Visualizzazione post con etichetta Una partita alla settimana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Una partita alla settimana. Mostra tutti i post

mercoledì 23 marzo 2011

Il posticipo: Juventus-Brescia (Der spaziergang nach Del Piero)

Robert Walser morì il giorno di natale del 1956, settantottenne, durante una solitaria passeggiata invernale. Considerato il sole primaverile, e il fatto di essere nato il giorno di natale del 1974, domenica pomeriggio ho deciso con sufficiente serenità di fare una passeggiata. Mi sono incamminato da via Tiziano verso San Siro, 3,2 km in circa 40 minuti, secondo il mio BlackBerry. L’idea primaria era di scaricare l’adrenalina provocatami dall’aver letto in mattinata sul Foglio Giuliano Ferrara definirmi “genio creativo”, dopo aver pubblicato un mio breve intervento riguardante gli stretti rapporti tra Berlusconi, Mastroianni e Federico Fellini. Quella secondaria incontrare Robert Walser, come da accordi precedenti, partito dalla Svizzera con qualche giorno di anticipo, giusto all’altezza del Cavallo di Leonardo.

Cavallo maestoso, che ho potuto osservare da vicino (lui enorme, io umano) per 1 minuto, prima che il guardiano mi dicesse siamo chiusi, scusi. Arrivederci e sul piazzale del Baretto sotto la curva Nord, ma di Robert nessuna traccia. Allora rotazione attorno al rettangolo di cemento dagli spigoli rossi, sfuggente allo sguardo come una piramide, non me lo spiego. Da diverse angolazioni, camminando lontano cinquanta metri per voltarmi a guardalo, niente. Il Meazza sfuggente.

Poi, con due ore di ritardo e appena in tempo per entrare alla partita, Walser compariva alle mie spalle pronunciando una frase enigmatica:
“La mia puntualità è un capolavoro. E si sa quanto i capolavori siano rari”.
Durante la sua passeggiata aveva perso tempo con due soste. La seconda in banca, per ritirare i mille franchi che un’associazione di signore caritatevoli e filantrope, incapaci di restare indifferenti alla tanto disprezzata esistenza dei poeti, gli avevano donato. La prima in una libreria, dove aveva litigato con un libraio convinto della necessità del dover “assolutamente” leggere il libro di maggior successo dell’anno.

Dentro San Siro, invece della programmata Inter-Lecce, andava in scena Juventus-Brescia. E mentre gli indossatori di una maglia tra le più prestigiose della storia del football dovevano ringraziare il sempiterno Alessandro Del Piero per tornare a vincerne una dopo cinque settimane, l’autore di Jakob von Gunten mi rivelava che, a suo avviso, persino un passero sembrava avere più possibilità di lui di diventare benestante. Aveva scritto alcuni libri, che però non avevano trovato la minima eco tra il pubblico.

Dopo aver segnato un goal di rara bellezza, il capitano bianconero esultava rabbioso, dimenticando anche di fare la linguaccia come al solito. Correva verso la parete di plexiglass che lo separava dal pubblico e da noi, e picchiava con le mani contro il trasparente.
“Ci devo pensare sempre io” pareva voler dire lasciando le sue impronte.
Walser commentava la giocata a modo suo, impaziente di riprendere a camminare:
“Il quadro meraviglioso del presente diviene subito sensazione dominante. I giorni del futuro impallidiscono, il passato dilegua. Nell’incendio di quest’attimo ardo anch’io, come Del Piero”.

Nelle interviste del dopo partita, l’inadeguato Del Neri si rallegrava della vittoria conquistata non certo per merito suo, gelando il sangue oramai seccato dei tifosi juventini rammentando loro che, forse, sarebbe stato l’allenatore bianconero anche la stagione a venire. Poi farfugliava qualcosa riguardo al ritrovamento del giocatore che aveva risolto la partita, il quale tuttavia perso non si era mai, solo dimenticato in panchina per cinque volte consecutive.

Sulla spaziergang di Walser e mia, stava ormai calando la sera. Il silenzioso termine, non era più molto lontano.

martedì 15 marzo 2011

Il posticipo: Roma-Lazio (Un derby deciso da Sandro Penna)

Si racconta che il poeta Sandro Penna, giunto per la prima volta a Roma in treno dalla natia Perugia, appena appoggiati i piedi sulla banchina del binario numero otto, fu affrontato da un fanciullo sfrontato:
“Compro biglietti!”

Inesperto provinciale formatosi con studi irregolari, che forse avrebbe pagato esercitando in vita i più disparati mestieri: contabile, correttore di bozze, mercante d'arte, commesso di libreria (per un certo periodo pure cassiere di libreria) il giovane Penna convinse il fanciullo-bagarino che cinquanta euro era il prezzo giusto per acquistare uno degli ultimi biglietti disponibili per assistere al primo Roma-Lazio della sua vita.

In prossimità dello Stadio Olimpico, preoccupato di smarrire o subire il furto della sua valigetta contenente nove meravigliose poesie, un altro adolescente audace sulla strada dell’autore di Una strana gioia di vivere:
“Vendo raggio laser!”

Assorto in quella nuvola cerebrale precedente alla misteriosa nascita di un verso, Sandro Penna convinse quel ragazzino che venticinque euro era il prezzo giusto per quell’apparecchio minuscolo ma capace di generare un raggio verde in grado di colpire volti anche a centinaia di metri di distanza.

Superati i tornelli, al poeta di Perugia non restò che farsi travolgere dalle emozioni, una cosa che gli era sempre riuscita bene. Come avere la febbre, sapere di dover morire, decidere ugualmente di farsi tagliare barba e capelli per poi rendersi conto che anche un po' di febbre può, dopo tutto, essere utile a fare della poesia.

In campo Muslera mirato dal verde, Totti due volte, il consueto esagerato nervosismo, questa volta messo in scena da Matuzalem, Radu e Ledesma. Colpi proibiti e insulti pesanti per avere ragione con la forza dopo aver dissertato a lungo, giallorossi e biancocelesti, su quale fosse la poesia migliore di Sandro Penna.

domenica 6 marzo 2011

Il posticipo: Juventus-Milan (Il traghettatore Giuseppe Berto)


“E io ti assicuro che ci sono anche mal di testa che fanno piacere”, mi dice Giuseppe.
“Davvero?”
“Sì, Francesco. Sono quelli di domenica mattina, come adesso, quando anche il tuo cervello pare sciogliersi dopo cinque giorni da cassiere, dopo cinque mesi da cassiere. L’ho imparato da quando sono quasi guarito, io.”
“Quindi secondo te non è colpa di Berlusconi se con dieci anni di esperienza in libreria ora mi ritrovo cassiere?”
“No, lo escluderei. E per dimostrartelo ti accompagno a prendere i biscotti e le caramelle dove va anche lui, in via Meravigli, quella dove il tram numero 16 rallenta prima di affrontare la curva verso destra che lo porterà in piazza Cordusio”.

Passeggiando nel sole di Milano, Giuseppe continua:
“Il mio libro più vero penso sia senz’altro Il male oscuro; quello scritto meglio, La cosa buffa; quello intellettualmente più impegnato, La passione secondo noi stessi. Visto che tu, Francesco, hai sete di verità, chiedimi pure quello che vuoi dell’oscurità, e del male.”

Me n’ero dimenticato, ma anni fa, nel mio tascabile de Il male oscuro, avevo incollato una tua fotografia, trovata credo sul Corriere, appena sotto il titolo. Avevi una camicia bianca, una cravatta chiara e dietro la finestra un albero. Roma? Calabria? Stavi scrivendo il tuo romanzo più vero o quello scritto meglio?
Poi avevo trovato una copia rilegata del 1964 del tuo male, tredicesima edizione, con il labirinto giallo e nero in copertina, e in seguito quando mi era capitato di aver voglia della tua prosa più malvagia avevo sempre letto quella. Per questo della fotografia non mi ricordavo più.
Eri in Calabria, mi dici, si vede anche poco mare se ci fai caso, ma non ricordi cosa stessi scrivendo.

Nella bottega più golosa di Milano (Battimelli, Specialità dolciarie dal 1940), in via Meravigli, abbiamo preso delle caramelle alla menta Leone, di Torino. Abbiamo sorriso leggendo un biglietto incorniciato appeso alla parete del Presidente del Consiglio che ringraziava per dei dolci ricevuti in occasione di un suo recente compleanno, pur sottolineando che, a partire dal compimento del trentacinquesimo, i suoi anni si erano definitivamente fermati a trentacinque. Il tempo di tornare seri, e ce lo siamo trovati alle spalle Silvio con tre biglietti per Juventus-Milan.

Con Berto e Berlusconi che mi contendevano a colpi di mani rapide le ultime caramelle del sacchetto, anche una brutta partita mi ha donato aspetti piacevoli. Una Juve volenterosa cercava d’imitare certe grandi squadre bianconere del passato, ma senza creare occasioni di rilievo a causa della mediocrità tecnica dei vari Sorensen, Melo, Martinez e Toni. Il Milan sonnecchiava, ma quando uno dei suoi talenti si svegliava dal torpore, gli spettatori più attenti intuivano come sarebbe andata a finire. Era il caso della bella azione di Cassano verso la mezzora che, prima di sparare alto da pochi passi, aveva fintato in modo magistrale facendo scivolare il grottesco Traoré fin quasi oltre i cartelloni pubblicitari.

Nel secondo tempo, a caramelle finite, arrivava pure il goal di Gattuso, una grintosa ciabattata dal limite che la controfigura di Buffon non riusciva misteriosamente a bloccare. Juventus 0, Milan 1.
Da questo momento la Juve sprofondava nel suo male oscuro, il Milan non infieriva tornando a pennichellare, sognando un meritato scudetto sempre più vicino. In tribuna d’onore restavo solo al fianco di Berlusconi.

Nelle interviste del dopo partita, Marotta e Del Neri ostentavano comunque serenità. Si trattava è vero della terza sconfitta consecutiva, ma era andata meglio rispetto a quelle con Lecce e Bologna. Uno a zero invece che due a zero. Un giornalista di Sky tuttavia, incalzava il direttore generale della Juventus:
“La panchina di Del Neri è a rischio?”
“No, cioè sì. Il nuovo allenatore lo sceglieremo a maggio. Per adesso abbiamo pensato ad un traghettatore esperto, propenso a mirare, tanto per citare un sua frase, non al successo ma alla gloria. Perché rispetto al successo la gloria è tutt’altra cosa, per quanto coloro che si godono il successo siano di parere contrario nonostante gli esempi del passato. Ecco, è giunto il momento di presentarvelo: vieni Giuseppe.”

E fu così che, sciarpa bianconera al collo, ebbe inizio la prima intervista di Giuseppe Berto da allenatore della Juventus.

lunedì 28 febbraio 2011

Il posticipo: Juventus-Bologna (Juve senza Morselli)



“Si vede che è destino dei grandi avere a che fare con i mediocri”.
Pare che abbia pensato questo Alessandro Del Piero, prima di comunicare la scelta di firmare in bianco l’ultimo anno di contratto con la Juventus. Stufo di qualche tira e molla di troppo con la società di Corso Galileo Ferraris, pare che abbia pensato:
“Facciamo così, io la settimana prossima passo in sede a firmare, la cifra mettetela voi”.

Colto di sorpresa dalla notizia, Beppe Marotta, astuto architetto della Juventus più scarsa degli ultimi cinquant’anni, ha tirato un sospiro di sollievo, ma gli è rimasto sul gozzo, bloccato dalla pessima figura che ormai aveva fatto di fronte a tanti juventini e alla storia, che certo non avrebbe avuto dubbi nell’indicare quale fosse il mediocre tra lui e il capitano. Unica consolazione da esperto uomo di mercato: il milioncino di euro risparmiato con Del Piero, l’avrebbe potuto sottrarre ai trentacinque spesi per Bonucci, Pepe e Martinez.

“Si vede che è destino dei grandi avere a che fare con i mediocri”.
Pare che pensasse questo Guido Morselli, quando riceveva rifiuti da editori addormentati, incapaci di percepire il valore dei suoi romanzi.
“Avanti così e già che sono stanco da morire, va a finire che mi ammazzo”.

“A metà degli anni settanta, l’Italia finì sull’orlo di un’autentica rivoluzione (la prima, dacché l’Italia esiste). Il governo aveva deciso la riduzione allo stato dilettantistico, o “deprofessionalizzazione”, dei giocatori delle squadre di calcio, nonché un taglio del 60% dei loro emolumenti. Da Ferrara a Siracusa la piazza insorse. A Roma, gli insorti occuparono il Campidoglio e fu proclamata la Repubblica autonoma della Lazio, alla cui testa si pose un decemvirato di cittadini “tifosi”, cioè appassionati spettatori di gioco, o capi delle associazioni interessate. (…) L’autorità venne a patti e concesse, a Roma e nell’intera Penisola, per i rivoltosi l’amnistia e per i giocatori piena reintegrazione nei loro diritti. Si rimangiò i provvedimenti e con ciò l’ordine fu ristabilito”.

Questo era Guido Morselli, con il quale in una Roma senza papa (per la precisione da Filippetto a Piazza Navona, il ristorante degli ecclesiastici di passaggio) ho assistito a Juventus-Bologna.


Sorretti dal clima, dal sole che illuminava le nostre camicie, abbiamo deciso di pranzare all’aperto (la piazza chiusa ai veicoli garantiva tranquillità). Ma avevamo sottovalutato il bisogno profondo degli italiani di sonorizzarsi, la loro ingegnosità inesauribile. Il Comune aveva infatti installato nella piazza vari ventilatori allo scopo (apparente) di ravvivare l’aria. Apparecchi solitamente in tutto il mondo silenziosi, non qui, dove il sindaco aveva suggerito ad suo parente dipendente dell’Ufficio ventilazione di azionarli con motori potenti, probabilmente da motocicletta, capaci di fornire la dose di decibel necessaria a mettere il luogo a livello della media generale di rumorosità.

Così abbiamo parlato a fatica, e guardato la partita. Io comunque, ho provato a dire a Guido quanto mi avesse imbarazzato leggere i suoi romanzi. Quanto la sua bravura mi avesse fatto sentire inadeguato e, più prosaicamente, quanto gli invidiassi il vitalizio paterno che gli permetteva di dedicarsi senza l’obbligo di lavorare alla lettura, allo studio e alla scrittura. Non sono certo mi abbia sentito.

Con l’autore di Dissipatio H.G., abbiamo sorriso ancora prima dell’inizio, osservando il povero Del Neri in panchina cercare a ripetizione con la mano destra la tasca del cappotto con dei movimenti continui e convulsi, prima di accorgersi che il suo cappotto no, non aveva tasche.
Dopo un pessimo primo tempo Marco Di Vaio, il giocatore di maggior talento in campo, ha steso con due grandi goal gli avanzi di quella grande squadra che, una volta, si chiamava Juventus.
Alla fine Morselli mi ha offerto il pranzo, felice per la vittoria della sua squadra di nascita. Io meno entusiasta ho pensato alla grandezza e alla mediocrità, e ai ventilatori che adesso prendevano il volo verso il cielo, poco alla volta meno rumorosi.

lunedì 21 febbraio 2011

Il posticipo: Inter-Cagliari (La fuga del signor Maicon)

Quando Paolo mi ha detto di avere un biglietto in più per andare a vedere l’Inter, ho pensato che non rappresentasse una coincidenza il fatto che io, da qualche giorno, stessi leggendo La fuga del signor Monde, romanzo del 1945 di Georges Simenon. E casualità non era nemmeno la visione di un’intervista del 1963 allo scrittore belga che, sempre negli stessi precedenti giorni, mi era capitato d’intercettare sulla Rai. Se a questi due indizi aggiungiamo i dubbi che Paolo già più volte mi aveva espresso in merito all’altalenante rendimento stagionale di Maicon Douglas Sisenando, terzino della sua squadra del cuore, sono arrivato alla prova che dovevo superare: l’unico modo di sdebitarmi con l’amico che, per la prima volta in vita, mi consentiva di guardare una partita al Meazza dalla postazione privilegiata del primo anello arancio, sarebbe stato quello di trovare una spiegazione convincente alla flessione temporale nel numero 13 interista.

Il romanzo di Simenon è la storia della scomparsa di Norbert Monde, in una fredda mattina d’inverno, mentre il suo autista lo portava come ogni giorno da trent’anni, alla ditta di import-export fondata da suo nonno. La partenza dalla stazione parigina di Gare de Lyon in direzione Marsiglia, spinto dalla voglia di vedere il mare, una fuga naturale perché sognata da tempo, e scattata chissà perché proprio quel giorno. Forse perché era quello del suo compleanno. Forse perché quel mattino, fissandosi allo specchio, si era visto per la prima volta con i propri occhi, e non con quelli indifferenti degli altri.

Sul tram numero 16 con Paolo e Simenon, l’inventore della Fuite de Monsieur Monde ci raccontava la sua storia di scrittore prolifico e poliedrico, il suo metodo di lavoro (che prevedeva sempre una prima stesura in matita con minuscola calligrafia, in ordinati quaderni poi da battere a macchina). Il suo trucco per scegliere i nomi dei personaggi dalla guida telefonica, fino a quando qualche vivo non si era sentito chiamato in causa, illudendosi con vanità o preoccupazione di essere personaggio. Ed il suo primo incontro con André Gide il quale, dopo averlo fatto accomodare in una stanza dall’editore Gallimard, aveva chiuso la porta a chiave, invitandolo a sedersi. Impaurito, Georges Simenon aveva subito l’interrogatorio dell’autore de I sotterranei del Vaticano, a cominciare dalla domanda:
“Simenon, a che età lei è diventato il suo personaggio?”
Con Georges prima incapace di capire il senso del quesito e se il medesimo era diretto a lui o al Commissario Maigret. Poi costretto a rispondere che lui, in realtà, non si era mai sentito il personaggio di se stesso, ma solamente Georges Simenon.

Varcati i tornelli, io e Paolo senza difficoltà, Simenon scrutato con sospetto da alcuni steward a causa della sua pipa, interpretata erroneamente come possibile arma di lancio, dopo il fischio d’inizio abbiamo potuto guardare i calciatori sul terreno di gioco a pochi metri da noi, sentendo il rumore dei contrasti, osservando l’affascinante sospensione aerea di certi stacchi per colpire di testa. Lo stadio verticale, meraviglioso nella sua rumorosa bellezza, pareva imprigionare i ventidue in campo, proponendo come risultante una partita non bella, decisa da un goal di Ranocchia in fuorigioco.

Lungo la fascia, lo svogliato Maicon più che correre camminava veloce, come lasciando aperto solo uno spiraglio dalla porta del suo potente e luminoso talento. Quando un’azione che lo riguardava terminava male, compiva il gesto del pugno contro l’altra mano aperta, come a dire: “Che peccato”. Oppure, più credibilmente: “Ma vaffanculo”.
Poi rientrava in difesa, velocemente moderato, chiedendo ad un ignaro capitan Zanetti:
“Javier, perché proprio quel giorno?”
“Cosa??”
“Sì capitano, tu lo sai? La fuga del signor Monde, perché proprio quel giorno?”

lunedì 14 febbraio 2011

Il posticipo: Juventus-Inter (Ritratti di Matri Malamud)

Da quando in libreria ricopro il ruolo di cassiere, devo ammetterlo, nel tempo libero vago per le strade di Milano ed entro nei negozi, per osservare da vicino le cassiere mie sorelle. E va bene, se erano belle le guardavo anche prima. Però adesso spio con maggiore attenzione le loro dita sfiorare lo schermo, spesso con unghie egregiamente smaltate, poi accarezzare i soldi che mi danno di resto. Nel tintinnio delle monete tuffate nel cassetto invece, sento le campane della mia immaginaria epifania.

“Non preoccuparti se sei lenta o se s’inceppa lo scontrino, sono cassiera anch’io quindi ti capisco, direi quasi ti voglio bene lo stesso. Non farò come quel bestiame italiota sbuffante in coda, che adesso ti guarda con maleducato e ignorante disprezzo, come se la colpa dell’attesa fosse tua, e che poi forse si riverserà nelle piazze per manifestare, suonando il tamburello o facendo roteare in aria anche più di quattro palline. Sì, saranno di certo questi giocolieri che cambieranno il nostro Paese”.

Quindi mi metto a seguire Arthur Fidelman, pittore fallito per sua stessa ammissione, a sua volta pedinato nelle strade di Roma dall’ebreo Shimon Susskind. Un duplice inseguimento dal quale una sola persona trae un indubitabile vantaggio, io. Posso infatti studiare la bravura di Bernard Malamud nel libro numero 37 della fondamentale collana minimum classics: Ritratti di Fidelman (minimum fax). E sottolineando con stupore i periodi migliori, posso spingermi addirittura a pensare il difficile quasi impossibile: che Milano diventi Roma, che qualcuno mi offra una lavoro a Roma, in definitiva che io possa un giorno vivere a Roma.

Giunto in Italia per scrivere una monografia critica su Giotto, Arthur Fidelman s’imbatte per caso in Susskind, “ebreo profugo da Israele”, che inizia a chiedergli soldi, un vestito, qualcosa. Da questo momento, i tentativi di liquidarlo di Fidelman sbattono contro la molteplicità dell’ebreo venditore ambulante, che non vuole tornare in Israele perché a Roma almeno “non ha mai pensieri”.
Fidelman fugge in taxi, ma con la sensazione che Susskind, tutto rannicchiato, sia appeso alla ruota di scorta, dietro l’auto. Nei giorni successivi è il profugo a materializzarsi misteriosamente nei luoghi che Fidelman frequenta: camere d’albergo, trattorie. Come se conoscesse in anticipo i movimenti di Arthur, fino a quando la borsa di pelle di cinghiale che conteneva il manoscritto su Giotto scompare. Qualcuno l’ha rubata, e Fidelman si convince che il ladro sia Susskind. Ma perché? La borsa e quel tentativo di libro non hanno alcun valore…

Camminando lungo l’alzaia del Naviglio Grande, con lo sgomento di trovarlo senz’acqua (perché poche cose sono fastidiose come partire da casa per passeggiare parallelo ai navigli, e trovarli disperatamente vuoti) mi sono messo allora a seguirli con maggiore decisione Fidelman e Susskind, mantenendo però una distanza di sicurezza. Con il desiderio di attraversare uno dei ponti e ritrovarmi magari a Roma nel quartiere Prati, sono sbucato invece a Torino, in corso Sebastopoli. Dentro lo stadio Olimpico, in tribuna Est, Susskind guardava Fidelman mentre io osservavo loro, e un po’ la partita. Un biondo terzino diciannovenne e danese, con un ingaggio di euro ventimila, teneva testa al più forte giocatore africano, che guadagnava cinquecento volte di più. Da buon cassiere provavo a contare quante banconote da cinquecento servivano per fare ventimila. Facile. Poi quante ne occorrevano per raggiungere dieci milioni di euro. Dovevo pensarci, ma di certo nella mia cassa quella cifra non ci sarebbe mai stata, nemmeno pressando i soldi il più possibile nel cassetto cercando di chiudere il coperchio d’acciaio con la forza.

Intanto, con un preciso colpo di testa, il giovane Matri al ventinovesimo minuto metteva a segno il goal partita: Juventus 1, Inter 0. A Torino non faceva così freddo per essere inverno, ma Shimon Susskind lo stesso accendeva un fuoco sugli spalti con dei fogli di carta fiammeggianti. Ad Arthur Fidelman non pareva possibile riconoscere in quelle pagine dattiloscritte il primo capitolo della sua monografia critica su Giotto.

lunedì 7 febbraio 2011

Il posticipo: Cagliari-Juventus (Puntonate a Villa Torlonia, o il raddoppio dei pomeriggi)




Il raddoppio dei pomeriggi sembrò ai più la soluzione migliore. Si trattava di compensare, seppur con troppi anni di ritardo, l’uccisone di quella parte di giorno creata per sviluppare il talento individuale, o la passione preferita. E così, dopo il mattino trascorso al lavoro, il pomeriggio trascorso al lavoro, il secondo pomeriggio sarebbe stato dedicato a leggere finalmente con calma, in alcuni casi addirittura a scrivere, oppure a giocare a calcio al parco durante la bella stagione, a guardare un film nei mesi più freddi, oppure Rai Storia.
Guardare la storia, non era forse il modo più bello per ripercorrerla o scoprirla, comodamente seduti sul divano, eppure trasportati nel mondo con l’affascinante possibilità di vivere epoche lontane e differenti?

Nei giardini di Villa Torlonia, Benito Mussolini colpiva il pallone di punta, senza stile, come un bambino sovrappeso e goffo. Era il tentativo di cavalcare mediaticamente i successi della grande Italia di Vittorio Pozzo dimostrandosi abile pedatore, sotto lo sguardo divertito di Galeazzo Ciano e delle cineprese dei cinegiornali. Ma le sue erano puntonate inutili, dannose e imprecise per i compagni di squadra che tuttavia, anche di fronte a certe svirgolate clamorose del capo del fascismo, erano pronti ad ammettere di non essere scattati abbastanza, di non aver capito il suggerimento.
“Scusa Ben, colpa mia!”.

Qui non si vuole giudicare il Duce dittatore, ma il Mussolini calciatore, e da questo punto di vista mi sento libero di affermare che Benito non aveva talento, forse perché anche a lui mancava tremendamente un secondo pomeriggio, da passare a fare palleggi contro un muro per migliorare la propria tecnica individuale. Per chi volesse invece conoscere Mussolini sotto altri aspetti, consiglio la lettura di Muss. Ritratto di un dittatore, saggio atipico di Curzio Malaparte a metà strada tra biografia e racconto aneddotico. Un lavoro breve del grande scrittore di Prato, fondamentale pure per raccogliere essenziali informazioni sul popolo italiano.

Detto questo, per non rischiare il licenziamento come inviato di Quasi Rete, ho schiacciato Est con il telecomando per ritrovarmi al Sant’Elia di Cagliari, non prima di aver annusato e morso dell’ottimo pecorino sardo. Con piacere e dopo molto tempo, ho notato che la Juventus si era dotata di un centravanti. Il suo nome era Alessandro Matri, aveva il numero 32, e se nella partita precedente aveva sbagliato un goal fatto, era stato sfortunato in una seconda occasione, ed era incappato come tutta la Juventus in un arbitro in malafede che gli aveva negato personalmente uno dei tre rigori non assegnati alla squadra di Del Neri (si noti, a proposito, la spiegazione della malafede come “carattere predominante del popolo italiano” a pagina 67-68 del Muss. di Malaparte), nella serata di sabato si era presentato ancora con un tiro sbagliato, solo davanti al portiere. Però, probabilmente voleva dire che Matri almeno “c’era”. Sarebbe stata solo una questione di tempo, perché Alessandro pareva conoscere l’intuizione di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, chissà se imparata in uno dei pomeriggi raddoppiati di quando era ragazzino.

martedì 1 febbraio 2011

Il posticipo: Inter-Palermo (Revolutionary Pazzini)


Conosco decine di scrittori che sarebbero disposti a vendere la madre per scrivere il romanzo perfetto, altri ai quali il sacrificio materno dispiacerebbe relativamente, se ricompensato da un posto nella classifica dei libri più venduti. Per quanto mi riguarda, la perfezione altrui quasi mi commuove, ma anziché invidiarla l’ammiro, anche perché di vendere mia madre proprio non se ne parla. Resto stupito, mi sfrego le mani oppure faccio un respiro profondo, ad esempio quando ricordo la bellezza di un romanzo come Revolutionary Road, di Richard Yates.

E se, consapevole dei miei limiti, desidero qualcosa, è che la fortuna o l’ispirazione mi porti un giorno a scrivere almeno una pagina della quale essere completamente soddisfatto, se non addirittura fiero. Oppure un finale magistrale e splendente, come questo:
“Ma da questo punto in poi Howard Givins udì soltanto un tonante, piacevole mare di silenzio. Aveva spento l’apparecchio acustico”.

E’ con questo spegnimento che si conclude Revolutionary Road, un movimento verso lo zero uditivo esercitato dal vecchio Givins, stufo di ascoltare le noiose e pettegole valutazioni della moglie riguardo ai coniugi Wheeler. Un azzeramento linguistico, una sorta di “non esserci più” bianciardiano nel quale mi riconosco quando, ogni mattina, passo sei ore nella teca in vetro della cassa numero 7. Entro nella mia capsula trasparente, e penso al signor Givins, e al fatto che se essere sordi rappresenta senza dubbio uno svantaggio, il poter non ascoltare invece decisamente no. Quindi ruoto il volume del mio apparecchio fino al nulla, e mi concedo alla vista dei clienti in coda: italiani dallo sguardo rabbioso e insofferente nei confronti di chi li precede o segue o del cassiere-scrittore, assorti in una cattiveria individualista che rende plausibile l’idea che l’unificazione d’Italia sia stata frutto del caso.

Mai avrei pensato però, di essere costretto a difendermi con l’autoprocurata sordità anche domenica sera, unico espediente per non sentire alcune frasi dell’amministratore delegato della Juventus, che lo facevano sembrare sempre amministratore delegato ma della Sambenedettese.

Poi per fortuna, mi sono ricordato di una bella partita vista nel pomeriggio, giocata con coraggio e classe dalle due squadre in campo. Sotto 0-2, Leonardo ha dato un’occhiata alla sua ricca panchina:
“Pazzo, tocca a te.”
Nessuna risposta.
Anche Giampaolo aveva staccato l’apparecchio acustico.
Avvisato con un colpo sulla spalla da un compagno, ecco Pazzini riscaldarsi lungo la linea del fallo laterale, togliersi la tuta, mostrando a tutti il numero 7 fiammante.

Due goal, un rigore procurato: Inter 3, Palermo 2. Il neoacquisto nerazzurro non avrebbe potuto immaginare un esordio migliore nello stadio di Meazza, un Marassi moltiplicato per due e mezzo. Un diagonale rasoterra di destro tirato fuori dal niente spalle alla porta, una frustata di testa su cross di Maicon, eseguita con una felina rapidità da lasciare sgomenta la difesa del Palermo. E poi la consueta esultanza con il gesto delle due dita a indicare gli occhi, come a dire:
“Avete visto?”
Sì, anche se non stavo ascoltando.

martedì 25 gennaio 2011

Il posticipo: Palermo-Brescia (Anatomia di Javier)


L’ultimo romanzo di Javier Cercas, racconta il tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 in Spagna. L’istante in cui il colonnello Tejero entra armi in pugno nel parlamento di Madrid viene interpretato da punti d’osservazione differenti, con particolare attenzione al comportamento di tre uomini: il primo ministro Adolfo Suarez, il tenente generale Gutierrez Mellado e il segretario del partito comunista Santiago Carillo, gli unici parlamentari che, mentre le pallottole dei golpisti tagliano l’aria, non cercano riparo sotto i banchi dell’emiciclo, ma restano seduti ai loro posti.

Sorvolando su come risponderebbero i deputati italiani di oggi nel caso in cui un colonnello Basettoni entrasse a colpi di fucile nell’aula di Montecitorio (probabilmente oltre che nascondersi scaverebbero buche, o forse no perché al suo arrivo il Basettoni golpista troverebbe la Camera vuota: tutti alla buvette, oppure nei bagni a strisciare e a darsi da fare con qualche escort minorenne)…Ecco, anche sorvolando su tutto questo, l’istante magistralmente interpretato da Cercas non deve aver lasciato indifferente neppure il talentuoso trequartista Pastore, Javier come il romanziere catalano, beccato dalle telecamere nello spogliatoio a sottolineare con la matita alcuni passaggi narrativi considerevoli di “Anatomia di un istante”, guarda caso gli stessi che di lì a poco avrebbe cercato di riprodurre sul prato del “Renzo Barbera”.

Lasciare il racconto di Cercas non era stato facile per Pastore, che controvoglia aveva obbedito
al suo allenatore Delio Rossi:
“Flaco, dai che inizia la partita, finisci dopo!”
E allora il laccio di una scarpa per tenere il segno a pagina 172, via la tuta rosanero e in campo, a volteggiare come un ballerino, col medesimo portamento che aveva incantato due anni fa anche l’autore di questo inutile pezzo.
Era una domenica sera, e nella convinzione che guardare a ripetizione partite del campionato argentino mi avrebbe permesso di capire meglio l’opera di Julio Cortazar, Antonio Di Bendetto e Bioy Casares, ero invece rimasto folgorato dal talento del Magro, come lo chiamavano in patria, tanto che avevo desiderato essere un osservatore spedito in Sudamerica per segnalarlo a qualche squadra del nostro campionato. Qualche mese dopo Pastore sarebbe finito al Palermo per sei milioni di euro, circa un quinto del suo attuale valore di mercato.

In ogni caso sabato sera El Flaco, parzialmente irritato dalla coatta interruzione della lettura di “Anatomia di un istante”, si è accontentato di regalare agli appassionati di calcio solo qualche passo di ordinaria amministrazione, fatta eccezione per una serpentina con palla incollata al piede nell’area di rigore del Brescia, tra lo stupore-terrore dei difensori con la V bianca sul petto, capaci di fermarlo solamente sgambettandolo, peraltro senza che l’arbitro se ne accorgesse.

La partita non sarebbe stata decisa nemmeno da lui, ma da Bovo, centrale del Palermo specialista dei calci piazzati, a quattro minuti dal termine. Una vittoria sofferta, ottenuta con grande merito dai palermitani che per tutti i novanta minuti avevano cercato di fare breccia nell’antistorica e masochista muraglia cinese eretta da Mario Beretta, tecnico delle rondinelle, a difesa della porta di Arcari. Venticinque tiri contro quattro, diciannove calci d’angolo contro uno. Statistiche che non lasciano spazio a rimpianti.
Poi per Javier una doccia veloce, le consuete interviste ripiene di paragoni con Zinedine Zidane. Quindi finalmente a casa, sul divano con una coperta sulle gambe, a studiare il perché di comportamenti altrui e decisioni umane da prendere in un istante: nascondersi, o restare seduti?

mercoledì 19 gennaio 2011

Il posticipo: Juventus-Bari (La schiena di Parker, e quella di Buffon)


“Finché non aveva visto l’uomo della fiera, non gli era mai venuto in
in mente che ci fosse qualcosa di straordinario, nel fatto di esistere”
Flannery O’Connor

In uno dei racconti più belli di Flannery O’Connor, un uomo decide di farsi tatuare il volto di Cristo sulla schiena. Era l’ultimo di una lunga serie di tatuaggi che Obadiah Elihue Parker si era fatto, nel corso degli anni, per emulare “l’uomo della fiera” di paese, che aveva visto a quattordici anni, quando per la prima volta aveva provato un moto di stupore per se stesso. Sulla schiena, perché quella era l’ultima superficie libera del suo corpo, quasi interamente disegnato. Si era deciso dopo essere sopravvissuto ad un fiammeggiante incidente di lavoro. Lo aveva fatto anche per la brutta moglie, bigotta e ossessionata dal peccato, e decisamente poco incline all’amore per i tatuaggi.
Ma Sarah, pur guardando il Cristo bizantino dagli occhi divoranti con la luce accesa, non l’aveva visto. A Parker si erano svuotate le ginocchia. Poi la moglie aveva cominciato a picchiarlo con una scopa sulla schiena, con O.E. troppo sbalordito per resistere, ma non per dirigersi oltre la porta per evitare di svenire, verso il giardino, prima di finire appoggiato al noce americano, in lacrime come un bambino.

Il doloroso finale alberato di O.E. Parker, mi è tornato alla mente capovolto quando ho visto, giovedì scorso, sbucare dal tunnel degli spogliatoi dello stadio Olimpico di Torino Gianluigi Buffon, serio e luminoso, dopo sette mesi di lontananza dai campi per problemi alla schiena. Si trattava degli ottavi di finale di Coppa Italia, Juventus-Catania.
Qualche giorno dopo, mi sono chiesto se il portiere della Nazionale si fosse per caso fatto tatuare Cristo da qualche parte durante questa mancanza, ma ho convenuto che Gigi fosse più un tipo da Madonna. Almeno lo sguardo di quel giovedì sera era quello, di uno che ha visto la Madonna intendo, lo stesso che ultimamente accompagna anche me durante certe passeggiate per Milano. Ultimamente, io e la Madonna.
Passeggio solitario, e penso che la bellezza della Madonna è fuori discussione. Anche oltre ogni rappresentazione iconografica, tanto per tranquillizzare la moglie Sarah Ruth che nel Gesù divorante del marito Parker scorgeva solamente idolatria, e la conseguente necessità di farlo sanguinare a colpi di scopa. Pure oltre ogni rappresentazione iconografica, la Madonna è proprio bella, pensavo, di una bellezza che poi uno sceglie tra quella della propria madre o moglie, di una donna incontrata per caso in corso Magenta, o di Charlotte Gainsbourg in certi film. Charlotte che bella poi non è, certo mai come la madre Jane Birkin. Charlotte che è Madonna storta di viso e orecchie, ma non fa niente, a me piace lo stesso.

Domenica invece niente camminata, piuttosto otto ore lavorative nel mio oramai consueto quanto inspiegabile (e soprattutto inspiegato, da chi dovrebbe spiegamelo) esclusivo ruolo di cassiere, ultimo gradino di un declassamento professionale privo di ragioni meritocratiche. Pazienza. Ma seppur in cassa, ho fatto in tempo a spiegare ad un cliente la differenza tra due Mari. Michele, bravissimo scrittore tra i miei preferiti, e Alessandro, autore di “Troppo umana speranza”, inconsueto e promettente romanzo sulla giovinezza del corpo, della mente e di una nazione.

Poi, onestamente, nei rari momenti di quiete alternativi ai bip, ogni tanto prelevavo di nascosto il mio BlackBerry dalla tasca dei pantaloni, per seguire la partite. Juventus-Bari, ad esempio.
Dopo la punizione capolavoro di Del Piero e il pareggio di tale Rudolf, la Juventus faticava a ritornare in vantaggio. Deducevo dalla striminzita cronaca di un sito sportivo che le idee di gioco tra i bianconeri latitavano:
64’ Aquilani: tiro di sinistro da centro area, di poco a lato sulla sinistra.
73’ Aquilani: tiro di destro da fuori area, respinto.
77’ Aquilani: tiro di destro da fuori area che esce di molto sulla sinistra.


In attesa di più fantasiose varianti offensive, immaginavo il triste ritorno a casa del più forte portiere del mondo, raro esemplare di calciatore odierno senza tatuaggi. La moglie Seredova arrabbiata ad aspettarlo (con scopa in mano?):
“Gigi, con l’ultima in classifica in casa bisogna vincere!”

79’ Gol! Alberto Aquilani (Juventus) un tiro di destro da fuori area palla indirizzata nell’angolino in basso a destra in seguito a un calcio da fermo. Juventus 2 Bari 1.

La schiena di Parker, e quella di Buffon. Cristo e la Madonna, e poi due Mari.

martedì 11 gennaio 2011

Il posticipo: Napoli-Juventus (Il nuotatore Edinson Cavani)



Ormai nove anni fa, vidi per la prima volta Napoli. Ero in compagnia di un amico, ancora vivo anche lui.
Travolto emotivamente da quella città del sud che, come altre (Lisbona, Barcellona, Roma) mi facevano pensare di provenire in qualche modo da lì, con chiaro riferimento alla dottrina induista della trasmigrazione dell’anima, un pomeriggio mi separai da Giampiero, per inoltrarmi solitario lungo le strade di Totò, Diego Maradona e Massimo Troisi.
Di fronte all’università, una piazzetta era lo scenario abitato da una piccola libreria che invece dei sacchetti di plastica dava delle buste di carta marrone per metterci dentro i libri, come fossero pane. Comprato “Il nuotatore”, di John Cheever, mi ero seduto su un muretto a leggerlo, e mentre il protagonista si tuffava e riemergeva dalle piscine delle ville a quindici chilometri da Bullet Park, dei bambini si sfidavano a pallone in uno spazio di cemento minimo, circondati da automobili che facevano da spalti.
A differenza di quello che mi avevano insegnato da ragazzino, ogni tanto tiravano delle bombe contro le portiere e i cofani, e questa loro insubordinazione nei confronti di leggi che consideravo universali, li rendeva affascinanti e tutto sommato divertenti, soprattutto perché non ero uno dei proprietari delle macchine.
Nuotavo con John Cheever, scoprendo uno degli scrittori più straordinari mai conosciuti, prima di ritrovarmi, dopo una discreta camminata, seduto su alcune pietre lanciate perpendicolarmente al lungomare verso il vuoto blu.
Qui, mi ero sorpreso dopo qualche tempo a scrivere una poesia. Aveva a che fare con bottiglie rotte da ragazzi ubriachi e scagliate in mare, con un berretto di vari azzurri, e con il timore che qualcuno mi rubasse il quaderno dove scrivevo le poesie.

Rileggendo “Il nuotatore"” a distanza di dieci anni, ho notato che non ha perso niente della sua breve perfezione. Ho pensato di chiamare Giampiero per dirglielo, l’ho trovato d’accordo.
Deve aver pensato lo stesso Edinson Cavani quando, al nono del secondo tempo, si è tuffato in mare per colpire il pallone e indirizzarlo per la terza volta alle spalle di Marco Storari. Di testa, o forse di tacco. Napoli 3, Juventus (post 2006) 0.

Allo fine tutto lo stadio si è messo a cantare la vita del soldato innamorato, e anche attraverso il teleschermo, sentivo la medesima pelle d’oca che avrei certamente provato stando al S. Paolo perché, per un misterioso motivo probabilmente legato di nuovo alla dottrina della trasmigrazione dell’anima, la canzone del soldato innamorato mi ha sempre fatto venire la pelle d’oca in condizioni normali, figuriamoci cantata dai sessantamila del S. Paolo.

Nel dopo gara, il presidente De Laurentis non ha rilasciato dichiarazioni sul nuotatore di Cheever, ma ha ritenuto doveroso precisare che lo scudetto comunque lo vincerà il Milan, perché Berlusconi farà di tutto per ottenerlo, anche influenzare gli arbitri nelle decisioni riguardanti il convalidamento di reti in fuorigioco fatte passare per regolari.
Questa affermazione, ricordando certe telefonate del 2006 tra “addetti agli arbitri” rossoneri e guardalinee, e altri carteggi cellulari scoperti (chissà come mai solo da pochi mesi) tra i santi Moratti e Facchetti e i designatori di quel tempo, mi ha per un attimo intristito.
Vuoi vedere che i campionati sono tutti truccati e noi stiamo qui ancora a guardare le partite come degli allocchi? Oppure, vuoi vedere che i campionati non sono truccati ma gli italiani sono i più bravi del mondo a pensare sempre alla malafede delle giacchette nere? E infine, quali i punti della storia di John Cheever non hanno convinto Aurelio De Laurentis?

Nel dubbio, ho preferito seguire Neddy Merril, il protagonista del racconto, fino all’ultima piscina. L’ho visto crollare mettendosi a piangere. Infelice, infreddolito, stanco, sgomento. Ho seguito il nuotatore mentre riusciva a stento ad arrivare a casa, trovandola immersa nel buio e chiusa a chiave, fino ad accorgersi che era disabitata.

venerdì 7 gennaio 2011

Il posticipo: Juventus-Parma (I piedi caldi di Voltaire, quelli gelidi di Amauri Presley)


Per una certa impazienza che mi aveva agitato anche nel sonno, il giorno dell’Epifania mi sono alzato all’alba. Non vedevo l’alba, così, da una finestra, sulla terra, da almeno dieci anni. Ne avevo vista una, quattro anni fa, viaggiando in aereo, ma non è la stessa cosa. Mi è venuta voglia di scrivere, ma subito ho pensato che fosse una pessima idea. Perché era una voglia banale e, in un certo senso, accademica, da luogo comune.

Ne avevo la certezza per via del fatto che avevo i piedi freddi. Da quando ho letto Sciascia citare la battuta di Voltaire che per dipingere bene bisogna avere i piedi caldi, ogni volta che mi metto a scrivere indosso doppie calze, oppure prima eseguo un rapido, e bollente, pediluvio. Ma all’alba di fare il pediluvio non m’andava, così ho cominciato a immaginare i piedi diversamente temperati degli scrittori appoggiati sulla mia libreria, e successivamente i gradi centigradi racchiusi nelle scarpe di quelli che la gente considera a torto scrittori, forse perché non è stata ancora inventata una parola intermedia capace di distinguere uno Scrittore da uno scrittore. Così, ad un Aldo Busi dai mignoli bollenti, contrapponevo un G.F. dalle caviglie furbe ma ghiacciate. Per un Giuseppe Berto con i piedi fumanti anche se immersi nella neve, mi veniva addosso un P.G. dalle falangi noiosamente assiderate.

Di questo passo, come il narratore del Todo modo di Leonardo Sciascia, sono arrivato perfino a chiedermi se qualche scrittore affermato conservi davvero le proprie pagine migliori per sé, regalando ai lettori solamente quelle scritte a piedi tiepidi o raffreddati. Ma conoscendo la vanità media della quasi totalità, mi sono risposto che la distinzione tra pagine calde e pagine fredde deve essere un affare che riguarda pochi umili, e bravi Scrittori.

Camminando innocuo fino a mezzogiorno, ho stancamente appreso che Juventus-Parma si sarebbe giocata alle dodici e trenta. Finite in pochi secondi le maledizioni riguardanti lo scomodo orario, ho apparecchiato la tavola, mentre la famiglia si riuniva per il consueto pranzo della Befana. Mia madre come al solito non si era risparmiata, mettendo sui piatti:
uno strano cotechino cremonese a forma di palla, cotto per tre ore e mezza. Involtini, polenta, lenticchie con carote sedano cipolla. E poi qualche foglia d’insalata, per soddisfare qualche spirito vegetariano, e ovviamente una bottiglia di rosso ancora da scegliere: Chianti? Bonarda? Dolcetto d’Alba?

Al terzo minuto del primo tempo, senza informazioni riguardanti il risultato, ho deciso per il piano d’evasione. Quattro lenzuola legate insieme (grande il vantaggio di avere una madre proprietaria di un negozio di arredo casa) calate dal balcone al terzo piano fino quasi al marciapiede.
Al quindicesimo, ho simulato un forte mal di testa, il bisogno di stendermi un po’.
In camera ho spento la luce, abbassato la tapparella il giusto per passarci sotto con il passo del leopardo, imparato durante il servizio militare.

Planato sulla crosta terrestre, mi sono diretto al bar dei cinesi, quello rosso, sull’angolo. Con rinnovato spirito imprenditoriale, il popolo cinese ha finalmente capito che per integrarsi meglio deve affidarsi al calcio, per questo mi ha stupito moderatamente vedere i baristi con la sciarpa bianconera al collo. Quando poi ho notato un cassetto mezzo aperto dietro al bancone, dal quale sbrodolavano i drappi colorati di tutte le squadre di A e B (eccezion fatta per il Portogruaro) il magro stupore ha lasciato spazio definitivamente al disincanto.

Eppure un cameriere tra i più loquaci, Tau Yuanming, si concedeva nei miei confronti più di una confidenza. Pacche sulle spalle. Affermazioni beneaugurati del tipo:
“Sento plofumo di lete. Vedlai che si sblocca Amauli!”
Oppure:
“Pelché Del Neli non ha nemmeno convocato Voltaile? E Leonaldo Sciascia, di nuovo in panchina?”

Caro Tau, il tuo ottimismo è oggettivamente fuori luogo. Mancano pochi secondi al novantesimo, ed il Parma conduce per quattro a uno. Inoltre il presunto centravanti che secondo le tue previsioni dovrebbe segnare, si aggira per il campo pesante come una mucca, ma con i capelli unti. La sua sconfortante staticità mi ricorda quella drammatica di Elvis Presley, a fine carriera. I suoi piedi, sono certamente gelidi.

martedì 14 dicembre 2010

Il posticipo: Juventus-Lazio (Tremando sull’orlo con Henry David Thoreau)


Ancora nel 1848, Henry David Thoreau era a malapena noto ai suoi concittadini di Concord, che al massimo lo apostrofavano come un tipo strambo che era andato a vivere in una casupola nei boschi di Walden, e che aveva passato una notte al fresco per essersi rifiutato di pagare la tassa elettorale pro capite. I più maligni addirittura, avevano sparso la voce che il presunto “trascendentalista”, giunto alla soglia dei trent’anni, si fosse rifugiato nei boschi solamente perché tra gli alberi il segnale televisivo giungeva con maggiore pulizia visiva rispetto al centro di Concord, dove sia Sky che Mediaset Premium faticavano a garantire una copertura soddisfacente.

Conscio di queste cattiverie, quando un mattino Thoreau aveva intravisto una lettera nella cassetta della posta, aveva pensato immediatamente al peggio: si trattava con quasi certezza del solito fastidioso cittadino che chiedeva il perché del trasferimento a Walden oppure, in seconda battuta, del solito fastidioso cittadino che voleva sapere per quale squadra della serie A simpatizzasse il cosiddetto “filosofo naturale”, amico di Emerson (non il Puma brasiliano ma Ralph Waldo). Davvero aveva traslocato nella casupola solo per dedicarsi “agli studi che hanno più direttamente a che fare con questo pianeta”? Davvero Thoreau non sentiva il desiderio della compagnia degli amici, bastante a se stesso, al suo “essere niente”?
Difficile da credere, com’era difficile ignorare certe esplosioni vocali di gioia che parevano provenire dal bosco al sabato sera o alla domenica, casualmente in concomitanza con lo svolgimento del campionato di calcio.

La lettera invece era di Harrison Blake di Worcester, Massachusetts, un ammiratore dell’ancora sconosciuto “mistico”, il quale incitava Thoreau a iniziare una corrispondenza per aiutarlo ad innalzarsi “a una vita più vera e più pura”.
La soddisfazione di Henry David era stata grande: pur non ritenendosi niente, qualcuno gli aveva fatto capire che forse poteva essere qualcosa. Una volta aperta la busta, le poche righe scritte da Blake avevano confermato la sensazione positiva di poco prima. Finalmente qualcuno comprendeva il significato della sua scelta, il suo desiderio di separarsi dalla società, dal sortilegio delle istituzioni, dalle usanze, dai conformismi…
E la disperata umiltà di quella richiesta di soccorso spirituale, che si concludeva con il rammarico di sentirsi “tremare sull’orlo” era stata la goccia determinante per accettare quell’idea di amicizia sulla carta, da mettere in pratica subito, o meglio dopo la partita della settimana.

Utilizzando il telecomando per abbassare come sempre a zero il volume della televisione, al fine di non perdere i suoni del bosco che provenivano dalla finestra socchiusa, Thoreau aveva deciso per Juventus-Lazio, affascinato dalle potenzialità dell’incontro di cartello della sedicesima giornata.
Il tempo di sedersi, e Giorgio Chiellini portava in vantaggio i bianconeri, esibendosi poi in un battito ripetuto di pugni sul proprio petto griffato Balocco, metodologia di esultanza che a Henry David era apparsa come una raffinata citazione di quando l’uomo stava ancora nelle foreste. Bello da parte del capitano della Juventus il non dimenticarsi della Natura di un tempo, adesso che pelo e coda erano scomparsi e l’uomo in posizione eretta poteva divertirsi colpendo il pallone di testa anticipando grintoso altri suoi simili.
Sull’esempio del centrale livornese, anche Storari aveva pensato di lanciarsi in un omaggio naturalistico, ipotizzando di aggrapparsi ad una liana immaginaria per colmare uno spazio bianco, nero e celeste, ma sfortunatamente nel suo volo verso l’alto aveva dimenticato di afferrare con precisione la palla, sotto gli occhi azzurri e affilati di Gianluigi Buffon che, in tribuna, almeno per un secondo aveva pensato: il primo errore in sedici giornate, male per la Juve ma almeno i tifosi si ricorderanno che esisto. Zarate ne aveva approfittato per pareggiare.

Nelle pause di gioco, Thoreau riprendeva in mano la lettera che gli aveva scritto l’ammiratore di Worcester, soffermandosi sul quel “Ma aihmè, tremo sull’orlo!” che da solo valeva tutto, l’insicurezza di essere umani, e una serie di cose ben più vaste della penuria indecente racchiusa anche nelle migliori parole. Cosa rispondere a Blake? Qualcosa capace di semplificare il problema della vita, lasciando in pace Dio e le cose, puntando alle vette.

E mentre divisa in ventisette punti, la risposta cominciava ad arrivare, a dieci secondi dal 94 Momo Sissoko azzeccava un passaggio rasoterra diagonale che mai in carriera. A cinque secondi il giovane Cavanda, non potendo prevedere l’imprevedibile, faceva appena in tempo a osservare quel taglio passargli alle spalle. A tre, Milos Krasic saettava come una freccia verso la porta di Muslera, per crossare, o tirare. Nel dubbio, sull’orlo della fine, il portiere laziale smanacciava tremante col guantone-racchetta come quando a ping pong vuoi dare l’effetto, ma nella sua porta.

venerdì 10 dicembre 2010

Roma-Fahrenheit e il Colosseo Quadrato



Come verso la fine della vita può capitare di rimpiangere per un secondo certe cose non fatte o certe donne non fermate per strada, pur accettando l’impossibilità di non poter fare ogni cosa e di non poter fermare ogni donna, così ogni volta che vado a Roma ho la sensazione che mi manchi sempre del tempo, quello necessario per osservare con attenzione le meraviglie che la capitale mostra o nasconde, a seconda delle situazioni e della prontezza di chi la sbircia.

Ad esempio mercoledì, mentre raggiungevo il Palazzo dei Congressi dell’EUR per partecipare alla puntata di Fahrenheit trasmessa in diretta dalla Fiera Più libri Più Liberi, speravo mi avanzasse del tempo (sempre quello, prima o dopo) per guardare da vicino il Palazzo della Civiltà Italiana, soprannominato anche il Colosseo Quadrato o Groviera, e controllare quindi se corrispondeva al vero quell’informazione letta su Wikipedia (ebbene sì, anche io consulto Wikipedia, come del resto fa Michel Houellebecq, ovvero l’autore di uno dei libri più belli che ho letto in questo 2010) e cioè che “in alcune ore del giorno e in particolare di notte, l’edificio del Piacentini esprimesse un evidente fascino di architettura metafisica”. Che poi uno può cliccare su Piacentini e Razionalismo italiano se vuole saperne di più, o quantomeno qualcosa.
Comunque, avevo calcolato il tempo necessario dalla fermata Ottaviano a quella EUR Fermi per non ritardare l’appuntamento radiofonico e potermi permettere qualche spiata metafisica, ma non avevo fatto i conti con i lavori nei sottopassi della Stazione Termini, capaci di rallentare anche due camminatori esperti come me e M.
Partiti col sole poi, sbucati da EUR Fermi pioveva, quindi abbiamo preso il Bus Navetta per la Fiera e così il Colosseo Quadrato l’ho visto solamente dal finestrino, senza potermi avvicinare al groviera come avevo sperato.
Come in ogni luogo chiuso affollato, dentro il Palazzo dei Congressi faceva molto caldo, e mentre pensavo a non dire scemenze durante la spiegazione del perché avevo scelto “Nel territorio del diavolo” di Flannery O’Connor come “mio libro” della Fiera, altri pensieri, votati a tranquillizzarmi, mi facevano tornare a poche ore prima quando, presso un famoso antico forno-focacceria sito in Campo de’ Fiori, avevo notato appena fuori dal bagno una maglia di Totti autografata dentro un quadro, e per un attimo avevo desiderato comportarmi da vero inesperto di calcio, avvicinando il gestore per chiedere: “Scusi, ma il Totti non giocava mica nella Lazio?”.
Ottima in ogni caso la focaccia, anche se il rischio paventato dalla guida di sporcarsi la faccia e la barba di bianco farina, non era in effetti da sottovalutare.
Alle 17.10 sono andato in onda, in compagnia di Christian Raimo di Minimum Fax, autore della prefazione dei saggi sul mestiere di scrivere della O’Connor. Ho detto la mia, svelando agli ascoltatori di Radio3 quello che i lettori di Quasi Rete sapevano già. Cose relative alla grazia, e al coraggio di guardare. Poi la conduttrice Loredana Lipperini mi ha chiesto a bruciapelo quale libro sarei stato, in una vita di carta e non di carne, e allora ho detto “La vita agra”, di Luciano Bianciardi. Un parte del pubblico seduto nel caffè letterario sotto il palco ha emesso un breve boato di approvazione, e sorpreso ho realizzato di aver fatto goal. O meglio, di averla passata bene a Bianciardi che, davanti a Julio Sergio, ha fatto quello che solo i campioni sanno fare: saltare in dribbling il portiere, e accompagnare la palla oltre la riga di porta.

martedì 30 novembre 2010

Liga: Barcelona-Real Madrid (Il coraggio di Flannery, la Manita e la sacra bellezza di vivere)


Da Milano, l’amico F. mi scrive: “Quale aspetto positivo può esserci nell’alzarsi alle otto e trenta del mattino di domenica per andare a lavorare in un negozio dove trascorrerò la giornata in balia di orde di italiani votati allo shopping pre-natalizio?”.
Caro F., rispondo comprensivo, l’unico aspetto positivo che mi viene in mente è quello di non essere morto durante il sonno.

Ma appena dopo aver pensato alla sacra bellezza del poter vivere, il mio pensiero si sposta verso vantaggi ulteriori. Una volta superata la domenica lavorativa, l’amico F. potrà anche decidere cosa guardare alla televisione lunedì sera: Vieni via con me della coppia Fazio-Saviano o il Clasico di Spagna, Barcelona-Real Madrid? Conosco bene F., e fino all’ultimo resterà indeciso.

Intanto la domenica regalata al Dio-Lavoro se la farà passare nel migliore dei modi grazie al consueto stratagemma: acquistare un libro dopo averlo scelto con attenzione, ovvero il contrario di quello che fa la maggioranza dei clienti del negozio dove lavora i quali, simili a pecore bianche rosse e verdi, tendono a scegliere il rettangolo con pagine situato ai primi posti della classifica (pensiero che rassicura la pecora italica per fortuna non clonata: “Ah, quel libro è primo, meglio andare sul sicuro, se piace alla maggioranza delle persone un motivo ci sarà…”) o quello consigliato da qualche giornalista/scrittore (talvolta prostituito intellettualmente) in una recensione sui quotidiani nazionali.
F. quasi sempre compra libri non consigliati, fidandosi dei suggerimenti che, immancabilmente, sfuggono a certi scrittori che legge. Non si ricorda però chi, qualche anno fa, gli presentò Flannery O’Connor. Pazienza, la fortuna di aver conosciuto Flannery fa passare in secondo piano chi gliela presentò.

Della scrittrice americana, F. ricorda le fotografie scovate in rete. F. controlla sempre la faccia degli scrittori che ama, forse per capire dalle rughe o dal taglio degli occhi come fanno ad essere così bravi. Il suo è un tentativo di scoprire, leggendo i tratti del naso o il taglio della bocca degli scrittori stimati, una fisiognomica del genio o quantomeno del talento, senza dimenticare che, come ha imparato ascoltando Franco Battiato, in fondo siamo miseri ruscelli senza Fonte. Della O’Connor il mio amico F. ricorda soprattutto tre foto: una seduta in poltrona con un libro tra le mani, una con cappello dietro una staccionata, una con collana che sembra una fototessera da carta d’idendità. C’è un sentimento comune però che traspare dalle tre immagini: è quello dell’umiltà.

A F. le fotografie di Flannery arrivano da chissà dove nella testa mentre si trova in una cassa che è un parallelepipedo di vetro aperto sopra per far respirare, dentro il quale ci sta un cassiere, lui nella fattispecie. Ma ovunque si giri, fotografie di altri scrittori lo guardano. Sono tutte molto serie, con le mani appoggiate ad una parte del viso come se stessero pensando a qualche cosa di assoluto, fondamentale e determinante. Mani che sorreggono menti, fronti, sopracciglia. Per intenderci nessuno che si metta le dita nel naso. Truman Capote si sistema gli occhiali ad esempio, ma è chiaro che sta riflettendo su qualcosa di molto importante. Ernest Hemingway invece è grande come una porta, e tiene in braccio un gatto. Il cassiere F. comincia male con lui quando, girandosi verso sinistra e avendo l’impressione che il gatto voglia fuggire da quell’abbraccio un po’ forzato, lo provoca:
“E lascialo scendere Ernest, povera bestiaccia. Sai che ti dico? Francis Scott Fitzgerald mi piace molto più di te. Non so cos’è, ma Il grande Gatsby, ecco, è quello. E lascia giù quel gatto.”

F. vorrebbe una fotografia di Flannery O’Connor da guardare ogni tanto mentre restituisce soldi o carte fedeltà a clienti che comprano Cotto e mangiato. La cerca disperato con gli occhi, ma non la trova sulle pareti. Flannery, dove sei?
Ricorda allora un brano tratto da Nel territorio del diavolo (minimum fax), i saggi sul mestiere di scrivere dell’autrice de La saggezza del sangue.
“Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Se il romanziere non è sostenuto dalla speranza di far soldi, deve essere almeno sostenuto da una speranza di redenzione, altrimenti non sopravviverà alla prova. Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.”
Con tutti i soldi che mi passano tra le mani qui in cassa, pensa F., qualora avessi al riguardo dubbi che non ho, li butto nel cestino. Non i soldi, ma i dubbi: nel mio percorso di piccolo scrittore, l’unica forza che mi spinge è la speranza di redenzione.
Questo è l‘ultimo discorso registrato di F., prima di essere inghiottito nella ripetitività dei gesti, tumulato nella teca di vetro domenicale in attesa delle ore diciannove.

Poi è lunedì sera. La decisione è presa: Barcelona-Real Madrid, e nell’intervallo Vieni via con me. Si rivelerà quella giusta, fatta eccezione per l’intervallo, che andrà a coincidere purtroppo con il noioso e inutile balletto teatrale sulle note accelerate della canzone di Paolo Conte, messo in scena da attori esagerati per la quarta volta consecutiva. Basta.

La partenza della squadra di Guardiola è da brividi. Xavi, Iniesta e compagnia fanno girare palla così veloce che le Meringhe madrilene non sanno più da che parte voltarsi. 2-0 dopo diciotto minuti, 5-0 al novantesimo. La Manita. Un risultato che va stretto al Barca, composto da undici giocatori che hanno il coraggio di guardare. I centomila del Camp Nou passano il secondo tempo a cercare con la voce Josè Mourinho, apparentemente scomparso. E’ invece seduto in panchina, mentre una telecamera inquadra lo striscione della serata:
“Mourinho, ora e sempre Traduttore”.
Per l’allenatore portoghese, reduce dal triplete nerazzurro ottenuto senza sportività, davvero una brutta serata.

venerdì 26 novembre 2010

Serie A: Genoa-Juventus (Lo zucchero di Campana e il vendicatore del calcio moderno)

Il principale vantaggio delle cose e delle costruzioni rispetto alle persone, risiede nella possibilità di durare (una volta venute alla luce) oltre la vita degli umani, o di esistere già quando questi si presentano nel mondo, con l’ingenuità o la presunzione di essere i primi o fondamentali.

Ogni volta che vado a Genova, passo per piazza Caricamento e resto qualche minuto a guardare la sopraelevata, rammentando sempre un’intervista a Paolo Villaggio nella quale l’attore genovese ricordava di essersi svegliato un giorno e di essere rimasto stupefatto nella negatività della scoperta: chi aveva tirato su quell’orrore di cemento che impediva la visione del mare? Le generazioni future sarebbero state liberate da quella bruttezza?
Successivamente mi è capitato di percorrerla da automobilista la sopraelevata, e osservando il profilo al tramonto di Zena ho pensato che anche una cosa brutta può permettere in qualche modo di accedere alla bellezza. Una magra consolazione.

Poi solitamente faccio colazione al Caffè degli Specchi, rubando talvolta la bustina di zucchero con scritto sopra dei versi di Dino Campana, che qui prendeva cappuccio e brioche prima di essere costretto a fare la cosa che ogni scrittore si augura non gli capiti mai: provare a riscrivere un libro a memoria, dopo averlo sfortunatamente smarrito.
”Entro una grotta di porcellana
sorbendo caffè
guardavo dall’invetriata
la folla salire veloce”.

Dagli spalti del Luigi Ferraris dei giocatori senti quasi l’odore, e ti sembra di essere in un campetto di periferia dove puoi guardare chi gioca sulla fascia negli occhi. Milos Krasic rappresenta una sorta di vendetta contro il calcio moderno, colpevole di aver assassinato la maggioranza delle ali di una volta. Sarebbe un numero 7, ma indossa il 27. La sua visione personale del football è semplice: riceve palla, la stoppa e punta il difensore. Lo fa con tale naturalezza da portare il marcatore (il numero 3 di una volta) in una zona del cervello molto vicina all’esaurimento nervoso. Prima di alzare bandiera bianca e correre sul lettino dello psicanalista, solitamente il terzino sinistro si piglia almeno un cartellino giallo. Per questo, dopo la simulazione dell’ala serba a Bologna abbiamo assistito ad una serie di corsivi indignati, che curiosamente non si sono ripetuti dopo la testata di Samuel Eto’o a Cesar in Chievo-Inter. Quando fatichi a fermare un campione sul campo, provi a bloccarlo sui giornali.

Al primo pallone toccato da Milos, ho pensato che lo stratagemma fosse servito. Palla a Krasic che punta Criscito il quale, per non essere scavalcato, lo butta per terra con le braccia. L’arbitro lascia correre, e Del Neri è solo uno dei tifosi juventini che si mette a pensare: “Ecco, adesso cercheranno di farlo passare per simulatore sempre”.
Non sarà così.

Sotto gli ingiustificati Buu del pubblico genoano, Krasic prima è sembrato smarrirsi, poi ha ripetuto l’esercizio preferito. Stop e puntare. Dalla gradinata avevo la sensazione di leggere la sua idea nascosta sotto i biondi capelli. Ragionava in serbo, ripetendo a se stesso più o meno così: “adesso la stoppo, poi punto Criscito”.

L'avrebbero steso quattro o cinque volte, sarebbero arrivati i primi gialli. Poi Krasic avrebbe deciso per lo slalom, saltando come paletti tre difensori rossoblu prima di calciare verso il palo più lontano che l’avrebbe premiato spingendo la palla oltre la linea bianca. Genoa 0 Juventus 2.

Il secondo tempo non avrebbe cambiato il risultato e Krasic, uscendo dal terreno di gioco sostituito da Sissoko, mi avrebbe dato la stessa impressione di un appartenente alla folla che, oltre il vetro, saliva veloce.

martedì 16 novembre 2010

Serie A: Inter-Milan (Un derby deciso dal parrucchiere, ovvero Materazzi Taxi Driver)



Che si sarebbe trattato di un derby deciso dal parrucchiere lo si era capito già la sera del 31 ottobre scorso quando, al termine di Mila-Juventus 1-2, Silvio Berlusconi aveva individuato nei capelli di Massimiliano Allegri la radice della sconfitta rossonera.
L’allenatore del Milan il mattino seguente si era prontamente recato dal parrucchiere per regolare la chioma in modo che risultasse adatta a rilasciare interviste in sala stampa, e da quel momento Nesta e compagni avevano cominciato a girare per il verso giusto, seguendo una rotazione di vittorie più adeguata ad una squadra votata al conseguimento dello scudetto.

Conoscendo la predisposizione del Presidente del Consiglio ad azzeccare le mosse vincenti anticipando gli altri concorrenti, sia come proprietario di club che come politico, il resto dei contendenti aveva utilizzato il ponte dei Morti per consultarsi con i parrucchieri più autorevoli della penisola. Massimo Moratti aveva consigliato Benitez di studiare con attenzione le scelte del barbiere di Milanello ma la società di via Turati, esempio di azienda organizzata in maniera quasi esemplare, aveva immediatamente obbligato i suoi calciatori a farsi fotografare o riprendere sempre con il berretto in testa, per non permettere agli avversari più temibili di spiare.

Così Rafa aveva dovuto improvvisare, lasciando liberi i reduci del Triplete di sistemarsi la capigliatura nel modo che preferivano, possibilmente lo stesso che avevano adottato con Mourinho, ma senza dichiararlo per non aumentare la nostalgia. Se però ad esempio Javier Zanetti non aveva avuto dubbi a pettinarsi sempre con la riga a sinistra come un uomo degli anni quaranta, Marco Materazzi, investito a sorpresa del gravoso compito di marcatura di Zlatan Ibrahimovic, qualche incertezza in più l’aveva provata, e alla fine aveva pensato di copiare la soluzione estrema “alla moicana” di Robert De Niro in Taxi Driver. Davanti allo specchio di casa, prima di eseguire il taglio, Marco si preparava a sfidare il suo peggior ex amico, incapace di comprendere che i nervi gli stavano per saltare definitivamente. http://www.youtube.com/watch?v=Zduq4YGmiUw

Una volta in campo, Matrix se ne sarebbe reso conto troppo tardi, quando già era in scivolata sul prato bagnato di San Siro per travolgere il centravanti svedese appena dentro l’area di rigore interista. Palla sul dischetto e uno a zero per il Milan al quinto minuto del primo tempo.
Il resto della partita sarebbe stata una sfilata di pettinature, con i calciatori nerazzurri costretti ad ammirare le scelte estetiche sopra la fonte dei ragazzi di Allegri.
Via il berretto, e Seedorf aveva mantenuto il suo intelligente cranio rasato, Pirlo la sua svolazzante testa ondulata, Thiago Silva i suoi corti riccioli brasiliani.
Dall’altra parte, Materazzi Taxi Driver era solo il più evidente sbaglio di un barbiere poco ispirato, senza il coraggio di abbassare l’esplosione forestale del bambin Coutinho (Paulo Roberto Coutinho), di porre rimedio all’aeroportuale avanzata centrale del ciuffo di Pandev, d’impedire il disegno a trecce-righe curve sul capo dell’infatti presto infortunato Obi.

venerdì 12 novembre 2010

Serie A: Brescia-Juventus (L’ineducato Garrone, Cassano che ride e il concetto di genio racchiuso in un tiro di Diamanti)

La notizia mi giunge nel cervello poco prima che inizi Brescia-Juventus.
“Riccardo Garrone, presidente della Sampdoria, è pronto a chiedere la pena di morte per Antonio Cassano”. La scritta compare veloce in basso sul teleschermo, evidenziata dallo strillo: ultim’ora. “Se ritenuto colpevole, Antonio da Bari vecchia verrà probabilmente giustiziato in Cina, i buoni rapporti tra l’Italia e il Paese di Hu Jintao dovrebbero facilitare l’estradizione del pericoloso fantasista”.

Di quale atroce delitto si è macchiato il numero 99? Nessuno lo sa con precisione tranne i diretti interessati. Qualcuno fa finta di saperlo, altri esprimono la loro opinione basandosi sul “sentito dire”. Sì, gli ha detto “vecchio di m.”, ma in una discussione potrebbero contare altre cose avvenute prima dell’insulto.

Dopo il lancio d’agenzia è arrivata l’intervista di Garrone da Genova alta che, parlando con la bocca stretta come fanno certi ricchi, ha detto che Cassano è un ineducato, che Del Neri l’aveva avvertito e lui non gli aveva creduto, che Cassano è una persona fragile. Quindi non gioca più, nonostante le scuse.

Guardavo il presidente del Doria e pensavo a quello che avevo letto il 2 novembre su Repubblica. Un articolo di Gabriele Romagnoli che, sottolineando le lampanti differenze tra il calciatore e il petroliere, tra le altre cose ricordava come l’industriale fosse sopravvissuto un po’ a tutto nella sua vita, “compreso un processo penale per corruzione seguito all’apertura lampo di un impianto a Siracusa (assolto in secondo grado o salvato dalla prescrizione per altri addebiti)”.
Guardavo la bocca stretta del benzinaio Erg e pensavo: “c****, questo qui è uno che non perdona”. Poi chiedevo scusa a Riccardo per aver detto c****. Ma lui lo stesso non mi faceva più scrivere.

Stavo ancora sorridendo amaro, stupito da certe questioni di principio sollevate da pulpiti salvati dalla condanna penale per prescrizione, quando Garrone ha smesso di parlare al cronista per rivolgersi, rugoso e spietato, proprio a me.
“Cosa hai detto Savio??”
“Niente presidente, dicevo solo ma non lo sapevi che Cassano era così? Credevi di aver comprato Del Piero? E dai poteva andarti peggio, se pigliavi Balotelli? Antonio rispetto a Mario pare quasi San Francesco”.

San Francesco magari no, tuttavia credo che il maleducato Cassano sia il solo giocatore ancora capace di ridere in campo. Prima, durante e dopo la partita con gli avversari, calciatori e allenatori. Cassano ride e scherza, in un ambiente dove le conferenze stampa dei Mister sembrano interviste a chirurghi che hanno appena operato pazienti a cuore aperto, o a Capi di Stato che hanno deciso di dichiarare guerra allo Stato canaglia di turno. Perché gli allenatori italiani non perdono mai per colpa loro, ma sempre per colpa dell’arbitro.
Il sorriso cafone di Cassano mi manca già, e se esistesse un tribunale della bellezza, la persona da giudicare sarebbe Garrone, che con la sua sospetta intransigenza sta privando il pallone di uno che si diverte ancora a prenderlo a calci.

Ragionavo così quando, dal vertice sinistro dell’area di rigore, Diamanti ha tirato fuori un incredibile colpo di punta esterno che, seguendo la traiettoria di una spada curva e invisibile, ha sfiorato la testa di Chiellini senza decapitarlo, prima d’infilarsi nel sette alla sinistra di Storari. Un goal mostruoso, che i replay successivi avrebbero mostrato più volte in tutta la sua unicità. Un’idea di tiro che solo ad un matto come Cassano poteva venire in mente. Quindi nello stadio della mia città, con il cuore diviso a metà, mi sono alzato ad applaudire, senza riuscire a smettere. Ma che goal hai fatto Antonio?? Per fortuna che sei tornato.

lunedì 8 novembre 2010

Serie A: Inter- Brescia (Il viaggio di Jeanne e quello di Eto’o)

Noleggiare un film da Blockbuster è sempre più difficile. Da qualche anno il catalogo è stato smantellato, e per un appassionato di cinema trovare pellicole che si elevino al di sopra della mediocrità tanto cara alla maggioranza degli italiani bisogna brancolare nel gialloblu per almeno un quarto d’ora. Qualcuno potrebbe obiettare: “ma un appassionato di cinema non si reca da Blockbuster per trovare un film decente…” Giusto, ma è anche vero che videoteche migliori non sono così vicine a casa.

Il miracolo tuttavia può accadere, e al calare di un pomeriggio scorgo sullo scaffale “Il viaggio di Jeanne” (Les Grandes personnes) di Anna Novion. Mi dirigo in cassa dove mi attende una coda poco piacevole, con i poveri commessi schiacciati dalla massa italiota del sabato che pressa e sbuffa. Mogli vestiste come baldracche, mariti palestrati con i pantaloni a vita bassa programmano una brutta serata che ringraziando il cielo riguarderà solo loro, adagiati sul divano a visionare un pessimo film, tra mitragliate di telefonate e messaggini.

Riesco a noleggiare “Il viaggio di Jeanne”, superando il commesso che da consumato piazzista obbligato mi offre di tutto, l’importante è che non esca dal negozio “solo” con “Il viaggio di Jeanne”. Se aggiungo 3 euro posso prendere altri due film, da consegnare entro 48 ore. No, grazie. Se aggiungo 1 euro mi porto via una confezione di M&M’S, quelli con le noccioline. No, grazie. Se aggiungo il cofanetto del Decalogo di Kieslowski euro ho diritto ad uno sconto del 50% sulla mia futura bara in legno di cirmolo, molto pregiato. Cristo, finalmente una proposta definitiva. Mi complimento col piazzista, accetto e corro a casa.

Con i francesi vai quasi sempre sul sicuro. Il loro cinema sta in equilibrio, il nostro no. E’ come se abitasse una dimensione speciale, che un tempo ci riguardava. Ma adesso no, e non capisco perché. Cioè lo intuisco ma non ho tempo di spiegarlo perché comincia Inter-Brescia. O meglio la squadra di Iachini contro Eto'o, stupendo numero 9 che gioca con i nerazzurri. Uno che se di lavoro fai il difensore del Brescia, prima di scendere in campo perdi almeno cinque minuti davanti al crocifisso nello spogliatoio pregando che si prenda una storta nel riscaldamento.

Niente da fare, e lui ti punta, finta, modella la bellezza dei suoi lunghi muscoli per scatti che ti lasciano sul posto, quasi abbattuto nel tuo destino di giocatore “normale”. Ma ti fai forza, gli altri dieci di Benitez non sono così di un altro pianeta e allora disputi un bel primo tempo, vai in vantaggio con il tuo centravanti/capitano e poi al riposo vincendo a San Siro contro i campioni d’Europa.
Il secondo tempo te lo immagini già. Stringere i denti e difendersi senza abbassarsi troppo, sperando che Diamanti controlli i nervi ed inventi qualcosa in contropiede. Passano i minuti e quasi ci credi. Poi ricordi che ad un arbitro, se vuole fare carriera, certi rigori che non ci sono alle squadre di vertice bisogna fischiarli comunque, anche se il giocatore stupendo è rotolato da solo sul pallone come un bambino. Pazienza, hai fatto il possibile. Non hai vinto ma non è colpa tua. Porti a Brescia un punto dopo cinque sconfitte consecutive. Certo aggiungendone altri due, avresti avuto uno sconto su quelli che ti mancano per rimanere in serie A.

lunedì 1 novembre 2010

Serie A: Milan-Juve-Houellebecq (Tutte le carte in regola per essere francese)

Ho tutte le carte in regola per essere francese, come Piero Ciampi aveva tutte le carte in regola per essere un artista.
Da piccolo, chiedevo a mio padre:
“Papà, perché non siamo francesi?”
Lui rispondeva enigmatico:
“Comincia ad andare bene a scuola, e si vedrà…”

Crescendo, pur non essendo schiavo delle mode, alcuni capi d’abbigliamento marchiati Lacoste e Le Coq Sportif, finivano con l’attrarre il mio gusto più di altri, e quando raramente il portafoglio me lo consentiva, acquistavo qualcosa con il coccodrillo o il galletto, subendo la garbata ironia di mia sorella che m’intimava di essere vittima della moda. Eh no, le rispondevo, mi piacciono perché sono di buona fattura. Questo però non la convinceva.
Anni dopo sarei tornato alla carica, sostituendo la letteratura all’abbigliamento, ovvero raccontando a mia sorella quanto mi fosse piaciuto La Carta e il territorio, dello scrittore francese Michel Houellebecq.

Cosa c’entra questo inizio con Milan-Juventus di sabato sera è difficile dirlo, forse c’entra di più col fatto di non aver accettato pienamente il consiglio di mio padre, specialmente per ciò che riguarda i compiti in classe di italiano, che svolgevo a modo mio, subendo talvolta dai professori qualche segno in penna rossa del tipo “qui sei andato fuori tema”. Ma insomma, stare sempre nel tema che noia.

Parlare di questo non c’entra con Milan-Juventus, e l’alternativa era iniziare con la storia delle due gattare che, verso sera, si contendono le strade del mio quartiere. Una in bicicletta, l’altra al volante di un’automobile caratterizzata dall’inquietante presenza di sacchetti e piattini di plastica che finiscono con lo stipare sedili posteriori e baule, fornendo al passante l’immagine di una macchina sul punto di esplodere e gettare intorno crocchette e scatolette di mangiare per felini.
Sorvolando sui disturbi mentali che trasformano certe donne in gattare, ho visto in quella ciclista la Juventus, e in quella patentata il Milan.

La gattara Allegri ha cominciato bene la partita, grazie soprattutto a un meraviglioso incrocio dei pali colpito da Ibrahimovic. Dopo il primo quarto d’ora di supremazia rossonera, molti gatti juventini hanno allora pensato di essere spacciati, il cibo non sarebbe bastato per tutti, e gli unici a mangiare sarebbero stati i gatti milanisti, con il loro pelo morbido e lucente.
Ad un certo punto però Mamma gatta bianconera, dall’alto dei suoi 36 anni, ha guidato un pericoloso contropiede, peraltro concludendolo troppo egoisticamente, andando al tiro quando avrebbe potuto servire un compagno. Era comunque un segnale.
Qualche minuto dopo, un cross di De Ceglie dalla sinistra esaltava lo stacco e il colpo in sospensione di Quagliarella, che di testa mandava la palla nell’angolo in alto alla destra di Abbiati, complice il sonno di Antonini che evitava di contrastarlo per ammirarne meglio il gesto.
La Juve in bicicletta era in vantaggio, e la gattara Del Neri si metteva a posto soddisfatto gli occhiali bianchi e neri.

Il Milan continuava a creare occasioni di rete, ma in prossimità della porta difesa da Storari qualcosa andava sempre storto. Sfortuna, parate, imprecisione ed eccessiva leziosità aiutavano una Juve grintosa e ben organizzata, capace di rendere inoffensivi sia Pato che Robinho.
Il raddoppio della squadra di Torino era conseguenza della famosa legge riguardante la punizione inferta a chi spreca troppo. Ancora Antonini sbagliava il tempo di un’uscita difensiva, la palla finiva a Sissoko che, con la velocità di uno che non capisce cosa sia quell’oggetto dalla forma circolare che gli rotola tra i piedi, riusciva prima a ciabattare in modo ignobile, poi a servire all’indietro sempre lui, Del Piero, monumento vivente della bellezza del calcio, che con un diagonale di collo trafiggeva un immobile Abbiati. Milan 0, Juventus 2.

Seedorf e Inzaghi cercavano di convincere i gatti loro compagni di squadra che non si trattava di un concorso di bellezza teso a stabilire quale felino fosse più bravo a giocare con la pallina di spugna. Lo scopo della serata era far finire la pallina dentro quella rete bianca, protetta da un gatto con i capelli un po’ i piedi, una maglietta di rara bruttezza bianca con una manica rossa e una verde, e le calze sopra il ginocchio. L’unico a capirlo tuttavia era Zlatan, il gatto svedese, che dimenticato dai difensori avversari accorciava le distanze con facilità incornando da pochi passi.

I cinque minuti di recupero trascorrevano lenti per i gatti bianconeri, che per farli passare più in fretta si mettevano a correre a turno con il pallone fino alla bandierina del calcio d’angolo più vicina, troppo veloci per gatti rossoneri che provavano gli ultimi, poco convinti assalti.

Nel post-partita, Silvio Berlusconi consigliava alla gattara Allegri di pettinarsi (lisciarsi il pelo), prima di andare a farsi intervistare in sala stampa, e così l’unica gattara contenta alla fine era Gigi Del Neri, ovvero quella in bicicletta. Ma per il controllo definitivo della distribuzione di cibo per gatti nel quartiere, ci sarà da aspettare fino a maggio.