sabato 24 maggio 2014

Il diario del Giro. Quattordicesima tappa: Agliè-Oropa. Salvatore Satta con gli occhiali da sole


Oropa - Mi sono svegliato ad Agliè con gli occhiali da sole, e ho camminato lungo i corridoi dell’albergo per far finta di non essere malato. Ma come, giusto ieri avevo scritto del Giro come malattia o come disoccupazione, dichiarando di preferire la disoccupazione alla malattia, e questa mattina mi sono svegliato malato, non ancora disoccupato. Non riuscire ad aprire gli occhi è una cattiva condizione se hai come compito quello di guardare la tappa, così nell’albergo di Agliè camminavo lungo i corridoi per far finta di non essere malato, ma non vedevo niente, sotto gli occhiali lacrimavo e non era per via del ricordo di Marco Pantani, del suo attacco dopo il salto della catena nel 1999. Ogni volta che sono malato penso alla Veranda di Salvatore Satta, romanzo considerato negli anni trenta improponibile al troppo delicato, al troppo sensibile, al troppo spaurito pubblico italiano e riapparso accidentalmente nel 1981 quando gli italiani sono cambiati, hanno imparato a guardare con attenzione anche le inchieste di Giuseppe Marrazzo, ad esempio. La “veranda”a cui accenna il titolo è quella di un sanatorio per tubercolosi nell’Italia settentrionale, dov’è ospite il protagonista, e mi metto a cercarla anche in questo albergo di Agliè, ma niente da fare. Bevo un cappuccino, mangio una brioche alla marmellata, sarà dura arrivare in fondo alla tappa di oggi se non smetto di lacrimare, con gli occhiali da sole va meglio ma devo tenerli anche al chiuso, fuori il sole splende e scalda, esco a prendere il giornale e ritrovo scritto, nelle pagine sportive, ciò che avevo spedito in redazione in giorno prima. Il direttore non si fa più sentire, non mi dispiace, questo Giro d’Italia potrebbe essere l’ultimo incarico che mi affida, cambierò giornale. Nel pomeriggio mi addormento dopo la discesa sulla Panoramica Zegna, il bello del Giro d’Italia è lasciarsi addormentare e svegliarsi appena in tempo per l’arrivo, oppure addirittura dopo, sentendo arrivare da lontano i commenti dei telecronisti, le interviste ai corridori. Pare sia stato un bel finale di tappa, con tre corridori che scattano a vicenda sembrando a turno il potenziale vincitore: prima il colombiano Pantano, che sarebbe stato senza dubbio il miglior omaggio linguistico al Pirata di Cesenatico nella seconda delle frazioni che gli rendono omaggio a dieci anni dalla morte, poi Cataldo, alla fine Enrico Battaglin che pur non essendo parente di Giovanni Battaglin nonostante sia nato nella medesimo comune, con un numero d’alta scuola recupera quando sembrava spacciato e taglia il traguardo di Oropa con le braccia al cielo. Mi sveglio e dicono tutto questo, rimetto immediatamente gli occhiali da sole, ascolto senza guardare una parte del processo che sottolinea la probabile debolezza della maglia rosa Uran Uran, la quasi completa guarigione (beato lui) di Quintana che resta attaccato a Pozzovivo capace di spaventarlo ma non di staccarlo, l’enigmatica tranquillità da ragioniere del polacco Rafal Majka, l’esserci sempre e comunque di Cadel Evans. Deve essere bello essere baciati contemporaneamente da due Miss. Sarà un’ultima settimana rosa da seguire, se possibile senza addormentarsi. Mi alzo in piedi e torno in veranda. Si estende lungo tutta la facciata del sanatorio. Qui non ci chiamiamo neppure per nome, ma con quello delle rispettive città, come commilitoni della morte. Ma su con la vita, domani Valdengo-Plan di Montecampione, arrivo in salita a 1665 metri, pendenza media dell’8% e massima del 12. Farò in modo di togliere gli occhiali da sole.

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