domenica 25 maggio 2014

Il diario del Giro. Quindicesima tappa: Valdengo-Plan di Montecampione. Dormi nell’ombra, incerto cuore


Plan di Montecampione – Buona domenica, Guardia Medica. Mi sono tolto gli occhiali da sole ma sotto non avevo niente, sopra invece gli alberi di Bande Nere m’indicavano la strada verso la continuità assistenziale, Bande Nere per chi non fosse di Milano è la fermata della metropolitana linea rossa dove si trova il distretto 5 dell’Asl Regione Lombardia, di riferimento per chi abita nella zona 6-7, spero di essere stato sufficientemente chiaro. Sotto gli occhiali non avevo niente, ma sopra il verde degli alberi mi dirigeva lungo i viali giusti, questa sede dell’Asl non ha nulla da invidiare all’ambientazione ipotetica di un romanzo che abbia come protagonista un malato, pensavo, si respira una certa e considerevole tranquillità cromatica a dispetto delle previsioni, al distretto numero 5. Il medico mi aspettava sulla soglia, erano le nove di mattina circa, mi ha detto “Cerca il medico?” io che non avevo capito lui fosse il medico gli ho detto “Cerco il medico”, lui mi ha detto “Sono io il medico”, io gli ho risposto “Allora buona domenica, Guardia Medica”. Mi sono tolto gli occhiali (sotto non c’era niente), mi ha controllato gli occhi, la gola e il respiro, respirare con la bocca aperta, poi sdraiato sul lettino. “Lei è malato e deve riposare”, mi ha detto. Io ho pensato alla quindicesima tappa del Giro d’Italia, come avrei fatto a non guardarla. Del resto non ci vedevo, ma era un particolare. Ho salutato il gentile dottore, invidiando la pace della sua ambientazione lavorativa che pure percepivo essere per lui nel lungo periodo noiosa, e potevo comprendere anche questo. Mi sono diretto verso casa lentamente a piedi, ero malato ma mi sarebbe passata, non si trattava di nulla di grave. Qualcuno andava a votare, qualcuno no, si recava in pasticceria, portava i figli nel passeggino, in bicicletta, per mano camminando. Dopo pranzo mi sono tornati gli occhi per spiare almeno la salita di Montecampione, da 200 a 1665 metri in una ventina di chilometri: i capitani delle squadre abbandonati chi più chi meno dai loro gregari si trovavano quasi da soli a sfidarsi e controllarsi, come in un Giro d’Italia organizzato apposta per loro che entusiasma la folla ai bordi delle strade, me stesso con gli occhiali da sole davanti alla televisione che a volte li toglievo, per capirci qualcosa. Lo scatto vincente era quello del piccolo e sardo Fabio Aru che si lasciava alle spalle maglia rosa, francesi e colombiani, omaggiando con la sua ascensione a strappi e la sua esultanza rabbiosa sul traguardo questa ulteriore tappa dedicata a Marco Pantani. Dietro di lui Duarte, Quintana e Rolland. Nella classifica generale Uran Uran pur in sofferenza manteneva un minuto di vantaggio su Evans, uno e cinquanta su Majka, due e venticinque su Aru e Quintana. Uno di questi cinque corridori vincerà il novantasettesimo Giro d’Italia, io dico Quintana, pur consapevole di aver detto Evans solo qualche giorno fa, ma tanto chi va a controllare. Mi sono tolto gli occhiali da sole per andare a dormire, arrivavano inquietanti segnali sul futuro dei lavoratori Feltrinelli: rinnovo e aumento delle ore di solidarietà, ipotesi cassa integrazione guardando più in là. Pensavo a chi ci aveva ridotto così, al Giro che domani non ci sarebbe stato. Meglio andare a dormire, riposare gli occhi che prima o poi questa assurda malattia del non vedere sarebbe passata, dormire il giusto per risvegliarsi senza questo mal di testa. Non avrebbe funzionato. Aver ragione, vincere, possedere l’amore, marcisce sul morto tronco dell’illusione. Sognare è niente e non sapere è vano. Dormi nell’ombra, incerto cuore.  

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