Visualizzazione post con etichetta Napoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Napoli. Mostra tutti i post

lunedì 30 aprile 2012

Il posticipo_Roma-Napoli (Digiunando con Knut Hamsun)


Che bello esser matti, aver provato, almeno una volta nella vita, la gioia esplosiva di non fare niente. Stavo fuori sul marciapiede di Christiania, ad attendere che Knut scendesse dalla sua soffitta-bara col pavimento che cedeva a ogni passo, speranzoso di recuperare attraverso le sue parole quella gaia spensieratezza che s’impadroniva di me solo qualche anno fa, senza preavviso.

Eccolo, correre le scale senza far rumore per non destare l’attenzione della padrona di casa alla quale doveva un affitto che non era in grado di pagare, convincermi ad andare a scrivere al cimitero, perché sopra le tombe non c’era finzione ma solo necessità:
“Savio, con me al cimitero, poi si vedrà”.
Seguirlo, riflettendo su cosa nella giornata ci avrebbe potuto dare felicità.
Al camposanto, dopo aver scelto con cura la tomba più comoda, accorgersi di aver dimenticato le matite nei panciotti dati in pegno al monte sul Lungotevere dei Mellini, per non morire di fame. Dietro-front, non prima di aver osservato con sgomento una troupe televisiva intervistare ad altezza fiume un operaio che ha perso il lavoro a 47 anni, il proprietario di un ristorante in regola al quale la banca ha pignorato la casa, la figlia di un imprenditore suicidato perché amava il suo lavoro, ma era massacrato dalle tasse.

Sulla strada, una ragazza così bella da meritare di essere seguita almeno fino a casa, poi la visione dello Stadio Olimpico, irresistibile, la commutazione del primo perfetto capitolo di Fame di Hamsun con due biglietti della tribuna Monte Mario.
In campo, nel primo tempo il Napoli inizia con tre antipasti falliti da Zuniga, Fernandez, Hamsik. Ma poi alla Roma torna appetito, e il primo piatto è servito da Marquinho: 1-0. Nella seconda frazione però Mazzarri ricorda ai partenopei la loro fame ancestrale e il menù viene ribaltato da Zuniga con un gran tiro da fuori area e da Cavani con un meraviglioso giro dal limite. Pare finita, ma quando tutti sono pronti per il caffè il ciccione Simplicio decide di pareggiare la partita e recarsi in tribuna per baciare moglie e figlio a pochi metri da me e Knut: Roma 2, Napoli 2.

All’esterno di nuovo liberi e affamati, incontriamo un uomo che vedendoci digiuni in difficoltà ci regala dieci corone. Non si tratta di quel mediocre piccolo editore del centro Italia che da un paio d’anni deve a me e a Knut qualche migliaio di corone per nostri lavori letterari mai pagati, ma di un Commendatore di Christania che ci conosce appena. Imbarazzati accettiamo.
“Non vergognatevi ragazzi, so benissimo che in cambio potete scrivere qualche cosa”.
Ancora una volta avevamo superato il peggio, avevamo da mangiare per qualche giorno.

lunedì 2 aprile 2012

Il posticipo_Juventus-Napoli (La malora allegra)

"Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo."  (Beppe Fenoglio)


Giunto al paese al primo scuro, Agostino aveva visto la sua casa giù verso Belbo che sembrava portare sul tetto tutto il peso del cielo. Suo padre era morto stupidamente mentre lavorava vicino al pozzo, scivolando sul pietrone e precipitando dentro con il peso della testa dopo aver esultato per la comunicazione radiofonica di una rete che poi non si era rivelata tale, quella del milanista Robinho contro il Catania.

Qualcuno l’aveva tirato su, in apparenza salvo, ma invece lo spavento gli aveva dato sul cuore. Agostino era rimasto solo con il padre, secondo la madre non abbastanza, visto che poi aveva dovuto fare il giro dei parenti di Murazzano e Buonvicino per avvisarli della sepoltura, provando pazienza al suo ritorno quando la bara era già stata chiusa. L’avrebbero messo sottoterra domenica, tra le due messe.

Il giorno del funerale, Agostino aveva pensato di buttarsi in un gorgo profondo a sufficienza, stremato dall’idea che nemmeno la morte del padre sarebbe valsa a cambiargli un destino di malasorte, speso a lavorare nei campi del Pavaglione come servitore del mezzadro Tobia. Ci aveva però ripensato, realizzando che decidendo per il gorgo a nove giornate dalla fine del campionato sarebbe stato per lui impossibile conoscere con esattezza il nome della squadra vincitrice. In fondo c’erano ancora 27 punti in palio e tutto poteva accadere.

Finite le condoglianze eravamo allora partiti con Agostino verso Torino, in tutto due ore di viaggio compresa la sosta presso l’azienda vinicola Marenco dove lavorava come corrispondente estero Giuseppe Fenoglio. Il solito bicchiere di vino prima della partita, questa volta un Barbaresco, la consueta speranza di riuscire a spiare il retro di quelle carte commerciali dove Beppe scriveva righe che avrebbero fatto parte dei suoi prossimi libri.

Allo stadio, la Juventus sbloccava il risultato al cinquantatreesimo grazie a un ginocchio di Bonucci che deviava sottoporta una girata di Mirko Vucinic. Quindi gli uomini di Conte dilagavano raddoppiando con un bel goal del migliore in campo Vidal, abile a disorientare con una serie di finte Campagnaro dai denti azzurri prima di calciare d’interno a effetto nell’angolo alto alla sinistra del portiere. Infine, toccava al napoletano Quagliarella a sette minuti dal termine fissare il risultato sul 3 a 0 con un tiro dal limite che passava attraverso De Sanctis sul primo palo.

Al mio fianco, Agostino senza voce era come un orfano felice mentre sfogliava le ultime pagine della sua disgrazia e cabalizzava riguardo al suo futuro: avrebbe detto addio all’insopportabile malora del Pavaglione. Sarebbe tornato a San Benedetto per lavorare la dura e avara terra di famiglia, a costo di mangiare solo pane e cipolla per tutta la vita. Ma non avrebbe avuto mai più un padrone. Avrebbe spiato sua madre inginocchiata al primo palo della vigna pregare un Dio disattento di proteggere suo figlio, che “è buono e presto sarà solo al mondo”. Bagnato di pioggia, avrebbe pensato a suo padre morto che si pigliava la sua prima acqua sottoterra.

martedì 20 marzo 2012

Il posticipo_Udinese-Napoli (Idioti a Desenzano)

Di passaggio a Desenzano tredici anni dopo l’ultima volta, probabilmente a causa di certi ignoti scherzi che la vita è solita fare, non avevo trovato sul lungolago ad attendermi quel venditore grasso di focacce amerinde indossante un berretto verde da cacciatore, con i paraorecchie che riuscivano a malapena a contenere le orecchie enormi. All’epoca Ignatius J. Reilly aspettava sua madre per tornare a casa insieme una volta terminate le focacce, convinto che il suo abbigliamento (che sotto il berretto proseguiva con una camicia di flanella a quadri e dei pantaloni di tweed larghi e robusti) rappresentasse il massimo sia dal punto di vista teologico sia da quello geometrico, mentre io mi concedevo una pausa con vista azzurra dal mio lavoro fine settimanale di consigliere elettrodomestico nei centri commerciali per conto di audaci marchi come Ariston, Whilpool, Candy.


Una domenica sì, e una no, Ignatius era affrontato con durezza da un poliziotto scemo che voleva arrestarlo, poco propenso ad accettare che un uomo di quelle proporzioni stesse ad aspettare solamente la madre, e non fosse implicato invece in qualche oscuro traffico.

“Quando nel mondo appare un vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui” sottolineava Ignazio citando Jonathan Swift, prima di rivelarmi che l’unico motivo per il quale avrebbe potuto rischiare legalmente qualcosa era l’aver preso a pedate la macchinetta del Calcio nella salagiochi di Royal Street, colpevole di avere l’arbitro che non funzionava bene, anche se i gestori prima di restituirgli i soldi si erano mostrati così volgari da insinuare che fosse stato proprio lui a rompere la macchinetta con la sue scarpate.

Comunque fossero andate le cose, adesso a Desenzano Ignatius non c’era più, ma passeggiando vicino al porto avevo riconosciuto sua madre, intenta a raccontare ai passanti come il figlio avesse scritto un grande romanzo che però era stato respinto da nove editori, compresi Simon & Schuster di New York che dopo un’accoglienza inizialmente entusiasta si erano rifiutati di pubblicarlo perché in realtà, “il libro non parlava di niente”. Ignazio ci era rimasto male, fino a suicidarsi seduto nella sua auto con un tubo tra la marmitta e l’abitacolo. Aveva lasciato un biglietto, ma la madre l’aveva distrutto.

Sgomento e imbarazzato per la mia temporanea sebbene assoluta inutilità, avevo convinto Irene Reilly a fare un salto nella salagiochi preferita dal figlio, ignaro che i tredici anni trascorsi e le scoperte tecnologiche avvenute avessero trasformato le stanze con le macchinette di Royal Street in uno strip club, “Le notti di follia”, che la domenica prima degli spogliarelli aveva l’abitudine di caricare a mille i maschi avventori con la trasmissione del posticipo di Serie A.

Così mentre la signora Reilly mi assicurava con gli occhi dei matti che un giorno ce l’avrebbe fatta a far pubblicare il romanzo del figlio, l’Udinese aveva messo alle corde il Napoli per sessanta minuti portandosi sul 2-0 con Pinzi e Di Natale, fino a quando l’arbitro aveva smesso di funzionare favorendo in modo determinante l’undici partenopeo, a dimostrazione del fatto che se inizi la stagione scappando sopra uno scooter senza casco imprecando contro tutto e tutti, alla fine in Italia qualcosa raccogli. Dopo la rapina di Parma di quindici giorni addietro, nello specifico friulano i ragazzi di Mazzarri approfittavano dell’espulsione ingiusta di uno dei migliori in campo della squadra avversaria (Fabbrini), di un calcio di rigore molto dubbio poi elegantemente ciccato da Cavani, di un’interpretazione generale differente dei falli in base al colore della maglia. Tutto questo, unito alla veemente reazione del Napoli in superiorità numerica, consentiva agli azzurri inspiegabilmente gialli di pareggiare con due goal del loro rivoluzionario centravanti scheletrico-capellone, e di sfiorare la vittoria con Zuniga stoppato al novantesimo da una prodezza felina di Handanovic. Al fischio finale, dopo che Floro Flores aveva chiesto con glaciale ironia all’arbitro di scambiarsi le maglie, il presidente bianconero Pozzo sfogava in Tv tutto il suo malessere di provinciale frodato, subito smentito dai consueti commentatori televisivi, più attratti dalla comoda banalità compensativa.

Al mio fianco, Irene Reilly era ormai furiosamente ubriaca. Invece che osservare come me Gino Pozzo nella speranza che questi venisse al più presto sostituito dal maggior numero di donne nude consentito, prendeva a calci tavolino e sedie, come se questa irragionevole violenza potesse restituirle il figlio, e tutta la mole di opere che Ignatius, uccidendosi, non aveva potuto scrivere.

lunedì 7 novembre 2011

Il posticipo_Napoli-Juventus (Una domenica d’impazienza)

Domani sera alle nove a casa tua. Appena sveglio avevo riletto il primo romanzo di Raffaele La Capria in poche ore, come a voler rivivere il tempo narrativo di un giorno in quello domenicale di lettura. Se il protagonista senza nome di Un giorno d’impazienza sperava che il suo appuntamento con Mira (ma in realtà con la Realtà) coincidesse con lo sbucare in qualche modo dall’altra parte dell’adolescenza, io mi accontentavo di sperare che il mio appuntamento serale significasse semplicemente giungere al termine di una giornata piovosa e lavorativa.

Poi sul tram per andare in libreria o allo stadio San Paolo, il negativo del finestrino mostrava l’ombra del mio volto, alla ricerca pure io della mia Mira, donna o meglio segreto per dare forma organizzativa al mio presunto stile. Ma se la Mira chiara di pelle come la sua collana di perle aveva cuore solo per l’arrestato Walter e non per l’io di La Capria, la mia ugualmente pareva temere l’evasione di prigione di un altro Walter, in galera per non essere mai stato capace di ammettere una sconfitta senza chiamare in causa l’arbitro, la sfortuna, il vento.

Verso mezzogiorno, poco dopo aver oltrepassato i Giardini della Villa Comunale, la pioggia sempre più violenta batteva contro il tetto del tram e le voci dei napoletani facevano arrivare anche alle mie orecchie la notizia di un morto, a Pozzuoli, colpito da un albero mentre era in automobile. Partita rinviata e tutti giù dal tram, ma già che ero a Napoli, andiamo a vedere questo famoso Nottambulo.

Nel locale dove Mira andava con l’amica Gina a farsi fottere da chi capitava, più che altro per passare il tempo, trovo Raffaele giovane intento ad aspettarla, a bere pernod fino a stare male. Prima che questo avvenga, siedo al suo tavolo, ordino a mia volta, il cameriere versa l’acqua nel bicchiere e il liquido diventa fumoso, lattescente. Lo bevo tutto d’un fiato e ne ordino un altro, perché Mira sostiene che inizia a funzionare solo dopo il secondo bicchiere. Sa di anice, e con l’impaziente al tavolino parliamo della partita che avrebbe potuto essere: un Napoli stanco dopo la trasferta di Monaco di Baviera, una Juventus lanciata dopo la vittoria sull’Inter. Di Lavezzi e Matri, di Inler grazie al cielo senza maschera del Re Leone e di Arturo Vidal con i capelli più alti nel mezzo. Napoli, Juventus.

Dopo l’ultimo pernod il maestro Raffaele appallottola stizzito la lettera che stava leggendo con amara emozione. Si alza ed esce dal Nottambulo, lo seguo. Investiti da un aria umida, autunnale, che proviene dal mare, diamo calci alla pallina di carta. Ecco Cavani che tocca per Hamsik, contrastato da Marchisio. Superiamo prostitute, macchine che passano veloci libere dal giogo dei semafori. Per una giornata avevamo atteso senza pazienza ed ora che restava di Mira, della partita?
Solo una parodia, il nostro essere ridicoli, pronti a ricominciare tutto da capo con le stesse parole e gli stessi pensieri, per ritornare nel cerchio al punto di prima e dire e fare le stesse cose, per ricadere, come se non ne avessimo avuto già abbastanza, in un altro giorno, in un’altra domenica d’impazienza.

lunedì 19 settembre 2011

Il Posticipo: Napoli-Milan (L’unica cosa sicura è il vento lungo il marciapiede di via Chiatamone)

Pare che Giorgio Bassani scoprì di essere Bassani nell’estate del’44, a Napoli, la sera in cui ebbe il coraggio di uscire dalla sua tana per qualificarsi come “io”, dopo un pomeriggio speso interamente in una stanzetta di pensione riuscendo a scrivere solamente cinque o sei righe. Cosa avrebbe potuto attendersi dal futuro? Non sarebbe mai divenuto un romanziere come Soldati, Moravia, Pratolini, capaci di accumulare centinaia e centinaia di pagine. E allora che fare? Accettare di essere “solamente” un poeta, per giunta preoccupato dalla momentanea assenza di poesie? Limitarsi a passeggiare ubriaco lungo il marciapiede di via Chiatamone?

E’ invece certo che l’anonimo narratore dei Finzi-Contini, ebbe l’impulso di scrivere la storia di Micòl e Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga una domenica d’aprile del 1957, durante una gita in compagnia di amici alla necropoli etrusca di Cerveteri, osservando tombe antiche che facevano meno malinconia di quelle nuove, case definitive per morti lontani che era come non fossero mai vissuti.

Con ogni probabilità, se i due si fossero incontrati (Bassani e il narratore), magari per strada lungo il marciapiede di via Chiatamone, il primo si sarebbe risparmiato infelicità e tormenti, il secondo non avrebbe dovuto attendere diciotto anni per iniziare ad esistere, nel prologo di un romanzo meraviglioso fin dalla prima copertina Einaudi: una donna-montagna bianca e azzurra, con capelli neri, davanti ad un probabile cielo rosso, dipinto da Nicolas de Stael. A ben guardare, i colori di Napoli e Milan.

Con questa donna-montagna in testa, affascinante ma così diversa da come ho sempre immaginato Micòl Finzi-Contini, magistrale figura femminile conosciuta la quale è ben difficile innamorarsi di altre ragazze, in altri libri, al termine di una domenica lavorativa per certi versi orrendamente sublime nel separarmi dal mondo come l’antico giardino faceva con i personaggi del romanzo di Bassani, ho scavalcato il muro di cinta, ma invece di Micòl tredicenne pronta a consolarmi per essere stato rimandato in matematica, mi sono ritrovato allo stadio San Paolo per la partita.

Dentro, centomila occhi mi accompagnavano nell’osservare il volo in avanti quasi angelico del rossonero Alberto Aquilani per colpire di testa il perfetto cross di Antonio Cassano. Quindi, aveva inizio una lezione di calcio al pallone che il centravanti uruguagio-napoletano Edinson Cavani aveva l’accortezza di dividere in tre capitoli: al minuto numero tredici, colpendo al volo di collo in diagonale sfruttando l’assist di testa di Maggio. Al trentaseiesimo, fulminando Abbiati con un interno destro a giro sul primo palo dopo che gli addormentati centrocampisti del Milan avevano consentito a Gargano di percorrere settanta metri palla al piede. Al cinquantunesimo, ribattendo in rete di sinistro dall’altezza del dischetto una goffa respinta corta di Alessandro Nesta. Napoli 3, Milan 1.

Alla fine, fuori dallo stadio, saturo del rimorso per non aver avuto il coraggio di baciare Micòl, ma abbastanza soddisfatto per i novanta minuti intervallati da ben quattro goal, mi sono ritrovato barcollante lungo il marciapiede di via Chiatamone, razionalmente disperato dalla frenesia della vita ma tutto sommato quasi sereno scolpito da un vento, il più bello dell’anno dopo un temporale, unica cosa sicura nel suo portare a dissolversi ogni persona e ogni cosa.

lunedì 11 aprile 2011

Bologna-Napoli 0-2 (La Di Vaio Mimesis)


Ci sono tre Bologna fondamentali nella vita di ognuno di noi. Per quanto mi riguarda la prima, sul finire del secolo scorso, ventenne amante di visite decise più o meno dal caso, in treno verso destinazioni altre, e solitarie. I portici dalla stazione ferroviaria a Piazza Maggiore, l’acquisto di un disegno raffigurante un gigante sdraiato, addormentato e sognante, sotto le due torri.
La seconda, al tramonto del 2001, carico come un mulo, lungo i portici dalla stazione ferroviaria fino alla Ricordi di via Bassi, dove sarebbe proseguito il mio addestramento da discaio, variante post-vinilica e parallela del libraio. Carico come un aspirante scrittore-asino, perché nel mio pensiero di allora, nulla di indispensabile al processo creativo e meccanico doveva mancarmi. E quindi, oltre alle borse con vestiti, due sole braccia portavano libri, computer e stampante. La terza, domenica, per incontrare finalmente un poeta raro, e invincibile.


Appuntamento al Cinema Splendor (o Splendore? O Smeraldo?) in passato già Plinius, da dove partire per ritentare insieme una nuova mimesis, non necessariamente divina. Entrambi in un momento oscuro della nostra vita, ma di un’oscurità terribilmente luminosa. Oscurità uguale luce. La stessa di questa domenica con Pier Paolo a fare da guida e io, minuscolo, nelle retrovie. La sua nuca, la sua inequivocabile andatura, il suo guardare e commentare i ragazzini, il mio guardare e commentare le ragazze. Ma quella non pare la volteggiante parigina Ines de la Fressange? Boh, forse, magari.

“Paolo: ci siamo per caso persi?”

“No Francesco, siamo nel III canto. Tutta questa gente che corre dietro a una bandiera, la vedi? Impiegati, professionisti, operai, parassiti politici, piccoli intellettuali. Essi non si agitano trascinati dall’orgasmo del traffico o dei loro doveri: corrono dietro a quella bandiera. In realtà solo uno straccio, che sbatte e si arrotola ottuso al vento. Ma come tutte le bandiere, ha disegnato nel suo centro, scolorito, un simbolo. Osserva meglio, e non tarderai ad accorgerti che quel simbolo non consiste in nient’altro che in uno Stronzo.”


“Paolo: d’accordo non ci siamo persi, ma io ho fame.”

Da Piazza Maggiore prendiamo via Pescherie Vecchie e dentro la gastronomia La Baita, un salumiere gentilissimo ci prepara fuori orario due panini eccellenti con mortadella e formaggio di pecora, che mangiamo poi al sole.


Il BlackBerry sarà anche un bel telefono, ma le indicazioni stradali a me non funzionano tanto bene. Scelto come punto d’arrivo ”Paradiso”, ecco che ci ritroviamo allo stadio Dall’Ara.

“Scusa Paolo, ma potevi dirlo che volevi vedere il tuo Bologna.”


Anche a trenta gradi il Napoli gioca come una grande squadra. Lavezzi accelera palla al piede tagliando ogni zona del campo e fa le linguacce. Mascara che da bambino non ha messo l’apparecchio per i denti, sostituisce Cavani urlante in tribuna appoggiando in porta da pochi passi il pallone dello zero a uno. Hamsik spiazza su calcio di rigore l’amico Viviano, senza che la sua pettinatura punk ne risenta durante la rincorsa, immobile. Nel secondo tempo, l’imitazione di Marco di Di Vaio fallisce due buone occasioni. Per il Bologna di Pasolini non è giornata.


Pier Paolo di cattivo umore mi fa leggere una finta “Nota dell’editore” per la Divina Mimesis, scritta da lui, nella quale l’editore dichiara di aver pubblicato tutto quello che l’autore ha lasciato, in seguito cronologico. Ma moltissimi appunti, non avevano data. Erano stati reperiti fuori dal corpo dattiloscritto dell’opera, in cassetti diversi, tra le pagine di libri cominciati a leggere e non finiti. E infine, dettaglio macabro ma anche commovente, un biglietto a quadretti è stato trovato nella tasca del cadavere dell’autore, ucciso a bastonate, a Palermo, l’anno scorso.

martedì 11 gennaio 2011

Il posticipo: Napoli-Juventus (Il nuotatore Edinson Cavani)



Ormai nove anni fa, vidi per la prima volta Napoli. Ero in compagnia di un amico, ancora vivo anche lui.
Travolto emotivamente da quella città del sud che, come altre (Lisbona, Barcellona, Roma) mi facevano pensare di provenire in qualche modo da lì, con chiaro riferimento alla dottrina induista della trasmigrazione dell’anima, un pomeriggio mi separai da Giampiero, per inoltrarmi solitario lungo le strade di Totò, Diego Maradona e Massimo Troisi.
Di fronte all’università, una piazzetta era lo scenario abitato da una piccola libreria che invece dei sacchetti di plastica dava delle buste di carta marrone per metterci dentro i libri, come fossero pane. Comprato “Il nuotatore”, di John Cheever, mi ero seduto su un muretto a leggerlo, e mentre il protagonista si tuffava e riemergeva dalle piscine delle ville a quindici chilometri da Bullet Park, dei bambini si sfidavano a pallone in uno spazio di cemento minimo, circondati da automobili che facevano da spalti.
A differenza di quello che mi avevano insegnato da ragazzino, ogni tanto tiravano delle bombe contro le portiere e i cofani, e questa loro insubordinazione nei confronti di leggi che consideravo universali, li rendeva affascinanti e tutto sommato divertenti, soprattutto perché non ero uno dei proprietari delle macchine.
Nuotavo con John Cheever, scoprendo uno degli scrittori più straordinari mai conosciuti, prima di ritrovarmi, dopo una discreta camminata, seduto su alcune pietre lanciate perpendicolarmente al lungomare verso il vuoto blu.
Qui, mi ero sorpreso dopo qualche tempo a scrivere una poesia. Aveva a che fare con bottiglie rotte da ragazzi ubriachi e scagliate in mare, con un berretto di vari azzurri, e con il timore che qualcuno mi rubasse il quaderno dove scrivevo le poesie.

Rileggendo “Il nuotatore"” a distanza di dieci anni, ho notato che non ha perso niente della sua breve perfezione. Ho pensato di chiamare Giampiero per dirglielo, l’ho trovato d’accordo.
Deve aver pensato lo stesso Edinson Cavani quando, al nono del secondo tempo, si è tuffato in mare per colpire il pallone e indirizzarlo per la terza volta alle spalle di Marco Storari. Di testa, o forse di tacco. Napoli 3, Juventus (post 2006) 0.

Allo fine tutto lo stadio si è messo a cantare la vita del soldato innamorato, e anche attraverso il teleschermo, sentivo la medesima pelle d’oca che avrei certamente provato stando al S. Paolo perché, per un misterioso motivo probabilmente legato di nuovo alla dottrina della trasmigrazione dell’anima, la canzone del soldato innamorato mi ha sempre fatto venire la pelle d’oca in condizioni normali, figuriamoci cantata dai sessantamila del S. Paolo.

Nel dopo gara, il presidente De Laurentis non ha rilasciato dichiarazioni sul nuotatore di Cheever, ma ha ritenuto doveroso precisare che lo scudetto comunque lo vincerà il Milan, perché Berlusconi farà di tutto per ottenerlo, anche influenzare gli arbitri nelle decisioni riguardanti il convalidamento di reti in fuorigioco fatte passare per regolari.
Questa affermazione, ricordando certe telefonate del 2006 tra “addetti agli arbitri” rossoneri e guardalinee, e altri carteggi cellulari scoperti (chissà come mai solo da pochi mesi) tra i santi Moratti e Facchetti e i designatori di quel tempo, mi ha per un attimo intristito.
Vuoi vedere che i campionati sono tutti truccati e noi stiamo qui ancora a guardare le partite come degli allocchi? Oppure, vuoi vedere che i campionati non sono truccati ma gli italiani sono i più bravi del mondo a pensare sempre alla malafede delle giacchette nere? E infine, quali i punti della storia di John Cheever non hanno convinto Aurelio De Laurentis?

Nel dubbio, ho preferito seguire Neddy Merril, il protagonista del racconto, fino all’ultima piscina. L’ho visto crollare mettendosi a piangere. Infelice, infreddolito, stanco, sgomento. Ho seguito il nuotatore mentre riusciva a stento ad arrivare a casa, trovandola immersa nel buio e chiusa a chiave, fino ad accorgersi che era disabitata.

lunedì 20 dicembre 2010

Il posticipo: Napoli-Lecce (Taugenichts e il terremoto a Bet Lèhem)


Ricordo un tardo pomeriggio dicembrino degli anni ottanta. Con mia madre e un coltellino per uno, avevamo attraversato due strade dal portone di casa nostra per arrivare ai piedi del castello che dominava il quartiere, la città. Che intenzioni avevano mamma e figlio con coltello? Regolare all’aperto e in modo barbaro un litigio di famiglia? Attentare alla vita di qualche ignaro passante? Niente di tutto questo.

L’idea di Teresa, era quella di raschiare dal muro che precedeva l’inizio del colle Cidneo il muschio che vi era cresciuto, al fine di ottenere un degno prato per il presepio di casa. Era legale? M’interrogavo seguendo abbastanza fiducioso le orme materne. Probabilmente, e comunque in galera al massimo ci sarebbe andata lei, mica io, bambino. Gratta tu che gratto anch’io, alla fine eravamo tornati a casa col nostro prato, sul quale posizionare le statuine secondo criteri sedimentati dagli anni, e poi qualche pigna come alberi, sassi, e un rettangolo di stagnola a fare da laghetto.

Talvolta venivano a trovarmi le cugine, e giocando a calcio o a tennis con una pallina di spugna, capitava che la stessa terminasse sul presepio, travolgendo pastori e animali. Con l’innocenza cinica di certi giochi infantili, io Gisella ed Elena ci avvicinavamo al presepe, cercando di stabilire la causa di quella tragedia. Meteorite su Bet Lèhem? Terremoto nella Casa di Pane? E di che grado? In base alle statuine cadute, morte o ferite, veniva stabilito il grado della scossa, seguendo scale Mercalli o Richter.

Questi pensieri mi ritornano sempre quando all’inizio di dicembre vado con Marta in un negozio di Largo Schuster a Milano, specializzato in presepi. Ogni anno aggiungiamo uomini, donne e pecorelle alla nostra rappresentazione, costretti a privilegiare per fare economia alcuni personaggi rispetto ad altri. Ad esempio i Re Magi non li abbiamo ancora, ma se questo inizialmente mi dispiaceva ora no, perché ogni anno vedo le privilegiate comparse di Betlemme aumentare, e penso al giorno in cui la città sarà completa.

Prima di entrare da Tricella, mi chiedo se all’interno dietro il bancone troverò l’ex libero di Juventus e Verona a servirmi, ma poi mi accontento di una signora anziana che, a sorpresa, sbuca ai nostri piedi da una botola presente sul pavimento. Superato lo spaventato stupore di una persona che sale dal sottosuolo di legno per chiederti cosa desideri, giunge il momento di scegliere le statuine dell’anno. Marta le sue, io le mie, e quest’anno la mia è uno addormentato con il cappello rosso appoggiato sulla pancia, bello nel suo pennichellare, tanto da ricordarmi il protagonista di “Vita di un perdigiorno” di Joseph von Eichendorff, tra i libri che portavo sottobraccio quando intorno ai vent’anni oltre a lavorare andavo in giro per i parchi di Brescia a leggere da solo, pensando di essere qualcosa di simile a un poeta, che però vendeva anche lavatrici e frigoriferi.

Il perdigiorno addormentato adesso brilla nel nostro presepio, e siccome ho smesso di giocare con la pallina in casa perché sono una persona matura, mi sono permesso di chiedergli se, come statuina, si senta offeso quando i giornalisti più astuti definiscono “difese di belle statuine”, quelle immobili su cross avversari adatti a far svettare di testa punte col fiuto del gol, per intenderci il contrario di Amauri. Un po’ sì, mi ha detto il perdigiorno, ma alla fine che mi frega, lasciami dormire per favore.

Poi di sera tornavo a piedi da un teatro dove avevo visto Erri De Luca parlare in nome della madre. Calpestavo la neve, riflettendo sulla straordinarietà di Miriàm, moglie di Iosef, madre di Ieshu, capace di partorire da sola, con un coltello e un bacile d’acqua. Quale legame tra il suo coltello e quello mio e di mia madre? Perché la neve non si ferma sul sangue? Con tutta la neve che cadeva, avrebbero rinviato qualche partita? Quanto bianco nello stadio-grotta di Bet Lèhem?

Ho ascoltato qualche pastore maligno asserire che, per via del problema dei rifiuti, quest’anno potrebbero far vincere lo scudetto al Napoli. Non gli ho creduto. Di certo la squadra di Mazzarri è molto fortunata, e Cavani assomiglia pure ad un Ieshu adulto. Dopo ogni rete non si dimentica mai di ringraziare Dio, con le braccia indica il cielo, mormorando qualcosa con gli occhi spiritati. Del resto, la traiettoria del pallone scagliato dal “Teschio” uruguagio domenica pomeriggio come sempre oltre il novantesimo, qualcosa di religioso certamente aveva.