mercoledì 20 marzo 2019

La sottovita su Libreriamo

Libreriamo, la piazza digitale per chi ama i libri e la cultura, mi ha posto quattro domande sul mestiere di padre. Ho risposto parlando di tasse e burocrazia, dello sfruttamento dei lavoratori. Della disperazione che impone dei doveri, dell'infelicità che può essere preziosa, nei campi della bellezza. Di Beppe Fenoglio insomma, di James Purdy. Perché i figli sono tutto, cioè i libri sono tutto.

venerdì 22 febbraio 2019

La sottovita sul Giornale di Brescia

Ecco il testo completo dell'intervista uscita oggi sul Giornale di Brescia. Contiene qualche spunto in più, rispetto alla versione cartacea. Le domande sono di Francesco Mannoni. 




Perché ha definito “sottovita” una vita apparentemente normale e sostanzialmente originale nella sua normalità? Che cosa, principalmente declassa a sottovita l’esistenza del protagonista?
La definizione di sottovita riguarda un segmento temporale dell’esistenza del protagonista, quello analizzato durante lo scorrere del romanzo. Si tratta di una vita non credo normale, per quanto il concetto di normalità sia giustamente soggetto a svariate interpretazioni. Il nostro personaggio, un libraio-scrittore travolto dagli impegni lavorativi, dalle questioni famigliari, non riesce più a scrivere, a godere del bello, artistico e paesaggistico, che lo circonda. Potrebbe rinunciare e optare per una non-esistenza, del resto abbastanza comune tra gli umani, ma perché arrendersi? Allora si ritaglia spazi dove non ci sono. Lavora dal mattino presto fino al primo pomeriggio, quindi trascorre diverse ore con i figli, spesso da solo e senza aiuti a causa degli impegni lavorativi della moglie e dell’assenza dei nonni nella città in cui vive. Arriva a sera con la casa sottosopra da sistemare, con  la lavatrice e la lavastoviglie da fare in compagnia della moglie ritornata, ecc. Quando può scrivere? Di notte, con il cervello sbriciolato? Molti conducono esistenze così, è vero,  ma senza scrivere. Diversi scrittori anzi non cucinano, non lavano e non stendono, lavorano poco o niente. Oppure hanno persone che si occupano della gestione della casa e in parte dei figli, magari mogli non lavoranti. Ho conosciuto scrittori così. Buon per loro, forse (ma lo stile può risentirne, i loro libri spesso sono brutti e noiosi perché non vivi, senza fuoco dentro). La loro vita è un altro sport rispetto a quella del protagonista de La sottovita.

Il romanzo, in che misura è effettivamente autobiografico? Il protagonista quanto le somiglia?
Una sera mi sono messo alla scrivania e ho fatto i conti: La sottovita è un romanzo autobiografico al 73%. Il protagonista invece mi assomiglia non poco (qui la percentuale onestamente potrebbe arrivare all'86%). Questi dati fanno de La sottovita un romanzo autobiografico? Forse. Ma senza etichette di certezza. La scrittura, almeno la mia,  comporta deragliamenti non prevedibili. Così, mi è capitato di iniziare a prendere appunti su un foglio per poi ritrovarmi a essere scritto dal foglio. Realtà e finzione si mescolano, poi rileggo e non ricordo più quali siano, delle cose scritte, quelle che davvero mi sono accadute.

Com'era vendere lavatrici a Desenzano?
Bisogna chiederlo al protagonista del romanzo. Eccolo. Lui mi risponde: avevo poco più di vent’anni, quindi era bello. Le lavatrici erano un pretesto. Partivo da Brescia e lavoravo nel fine settimana a Desenzano. Giravo tra le carica dall’alto e quelle con l’oblò. Mi fermavo a scrivere sopra pezzetti di carta quando non c’erano clienti. Li nascondevo nelle tasche quando arrivava qualcuno. Lo ammetto, erano poesie. Non dati di vendite. In pausa pranzo leggevo e guardavo il lago. Mi ripetevo di frequente: adesso vado in biblioteca a conoscere Francesco Permunian. Così m’insegna il mestiere. Ma poi non ci andavo mai. Anche perché spesso, sul lungolago, passavano alcune belle ragazze che mi facevano dimenticare immediatamente Permunian.

Che cosa ne pensa sua moglie di ciò che scrive di lei nel romanzo? Sempre che si tratti effettivamente di sua moglie…
Mia moglie  non si è espressa  in merito alla sua presunta e parziale trasfigurazione letteraria. Attende un’intervista ufficiale da parte del Giornale di Brescia. Mi ha detto comunque che La sottovita è il mio romanzo migliore. Ma bisogna considerare che sono quasi sempre io a pagare l'affitto.

Il suo concetto di paternità come potremmo definirlo: assoluto, responsabile, letterario? Come vorrebbe aggiustare il mondo per renderlo più vivibile per i suoi figli?
Io non ho avuto un modello paterno, talvolta mi guardo in giro e penso per fortuna. Pertanto mi sono affidato all'istinto. Penso di essere un padre totale, nel senso che ci sono sempre, non solo nel fine settimana. Quando non lavoro, sto con i figli. Scrivo sui treni o sulla metropolitana, in qualche rara giornata libera oppure di sera, se il cervello creativo funziona. Vorrei aggiustare il mondo distribuendo meglio le ricchezze e obbligando l’umanità a leggere di più. So che non è possibile.

Il romanzo associa diversi registri linguistici e si legge come una sorta di monologo vivo e fluente: voleva riprodurre tutti i toni e i colori della vita o sottovita che dir si voglia?
Allo stile tengo in modo particolare. In molti pubblicano libri, in pochi io riesco a scorgere la presenza di letteratura. La maggioranza dei romanzi italiani pubblicati sembra scritta mediante quella neolingua ipotizzata da Orwell in 1984. La macchina “parla-scrivi”, mi pare si chiamasse così. Quella che generava automaticamente le parole più semplici eliminando certe diversità linguistiche, rendendo tutti i libri uguali. E spesso questi romanzi italiani scritti in apparente neolingua sono i più venduti, i più premiati. Parlo da libraio e da lettore. Da scrittore io non ho un metodo. Non ho frequentato scuole di scrittura. Il mio metodo è non avere un metodo. Vado avanti e scrivo, senza sapere dove vado a finire. Odio i romanzi scritti a tavolino, magari fintamente impegnati. Per tornare alla domanda, La sottovita sì, può essere letta come un monologo vivo e fluente. Come il romanzo mentale di un giorno che cavalca, surfando, le diverse dune del tempo vissuto dal protagonista e voce narrante.

Qual è il suo rapporto con Brescia, la città in cui è tornato a vivere dopo Milano dove però ancora lavora? E che cosa significa per lei fare il pendolare?
Mi sono allontanato da Brescia nel 2001, sono tornato da pochi mesi e ho ritrovato una città più viva, meno provinciale. Ovviamente non è Milano, ma a Milano non ci sono le colline, la cui assenza in questi diciotto anni meneghini mi ha più volte turbato. Milano è troppo piatta. I seni verdi che circondando Brescia invece mi emozionano. Provo quindi grande affetto per la mia città, anche se vorrei avesse un numero doppio di abitanti, e un sentimento culturale maggiore. Non dipende da chi la governa, che mi pare stia facendo il possibile, ma è una questione di mentalità. O di qualità, per dirla alla Giovanni Lindo Ferretti. Una formalità. Brescia è nota per la grande cultura del lavoro che la caratterizza, vorrei che scalasse posizioni anche nella classifica dei libri letti per persona. Si potrebbe pensare a una riduzione dell’orario di lavoro giornaliero, facciamo di un’ora, da spendere invece nella lettura. Leggere rappresenta il più grande atto rivoluzionario che un individuo può compiere, per sé e per gli altri.
La vita da pendolare? Pensavo peggio. Mi alzo alle 4.53 per quattro giorni alla settimana, lavoro a Milano, ma alle 15.22 sono già in Stazione FS, come mi ricorda la voce dell’indispensabile metropolitana. Alle 15.40 da sottoterra sbuco nella bella Mompiano, che adoro. Certo, a quel punto dormo in piedi, ma sui treni almeno si può leggere.

venerdì 15 febbraio 2019

giovedì 7 febbraio 2019

Sei domande sulla sottovita

"Sul romanzo" mi ha chiesto 6 cose.
 È possibile cliccare sulla vacca per conoscere le risposte.


mercoledì 10 ottobre 2018

Ieri Ronaldo ha detto che: campetti da basket decapitati e John Updike (28)


Così Cristiano ha fatto Tattaratatta con il clacson e allora sono sceso dal primo piano della mia nuova casa che sembra quella di John Cheever in Ossining, New York, ma molto più economica. Ronaldo ha detto:
- Bella la tua nuova casa, sembra quella di John Cheever in Ossining, New York, ma molto più economica.
- Infatti.
Poi Cristiano ha premuto l'acceleratore della sua Bugatti Chiron con il suo piede magico e mi sono ritrovato sprofondato con la schiena nella poltrona color deserto, facendo finta di non aver paura dell'arretrare improvviso, del pericolo, del destino comune in quel momento percepito come imminente.
- Andiamo a donne?
- In questo folle periodo storico ipocrita e MeToo mi sa che non ti conviene, Cris. Trovo più astuto mantenere un profilo basso, leggere un buon libro.
Ronaldo mi è parso poco convinto, prima di rilanciare:
- Allora andiamo a giocare a pallacanestro a Coccaglio.
Ma giunti al campetto Marcolini, i canestri non c'erano più. Li aveva tolti il sindaco leghista perché il pallone a spicchi rimbalzando a terra faceva troppo rumore. Al posto dei giocatori, padri e figli raccoglievano pacificamente delle firme per rimettere le cose al loro posto. 
Ronaldo ci è rimasto male, in tanti anni di sport la decapitazione di un campetto non gli era mai capitata. Abbiamo resistito al desiderio di chiedere spiegazioni al sindaco, per mancanza di voglia. Piuttosto abbiamo ritenuto opportuno unirci ai padri e ai figli raccogli-firme che, seppur senza canestri, avevano inscenato una partita di basket immaginaria, palleggiando con estrema dolcezza le arance scure a spicchi sopra il pavimento del campetto in parte sbriciolato. A Cristiano tuttavia questa fantasia non bastava. Ha battuto le mani due volte e dalla sua Bugatti Chiron sono saltati fuori due canestri nuovi e inattaccabili, lucenti. Infine la folla si è aperta andando a formare due ali per concedere spazio all'arrivo straordinario del grande scrittore americano, John Updike. Coniglio si è schiarito la voce, ha salutato. Poi ha letto l'inizio di Rabbit, Run.

lunedì 1 ottobre 2018

Ieri Ronaldo ha detto che: le panchine vuote e Guido Morselli (27)


- Ma quello non è Buffon?
ha detto Cristiano Ronaldo mentre eravamo in Piazza del Popolo ad ascoltare l'intervento del segretario del Pd Martina.
- No, ci assomiglia solamente.
- Ah, è cosa sta gridando?
- Sta gridando AB-BIA-MO CA-PI-TO! AB-BIA-MO CAPITO!
- E perché?
- Credo sia un omaggio all'E.T. di Steven Spielberg, hai presente quando dice "Telefono Casa"?
- Sì.
- Del resto, la distanza che il Pd ha sviluppato in questi anni nei confronti della realtà delle persone ha bisogno di misurazioni spaziali per poter essere pienamente compresa.
Poi con Cristiano abbiamo visto sfrecciare Matteo Renzi in sella alla sua bicicletta Colnago. D'iridato vestito, sosteneva di aver trionfato ai Mondiali di ciclismo, che però si erano conclusi a Innsbruck da pochi minuti con la vittoria di Valverde. Io e Cristiano allora abbiamo deciso che era giunto il momento di tornare a casa. Lungo la strada verso la Stazione Termini, la bellezza di Roma c'invadeva gli occhi. Ho detto a Ronaldo:
- Sai che direbbe Guido Morselli di tutto questo? Che nessun partito politico è di sinistra, dopo che ha assunto il potere.
Ma Cristiano non ha risposto, d'altronde tecnicamente non si trattava di una domanda. Concentrato com'era su un pezzo di giornale raccolto da terra, leggeva e camminava. Si trattava di un brandello di la Repubblica, una pagina interna che ospitava un intervento di Carlo Feltrinelli che parlava di una sedia lasciata vuota dal Pd. Solo dopo aver terminato la lettura, Ronaldo ha sentenziato:
- Sono d'accordo. Ma altro che sedia. Se rifletto sugli argomenti lasciati vuoti dal Pd nell'ultimo decennio, direi che si può tranquillamente discutere di panchine. 
Abbiamo così proseguito fino ai treni pensando entrambi alle nostre cose, quindi Cristiano ha chiuso il pezzo di giornale, l'ha piegato in due e l'ha messo come segnalibro all'interno dell'edizione Adelphi de Il comunista.

venerdì 21 settembre 2018

Ieri Ronaldo ha detto che: ancora Mussolini? Che palle (26)


Ho portato Ronaldo a vedere la presentazione del nuovo romanzo di Scurati, ma si è addormentato. Con grande imbarazzo e un pizzico di timore, gli ho tirato un pugno sulla spalla per svegliarlo. Lui ha gridato: 
- Chi è?! Che fai?!
Quindi è scoppiato a piangere. L'ho rincuorato:
- Dai Cris, adesso non è che devi piangere per tutto. Ti chiedo solo di non farmi fare brutte figure.
Lui:
- Ok, però. Ancora Mussolini? Che palle.
- Eh.
Le sedie attorno a noi hanno detto:
- Ssst!
così ci siamo alzati e abbiamo fatto un giro all'interno della splendida libreria. Ho impartito a Cristiano una breve lezione su come comportarsi in pubblico nell'affollato circuito del mondo editoriale italiano:
- Ronaldo ascoltami bene. Non devi mai dire ad alta voce che non ti è piaciuto un romanzo, in particolar modo se l'autore è noto. Potrebbe restarci male, scriverti in privato o magari farti scrivere in privato, odiarti per sempre. Conviene invece affermare che il libro ti ha sorpreso, risulta interessante, ma che bella intuizione che ha avuto in questo caso lo scrittore, anche se il volume in questione sembra non essere certamente indispensabile come qualcuno vorrebbe far credere, o apparire quantomeno noioso. Fai come quelli che compilano le fascette pubblicitarie: i libri promossi sono universalmente straordinari, già primi in svariate classifiche europee o mondiali, non può essere un caso, come avremmo fatto senza. Cristiano ha capito, e approfittando della giornata di squalifica per aver dato una carezza a un avversario, si è diretto palla al piede fino allo scaffale delle biografie. Sicuro come un libraio, ha estratto dallo scaffale Muss. Ritratto di un dittatore, di Curzio Malaparte:
- Ecco, in Portogallo lo sappiamo, questo è uno dei libri migliori su Mussolini e il fascismo. C'è davvero bisogno di altro, ancora? Contiene Il grande imbecille?
- Sì.
Abbiamo così letto quel passaggio molto bello relativo agli italiani. È troppo lungo, non ho voglia di trascriverlo. Lo trovate a pag. non mi ricordo dell'edizione per edicola uscita mi pare tre anni fa, non corrispondente alla pagina in cui potete leggerlo nell'edizione Passigli pubblicata circa un anno e mezzo fa. Poi era tardi, siamo tornati a casa e dopo cena contro le nostre abitudini ci siamo messi sul divano a guardare la televisione. In studio da Lilli Gruber, Curzio Malaparte parlava del suo nuovo libro. Gli altri ospiti erano Beppe Severgnini, Maurizio Belpietro e Andrea Scanzi.

mercoledì 19 settembre 2018

Ieri Ronaldo ha detto che: il sindaco e Aldo Busi (25)

- Sa cosa stavo pensando? Quando diciassette anni fa ho lasciato Brescia per andare a vivere a Milano, ritenevo fosse provinciale, invece era solamente bella,
ho detto a Del Bono adesso che sono tornato ad abitare nella mia città, nel mio quartiere preferito, fatta eccezione per quello in cui sono nato.
Il sindaco ha risposto:
- Scusi, ma ci conosciamo?
- No, ma certamente avrà sentito parlare di lui,
e così dichiarando ho fatto due passi verso sinistra, scoprendo alle mie spalle l'inconfondibile figura di Cristiano Ronaldo che astutamente si era rannicchiato dietro alla mia persona per tutta la durata dell'iniziale scambio di battute.
Del Bono allora ha esclamato:
- Ma questo è...
- Cristiano, piacere.
- Emilio. Benvenuto a Brescia.
Trasfigurati dal comune entusiasmo (il mio di essere tornato a vivere nella mia città, quello del primo cittadino dipendente dall'emozione di aver appena stretto la mano a Cristiano Ronaldo, quello di Cristiano Ronaldo causato dalla gioia perenne di essere Cristiano Ronaldo) abbiamo iniziato un lungo tour della città per osservarne le mutazioni, i cambiamenti di prospettiva, altro. Quante cose erano diverse, migliorate, o forse era solamente il mio piacere di essere rincasato che mi faceva guardare il panorama come immerso in quella frase di Emil Cioran alla quale pensavo spesso:
- Darei tutti i paesaggi del mondo, per quello della mia infanzia.
Poi siamo arrivati in piazza della Vittoria e ho esposto a Del Bono la mia idea per risolvere definitivamente l'annosa questione del Bigio, il monumento dell'era fascista di Arturo Dazzi che qualcuno vorrebbe ricollocare nello spazio originariamente occupato nel progetto dell'architetto Marcello Piacentini:
- Sindaco, e se al posto del Bigio mettessimo la statua di un grande scrittore bresciano come Aldo Busi? Lo so, è di Montichiari, tuttavia. Ne scrivo anche nel mio prossimo romanzo che uscirà per Mondadori nel 2019. D'accordo, questa è pubblicità. Che ne dice di un referendum sulla questione?
Ma Del Bono mi ha guardato come faceva un prete all'oratorio, troppi anni fa. Mi ha appoggiato una mano sulla spalla e ha detto:
- Aldo Busi? Savio? Ronaldo? Ci penserò.

martedì 18 settembre 2018

Ieri Ronaldo ha detto che: Saramago sulla Citroen ZX (24)


Siamo arrivati in piazzale Buonarroti e abbiamo visto Saramago salire su una Citroen ZX, o meglio cercare di salire su una Citroen ZX, perché la giacca gli restava impigliata nella portiera, lui insisteva, ma la giacca non ne voleva sapere, era vecchio eppure veloce nei movimenti, alla fine ci è riuscito. Ho detto a Ronaldo:
- Hai visto a cosa servono le nostre passeggiate senza meta? Saramago.
Lui ha risposto:
- Sì. Ma non ho capito come mai questa piazza si chiama Michelangelo Buonarroti, considerato che c'è la statua di Verdi, la Casa di Riposo per Musicisti "Giuseppe Verdi". Dovrebbe chiamarsi invece piazza Verdi, a meno che a Milano non esista una piazza Verdi in cui ci siano la statua di Buonarroti e la Casa di Riposo per Artisti "Michelangelo Buonarroti", allora la cosa si spiegherebbe.
- Ragionamento ineccepibile, Cris. Nulla da aggiungere. Indagheremo.
Intanto Saramago era entrato nell'abitacolo della sua Citroen ZX, aveva messo in moto e stava cercando d'inserirsi con tempismo nell'ossessivo roteare delle altre automobili intorno all'aiuola gigante con Verdi di pietra lassù in alto a scrutare, le mani sui fianchi a portare indietro la giacca non impigliata.
- Che puzza di smog però, in questa piazza comunque la si chiami. Ti fermi al semaforo due minuti ed è come fumare cinque sigarette, guarda il nero che entra nelle narici delle persone, che schifo.
- È così Ronaldo, scappiamo nel sottopassaggio. Ci porterà nella città in cui non muore più nessuno.
- Davvero? Come si chiama?
- Sì. Lo scoprirai.
- E Saramago?
- È andato.

lunedì 17 settembre 2018

Ieri Ronaldo ha detto che: chi di voi? All'ATM Point con Blaise Pascal (23)


Eravamo in coda all'ATM Point di piazzale Cadorna. Avevamo il numero 64, erano al 48. Ronaldo ha tirato fuori dalla borsa di allenamento una matita nera, un libro e ha sottolineato:
"I moti della Grazia, la durezza del cuore, le circostanze esteriori".
Era la nuova edizione azzurra Mondadori dei Pensieri di Pascal, caraterizzata dall'ormai consueto taglio della copertina in alto a destra, per lungo tempo disturbante, adesso meno (per via dell'abitudine? A causa della bellezza grafica spesso nascosta nella seconda e terza pagina?) 
Quindi ha proseguito, cercando di catturare l'attenzione dei clienti sotterranei che sbuffavano nell'attesa, pregando:
- Quanti elementi ci sono in questa frase? I movimenti della Grazia, la resistenza del cuore, gli accadimenti esterni.
Chi di voi, da ragazzo andava a spiare le chiese da dentro e i monasteri da fuori, alla ricerca di non si sa bene cosa?
Chi di voi,  leggeva le "Confessioni estatiche" di Martin Buber, non capiva tutto e talvolta si annoiava, va detto, però che pensiero meraviglioso, l'estasi; poi andava in bicicletta, studiava le vite dei santi, che cosa esisteva di più prodigioso e unico delle vite dei santi? Delle sante poi. Del loro godimento in estasi.
Chi di voi, eh?
- Io Cristiano, sono qui vicino, non serve che urli.
- Bene.
- E perché poi hai smesso?
- Di andare a spiare i monasteri?
- Sì.
- Mi avevano infastidito le grate alle finestre, in alcuni. Erano per non far entrare i ladri? Chi rubava nei monasteri? Così ad un certo punto mi sono stufato.
- Male.
ha concluso Ronaldo.
Toccava noi e abbiamo pagato l'abbonamento mensile. Cristiano è uscito dalla porta e dopo una breve corsa ha saltato verso l'alto ruotando, come se al posto del tornello ci fosse una bandierina del calcio d'angolo. Una volta atterrato mi ha detto:
- Nel balzare ho chiuso le palpebre e visto una stanza gialla, abbagliante, tanto che ho pensato di tornare indietro e dirti di spegnere la luce. Poi ho capito che era dentro i nostri occhi, così ho passato la tessera che ha fatto bip, ho tirato fuori dalla borsa la matita nera, il libro azzurro e ho continuato a sottolineare.