domenica 11 maggio 2014

Il diario del Giro. Terza tappa: Armagh-Dublino (187 Km). I compleanni sospetti, Bobby Sands e Gianni Clerici


Dublino - Dev’essere una faccenda di compleanni che potrebbe anche gettare un’ombra sull’effettiva regolarità della manifestazione perché la tappa del Giro d’Italia di oggi, che purtroppo non sono riuscito a vedere, ha sancito la seconda vittoria consecutiva di Marcel Kittel, come del resto ieri, con la differenza però che oggi il velocista tedesco, descritto da un noto quotidiano italiano come un dio della potenza e della forza dal volto squadrato, dai lineamenti duri, gli occhi azzurrissimi, un po’ Rocky IV un po’ Arnold Schwarzenegger; ecco oggi Marcel Kittel ha vinto proprio nel giorno del compimento del suo ventiseiesimo anno di vita, com’era accaduto al canadese Svein Tuft nella prima tappa, che tuttavia di anni ne ha undici di più. A parte questo, sabato sera mi ero ritrovato sul divano a guardare Hunger, film di Steve McQueen che ricostruisce il trattamento riservato ai prigionieri politici nel carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord. In buona sostanza soprattutto la storia di Bobby Sands, appartenente alla Provisional IRA, che per ottenere il riconoscimento di prigionieri politici per i membri dell'IRA, organizza uno sciopero della fame in cui perderà la vita. Ero sul divano e mentre i piani sequenza si ripetevano con una certa insistenza pensavo alla casualità che mi aveva fatto capitare sull’emittente che aveva pensato di trasmettere questo film irlandese durante la gita in terra verde della carovana rosa, forse non per caso. E cioè m’immaginavo i dirigenti dell’emittente che avevano fatto riunioni e riunioni fino a decidere di proiettare lungometraggi irlandesi in coincidenza delle prime tre tappe straniere del Giro, oppure niente di questo, ma soprattutto perché. In ogni caso, al venticinquesimo minuto del film, all’incirca quando Gerry, il compagno di cella di Bobby Sands, stava spalmando per protesta le sue feci dal pavimento fino al soffitto della cella, Pietro nell’altra stanza da addormentato era esploso in un fragoroso pianto e allora io e Marta avevamo abbandonato le rispettive postazioni di relax con un colpo di reni per raggiungere il letto del bambino, dimenticando d’un tratto l’orrore della violenza e delle torture delle guardie carcerarie nei confronti dei detenuti io, lei non lo so, e per quanto mi riguarda passando in un pochi secondi dal pubblico al privato, dallo sdegno per certi avvenimenti della storia sempre sconfortanti all’immediato tentativo di capire come mai il mio bambino preferito piangesse disperato. Spenta definitivamente la televisione, ci saremmo addormentati per svegliarci poi ripetutamente nel corso della notte ad ogni sobbalzo lacrimoso di Pietro, preoccupati a vicenda, facendo sembrare di no. Il mattino seguente, abbastanza assente per la stanchezza accumulata, sapevo già che non sarei riuscito a vedere la terza puntata del Giro d’Irlanda, Armagh-Dublino, percorso comunque pianeggiante che si sarebbe concluso al 100% in volata. I ciclisti avrebbero ricordato Bobby Sands? Lo escludevo, di certo non avevano guardato Hunger come me la sera prima e non erano rimasti quindi con la questione irlandese in testa, ma con l’altimetria della tappa sì, che prevedeva un inizio collinare, due gran premi della montagna ma banali, un finale cittadino dopo aver oltrepassato il fiume Liffrey, dall’Irlanda del Nord alla Repubblica d’Irlanda. A un chilometro dall’arrivo Marcel Kittel era molto indietro, ma ha pensato di stare attaccato al francesino Bouhanni, che non compiva gli anni, e di usarlo come scia per arrivare ancora una volta primo davanti a Swift, Viviani, Appollonio. Io ho avuto da fare per tutta la giornata di domenica, arrivato a casa ho guardato parzialmente Roma-Juventus di nascosto mentre giocavo a nascondino con Pietro, ho pensato devi scrivere il diario del Giro e ti metti invece a spiare una partita di pallone, sei davvero inguaribile. L’articolo più bello della settimana però l’ha scritto Gianni Clerici, prendendo spunto dalla penosa vicenda della trattativa Stato-Hamsik-Ultras di un sabato fa. Il 7 giugno del 1963, il suo capo e amico Gianni Brera l’aveva assegnato alla cronaca dell’incontro Atalanta-Roma, a Bergamo. Ad un certo punto dell’incontro il comportamento di un vecchio tifoso della Dea era stato così furibondo da procurargli un malore. Clerici aveva sbagliato commentando ad alta voce che un tifo simile produceva squilibri, ma non avrebbe mai pensato, dopo il match, di trovarsi di fronte ad un gruppo di quelli che ancora non si chiamavano ultras, pronti ad aggredirlo al grido di “Dagli al romano!” Per sua fortuna, uno studio sul poeta Carlo Porta aveva aiutato Clerici a perfezionarsi nel dialetto milanese, il necessario per convincere gli ultras della sua non romanità. Da quell’episodio comunque Gianni Clerici decise di non scrivere più di calcio, si licenziò, venne riassunto quarantotto ore dopo con l’incarico di occuparsi di sci, basket e dell’amato tennis. Così anche questa tappa è andata, la maglia rosa è rimasta sulle spalle di Michael Matthews, domani il Giro riposa e anche io, ci sentiamo martedì per la Giovinazzo-Bari.

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