non aveva pianto, non aveva tradito nessuna emozione. Aveva fumato una sigaretta, il cielo era pieno di macchie rosa, si stava preparando una bella giornata. Con il sabato libero era andato al mare a fare il bagno, a baciarsi con Maria. Poi a casa si era annoiato, fino a quando non aveva deciso di girare la sedia, appoggiare i gomiti allo schienale e guardare quello che accadeva giù in strada. Passavano i tram che portavano allo stadio Olimpico grappoli di spettatori stipati sui predellini, attaccati ai parapetti. Quindi i giocatori di Lazio e Juventus con le loro borse di allenamento. Urlavano e cantavano cori per caricarsi, salutavano la gente che li incitava o fischiava a seconda del tifo di appartenenza. Sul tram biancoceleste, che l’esperto Edy Reja pilotava con sicurezza fendendo ali di folla, il capitano Rocchi continuava i festeggiamenti per i 100 goal realizzati con la maglia della Lazio, applaudito da tutti eccetto il deluso Cissè, in disparte e col broncio per l’esclusione dall’undici iniziale. Su quello bianconero, l’autista Alessandro Del Piero guidava spericolato per sfogare la rabbia della sesta panchina consecutiva, ma rispettando come gli era solito anche nei momenti difficili il codice della strada. Anzi, guardando verso l’alto i palazzi e i colori di Algeri, aveva pure frenato di colpo quando aveva scorto al secondo piano Meursalt alla finestra guardare giù, imbambolato o sognante.
“Simone! Ti sei dimenticato che stasera devi giocare?! E va bene, avrai la maglia numero 7”.
Allora per concentrasi prima della partita una passeggiata sulla spiaggia, in uno straordinario silenzio sinonimo di felicità, interrotto solo da quattro colpi di pistola. Lontano il riflesso lucente della lama di un coltello, un arabo a terra. L’assassino di fronte a lui, accecato da una sventura luminosa.
Portato in carcere, sdraiato sulla branda con le mani dietro la nuca, la consapevolezza che perfino in cella, non si è mai completamente infelici. Dal buco con le sbarre si può vedere ancora il mare, anticipato dallo stadio.
Una squadra rosa, e una azzurra, si fronteggiano per conquistare il primo posto in classifica. Ne viene fuori una sfida aperta che recita la scena principale al trentacinquesimo del primo tempo: Rocchi tira a colpo sicuro, ma Buffon riesce a respingere. L’azione bianconera riparte immediatamente, e diciassette secondi dopo Pepe Maursault batte un rigore in movimento e spiazza Marchetti dopo una rapida e letale combinazione Vucinic-Matri. Lazio 0, Juventus 1. L’ala che in estate doveva essere venduta per fare spazio a stranieri più affascinanti esulta, mandando nella buca del calcio d’angolo una pallina da golf, frutto della sua immaginazione. Poi continua per il resto dell’incontro a fare avanti e indietro sulla fascia destra come un forsennato, accompagnato dal motorino svizzero Lichtsteiner.
Nel secondo tempo la Lazio attacca con veemenza, spegnendosi però dopo un gran palo colpito da Hernanes e un’altra parata di Buffon su tiro a girare di Klose. C’è ancora spazio per un miracolo di Marchetti su Giaccherini e per un nuovo legno, questa volta su un improvviso diagonale di Matri.
Dopo aver mangiato come al solito in trattoria da Celeste, aveva dovuto correre per non perdere l’autobus. L’ospizio era a due chilometri, il direttore era stato comprensivo prima di spiegare che aveva già provveduto a trasportare l’ala destra defunta nel loro piccolo obitorio, per non impressionare gli altri: “Ogni volta che un ruolo muore, gli altri sono nervosi per due o tre giorni, e questo rende difficile il servizio”.
Al funerale Meursault non aveva pianto, non aveva tradito nessuna emozione. Aveva fumato una sigaretta, il cielo era pieno di macchie rosa, si stava preparando una bella giornata. Con il sabato libero era andato al mare a fare il bagno, a baciarsi con Maria. Poi a casa si era annoiato, fino a quando non aveva deciso di girare la sedia, appoggiare i gomiti allo schienale e guardare quello che accadeva giù in strada. Passavano i tram che portavano allo stadio Olimpico grappoli di spettatori stipati sui predellini, attaccati ai parapetti. Quindi i giocatori di Lazio e Juventus con le loro borse di allenamento. Urlavano e cantavano cori per caricarsi, salutavano la gente che li incitava o fischiava a seconda del tifo di appartenenza. Sul tram biancoceleste, che l’esperto Edy Reja pilotava con sicurezza fendendo ali di folla, il capitano Rocchi continuava i festeggiamenti per i 100 goal realizzati con la maglia della Lazio, applaudito da tutti eccetto il deluso Cissè, in disparte e col broncio per l’esclusione dall’undici iniziale. Su quello bianconero, l’autista Alessandro Del Piero guidava spericolato per sfogare la rabbia della sesta panchina consecutiva, ma rispettando come gli era solito anche nei momenti difficili il codice della strada. Anzi, guardando verso l’alto i palazzi e i colori di Algeri, aveva pure frenato di colpo quando aveva scorto al secondo piano Meursalt alla finestra guardare giù, imbambolato o sognante.
“Simone! Ti sei dimenticato che stasera devi giocare?! E va bene, avrai la maglia numero 7”.
Allora per concentrasi prima della partita una passeggiata sulla spiaggia, in uno straordinario silenzio sinonimo di felicità, interrotto solo da quattro colpi di pistola. Lontano il riflesso lucente della lama di un coltello, un arabo a terra. L’assassino di fronte a lui, accecato da una sventura luminosa.
Portato in carcere, sdraiato sulla branda con le mani dietro la nuca, la consapevolezza che perfino in cella, non si è mai completamente infelici. Dal buco con le sbarre si può vedere ancora il mare, anticipato dallo stadio.
Una squadra rosa, e una azzurra, si fronteggiano per conquistare il primo posto in classifica. Ne viene fuori una sfida aperta che recita la scena principale al trentacinquesimo del primo tempo: Rocchi tira a colpo sicuro, ma Buffon riesce a respingere. L’azione bianconera riparte immediatamente, e diciassette secondi dopo Pepe Maursault batte un rigore in movimento e spiazza Marchetti dopo una rapida e letale combinazione Vucinic-Matri. Lazio 0, Juventus 1. L’ala che in estate doveva essere venduta per fare spazio a stranieri più affascinanti esulta, mandando nella buca del calcio d’angolo una pallina da golf, frutto della sua immaginazione. Poi continua per il resto dell’incontro a fare avanti e indietro sulla fascia destra come un forsennato, accompagnato dal motorino svizzero Lichtsteiner.
Nel secondo tempo la Lazio attacca con veemenza, spegnendosi però dopo un gran palo colpito da Hernanes e un’altra parata di Buffon su tiro a girare di Klose. C’è ancora spazio per un miracolo di Marchetti su Giaccherini e per un nuovo legno, questa volta su un improvviso diagonale di Matri.
In galera, è giunta l’ora dell’ultima notte prima di essere condannato a morte. Chi ha ucciso, trova sollievo nella somiglianza tra l’indifferenza propria e quella del mondo. E perché tutto sia consumato, per evitare di essere solo, non può che augurarsi che ci siano molti spettatori il giorno dell’esecuzione, pronte ad accoglierlo con grida di odio.
domenica 20 novembre 2011
Il posticipo_Fiorentina-Milan (La colazione di Stevan Vonnegut Jovetic)

Il sospetto che tutti gli uomini tranne lui fossero dei robot giunse nel cervello di Jovetic appena dopo colazione. Il tempo di digerire i cereali della General Mills Inc. e la decisione: far scivolare le dita sullo schermo del suo Iphone fino a “Delio Rossi”, chiamare il neoallenatore gigliato per comunicargli due cose:
“Mister: i muscoli profondi dell’anca mi fanno ancora male, contro il Milan sabato non ci potrò essere. Mister: in base al romanzo di Kilgore Trout che sto leggendo, ho capito che io sono l’unica creatura sulla terra dotata di libero arbitrio, e la cosa mi fa una certa impressione.”
Curioso tipo questo Kilgore Trout, delirante e spiantato scrittore di fantascienza, cinquantaquattrenne autore di centodiciassette romanzi e duemila racconti eppure sconosciuto a principale e colleghi, almeno fino a quando non aveva ricevuto, da parte dell’ammiratore Jovetic, l’invito alla partita di Firenze, anticipata per l’occasione allo stadio Franchi dal simposio “Il futuro del romanzo italiano nell’era di Alessandro Baricco e Bobby Saviano”.
E allora via in autostop verso la meta, trasportato da camionisti, con tappa per dormire in un cinema della provincia toscana, di certo più economico di una notte in albergo, al cinema come fanno i barboni, che infatti non mancavano nelle ultime file. Nel dormiveglia Kilgore, braccato all’interno del racconto dal suo creatore Kurt Vonnegut deciso a regalarsi qualcosa d’infantile per il suo cinquantesimo compleanno, proprio non poteva fare a meno di pensare:
“Non so chi siano Baricco e Saviano (mi dicono il primo un noioso mestierante della penna che nel suo ultimo romanzo purtroppo fa smettere di scrivere il protagonista invece che se stesso, il secondo un ex scrittore ora indignato di professione anche a New York, ma con biglietto pagato in Business Class). Io no so chi siano ripeto, ma so cosa significa passare una nottata in compagnia di un bel po’ di barboni in un cinema. Al simposio vogliamo parlare di questo?”
Jovetic intanto attendeva nelle vicinanze dello stadio, passeggiando su e giù con un occhio al suo orologio montenegrino, guardando gli altri tifosi come fossero robot, fiducioso che Kilgore potesse offrirgli un punto di vista nuovissimo sulla vita, o quantomeno sulla partita.
“Mi sono perso. Ho bisogno di qualcuno che mi prenda e mi conduca fuori dal bosco.”
Poi in tribuna, al fianco di un Trout indossante occhiali con lenti argentate, come specchi-falle verso altri mondi, osservando i movimenti sul campo di fiorentini e rossoneri, pensando a cosa avrebbe fatto lui, unico dotato di libero arbitrio, al posto loro, i novanta minuti erano trascorsi in un baleno. Un Milan migliore, non riusciva a vincere a causa di un goal di Seedorf annullato ingiustamente, di un rigore e mezzo non concesso, di un palo di Pato. Gli uomini di Delio Rossi, ancora scosso dalla strana telefonata mattutina del suo talento più importante, riuscivano a portare a casa un pareggio fatto di organizzazione difensiva, e un pizzico di fortuna. Fiorentina 0, Milan 0.
Nel dopo gara, al bar dello stadio, lo scrittore prima confortava il trequartista Stevan:
“Questo non è il tipo di posticipo in cui alla fine la gente ha quello che si merita. Ma tu, caro Jo-Jo, non farci caso. Alcuni sembrano averti in simpatia, altri in odio, e tu devi chiedertene il perché. Non sono altro che macchine simpatizzatrici e macchine odiatrici. Sei abbattuto, demoralizzato. Perché non dovresti esserlo? Naturalmente è stancante dover ragionare sempre in un universo che non è stato fatto per essere ragionevole.”
Poi, prima di salutarlo versando una lacrima lunga, lo implorava:
“Tu che assomigli al mio creatore Vonnegut da ragazzo, con lo stesso genio e gli stessi ricci giganti, esaudisci l’unica richiesta che gli ho gridato, nell’ultima riga de La colazione dei campioni (ovvero Addio, triste lunedì!). Ti prego: fammi giovane, fammi giovane, fammi giovane!”
“Mister: i muscoli profondi dell’anca mi fanno ancora male, contro il Milan sabato non ci potrò essere. Mister: in base al romanzo di Kilgore Trout che sto leggendo, ho capito che io sono l’unica creatura sulla terra dotata di libero arbitrio, e la cosa mi fa una certa impressione.”
Curioso tipo questo Kilgore Trout, delirante e spiantato scrittore di fantascienza, cinquantaquattrenne autore di centodiciassette romanzi e duemila racconti eppure sconosciuto a principale e colleghi, almeno fino a quando non aveva ricevuto, da parte dell’ammiratore Jovetic, l’invito alla partita di Firenze, anticipata per l’occasione allo stadio Franchi dal simposio “Il futuro del romanzo italiano nell’era di Alessandro Baricco e Bobby Saviano”.
E allora via in autostop verso la meta, trasportato da camionisti, con tappa per dormire in un cinema della provincia toscana, di certo più economico di una notte in albergo, al cinema come fanno i barboni, che infatti non mancavano nelle ultime file. Nel dormiveglia Kilgore, braccato all’interno del racconto dal suo creatore Kurt Vonnegut deciso a regalarsi qualcosa d’infantile per il suo cinquantesimo compleanno, proprio non poteva fare a meno di pensare:
“Non so chi siano Baricco e Saviano (mi dicono il primo un noioso mestierante della penna che nel suo ultimo romanzo purtroppo fa smettere di scrivere il protagonista invece che se stesso, il secondo un ex scrittore ora indignato di professione anche a New York, ma con biglietto pagato in Business Class). Io no so chi siano ripeto, ma so cosa significa passare una nottata in compagnia di un bel po’ di barboni in un cinema. Al simposio vogliamo parlare di questo?”
Jovetic intanto attendeva nelle vicinanze dello stadio, passeggiando su e giù con un occhio al suo orologio montenegrino, guardando gli altri tifosi come fossero robot, fiducioso che Kilgore potesse offrirgli un punto di vista nuovissimo sulla vita, o quantomeno sulla partita.
“Mi sono perso. Ho bisogno di qualcuno che mi prenda e mi conduca fuori dal bosco.”
Poi in tribuna, al fianco di un Trout indossante occhiali con lenti argentate, come specchi-falle verso altri mondi, osservando i movimenti sul campo di fiorentini e rossoneri, pensando a cosa avrebbe fatto lui, unico dotato di libero arbitrio, al posto loro, i novanta minuti erano trascorsi in un baleno. Un Milan migliore, non riusciva a vincere a causa di un goal di Seedorf annullato ingiustamente, di un rigore e mezzo non concesso, di un palo di Pato. Gli uomini di Delio Rossi, ancora scosso dalla strana telefonata mattutina del suo talento più importante, riuscivano a portare a casa un pareggio fatto di organizzazione difensiva, e un pizzico di fortuna. Fiorentina 0, Milan 0.
Nel dopo gara, al bar dello stadio, lo scrittore prima confortava il trequartista Stevan:
“Questo non è il tipo di posticipo in cui alla fine la gente ha quello che si merita. Ma tu, caro Jo-Jo, non farci caso. Alcuni sembrano averti in simpatia, altri in odio, e tu devi chiedertene il perché. Non sono altro che macchine simpatizzatrici e macchine odiatrici. Sei abbattuto, demoralizzato. Perché non dovresti esserlo? Naturalmente è stancante dover ragionare sempre in un universo che non è stato fatto per essere ragionevole.”
Poi, prima di salutarlo versando una lacrima lunga, lo implorava:
“Tu che assomigli al mio creatore Vonnegut da ragazzo, con lo stesso genio e gli stessi ricci giganti, esaudisci l’unica richiesta che gli ho gridato, nell’ultima riga de La colazione dei campioni (ovvero Addio, triste lunedì!). Ti prego: fammi giovane, fammi giovane, fammi giovane!”
martedì 15 novembre 2011
L'intervista del secolo
Oggi sul Secolo d'Italia Roberto Alfatti Appetiti parla di "Anticipi, posticipi"."Anticipi, posticipi" di Savio e Gurrado, un libro per innamorati del pallone: parola dei "gemelli del blog"
Qui sotto invece la mia intervista completa (ovvero l'intervista del secolo):
Come si sono trovati Savio il romantico e Gurrado lo storico, cosa vi unisce e cosa vi divide?
Chiedo scusa, ma fatico a ricordare. Qualcuno, forse Luciano Moggi o il comune amico scrittore Livio Romano, mi segnalò il talento di Gurrado. Andai a controllare. Dai suoi scritti traspariva una forza controllata, uno stile, che non mi lasciò indifferente. Mi univa a lui qualcosa, lo sentivo, come nati per caso distanti (lui a Bari, io a Brescia) ma in fondo simili. Lo storico e il romantico, vero, ma la distinzione non è così netta. Io passo molto tempo guardando Rai Storia, ad esempio, e mi risulta che Gurrado ne trascorra altrettanto seguendo le trasmissioni di Rai Romantica. Eppure, devo ammetterlo, non posso negare di essere romantico. Non esistono più gli uomini di una volta, si dice, e onestamente penso di essere uno dei pochi che va ancora allo stadio con un mazzo di fiori.
Mi divide da Antonio la scelta della squadra del cuore: lui del Milan, io della Juventus. Ma non essendo tifosi nel senso peggiore del termine, è più che altro una distinzione di righe verticali da abbinare al nero. Rosse nel suo caso, bianche nel mio. Mi unisce a Gurrado un certo modo di vedere il calcio, direi sospeso tra quello che accade in campo, dentro la Tv, e ciò che succede invece in alcuni libri che amiamo.
Com'è nata l'idea del libro?
Grazie ai Mondiali del 2010. Al desiderio non realizzato di essere inviati da qualche testata giornalistica coraggiosa in Sudafrica, per commentare le partite del Campionato del Mondo. Abbiamo trovato comunque la maniera di farlo, altrove rispetto a dove avremmo voluto essere: Milano, Parigi, Gravina di Puglia, Brescia. Dai Mondiali siamo poi passati alla Serie A. In un calcio ormai spezzatino, vergognosamente privo di polenta, cosa non era stato mai fatto? Forse vivere gli Anticipi e i Posticipi scegliendo noi le partite da anticipare e posticipare. Nel passato, per quanto riguarda Gurrado, in un presente scelto invece dal posticipatore sia per quanto riguarda la partita fuori orario, sia per l’accompagnatore/scrittore vicino di posto sugli spalti, o sul divano.
Una volta scritti gli Anticipi e i Posticipi, abbiamo pensato alla bellezza di vederli raccolti in un libro, come un almanacco calcistico letterario, un album delle figurine di calciatori e scrittori.
Una volta scritti gli Anticipi e i Posticipi, abbiamo pensato alla bellezza di vederli raccolti in un libro, come un almanacco calcistico letterario, un album delle figurine di calciatori e scrittori.
Perché la dedica al Guerin sportivo?
Perché sono cresciuto leggendo il Guerin sportivo, anno dopo anno, superando anche, verso gli otto, lo schock di comprendere che il settimanale del guerriero in pantaloncini bianchi e canottiera verde che, con i piedi sulla V e sulla O, lanciava una penna come fosse un giavellotto, non si chiamava così perché anche mio padre di nome faceva Guerrino. Più avanti, il Guerin per me è stato una cura per resistere, mentre il calcio che avevo scoperto da ragazzino scompariva, inghiottito da troppi soldi, dal degrado culturale e sportivo di un popolo sempre più allo sbando, abile a dividersi in fazioni, religiosamente convinte di essere il bene contro il male, di avere comunque ragione. Anche oggi, vedo il Guerin come un ritrovo mensile di appassionati di calcio, che potrebbero tranquillamente trascorrere serate a parlare di pallone, senza recitare slogan come trasformati nell’avvocato difensore della propria squadra preferita. Insomma, il Guerin sportivo compie 100 anni, e ci pareva bello soffiare su quelle candeline.
Il calcio spezzettato e divorato dalle pay tv può tornare ai fasti comunitari e identitari del passato? avete una ricetta al riguardo?
Ci risiamo, ci danno lo spezzatino senza polenta. La polenta mancante è l’aspetto popolare del calcio che ci è stato sottratto. In una canzone il grande Giorgio Gaber, ironizzando sulla comparsa di campi da tennis in alcune fabbriche per far giocare anche gli operai al “gioco dei padroni”, ad un certo punto sbottava:
“Ma giocate al calcio, cazzo!”
Mi manca quest’aspetto popolare, ma più che lo spezzatino è l’immagine del calciatore come viene rappresentata oggi ad infastidirmi, una specie di star a tutto campo (non solo quello di gioco). E la deriva del giornalismo sportivo (e non solo sportivo), salvo rare eccezioni lasciato in mano a scribacchini mediocri assunti per raccomandazione, a provocatori, a tristi impiegati impolverati come i loro articoli, funzionali anche qui a chi li paga o alla squadra che devono sostenere e/o difendere.
Ricette, non ne vedo. Ci vorrebbe un azzeramento, simile a quello di cui avrebbe bisogno la classe politica e dirigente italiana. Ma anche questo non credo basterebbe. Il problema insanabile sta, a mio avviso, nella “malafede”, carattere distintivo secondo Curzio Malaparte del popolo italiano. E da un popolo in malafede io non mi aspetto e non pretendo nulla.
“Ma giocate al calcio, cazzo!”
Mi manca quest’aspetto popolare, ma più che lo spezzatino è l’immagine del calciatore come viene rappresentata oggi ad infastidirmi, una specie di star a tutto campo (non solo quello di gioco). E la deriva del giornalismo sportivo (e non solo sportivo), salvo rare eccezioni lasciato in mano a scribacchini mediocri assunti per raccomandazione, a provocatori, a tristi impiegati impolverati come i loro articoli, funzionali anche qui a chi li paga o alla squadra che devono sostenere e/o difendere.
Ricette, non ne vedo. Ci vorrebbe un azzeramento, simile a quello di cui avrebbe bisogno la classe politica e dirigente italiana. Ma anche questo non credo basterebbe. Il problema insanabile sta, a mio avviso, nella “malafede”, carattere distintivo secondo Curzio Malaparte del popolo italiano. E da un popolo in malafede io non mi aspetto e non pretendo nulla.
Quale è (o sono) la bandiera del calcio ancora in giro per i campi?
Ritengo Michel Platini e Diego Armando Maradona due bandiere del calcio mondiale. Una di buon governo, l’altra di opposizione.
Consigliereste a vostro figlio - quando ne avrete - di giocare al calcio oppure...
Certo, ma all’oratorio. Mio figlio comunque nascerà a gennaio, e sarà compito di suo padre porgli fin da subito una delle prime, fondamentali domande della vita:
“Ti senti più centrocampista o attaccante?”
“Ti senti più centrocampista o attaccante?”
Infine, un'autobiografia: chi sei, che fai e perché lo fai?
Sono Francesco Savio: libraio, scrittore, lettore per l’editore Giangiacomo Feltrinelli ma soprattutto ex trequartista. Faccio queste cose perché Andrea Agnelli non mi ha ancora chiamato alla Juventus. Per raccogliere i palloni alla fine di ogni allenamento, o allacciare le scarpe a Del Piero adesso che il capitano è vecchio e fatica a piegarsi con la schiena. Tuttavia, ringrazio il presidente bianconero per avermi scritto, un anno fa, un biglietto contenente delle frasi di apprezzamento per il mio primo romanzo “Mio padre era bellissimo”.
mercoledì 9 novembre 2011
Anticipi, posticipi

Da oggi, nelle migliori librerie: "Anticipi, posticipi".
Il mio nuovo libro, con Antonio Gurrado.
Prefazione di Roberto Beccantini.
Da quando la sacra domenica del pallone s’è parcellizzata in innumerevoli partite del pomeriggio prima alle 18, del giorno stesso alle 12:30, della sera dopo alle 20:45, è diventato impossibile seguire il calcio come uno sport immanente, vissuto sull'attimo, hic et nunc; è invece diventato obbligatorio considerarlo trascendentalmente, con lo sguardo strabicamente rivolto al passato e al futuro, in una catena ininterrotta di anticipi e posticipi.
Antonio Gurrado, che è uno storico, guarda all’indietro e domenica dopo domenica individua una partita che è stata grande anni e anni fa, scovandone il motivo d'interesse nella smorfia dimenticata di un campione, nella scena secondaria di un film, in una spiazzante indagine sociologica. Francesco Savio, che è un romantico, guarda in avanti e domenica dopo domenica chiede a uno scrittore diverso (sovente deceduto) di accompagnarlo sugli spalti di uno stadio o davanti al decoder di Sky, trovando una frase, una descrizione, un’interiezione che dia un appiglio eterno al campionato in corso, altrimenti insensato. Anticipi e posticipi raccoglie gli scritti occasionati dalla Serie A 2010-‘11 inseguendo a ogni giornata le maglie, la storia, l’ideale di insopprimibile bellezza che anche la partita più insospettabile nasconde.
lunedì 7 novembre 2011
Il posticipo_Napoli-Juventus (Una domenica d’impazienza)
Domani sera alle nove a casa tua. Appena sveglio avevo riletto il primo romanzo di Raffaele La Capria in poche ore, come a voler rivivere il tempo narrativo di un giorno in quello domenicale di lettura. Se il protagonista senza nome di Un giorno d’impazienza sperava che il suo appuntamento con Mira (ma in realtà con la Realtà) coincidesse con lo sbucare in qualche modo dall’altra parte dell’adolescenza, io mi accontentavo di sperare che il mio appuntamento serale significasse semplicemente giungere al termine di una giornata piovosa e lavorativa.Poi sul tram per andare in libreria o allo stadio San Paolo, il negativo del finestrino mostrava l’ombra del mio volto, alla ricerca pure io della mia Mira, donna o meglio segreto per dare forma organizzativa al mio presunto stile. Ma se la Mira chiara di pelle come la sua collana di perle aveva cuore solo per l’arrestato Walter e non per l’io di La Capria, la mia ugualmente pareva temere l’evasione di prigione di un altro Walter, in galera per non essere mai stato capace di ammettere una sconfitta senza chiamare in causa l’arbitro, la sfortuna, il vento.
Verso mezzogiorno, poco dopo aver oltrepassato i Giardini della Villa Comunale, la pioggia sempre più violenta batteva contro il tetto del tram e le voci dei napoletani facevano arrivare anche alle mie orecchie la notizia di un morto, a Pozzuoli, colpito da un albero mentre era in automobile. Partita rinviata e tutti giù dal tram, ma già che ero a Napoli, andiamo a vedere questo famoso Nottambulo.
Nel locale dove Mira andava con l’amica Gina a farsi fottere da chi capitava, più che altro per passare il tempo, trovo Raffaele giovane intento ad aspettarla, a bere pernod fino a stare male. Prima che questo avvenga, siedo al suo tavolo, ordino a mia volta, il cameriere versa l’acqua nel bicchiere e il liquido diventa fumoso, lattescente. Lo bevo tutto d’un fiato e ne ordino un altro, perché Mira sostiene che inizia a funzionare solo dopo il secondo bicchiere. Sa di anice, e con l’impaziente al tavolino parliamo della partita che avrebbe potuto essere: un Napoli stanco dopo la trasferta di Monaco di Baviera, una Juventus lanciata dopo la vittoria sull’Inter. Di Lavezzi e Matri, di Inler grazie al cielo senza maschera del Re Leone e di Arturo Vidal con i capelli più alti nel mezzo. Napoli, Juventus.
Dopo l’ultimo pernod il maestro Raffaele appallottola stizzito la lettera che stava leggendo con amara emozione. Si alza ed esce dal Nottambulo, lo seguo. Investiti da un aria umida, autunnale, che proviene dal mare, diamo calci alla pallina di carta. Ecco Cavani che tocca per Hamsik, contrastato da Marchisio. Superiamo prostitute, macchine che passano veloci libere dal giogo dei semafori. Per una giornata avevamo atteso senza pazienza ed ora che restava di Mira, della partita?
Solo una parodia, il nostro essere ridicoli, pronti a ricominciare tutto da capo con le stesse parole e gli stessi pensieri, per ritornare nel cerchio al punto di prima e dire e fare le stesse cose, per ricadere, come se non ne avessimo avuto già abbastanza, in un altro giorno, in un’altra domenica d’impazienza.
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