domenica 24 febbraio 2013

Finalmente domenica! (27)



E poi mi son svegliato quasi bene, con un'allegria quasi cittadina, mi sono messo il Boba con dentro Pietro, il Boba è uno strumento in stoffa che ti porti addosso, diciamo uno zaino-bambino noi l'abbiamo preso grigio, alternativa al passeggino che io penso chi progetta i passeggini lo fa apposta, vuole la disperazione dell'umanità specie in formato coppia, deve trattarsi di un disegno universale: il passeggino che fatica ad aprirsi o a chiudersi, le cinturine di sicurezza studiate in modo tale da far clack solamente dopo innumerevoli incastri, i genitori che litigano basta un passeggino che non si chiude, per scatenare il finimondo.
Con il Boba no, certo pesa, il bambino te lo porti addosso con le gambette a penzoloni, ma spesso si addormenta oppure guarda a destra guarda a sinistra, a dire il vero altre volte ti colpisce con ripetute testate al torace come un piccolo Zidane, le signore più anziane magari ti guardano strano alcune si stringono la borsetta al petto, la scorsa settimana mi sono ritrovato in Piazza Damiano Chiesa, 17 La Russa mi guardavano dalle pareti dei palazzi, romani non ignazi, ho chiesto a una signora se era giusto per Piazza Firenze, lei d'accordo che ho la barba, e anche un berretto curioso bordeaux che fa la punta all'insù come un mago ma lei prima ha provato a schivarmi, poi si è stretta la borsetta al petto pensando questo me la ruba, poi le ho chiesto di Piazza Firenze mi ha detto "Di là…" quasi girata di schiena, le ho detto grazie e mi ha fatto un gran sorriso.
Domenica invece mi son svegliato quasi bene, con un'allegria quasi cittadina, non è vero che non piove mai, quando ci sono le elezioni. Mi sono messo il Boba con dentro Pietro, sono andato verso via Carlo Linneo, prima di entrare dentro una scuola orrenda architettonicamente ho visto un'altra signora però più vecchia di quella di Piazza Damiano Chiesa restare impassibile  sul marciapiede mentre il nipote attraversava spericolato a caso la strada in bicicletta, rischiando la vita. Restare impassibile ed esclamare: “Giacomo! Perché ti vuoi esporre a pericoli?” Del corretto uso della lingua italiana.

Nella brutta scuola, sezione 123, il presidente di seggio era molto pieno di sé, aspettava questo giorno da una vita, ho pensato. Mi ha detto di lasciare il cellulare, di non portare via la matita, che potevo entrare con Pietro in cabina. Dentro il bambino si agitava, dove siamo finiti papà? e io stai calmo, facciamo in fretta, è una cosa brutta perché serve a poco ma facciamo in fretta, segno tre croci con la matita e abbiamo terminato. Il presidente di seggio, quella cicciona, mi ha intimato: "3 minuti!" Io le ho risposto facciamo 6, siamo in due, non ha sorriso. Ci ho messo tanto apposta, poi su consiglio di Pietro ho scelto il Partito dei Bambini: programma chiaro e semplice, aspettative di vita lunghe. Ho infilato le schede negli scatoloni in corrispondenza del colore rosa giallo azzurro, Bene mi ha detto la panzona, grazie e arrivederci le ho risposto, ecco la matita.


lunedì 18 febbraio 2013

Finalmente domenica! (26)


Che settimana ragazzi, prima si dimette il Papa poi inizia Sanremo poi Pistorius spara alla fidanzata poi Milito si rompe il ginocchio poi frammenti di una meteora fanno 1000 feriti nella regione degli Urali in Russia poi un tecnico cialtrone diventato politico afferma che i politici che l'hanno preceduto sono solo dei cialtroni: tutte cose della medesima importanza.
Intanto, nella vita reale io e Pietro guardiamo la lavatrice poi la lavastoviglie poi ritiriamo i panni stesi asciutti buttandoli sul letto in camera in attesa di piegarli poi prendiamo i bicchieri e le tazze lavati puliti e le posizioniamo sul ripiano della cucina e poi di nuovo dentro nella lavastoviglie, a lui piace così. Squilla il telefono: è un editore serio che sopporta Pietro che grida in modo anomalo in sottofondo mentre parliamo di un romanzo da pubblicare, forse. Nel tentativo di farlo stare buono il mio caro figlio (ha la febbre povero, ha il mal di denti) gli concedo tutto quello che di solito gli nego: telecomando, radiosveglia, cornetta del telefono fisso da sfregare con virulenza sul pavimento bianco opaco, in special modo all'altezza del già rigato display, lancio del termometro elettronico dall'alto di un abbraccio al papà fino al suolo, rotto, ma tanto non ha mai funzionato. Niente, Pietro prosegue in urla assordanti, sai che mi frega dei vostri discorsi letterari pare suggerirmi, a me fanno male i denti, ho la febbre, sai dove te lo puoi mettere il tuo romanzetto? Pietro, non parlare così a tuo padre.
Eppure l'editore dice cose sagge, mantiene un tono pacato nonostante le grida infantili all'altro capo del filo, e mi dispiace vorrei essere più serio e credibile, ma non ho alternative, l'editore dice cose oramai impreviste proprio perché fuori moda: che un libro vale per la qualità che contiene, addirittura, e non perché va incontro alle esigenze del mercato, magari plagiando una storia che pochi mesi prima ha avuto successo e allora riproviamoci con questa cosa simile, e già che ci siamo facciamo la copertina uguale, tanto là fuori sono quasi tutti rimbambiti. Allora lo ascolto incredulo, intossicato da troppi anni assurdi trascorsi a sentire giustificazioni commerciali al brutto, al banale al noioso, al mortale. Posiziono Pietro in piedi dentro la lavastoviglie, gli piace molto stare in piedi sullo sportello aperto della lavastoviglie, la mia ultima disperata carta, togli le tazze rimetti le tazze, la cosa più importante di questa settimana, oltre all'uscita di due libri che mi sembrano speciali, nel senso che li ho visti brillare quando sono saliti dal magazzino per mezzo del montacarichi e me li sono trovati luminosi nella cesta grigia, ecco questi due libri speciali sono Giordano Bruno di Bertrand Levergeois, 18 euro e Il Paradiso alla porta di Fabrice Hadjadj, 29 euro. La cosa più importante di questa settimana, mi ha telefonato un editore serio, mica come quello che avevo prima, Pietro adesso esci dalla lavastoviglie, quando torna mamma apriamo una bottiglia di Müller Thurgau, in fondo siamo felici e fortunati, al massimo un po' troppo stanchi.
 

domenica 10 febbraio 2013

Finalmente domenica! (25)


Insomma se me l'avessero raccontato tempo fa, dicendomi guarda tu tra qualche anno passerai il venerdì pomeriggio il sabato pomeriggio la domenica intera da solo con tuo figlio di tredici mesi io gli avrei detto guarda non so, nella vita non si sa mai questo lo afferma sempre mia madre Teresa, però adesso non disturbarmi che sto leggendo. Cosa sto leggendo? Allora rileggendo direi Tropico del cancro di Henry Miller nell'edizione rilegata del cinquantenario dell'editore Giangiacomo Feltrinelli (che poi è quella che vi consiglio tra le presenti in commercio, costa 10 euro mentre la tascabile economica 7 e fidatevi, non c'è paragone). Ecco Tropico del cancro, nell'edizione rilegata del cinquantenario 1955-2005 che ripropone la nota copertina di Albe Steiner a mio avviso bella, anche se non nego che ogni volta che penso ad Albe Steiner mi viene in mente Luciano Bianciardi che lo pigliava per il culo ne Il lavoro culturale chiamandolo Zite Zipel, mirabile nome e cognome per un personaggio anche se mai come l'altro, Guido Aristarco che diventa Arcisterco, Arcisterco ogni volta che mi ritorna in mente, vado avanti a ridere per cinque minuti da solo, Arcisterco. Perché l'arma di sorridere di sé e degli altri, in quel territorio assurdo che può essere il lavoro o la vita, è l'unico modo per restare a galla. Copertina di Albe Steiner, traduzione dall'americano di Luciano Bianciardi, ed è per questo che Tropico del cancro lo sto rileggendo lentamente a quattordici anni dalla prima volta, perché quando mi ricapita di sottolineare le frasi più belle di due dei miei scrittori preferiti, in un romanzo solo?

Poi il Libro dell'acqua di Eduard Limonov, che troverete in ben poche librerie ma fatevelo ordinare ne vale la pena, edizioni Alet, opera geniale fin dalla sua costruzione divisa per forme d'acqua nelle quali lo scrittore russo si è bagnato: Mari, Fiumi, Laghi-Stagni-Paludi, Fontane, Saune-Bagni Turchi, Pioggia, Aryk, Uragani. Anche questo lo sto leggendo lentamente, certo trascorrendo venerdì pomeriggio sabato pomeriggio domenica intera con mio figlio la lentezza di lettura non fa che progredire, Pietro al momento non legge neppure il Guerin Sportivo, eppure tutto potrebbe restare immobile e non me ne fregherebbe nulla, penso tra le altalene, tanto per tornare a rispondere alla sua azzeccata previsione, intervistatore, lei non ci crederà ma tra qualche anno passerà, sì lo so già, ma in definitiva tutto resta immobile Pietro, tra l'automobile di legno e l'altalena a ripetizione al parco, tra i tuffi all'indietro sul letto e la pallina di spugna o lo sposta-sedia continuato lungo il pavimento, curiosi sport indoor quando il sole d'inverno cala ed esce fuori il freddo, ascoltiamo alla radio Tutto il calcio minuto per minuto che anticipa di dieci secondi buoni quello che poi posso controllare realmente accaduto oppure no sullo schermo del mio portatile, posizionato sulla mensola in alto e nascosto affinche' tu non riesca a vedere, è il regolamento, Juventus batte Fiorentina due a zero, ma per i viola sarebbe potuta andare molto peggio.

domenica 3 febbraio 2013

Finalmente domenica! (24)


E poi c’è la storia di quello scrittore russo che stava nel gulag, e la mattina si svegliavano all’alba e iniziavano a lavorare, poi alle tredici mangiavano si per dire, della brodaglia e della specie di pane-pietra, poi lavoravano ancora fino a sera quando stremati andavano a dormire, saranno state le ventuno nelle camerate, ma in quell’ora probabile di tempo prima di andare a dormire definitivamente chi aveva voglia di scrivere, era di gran lunga meglio approfittare di quei pochi minuti per vivere. Il suo libro lo scrittore, se lo scriveva nella testa mentre lavorava forzatamente, una frase più o meno al giorno o forse una pagina, questo non me lo ricordo, facciamo per comodità una frase cioè un giorno ad esempio pensava E poi c’è la storia di quello scrittore che stava nel gulag, il giorno dopo per non dimenticare nulla aggiungeva alla prima frase la seconda: E poi c’è la storia di quello scrittore che stava nel gulag, e la mattina si svegliavano all’alba e iniziavano a lavorare. Così fino ad imparare a memoria un libro completo da srotolare e scrivere sulla carta una volta uscito dalla prigionia, magari dettandolo alla moglie per non fare troppa fatica.
A questo pensavo mentre guidavo in autostrada, calcolando che con il ritmo di due/quattro viaggi a settimana Milano-Brescia Brescia-Milano, ne avrei avute di occasioni per imparare a memoria il mio libro ben meno importante, una frase per volta, guidando e scrivendo, fino a terminarlo anche con assoluta calma nel giro di qualche anno, per poi poter dire questo romanzo chiamiamolo così ci ho messo cinque anni a scriverlo nel tempo libero, in autostrada. Ma come mai questa scelta? Devo ringraziare un noto scrittore russo. Ma pensavo anche in autostrada che tra aver qualcosa da dire e costruire una storia ne passa di differenza, e mi pare che intorno molti costruiscano una storia anche se non hanno nulla da dire, e invece io penso che se non si ha nulla da dire per un certo periodo o anche per sempre è meglio starsene zitti e leggere le cose che hanno da dire gli altri. Inoltre, mentre Pietro dormiva e Marta quasi sul sedile dietro, pensavo che quella entrante sarebbe stata per me l’ultima settimana normale, perché da febbraio con il ritorno di Marta all’attività lavorativa i miei fine settimana sarebbero radicalmente cambiati in questa direzione:
 
Venerdì: 8-14 libreria, 15-20 da solo con Pietro.
Sabato: 8-14 libreria, 15-20 da solo con Pietro.
Domenica: 9.45-20.15 da solo con Pietro.

andando a mutare la fisionomia dei miei week-end in modo determinante, a meno che il giovine Pietro non mi sorprenda a soli tredici mesi d’età pregandomi in ginocchio di ascoltare insieme Tutto il calcio minuto per minuto o di leggere a ripetizione fino alla noia qualche scrittore russo.

Ecco, più o meno questo è quello che avevo da dire, ma poi è successo che in libreria ho visto con i miei occhi il direttore di un importante quotidiano, acquistare dieci copie del suo inutile libro per poi buttarle appena fuori dal negozio nel cestino della spazzatura. Ho sentito per caso dei miei colleghi in altre librerie, e mi hanno detto che anche da loro il direttore di un importante quotidiano, ha comprato dieci copie del suo inutile libro per poi buttarle appena fuori dal negozio nel cestino della spazzatura, ed unendo i fattori insomma sono arrivato alla conclusione che nella città di M. c’è il direttore di un importante quotidiano che fa il giro delle librerie per comprare dieci copie del suo libro e poi buttarle nel cestino della spazzatura, nella patetica speranza presumo di entrare così in classifica e diventare un famoso saggista, perché altrimenti le sue raffinate analisi non interesserebbero davvero a nessuno, e a parte lo spreco economico e la tristezza umana del suo gesto, ho pensato che comunque vada la sua vita e la nostra, qualunque sia il suo conto in banca e il nostro, questo signore non sarà mai capace di scrivere un libro frase dopo frase nella testa, o di immaginare romanzi guidando l’automobile.


domenica 27 gennaio 2013

Finalmente domenica! (23)



Ho spesso fatto confusione tra leggere e scrivere, tanto che a volte ho provato più emozione a leggere una pagina piuttosto che a scriverla, e allora qualcuno mi diceva che non ero uno scrittore ma un lettore, e io gli rispondevo può darsi forse è vero cosa c’è di male, oppure magari non mi prendo troppo sul serio e questo è un grande bene. Perché di dichiararmi scrittore anche piccolo mi sono sempre vergognato, di una vergogna stupida come quella da ragazzo con le scarpe nuove specie da ginnastica bianche, che una volta a quindici anni nonostante il disappunto di mia madre mi vergognavo a tal punto dell’eccessiva luminosità di quel bianco nuovo che ero andato al campo di sabbia dell’oratorio a tirare qualche calcio al pallone solo per sporcarle, le scarpe, da solo correndo sul lato destro del campo avanti e indietro per poi tirare in diagonale verso il palo più lontano, rasoterra oppure alto verso l’incrocio dei pali, fino a non farcela più dalla stanchezza.

Comunque, ho sempre avuto delle remore nel definirmi scrittore anche piccolo, perché pensavo che so metti che mi sente Henry Miller, eppure crescendo notavo come intorno a me dalla giovinezza in poi gli scrittori e i poeti invece fioccassero, senza pudore, come quelli che si presentavano o firmavano dicendo o scrivendo che so Paolo Rossi e ci tenevano a precisare: ”scrittore”.
Una volta per caso sul tram a Milano, con quel giovane autore italiano che aveva pubblicato un romanzo per una grande casa editrice e mi confessava che la sua più grande sofferenza era quella di non essere compreso a sufficienza dai contemporanei e io pensavo per la Madonna, mi sa che stai un po’ esagerando, se ti sente Henry Miller?
Invece andando a lavorare alle sette e quaranta del mattino sabato scorso, ho incontrato per strada un uomo che urlava al cielo IO SONO UNO SCRITTORE! Veniva verso di me, puzzava di vino, un po’ sporco un po’ sudato e io pensavo avrò capito male, non avrà detto mica scrittore certo sarebbe curioso, alle sette e quaranta del mattino, eppure dopo pochi passi l’aveva ripetuto il grido IO SONO UNO SCRITTORE! e io gli ho detto guarda almeno io ti credo, sei in buona compagnia, hai mai provato in passato io non ce la faccio proprio, a essere morto come loro, però adesso devo andare a lavorare in cassa a battere un bel po’ di scontrini con la coda che non finisce mai, che una volta è venuto in negozio Carlo F., io ero dentro la teca in vetro numero 7 da ore e ore, da giorni e giorni ormai dimentico del mio amato mestiere di libraio e lui aveva pagato alla 9 ma dopo era tornato indietro apposta per salutarmi, gli era piaciuto il mio primo romanzetto, aveva aperto la porta di vetro che stava dietro la mia schiena mi aveva dato un pacca sulla spalla e mi aveva detto: “Forza”. Al momento ero rimasto sorpreso, vuoi perché dopo due tre ore di cassa con la coda continua il cervello tende a sbriciolarsi, per chi non l’avesse mai provato c’è il rischio di ritrovarsi mentalmente dentro il “Tic” di Giorgio Gaber, vuoi perché “Forza” non me l’aspettavo, e girandomi su me stesso probabilmente avevo risposto “Sì, ciao”, che non era forse la cosa migliore ma cosa avrei dovuto dire, ci avevo ripensato quando se n’era andato Carlo forse sarebbe stato meglio dire “Grazie”, oppure “Juve”, ma non era il caso di mettersi a fare cori con la gente in coda, Carlo, è vero su “Forza Juve” siamo d’accordo, ma insomma, non tutti purtroppo la pensano come noi. Così Carlo mi aveva detto “Forza”, io gli avevo detto “Sì, ciao”, e poi sono uscito e ho incontrato per strada un uomo che urlava al cielo che era uno scrittore, gli ho detto guarda almeno io ti credo, hai mai provato in passato io non ce la faccio proprio, a essere morto come loro, e sono andato a lavorare perché erano le sette e quaranta del mattino.

domenica 20 gennaio 2013

Finalmente domenica! (22)


Non per tornare a Limonov, ma quando verso la fine del libro lo mettono in una prigione di massima sicurezza per non aver commesso nulla, dove ai detenuti non è concesso niente fatta eccezione per l’ora d’aria solitaria separati dagli altri in pochi metri quadrati, e soprattutto la televisione in cella tutto il giorno al fine di renderli dipendenti allo schermo e di conseguenza depressi, lui Limonov decide che la televisione non la guarda tranne i telegiornali, e che l’ora d’aria sarà l’unico a farla sempre, nell’inverno gelido sul tetto del penitenziario, anche con la neve, correndo avanti e indietro su poche mattonelle e facendo ginnastica.

Così da quando è nato Pietro quindi direi un anno, anche noi la televisione non la guardiamo mai, non che prima ne facessimo overdose o che la nostra sensazione sia quella di essere carcerati anzi, ma il non guardarla mai la televisione restituisce bellezza, come quando sei in montagna d’estate e per venti giorni la Tv non esiste, e la sera leggi sempre e pensi che bello, dovrei leggere sempre dopo cena pure quando ritorno in città mica stare ipnotizzato davanti alla lastra luminosa che quando osservate qualcuno che ci sta fateci caso, l’osservato tranne rare circostanze risulta illuminato da una sporca assente opacità, come un manichino.

Però ecco quando Pietro non c’è perché va dai nonni in Franciacorta, oppure perché scompare per qualche giorno lasciandoci genitori preoccupati fino a quando non ci chiama al telefono rassicurandoci Hey vecchi, sono con un’amica a Buenos Aires state tranquilli, ecco talvolta mi capita accendo la tv ma non riesco a fare come Limonov, i telegiornali italiani fanno amaramente ridere invece che dare notizie disinformano, parlano del niente, anche Mentana che perde ore a parlare di scaramucce politiche e sembra il conduttore di una brutta Domenica Sportiva, della Politica Sportiva, tanto che mi aspetto che da un momento all'altro legga i risultati e la classifica della Serie A, allora giro direttamente su un canale sportivo del tempo che viviamo oppure del passato,  m’imbatto in una Domenica Sportiva dei fine settanta o degli inizi ottanta con Beppe Viola genio che definisce Franco Baresi il miglior libero in circolazione, dopo Freda e Ventura, naturalmente. Si ritorna in studio, e Beppe Viola sembra addirittura brillo mentre intervista l’allenatore di turno (un giovane Ilario Castagner laziale con figli preoccupato del fatto di trovarsi in serie B a causa del calcioscommesse con pochi giocatori che restano e molti che se ne vogliono andare, in particolare un olandese che era stato acquistato per la serie A, e invece ora pare stia facendo la valigia a Formello). Beppe Viola, torno su Mentana e mi viene voglia di vomitare, ma sto mangiando due formaggi presi da Marta al mercato così buoni che chi me lo fa fare, Chicco snocciola percentuali con l’amico plastificato dei sondaggi del lunedì, e io mastico e penso ma di cosa diavolo state parlando, ma chi se ne frega, e non venitemi a raccontare di Michel Houellebecq che nel suo La carta e il territorio definisce la politica come lo svago delle classi sociali più colte, e il calcio il passatempo del popolo più rozzo. Forse in Francia, Michel, qui da noi è molto più serio il calcio della politica nonostante tutto, perché ciò che avviene in campo è comunque un fatto fisico e mentale reale che ben si presta ad analisi psicologiche e fantasiose, peraltro ignorate dalla grande maggioranza dei giornalisti italiani che preferiscono passare la vita professionale a fare polemiche, forse per mascherare la loro incompetenza che tuttavia non gli ha impedito di esercitare la professione, magari grazie a una provvidenziale raccomandazione che sempre negheranno fino a convincersi non sia mai esistita.
Ecco, dicevamo, Limonov in galera scrive Il libro dell'acqua, ovvero una raccolta di ricordi autobiografici tra il Mar Nero e Venezia, tra un bagno turco di Mosca e una spiaggia di Nizza, legati tra loro dall'acqua che li trascina e unisce insieme in un unico fiume della memoria. Devo ricordarmi di segnalarlo Il libro dell’acqua a Chicco Mentana appena finisce con i suoi soporiferi sondaggi del lunedì, a Beppe Viola non credo ce ne sia bisogno. Il poeta russo preferisce i grandi negri invece è un titolo favoloso per un libro, e qui il merito va riconosciuto al primo editore americano di Limonov, strano non sia stato mai tradotto in Italia, il Vaticano probabilmente non potrebbe mai approvarlo, grandi negri in che senso? e nemmeno Pierferdinando Casini accetterebbe la traduzione con serenità: “Noi dobbiamo difendere le famiglie, non i poeti russi o peggio i grandi negri”. Pierferdinando Casini, l’altro giorno ero in automobile al semaforo e c’era la tua faccia triste e spenta su uno dei tanti cartelloni pubblicitari elettorali che diceva: “Dalla parte dei deboli e della famiglia”. Mi sono messo a sorridere e ho pensato certo come no, della sua.

lunedì 14 gennaio 2013

Finalmente domenica! (21)



Certo che vita straordinaria, Limonov, ne parlavo con mia madre che questa domenica ha cucinato i canederli con speck ed erba cipollina, niente male, e lei certo il libro di Emmanuel Carrère, ma invece hai visto Berlusconi da Santoro? No mamma, ma ho immaginato, letto e sentito della resa dei conti fra l’ex giornalista milionario e l’ex premier abitudinario, senza capire perché non si siano telefonati per litigare amorevolmente in privato senza rompere le balle a otto milioni di italiani guardoni.
Limonov, questa domenica mi perdo l’inizio della partita perché sono da mia madre a pranzo e la cosa non mi gusta, non andare a pranzo da mia madre figuriamoci, maestra in cucina e santa, quanto perdere l’inizio della partita che è un po’ come perdere l’inizio di un film, piuttosto vorrei fare il duro e dire allora sapete che faccio io non me la guardo nemmeno, la partita, avete vinto voi, ditemi il risultato alla fine che preferisco. I giocatori che entrano in campo, il loro schierarsi lineare a salutare il pubblico in particolar modo qualche famigliare in tribuna, poi le strette di mano, anche con l’arbitro e i guardalinee, il rito comincia: Buffon col suo faccione e i capelli impomatati all’indietro ride sempre chissà perché, del resto nella sua condizione di capitano della Juventus probabilmente lo farei anch’io. Se mi perdo questo, non affronto l’incontro con l’atteggiamento giusto e le cose poi potrebbero andare male, come domenica scorsa.

Limonov mamma, che vita straordinaria, molto più di quella di Zavarov, buoni questi canederli, ti ricordi quel russo sfortunato al quale il destino aveva dato in sorte di venire dopo Michel Platini? Per sostenere la sua pesante missione e consolare il bambino che ero, orfano improvvisamente del re francese non fosse bastato del padre, avevo anche appeso in camera un poster della Juventus sovietica raffigurante lui e il compagno bianconero Aleinikov che recitava in grandi caratteri con un gioco di parole antesignano delle perle linguistiche dei quotidiani sportivi di oggi: "JUVENTURSS".
Ma Limonov, mamma, teppista in Ucraina, idolo dell’underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a New York, quindi scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani...ecco noi invece siamo qui a Brescia a mangiare canederli un 13 gennaio che Marco Pantani avrebbe compiuto 42 anni, auguri, e siamo felici nonostante Emmanuel Carrère non scriverà mai un libro su di noi che mangiamo i canederli, sai che ci frega, Pietro colpisce intenzionalmente per la prima volta nella sua vita la pallina rossa e blu coi piedi invece che con le mani, noto anche un esterno-tacco di sublime eleganza eseguito con le sue scarpette morbide che mi fa ben sperare, poi ci salutiamo e porto via oltre al bambino e alla moglie anche il salame che mi ha regalato lo zio a natale, prima che diventi duro, perché il salame buono deve rimanere leggermente morbido, altrimenti che salame è.

Guardo la partita, e già iniziata da qualche minuto ma cosa vuoi che sia, finisce in un pareggio quando sembrava scontata una vittoria e allora vedi che se non guardo le partite dall’inizio poi finiscono male? Torno a Milano in automobile con Limonov e il salame nella borsa, non la stessa borsa non diciamolo nemmeno per scherzo, per un attimo mi viene pure l’ansia del salame perché potrei essere costretto a mangiarmelo tutto da solo in pochi giorni questo buon salame, prima che diventi duro, tocca invitare a cena qualcuno. Piove e sono spento, vediamo domani, però che vita Limonov, di certo lui non ha mai trascorso un giovedì mattina a fare il cambio del medico all’Asl di piazzale Accursio, Milano, due ore e mezza sottoterra per sentirsi dire ecco no il medico che lei aveva scelto e con il quale era d’accordo è invece pieno di pazienti, proviamo un altro, e poi un altro, tutti occupati, oppure torni la prossima settimana. Con la certezza di aver quel medico? No, si procede per tentativi, e allora facciamo a caso gentile signora, va bene quel medico lì che sta in via Washington che non conosco neppure, le ho mai parlato di Eduard Limonov? Le assicuro, comunque la si pensi una vita fuori dall’ordinario.

domenica 6 gennaio 2013

Finalmente domenica! (20)

 
Diffido di chi non ama passeggiare, di chi si muove solo per andare in un posto, per raggiungere un obiettivo. Io ad esempio esco dal portone di casa in via Nievo e non so dove andare, vado dritto o a sinistra, mai subito a destra perché significherebbe fare come andare al lavoro, e questo potrebbe provocarmi un tilt mentale abitudinario, tipo presentarmi in libreria e trovare i miei colleghi pronti a dirmi Guarda che oggi non lavori Fra, stavi passeggiando, e allora torno indietro al punto di partenza se voglio andare a destra vado comunque dritto fino ai campi da tennis e solo poi giro a destra, che non è la stessa consueta strada del lavoro. I campi da tennis, ma di solito invece cammino verso sinistra, decido all'ultimo, passeggio e mi chiedo Ma dove stai andando? non lo so vediamo di qua, poi di qua, poi di qua. Così ho i miei giri preferiti concepiti dal caso, Milano non finisce mai anche se purtroppo molto meno di Parigi, caro Vila-Matas. Cammino e penso a Robert Walser, a Knut Hamsun, che passeggiavano fino a non avere più le forze, fino a sentirsi male, senza andare da nessuna parte sebbene obbligati ad andarci, noto che sono in pochi a passeggiare senza scopo, la maggioranza col cane ma non vale, e quelli che dicono Ho il cane così almeno esco a fare due passi mi viene da dirgli ma siete scemi? avevate bisogno del cane per passeggiare? Che poi si ritrovano col loro cacchio di cane, nei giardini di Pallavicino o Bompiani, e parlano fra loro dei loro figli-cani, oppure dialogano serrati e facendo le voci strane direttamente coi loro quadrupedi, senza essere però San Francesco. Meglio proseguire, se riesco a camminare piano sono ancora più contento, è come meditare mentre gli altri vanno veloce, ho lavorato, ho fatto quello che devo fare adesso non leggo e non scrivo, passeggio, piano.

L'Italia è un paese troppo adorabile per non essere abitato da una prevalenza di idioti, solo questa settimana sono nati quattro o cinque partiti non ricordo di preciso: quello dei pm che si dichiara riformista pur chiamandosi "Rivoluzione" (errore di consultazione del dizionario sinonimi/contrari?), quello del noto tecnocrate bocconiano che quando è venuto in libreria ha comprato l'ultimo volume di Aldo Cazzullo (dai loro libri, li riconoscerete) il quale grigio-tecnocrate dopo aver preso il potere con un colpo di Stato morbido ha tolto ai poveri per dare ai ricchi, un neo partitello di destra che sotto casa mia sì, in via Nievo, ha messo un cartellone pubblicitario gigante con scritto "Fratelli d'Italia" vicino all'altro che pubblicizza un concerto di David Guetta: musica house contro plagio a Goffredo Mameli, vediamo come andrà a finire questa sfida rispettosa del sistema maggioritario. E poi il sempreverde Silvio con o senza Lega, destra/sinistra, che poi destra o sinistra, conosco maturi moderati che hanno sempre votato centro-sinistra e poi tra un po’ picchiano la moglie perché ha cucinato il purè tiepido, e allora. Meglio camminare, un paese che lascia gli appassionati di calcio per 14 giorni senza campionato non è un paese che rispetta i suoi cittadini, sto scherzando dai, quando il padre del protagonista di "Un giorno questo dolore ti sarà utile" di Peter Cameron porta il figlio a mangiare al ristorante e gli chiede se è gay, solo per saperlo ed eventualmente sostenerlo, il figlio gay non risponde e ordina la pasta invece della bistecca e il padre allora gli dice male perché non hai preso la bistecca? è molto più da uomo...ecco io penso che sia una scena fantastica, intorno tutti gli uomini d'affari mangiano la bistecca in modo così virile...

Oggi è domenica e la Juventus ha perso in casa, 1-2 con la Sampdoria, ma io continuo a passeggiare lo stesso, una sconfitta ancorché inopinata come questa in superiorità numerica per sessanta minuti ci può stare, anzi non ci doveva stare per niente ma è andata così e allora brava Sampdoria, tanto io resto tranquillo perché presumo si tratti di un dolore che tornerà utile, e poi la pasta a me non è mai piaciuta, non ho un padre al quale rendere conto delle mie preferenze sessuali e comunque fin da piccolo ho sempre mangiato molta carne.

martedì 1 gennaio 2013

Finalmente domenica! (19)



Io avevo questo vizio, da ragazzo come mi capita di affermare talvolta quando parlo adesso ad altri e non lo sono più, e magari nemmeno loro, e ricordo bene cos’ero allora e ciò che sono ora, che se non mi conoscessi abbastanza direi due persone senza dubbio fondamentalmente diverse. Passavo le mattine e i pomeriggi a leggere libri nei parchi, tranne il venerdì il sabato e la domenica che andavo a vendere le lavatrici e i frigoriferi a Roncadelle o a Desenzano, e mi piaceva molto di più Desenzano. Ma durante la settimana le mattine e i pomeriggi leggevo nei parchi di Brescia, cambiandoli pur mantenendo in prevalenza i miei preferiti, la sera invece uscivo con belle ragazze oppure con Gabriele che mi chiedeva ma tu cos’hai fatto oggi? e io mah, direi che sono andato a leggere al parco.

Non che leggessi tutto il tempo tuttavia al parco, qualche volta alzavo anche lo sguardo per vedere se passava qualche bella ragazza da invitare la sera fuori, oppure estraevo dallo zaino uno dei quaderni che mi portavo sempre dietro dove segnavo e commentavo ogni film che vedevo, e ogni libro che leggevo. Restando ai secondi, annotavo i comperati, gli abbandonati e i terminati, ancora inconsapevole che questo mio materiale di parole sarebbe finito in minima parte un giorno lontano dentro un romanzetto postumo, ricco di note ai margini curate da esperti per giustificarne l’incompletezza sulla quale tuttavia si poteva soprassedere considerato il cordoglio per l’improvvisa morte dell’autore che era tutto sommato un gran bravo ragazzo.

Questo vizio comunque con il passare degli anni l’ho perso, intendo uscire la sera con belle ragazze, vendere lavatrici e frigoriferi nei fine settimana in special modo a Desenzano, ma soprattutto passare mattina o pomeriggi a leggere da solo al parco, tanto che quando sento Gabriele che adesso vive a New York lui mi dice ciao Cecco (mi chiama ancora così, perdonatelo, come tutti i miei amici migliori di quando ero ragazzo) ma mi vuoi dire cosa diavolo hai fatto oggi? e io finalmente posso dire no Gabri, non ho passato tutta la giornata al parco, non mi sono segnato su un quaderno i film che ho visto e sull’altro i libri che ho letto. Però, continuo a scrivere i libri che ho letto sul quel mio nuovo quaderno che è il blog, e sono così gentile da linkare pure ogni volume segnalato con la pagina internautica del tomo in questione per facilitare l’esigenza dell’occasionale lettore che potrebbe chiedersi: ma questo libro, cosa diavolo è?

In questo 2012 quindi ho letto 54 libri per me e 28 per lavoro editoriale giangiacomofeltrinelliano. Per gli amanti delle statistiche un totale di 82 volumi annuali che vuol dire 6,83 periodico volumi al mese che non è tanto ma nemmeno poco considerato il tempo che sottrae alla santa preghiera della lettura inspiegabilmente il lavoro e spiegabilmente il piccolo Pietro che comunque detto fra noi è meglio di qualsiasi libro. Tralasciando per segreto professionale le letture fatte per la casa editrice di via Andegari (ma vi assicuro che un romanzo che contiene la parola Borges nel titolo a mio avviso è davvero meritevole e diverso) ed eliminando per regolamento tutte le riletture, mi vedo costretto a comunicare a chi fosse interessato e in particolare al ragazzo che ero una volta, non tanto tempo fa, le due classifiche dei libri più belli che ho letto nel 2012 anche se non sono usciti nel 2012, permettendomi di dividere forse grossolanamente l’elenco delle letture in due parti, una dedicata ai romanzi e una ai non-romanzi, e non vergognandomi nemmeno d’inserire nelle classifiche titoli che qualcuno potrebbe dire ma come, non l’avevi ancora letto?! No, non l’avevo ancora letto.

Non romanzi:

5 - Paolo Nori "Pubblici discorsi" e Alberto Arbasino "In questo Stato"
4 - Guido Crainz "Il paese reale"
3 - Stephan Zweig "Magellano"
2 - Emil Cioran "La tentazione di esistere"
1 - Tzvetan Todorov "La bellezza salverà il mondo"


Romanzi:

5 - Peter Esterhazy "Non c’è arte" e Philip Roth "Everyman"
4 - Luigi Di Ruscio "La neve nera di Oslo"
3 - Beppe Fenoglio "La malora"
2 - Philippe Vilain "Non il suo tipo"
1 - Alain Sillitoe "Sabato sera, domenica mattina"

Immaginando in conclusione una Finale fra il vincitore del Gruppo "Non romanzi" e quello del Gruppo "Romanzi" io mi sento di affermare che, signore e signori, il vincitore dell’ambito premio "Il più bel libro del 2012 secondo Francesco Savio" è Tzvetan Todorov, con "La bellezza salverà il mondo". Bravo Tzvetan.
Bene, tutto questo non mi toglie dalla testa quanto sia stata brutta una domenica senza campionato di Serie A, che verso sera poi sono andato a prendere una pizza da asporto all'angolo e appena dopo di me sono entrati nel ristorante anche l'ex difensore del Milan Gambaro, il suo naso e la sua presumo fidanzata e allora io e Gambaro che non ci conosciamo ci siamo guardati negli occhi come a dire Ma che schifo è, una domenica senza serie A? e poi io gli ho anche detto sai Gambaro che secondo me il più bel libro del 2012 è "La bellezza salverà il mondo" di Tzvetan Todorov e lui allora ha detto: Ah sì? per noi invece una capricciosa, e una prosciutto-rucola.


domenica 23 dicembre 2012

Finalmente domenica! (18)



Valutavo che ci sono pochi scrittori italiani che parlano della bolletta del gas, forse nessuno, ecco io invece sono arrivato a casa dopo una dura giornata di lavoro ho aperto la cassetta della posta e c’era la bolletta del gas e ho pensato niente, perché di solito è Marta che apre la cassetta apre la busta e io a dire aspetta! non roviniamoci le scale o l’ascensore con la rabbia, godiamoci il presente come dicono i saggi orientali che non lavorano, saliamo in casa senza sapere quanto dobbiamo pagare a questo Stato ladro, secondo Oscar Giannino chiaro perché io figuriamoci, non mi permetterei mai allora salgo da solo, chiudo la porta alle mie spalle apro la busta e dico ma vaffanculo, ladri, ogni mese ogni settimana c’è qualcosa da pagare, senza contare le abnormi trattenute in busta paga, i tartassati, Totò, la repubblica delle tasse, questo penso. E poi la scadenza, 24 dicembre, che uno dice non avete pietà nemmeno la vigilia di natale.

Ma ecco dicevo, nessun scrittore italiano parla della bolletta del gas, tendenzialmente essi preferiscono ritrovarsi alle presentazioni nelle librerie-supermercato o dentro le scuole di scrittura magari a Torino o a Milano a parlare d’altro, di cose molto più raffinate non della bolletta del gas, che so della camorra o dell’amore, e anzi già che ci sono danno un colpo di telefono a quella casa editrice a Milano o a Torino e si mettono d’accordo ascolta tu pubblichi un romanzo a me che io faccio fare un corso di scrittura a te poi tu vieni qui a fare un corso di scrittura a te che io vengo lì a pubblicare un romanzo a me insomma, ci siamo capiti, fra di noi, cosa vuoi che sia. Chiudono la telefonata, si guardano negli occhi gli scrittori italiani e poi partono le mani alzate: io faccio lo scrittore che si occupa della camorra! io faccio quello che si occupa dell’amore! io quello che lotta contro il razzismo! io quello che denuncia il precariato!...ma mai nessuno che fa quello che parla della bolletta del gas.

Apro la busta e guardo la cifra, scadenza 24 dicembre. Chissà Oscar Giannino quanto paga di bolletta del gas, ma certo con quello che spende in vestiti avrà i soldi anche per pagarsi la bolletta del gas, beato lui. Io no, e dopo una dura giornata di lavoro che mi fa pensare certo che io tutelato mai, nella mia cazzo di vita terrena, il mio presunto e ridicolo talento, mai con il 10 sulle spalle scortato da due mediani a fare il lavoro sporco per me, ma è tutto il calcio ormai a essere cambiato mi dicono, mi tocca fare anche la fase difensiva e allora dopo una giornata di lavoro a fare Bip in cassa non mangio neanche vado a fare una passeggiata finché resta su il sole che poi fa freddo e mi passa la voglia e cammino fino a quella libreria di usato in via Terraggio gestita da quel signore pacato e sfoglio qualche bel volume ma senza comprare, ho la bolletta del gas da pagare. Infine la sera mi guardo una partita dopo che Mario Monti si è dimesso (Arrivederci e grazie, Dracula) il calcio è meglio di qualsiasi cosa, di ridicoli telegiornali e di quotidiani letti dalla gente solo per abitudine, alla ricerca del gossip del momento di un paio di tette al vento o di fantomatiche e superflue analisi politiche riguardanti esperti del posto fisso in parlamento, il calcio è meglio, non me lo leva nessuno, e a quei poveri scrittori pseudo-impegnati che alzano le sopracciglia che non hanno o addirittura disegnate per venti euro dal parrucchiere e mi dicono ma che perdi tempo col pallone! fai come noi che siamo gli scrittori della camorra, dell’amore, della lotta al razzismo, della denuncia del precariato...ecco io dico amici allora pagatemi voi la bolletta del gas che prendete i soldi per far finta d’insegnare ai boccaloni mantenuti dai genitori a scrivere e a far di conto, avete visto? ho scritto di calcio per venti minuti e non ve ne siete nemmeno accorti.

lunedì 17 dicembre 2012

Finalmente domenica! (17)


Da qualche tempo non prendevo la metropolitana, adesso per fortuna si possono tirare anche le gomitate. Quando avevo smesso ero rimasto alle spinte in mischia, ma le gomitate non erano ancora entrate nel bagaglio tecnico del passeggero. Adesso si può, e la gomitata è meglio tirarla quando stai per scendere dal vagone (del tutto gratuita) per poi mantenere il gomito alto come difesa preventiva rispetto a quelli che stringono per salire. Ultimo consiglio: non fare i furbi colpendo all’addome per non farsi vedere, puntate direttamente alle tempie per mettere subito in chiaro la situazione, si formerà immediatamente un largo passaggio generato dal corpo dell’avversario rovinato drammaticamente al suolo. Gli italiani, loro, anche sottoterra gridano chattano giocano con il prolungamento plastico-metallico del loro braccio, e mi chiedo se il giorno della fine, verranno seppelliti col telefonino in mano. E poi una ragazza che diceva alla cornetta: “Mamma, te l”avevo detto che all’università quest’anno l’esame di sesso orale era il più difficile...” e io a pensare ma come ci siamo ridotti in questo paese, interroghiamoci sulla serietà del sistema scolastico nazionale, a meno che non abbia capito male, in ogni caso forse  ritorna Berlusconi. Ecco questa metropolitana agra, mi ha fatto ricordare che il 14 dicembre 2012 Luciano Bianciardi avrebbe compiuto novant’anni.

Non prendo più la metropolitana, vado a piedi o in bicicletta o in tram, oppure in automobile quando devo colmare il tragitto Milano-Brescia o viceversa, questa domenica ad esempio parto da Gussago (Franciacorta) verso le 15.30, insomma alla mezz’ora del primo tempo di Juventus-Atalanta, insomma come l’avvocato Agnelli quando lasciava il Comunale di Torino prima della fine del primo tempo che secondo me comunque scendeva rapido nel parcheggio e diceva all’autista guardando l’orologio sopra polsino: “Ambvogio, vai veloce a casa che non voglio assolutamente pevdevmi nulla del secondo tempo in televisione”.

Eppure questa volta trenta minuti bastano: Vucinic, Pirlo e Marchisio fissano il risultato sul 3 a 0 così partiamo addirittura al ventisettesimo e mentre Pietro mi fa compagnia gridando il suo disappunto per ogni tipo di viaggio automobilistico da quando è nato (cambiati tre seggiolini, deve essere senza dubbio un fastidio filosofico) passiamo Rovato, Dalmine e Bergamo e la nebbia scende facendo un solo bianco con la neve intorno e penso a una frase dell'ultimo romanzo di Aldo Busi che dice: “E ora la mia domanda è sempre la stessa: che senso ha avere il di più se un tuo simile non ha il necessario?”
La ricordo con enfasi al casellante, prima di lasciarli cinque euro e trenta centesimi, spacciandola per una frase del Pontefice, ma il lavoratore di Autostrade per l’Italia mi dice lei si sbaglia, io ho sentito dire al Papa che l’eutanasia, l’aborto e i matrimoni gay sono una minaccia per la pace, non questa cosa del di più e del necessario. Sbigottito schiaccio allora il pedale dell’accelleratore e sorpasso Milano Est, non può essere vero, meglio pensare a certi preti straordinari che tirano avanti nonostante l’orrore del Vaticano, a questa stratosferica Juventus di Conte che calcia 31 volte verso la porta in novanta minuti, ai 76 passaggi riusciti di Pirlo nella trequarti dell’Atalanta, ma soprattutto al fatto che mancano solo dieci giorni al Natale che poi sarebbe soprattutto il mio trentottesimo compleanno.

lunedì 10 dicembre 2012

Finalente domenica! (16)


Wittgenstein, dicevamo. Non se ne parla mai abbastanza. Alcuni lo confondono con Lewandowski, ma il centravanti polacco del Borussia Dortmund non ha lo stesso sguardo svagato eppure magnetico. Nonostante questo si muove bene negli spazi (guardate il primo goal ufficiale di Euro 2012 per avere un’idea), non mi dispiacerebbe affatto come numero 9 per la mia squadra, e volendo creare confusione la targhetta col suo cognome potrebbe ben figurare negli scaffali di filosofia, al momento i miei preferiti in libreria. Mi sono messo a parlare di questo col cliente anziano e squilibrato che sabato voleva sapere in quale libro di Nietzsche fosse presente “Il viandante”, probabilmente nel secondo tomo di “Umano, troppo umano”, non precisamente, quello è un altro viandante, e la sua ombra, il viandante normale invece è nella terza parte di Also sprach Zarathustra, infatti, comunque lui voleva spedirlo a quelli del mattino (o de Il Mattino?) che hanno ancora la fotografia di Sarkozy sulla scrivania, e il campanellino. Così mi ha detto l’anziano, e io ho pensato ma questo è completamente matto, campanellino, anche se magari nella sua testa il ragionamento per associazioni d’idee in qualche modo filava diritto: il viandante di Nietzsche, il mattino oppure Il Mattino, Sarkozy, campanellino.

Nel pomeriggio per reazione mi sono messo a leggere Sebald, Austerlitz, non un luogo ma il protagonista del romanzo secondo lo scrittore tedesco, un mezzo sosia di Wittgenstein, Austerlitz non lo scrittore tedesco, specie per via dello zaino che entrambi portavano sempre con sé, quello di Austerlitz comprato per dieci scellini poco prima d’iniziare l’università in un surplus-store in Charing Cross Road dove la merce proveniva da vecchie scorte militari svedesi, quello di Wittgenstein non so. Non facile però leggere Austerlitz giocando contemporaneamente con Pietro a macchinina di legno verde e blu, roba da stare in piedi a girare le pagine e a sottolineare anche se poco, a muoversi per le due stanze giocando e leggendo, piegandosi e alzandosi a ripetizione, almeno fino a quando il fascino dell’Adelphi bianco non ha sostituito nel bambino quello per la macchinina verde e blu e allora addio, l’esercizio di buon padre è diventato impedire con dolcezza a Pietro di distruggerlo l’Adelphi bianco, e di non infilzarsi l’occhio con la matita ben temperata di Radio 3  che avevo preso due anni fa a “Più libri più liberi”, festival letterario romano al quale stavolta non ho partecipato perché purtroppo non mi hanno invitato. Sarà stato per questo motivo che non sono riuscito a farmi piacere Austerlitz fino in fondo (perché ho dovuto leggerlo in piedi o inginocchiato? Perché non mi sono recato a Roma?) a differenza del mio amico Fred Perannunzi, scrittore francese che mi dicono essere un po’ come me francese, o meglio io come lui italiano, che mi spiace molto non parlare francese altrimenti lo chiamerei per dirgli Hey Fred ma sei tu ad essere il me francese oppure io ad essere il te italiano? Ma non lo so, il francese, e non ho tempo per studiarlo, altrimenti mi sarei già trasferito in Francia magari sulla Costa Azzurra, oppure a Parigi, questo è ancora da decidere nelle immaginazioni parallele alla mia vita reale.

Non ho altro da dire questa domenica, fa troppo freddo, se non che forse da ragazzo avrei dovuto fare come Wittgenstein, e di ritorno dalla prima guerra mondiale avrei dovuto liberarmi della cospicua eredità paterna con delle beneficenze, e decidere di vivere per sempre senza inutili orpelli, vestendo decorosamente ma con estrema semplicità, tra pochi mobili essenziali e nessun oggetto che non fosse strettamente utile. Ma non ho avuto guerre, non ho avuto padri, non ho avuto eredità, e allora ho pensato bene di andare a lavorare e di lasciare stare la filosofia.

domenica 2 dicembre 2012

Finalmente domenica! (15)


Era il 22 novembre 2010 e voi direte ma come fai a ricordati così bene e io perché era il compleanno di Chiara, e al mattino stavo scaricando con Daniele il camion che portava le novità della Mondadori che quando lavoravo in magazzino in libreria talvolta suonava il campanello e noi da sottoterra rispondevamo Chi è? e dall’altra parte un uomo sovente straniero diceva il suo nome di corriere e poi: 50 colli! Salivamo dopo esserci messi il giubbotto, perché in cortile cominciava a fare freddo, e poi il camion entrava in retromarcia apriva lo sportellone posteriore e noi facevamo la catena umana e ci passavamo gli scatoloni fino a impilarli vicino al muro, e ci scappavano pure imprecazioni nobili quando il collo pesava troppo, collo in senso di scatola per chi non lo sapesse cioè il corriere quando suonava intendeva dire che aveva 50 scatole di libri da scaricare non 50 colli sezionati da cadaveri da scaricare. Comunque, si bestemmiava talvolta che io impreco raramente, assai solo quando mi saltano completamente i nervi e accade poco spesso, tuttavia in quei frangenti un porco cane non basta, ve lo assicuro, e a chi dubita o rimprovera immagino papi e preti su tutti ma non solo anche tutta la gente che lavora al caldo ecco io vorrei dire loro provate a cambiare vita, toglietevi la tonaca, abbandonate la scuola dove insegnate, gli uffici dove lavorate, e venite per qualche mese a scaricare al freddo, con la schiena che fa male, e bisogna fare in fretta ecco io in verità vi dico il linguaggio cambia a seconda delle situazioni: bestemmiereste pure voi, e poi tanto state tranquilli che c’è il perdono.

Era il 22 di novembre, auguri Chiara, e mentre Daniele mi lanciava lo scatolone (se leggero) e io lo paravo quasi come Buffon il mio telefono aveva vibrato nella tasca ed era una mail ricevuta con mittente Juventus che io avevo pensato: “pubblicità”, e invece era la segreteria del Presidente Andrea Agnelli che mi scriveva Gentile Dr. Savio, le anticipo in allegato il ringraziamento del Presidente. Se vorrà fornirci l’indirizzo postale, sarà nostra cura spedirglielo, cordiali saluti, G.
Così avevo smesso immediatamente di bestemmiare, cioè di scaricare perché non sono un uomo che bestemmia, avevo detto a Daniele sai che, niente, questa me la tengo per me segreta: Agnelli che mi scrive righe di ringraziamento per il romanzo di mio padre che gli avevo spedito perché parlava anche della Juventus di Platini, incredibile, avevo aspettato la fine del turno per correre a casa e dire a mia moglie trafelato Marta, mi ha scritto Agnelli e lei cosa?! e io ma sì, Andrea, e poi avevo chiamato al telefono mia mamma a Brescia e le avevo detto mamma, mi ha scritto Agnelli! e lei cosa?! e io ma sì, Andrea. Erano passati due giorni, e nella cassetta della posta avevo trovato una busta contenente un cartoncino autografo con sopra scritto...beh questo, me lo tengo per me. L’abbonamento alla Juventus tuttavia non c’era, perché per un momento Marta mi aveva messo la pulce nell’orecchio dicendo magari ti regala un abbonamento e io ma che dici, sempre a pensare che uno ricco debba regalarti qualcosa, stai con i piedi per terra piuttosto magari mi offre un lavoro altro che l’abbonamento, il Presidente, per lo stipendio non ci sono problemi ci mettiamo d’accordo, saresti disposta a trasferirti a Torino? ma sì, si potrebbe certo dovremmo organizzarci, per fare cosa di preciso, ne avrei parlato direttamente con Agnelli.

Quindi siamo rimasti così, con Andrea, per qualche mese me lo sono immaginato scovato dalle telecamere intento a leggere “Mio padre era bellissimo” in tribuna d’onore o al campo da golf, ma più in tribuna d’onore sfogliare le pagine, battere la mano sulla spalla del cugino con il Moncler azzurro annunciandogli bravo questo Savio sai che ti dico John, io lo assumo.
A fare che?
Di questo, ne parlerò direttamente con Savio.

Adesso sono passati due anni, Chiara ha due anni in più, Agnelli non si è più fatto vivo ma pazienza, lo capisco, io non ho fretta, per lo stipendio basterà una stretta di mano, ho un figlio Pietro e non lavoro più in magazzino ma al primo piano in saggistica dove nessuno riesce a togliermi la gioia fuoco perdifiato di lavorare  circondato da pareti di libri, e sabato mentre sistemavo Il paese reale di Guido Crainz mi è capitato di pensare che il derby è una partita sempre molto sentita, basta solo ricordare contro chi la devi giocare. 
In ogni caso col Torino è finita 3 a 0, hanno segnato due goal Marchisio e uno Giovinco, ma la cosa più bella è stata un controllo al volo di tacco del centrocampista magro con l’otto che l’ha fatto apparire ai più infantili come un piccolo principe, le petit prince Marchisio.

domenica 25 novembre 2012

Finalmente domenica! (14)


Non tutte le insonnie portano a culmini di disperazione. Ad esempio ero lì per terra con Pietro saranno state le tre o le quattro di notte perché aveva il raffreddore o il mal di pancia o non aveva digerito bene insomma P. dimmi cos’hai, cerca di essere preciso, ma vedo che giocando un po’ a pallina o dita di grande che corrono sul parquet per poi toccarti all’improvviso braccia o petto facendoti stupore-spavento la tua situazione clinica migliora enormemente. Ero lì per terra di notte comunque, e pensavo a Emil Cioran ventiduenne insonne in Transilvania che passeggiava nelle strade deserte o talvolta abitate da prostitute solitarie che gli facevano compagnia nei momenti di supremo smarrimento, e poi a me quando ritorno in automobile dal calcetto il lunedì sera ci sono anche qui le prostitute in grande numero lungo viale Monte Rosa, come escort dei poveri che calciatori veri non sono diventati, ma io non cerco consolazione, anche se comprendo. La veglia ininterrotta non è garanzia di opere d’arte, ditelo a certi aspiranti scrittori che resistono a fatica con gli occhi spalancati durante le tenebre, o che vanno a puttane nella speranza che giunga loro dopo una fellatio l’idea fondamentale per un nuovo romanzo, o a certe giovani scrittrici che riempiono di loro fotografie in camera da letto la bacheca personale di Facebook, giocandosi tutte le carte possibili per avere nuovi Amici, seguito e diventare famose. Altro consiglio, direttamente dalla famiglia Borges, il padre al figlio Jorge Luis raccomandava di leggere molto, scrivere molto, e pubblicare il più tardi possibile. Indicazione disattesa per primo dal figlio realista e magico, poi dalla stragrande maggioranza specie nell’italiana contemporaneità, anzi a proposito il mio secondo romanzetto sarebbe pronto, se qualcuno volesse farsi vivo sono pronto a parlarne visto che ho chiuso ogni rapporto col mio precedente editore, faccio come il magnifico Aldo Busi grido ai quattro venti la mia libertà contrattuale  così vediamo se mi chiama subito qualcuno.

Ma non dovevamo parlare di calcio in questa rubrica? No, meglio Emil Cioran ve lo assicuro, l’atroce pessimismo dei suoi titoli porta invero comica meraviglia: L’inconveniente di essere nati, Squartamento, Sillogismi dell’amarezza. A volte confesso, mentre lavoro in libreria vado di nascosto all’inizio dello scaffale di filosofia e li ripeto a mezza voce i titoli di Cioran: La tentazione di esistere...arriva una signora che mi chiede l’ultimo di Vespa e io le dico ma signora: e provare invece con Squartamento? Ottimo anche come idea-reaglo per natale, Squartamento. Squilla il telefonino (è già il primo editore che si fa vivo per il mio nuovo romanzetto, non ne sono affatto sorpreso) alle quattro e mezza di notte dico a Pietro sai cosa mi fa ridere? che il mio primo romanzo non convinceva diversi editori, mentre adesso qualcuno mi ha già detto sai, avremmo bisogno di una cosa tipo il tuo primo romanzo, ma come? e allora di cosa stiamo parlando? non di calcio, anche se due paroline su come alcuni insospettabili vivono con violenta antisportività le partite mi stavano scappando, il problema è che una generazione o due di giornalettai ha distrutto disinformando di proposito il tessuto sportivo di un popolo, ed è sempre più difficile trovare qualcuno che parli di football per davvero, senza atrofizzarsi su rigori negati o fuorigioco non fischiati. Caro Pietro, Pe culmile disperarii, viviamo perché le montagne non sanno ridere né i vermi cantare, pensaci tu a dirlo a quelli là del Bar dello Sport che non leggeranno mai Cioran.

domenica 18 novembre 2012

Finalmente domenica! (13)



Se non fossi stato così bello, non si sarebbe mai parlato di Philip Roth. Pensavo a questa ottima scusa da snocciolare a me stesso e pure ad altri in un mondo ironico e parallelo di mia invenzione eppure reale, fatto di stupidi così andavo sul sicuro. Tanto la Terra è piena di gente che si prende sul serio, di scrittori che si prendono molto sul serio, di palloni gonfiati, tipo questo fine settimana che a Milano c’era il lodevole Bookcity festival con incontri eventi reading ecc., ma io sarei andato solo per ascoltare Gurrado parlare di Joyce o Busi di se stesso, agendo su me stesso per fare in modo che l’orsa pigriza e la tendenziale insofferenza alle sagre non finisse col prevalere come spesso. E invece c’erano pure due belle partite sabato: Juventus-Lazio e Napoli-Milan e allora ho detto, sto a casa. Tuttalpiù, dopo la mattinata lavorativa culminata con l’acquisto-premio di Everyman, mi metto a sfogliare il libro nero di Philip Roth mentre la Juventus attacca e attacca, e la Lazio si difende e si difende. 0-0, nonostante 18 tiri in porta contro 0 e 11 calci d’angolo contro 1, roba da matti, ma che macchina da calcio quasi perfetta ha inventato Antonio Conte? e non ne parla quasi mai nessuno per ignoranza o malafede, più comodo riempire i giornali con polemiche stucchevoli o accuse inventate. Non mi viene neanche il nervoso perché quando Marchetti a metà del secondo tempo smanaccia in controtempo il tiro deviato del migliore in campo Vidal, ho già capito come andrà a finire: 0-0. Pazienza, mi resta il gioco di una squadra che si muove con armonia, intelligenza e coraggio e ne discuto amabilmente con Arrigo Sacchi, raro appassionato di calcio in un paese di guelfi e ghibellini, non con il telecronista Mediaset che nel presentare la partita aveva affermato: “A Pescara si è rivista la Juve feroce, la Juve dalla mascella volitiva”. In diretta dal Ventennio.
Che poi non è che non sopporti del tutto le fiere del libro, ma i reading invece sì. I reading mi ammazzano, specie quelli con l’accompagnamento musicale, quelli mi uccidono. E’ più forte di me, la spettacolarizzazione dell’intimo in chiave pop-rock mi urta, e infatti come dicevo sarei andato a vedere solo Gurrado perché mi aveva assicurato parlando di Joyce non avrebbe suonato la chitarra elettrica, e Busi perché ogni suo one man show è meraviglia in un mondo pseudoculturale che puzza di cadavere ammobiliato.
All’inizio di Everyman, tutti intorno alla fossa a tirare pugni di terra sulla bara e a dire qualcosa del defunto. Il rumore della terra sul coperchio di cipresso, davvero qualcosa di definitivo. Certi piccoli scrittori che non parlano mai “male” di quelli commercialmente più grandi perché magari un giorno potrebbero tornare utili, che noia. Nell’intervallo della partita, ascolto Radio3 e becco Beppe Severgnini che dal Bookcity festival dà consigli ai giovani e la cosa mi fa venire voglia di vomitare, sebbene non stia guidando. Beppe Severgnini, consiglia i giovani. Spengo, mi diverto molto di più a guardare due partite di pallone, anche se tiri 18 volte verso la porta e non c’è niente da fare, Juventus-Lazio finisce 0-0 e come dice Everyman è impossibile rifare la realtà, bisogna prendere le cose come vengono, tener duro e prendere le cose come vengono. Non c’è altro sistema.

domenica 11 novembre 2012

Finalmente domenica! (12)


Ero in automobile mentre la radio diceva che Katherine Mansfield amava indossare calze colorate, e poi che si era ammalata di tubercolosi, e poi che verso la fine non avendo niente da perdere era andata a Fontainebleau presso "L'istituto per lo sviluppo armonioso dell'uomo" fondato da George Gurdeijeff secondo alcuni una guida spirituale secondo altri un ciarlatano per quanto mi riguarda non so, ma quando ho cominciato a leggere un suo libro in passato mi sono addormentato. Restando alle calze colorate, ho sempre avuto un debole per le donne con le calze colorate. Rosse, blu, verdi o gialle. Rosse in particolare, miliardi d'anni fa una ragazza con le calze rosse, me la ricordo abbastanza bene. Tuttavia proseguendo con Mansfield, qualcosa sembrava andare meglio e quando un giorno suo marito Murry era andato a trovarla da Gurdeijeff lei gli aveva detto saltando sulle scale: "Guarda, sono guarita!" ma arrivata in cima all'ultimo gradino era morta. Così hanno detto in radio, e io ero quasi a Bergamo e ho pensato ma che sfiga, Katherine. E anche tuo marito non la meritava una scena del genere, ci sarà rimasto male.

Poi a Brescia vicino a Ponte Crotte quello che passa sopra il fiume Mella, alla fermata dell'autobus ho visto una tipa con le calze degli Stati Uniti cioè che aveva una gamba a strisce bianche e rosse e l'altra blu con le stelle bianche e mi sono detto d'accordo le calze colorate, ma qui stiamo esagerando. Però mi sono sempre piaciute le donne con le calze colorate, rosse in particolare, mi pare di averlo già detto. Comunque se fossi stato in un fumetto di Paco Roca avrei abbassato il finestrino e avrei detto alla fermata Hey ragazzina americana d'accordo le calze colorate, ma non esageriamo. La vita che potrebbe essere in fondo è quella che l'immaginazione non ha il coraggio di mettere in pratica. Paco Roca invece ha messo in pratica la sua di vita, gli è andata bene e se lo merita perché e' bravo, non che io sia un'autorità in merito di graphic novel ma insomma o forse proprio perché non sono un grande esperto, "Memorie di un uomo in pigiama" l'ho trovato meraviglioso, ho riso tante volte da solo, una volta anche mentre ero al bagno, e anche al lavoro in libreria ad un certo punto ho chiamato Marta e Pamela saranno state le 9.10 e ho detto loro guardate qua all'inizio quando il bambino scopre che alla fine della scuola dell'obbligo non c'è la possibilità di stare per sempre e finalmente a casa in pigiama come lui credeva ma ci sono le superiori e poi l'università ecco, glielo dice la madre e il bambino quel giorno perde tutta la sua innocenza infantile, roteando su sfondo bicolore a spirale come James Stewart in Vertigo di Hitchcock, mi pare, ma col pigiama di "Moscu 80".

Katherine Mansfield, non lo so ma io credo mi sarebbe piaciuta, ho pensato in automobile e non solo per via delle calze colorate. Una volta Virginia Woolf che ne invidiava la bravura e si vergognava di provare tale sentimento, pur adorandola, le confessò in una lettera il desiderio di essere lei, ottenendo come risposta da Katherine che lei invece vista la situazione tubercolosica avrebbe desiderato essere un coccodrillo, unico animale a non tossire.
Così hanno detto alla radio, poi ho spento sono sceso dall'automobile in Franciacorta e tutto quello che avevo immaginato presumo sia tornato in autostrada, lasciandomi in balia della mia vita vera e di una domenica con i capelli corti, la prima da almeno sei mesi.

domenica 4 novembre 2012

Finalmente domenica! (11)


Ordunque, martedì scorso mio padre avrebbe compiuto settant’anni. L’avevo pensato più volte nei giorni precedenti poi martedì mi sono svegliato e mentre facevo la strada a piedi per andare al lavoro mi è arrivato un messaggio di mia mamma che diceva oggi Guerrino avrebbe compiuto settant’anni, e chissà come sarebbe stato. Già, ma non c’era tristezza in quel chissà come sarebbe stato piuttosto altro una specie di non religiosa rassegnazione e allora sono passato davanti al mercato comunale il fiorista aveva sostituito il poster di Quagliarella con quello di Del Piero, giuro, la fruttivendola gigante e riccia di stampo medievale faceva vibrare il marciapiede con il suo peso mentre il figlio metteva a posto la frutta con la sigaretta in bocca e il fumo gli andava negli occhi rossi. Io, vado da un altro fruttivendolo. 
Comunque nessuna paura, non ho nessuna intenzione di scrivere un altro romanzo su mio padre che poi gli esperti dicono Savio basta, Dio santo Savio basta romanzi su tuo padre. E io ma certo ci mancherebbe, per sorprendere bisogna diversificare e allora io scrivo di mia madre che era diversa da quella dello scrittore ungherese Péter Esterhazy che lo accompagnava agli allenamenti da bambino sperando che diventasse un calciatore e che gli diceva si può giocare male, ma non da stupidi. Puoi giocare male, ma con il cervello! 
Mia madre mi accompagnava pure lei al campo di calcio ma non sperava niente e non diceva niente, sopravviveva e io invece notavo che la maggioranza dei bambini era sostenuta a gran voce dai padri in tribuna mentre mia madre era donna e la cosa mi metteva in minoranza psicologica che adesso non vorrei stare qui a polemizzare ma poi anni dopo mia madre mi ha detto che qualche volta ero finito in panchina perché gli altri avevano i padri che rompevano le balle agli allenatori per far giocare il loro figliuolo mentre lei figurati, non poteva mica andare lì in mezzo a tutti quegli uomini a. 
Ad ogni modo, martedì scorso mio padre avrebbe compiuto settant’anni e come talvolta nel passato il giorno del suo eventuale compleanno mi sono successe cose strane. Anni fa la pubblicazione di un romanzo da lui ispirato, giunto nelle librerie dopo mesi di rinvii esattamente il 30 di ottobre. Pochi giorni fa la partecipazione come spettatore alla presentazione di un volume dedicato al Guerin Sportivo in una libreria di corso Buenos Aires, Argentina, lo scambio di chiacchiere con tre noti giornalisti della carta stampata, il colossale fraintendimento di essere invitato a cena con loro, l’arrivo al ristorante prescelto nella grande sala con tavolo ovale riservato dove io e A. ci rendiamo conto che non ci sono sedie abbastanza, cioè ci sono sei sedie e noi siamo in otto, e allora beh ciao a tutti buona cena a voi, noi andiamo a mangiarci una pizza girato l’angolo alla Columbrina. Dentro questa esclusione più o meno comica e casuale, la distanza tra “noi” e “loro”, senza peraltro alcun desiderio di essere loro, con lo stupore di pensare ma come, aggiungete due sedie e ceniamo tutti insieme, insomma io a parti invertite avrei fatto così. E invece no. 
In ogni caso uno dei tuoi tanti scherzi papà, come la telefonata del giorno seguente che mi svela il luogo dove si svolgerà il terzo appuntamento di gruppo per l’assegnazione di un appartamento in cohousing, selezione alla quale sto partecipando da qualche mese con Marta e Pietro, e il luogo prescelto questa volta per la prima volta è la grande sala del ristorante dove la sera prima sono stato escluso. Vorrà pur dire qualcosa, come la sensazione che avevo nell’avvicinarsi di Juventus-Inter che avrei firmato per un pareggio, anche se immediatamente sentivo Conte urlarmi in faccia che non si firma mai per un pareggio! Che si può giocare male, ma non da stupidi! Ma questa volta Antonio io avevo addosso presentimenti strani, perché vuoi vedere che proprio con i rivali più sgraditi, vuoi vedere che saranno proprio loro a interrompere la straordinaria serie di 49 risultati utili consecutivi in campionato e pure l’inviolabilità dello stadio nuovo, in un colpo solo. E così è andata, e visto papà che tu eri interista seppur ringraziando il cielo molto meno che bresciano, questo è l’ultimo scherzo che mi hai fatto nella settimana del tuo compleanno.

domenica 28 ottobre 2012

Finalmente domenica! (10)



Ah, Dominique Sanda. Ti guardavo venerdì sera così bella da stordire nel 1969 e pensavo che adesso hai una sessantina d’anni e di certo non sarai più quella di un tempo ma pure io non sono più quel bel ragazzo di qualche anno fa e allora cosa vuoi farci. Tuttavia, dentro la pellicola di Bernardo Bertolucci e la fotografia di Vincenzo Storaro eri una meraviglia, speciale e francese da farmi sentire ignobilmente italiano nell’osservarti da immigrato sotto la Torre Eiffel incapace di spiccicare non dico una parola ma un discorso sensato e alto tale da non sfigurare al cospetto di tuo marito filosofo, il Quadri. Jean-Louis Trintignant invece faceva la spia fascista Marcello, vestito come vorrei vestirmi se quel tipo di abbigliamento non fosse incompatibile col mio portafoglio e col mio lavoro di tutti i giorni, e poi in libreria come in tanti altri posti quando entri non c’è più neppure un posto dove attaccare il cappello. Comunque siete a Parigi Dominique e Marcello beati voi, se avessi avuto i soldi sarei venuto anch'io in qualche inquadratura magari estraendo con astuzia dalla tasca del cappotto una copia del romanzo Mon père était très beau, proprio quando tu maestra di danza ti scopri improvvisamente e resti a seno nudo facendomi dubitare dell’importanza della letteratura (mia e altrui), e di molte altre cose ad esempio quale sia la più bella donna nei film di Bertolucci o nei romanzi di Moravia. O ancora se valga la pena perdere tempo a rapportarmi con editori sordi come campane ad ogni tipo di rischio non omologato che aveva ragione quella mia amica scrittrice che quando le ho detto di aver scritto un nuovo romanzetto tendenzialmente filosofico lei mi ha detto ma cosa sei diventato matto?! anche fosse vero non dirlo mai, mi ha sgridato rifilandomi pure un grazioso scappellotto, non pronunciare mai “romanzo filosofico” di fronte a qualche editor, per nessuna ragione al mondo, e allora io adesso dico sempre che avrei pronto un romanzetto tendenzialmente filosofico ma con dentro tante di quelle donne nude da far spavento. Come te Dominique, a seni scoperti richiedente un abbraccio al Trintignant-Marcello prima di finire ammazzata tra le montagne della Savoia con la faccia insanguinata nella neve che peccato, ma tanto è solo un film e di questa settimana mi resta soprattutto il mazzo di fiori che Trintignant a Roma porta a Stefania Sandrelli chilometri meno bella di te, due libri comprati con un anno almeno di ritardo che s’intitolano mirabilmente Hitler e l’enigma del consenso e La fabbrica dell'obbedienza, e un altro titolo in prima pagina di un noto giornale sportivo che invece diceva senza alcun linguistico timore: “Juve: tirali fuori!”.

lunedì 22 ottobre 2012

Finalmente domenica! (9)


Non è facile essere uno scrittore affermato. La domenica in particolare cerco un po’ di pace, ma già dal bravo pasticcere di fiducia non trotzkista ma interista tanto che la sua pasticceria è tappezzata di poster raffiguranti giocatori dell’Internazionale e anche da un curioso foglio A3 con disegnato uno scudetto con in centro un 18 e l’aggiunta manuale in pennarello a fianco di “+1” che ogni volta mi casca lo sguardo e penso ma come “+1”? in che senso al massimo “-1” avrebbe una logica a meno che il pasticcere non intenda qualche tricolore che la sua squadra preferita avrebbe certamente vinto nonostante stesse già perdendo con gli avversari per 1-0 e fossero pure già dietro in classifica generale ma se gli avessero dato quel rigore per il contatto tra il centravanti e lo stopper certo sarebbe cambiato tutto. Comunque, smetto subito di pensare a quel “+1” e il pasticcere mi chiede Savio allora, la sua Juve? E io che vuole che le dica, parlerei anche d’altro ma come scrittore affermato mi rendo conto ed etichettabile grossolanamente come juventino ecco io devo rispondere e allora mi pronuncio e dico: “Insomma, da quarantasette partite non ci possiamo lamentare e la portata storica di certi numeri rende meglio di tante chiacchiere, eppure le assicuro il perché e il come cose morte vengono trasformate in vive pulsanti è quello a destare il mio stupore, più delle tante partite senza perdere, e questo m’interesserebbe assai lo stesso, anche se non ci fosse la Juventus di mezzo. Com'è possibile che in un solo anno di lavoro, anzi meno, una squadra sia stata rivoltata come un calzino da posizione arrotolata a posizione verticale scattante fino a sotto il ginocchio? l’unica ragione la trovo in John Kennedy Toole quando scriveva che talvolta nel mondo appare un vero genio, e lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda contro di lui, e sostituendo la parola genio con il cognome Conte, allora mi tranquillizzo un attimo filosoficamente parlando e pago soddisfatto il conto al pasticcere.
Fuori, il sole brilla e vado fuori di matto decidendo di comprare un quotidiano dopo un paio di mesi e scelgo la R. perché il C. ha un formato troppo grande per passeggiare in libertà e soprattutto mi annoia, non che la R. mi galvanizzi, ma sono sempre così gentili con me scrittore affermato che mi chiedono di consigliare ogni settimana un libro eppure mi pare giusto questa volta per la prima volta sottolineare l'indicazione di Alessandro Baricco che e' preziosa perché riguarda "Napoleone a Mosca" di Anka Muhlstein, e Alessandro scrive un buon pezzo soprattutto il fatto che i russi avessero scelto la tattica di scomparire e indietreggiare perché combattere contro Napoleone era una cosa simile che giocare contro il Barcellona di Guardiola, e aggiungo io se questo libro o la tattica dei russi contro i francesi l'avesse sfogliato o studiata anche il buon Prandelli magari non avremmo preso quattro pere nella Finale degli Europei che siamo scesi in campo con il petto un po' troppo in fuori visto che giocavamo contro i campioni in carica d'Europa e del Mondo.
Bravo Baricco quindi e grazie ma senza esagerare, non vorrei mai che mi telefonasse Alessandro per ringraziarmi a sua volta dei complimenti come si fa tra scrittori affermati e magari per propormi d' insegnare alla scuola del Vaticano letterario Caulfield che sarei costretto a dirgli no guarda Ale perché non sono nemmeno laureato e quindi figurati, ma soprattutto perché come scrittore affermato ho già i miei casini le mie enormi entrate tanti soldi in banca e non voglio assolutamente rubare il posto a chi ne ha davvero bisogno. Quindi no ma grazie davvero, Ale.
Lungo corso Sempione, arrivo all'Arco della Pace e qui incontro amici giornalisti e scrittori, parliamo del più o del meno, delle partite che come intellettuali o semplici dipendenti siamo stati pagati per visionare e commentare su qualche giornale, ricordiamo Beppe Viola che la settimana scorsa ho visto su Rai Sport due puntate della Domenica sportiva del 1980 e mi sono detto ma che bello, e com'è possibile che adesso abbiamo Paola Ferrari, Zazzaroni, Collovati e compagnia male cantante. Certo qualche comparsata l'ho fatta anch'io alla domenica in passato in qualità di scrittore tra i più affermati con la passione per il calcio, ma poi ho sentito il bisogno di una maggiore introspezione per migliorarmi come uomo e come artista, quindi ho fatto un figlio, sono tornato a lavorare in libreria che nonostante quel quasi tutto formato da moltissime, alienanti cose e' ancora una professione con un briciolo di senso a tratti emozionante, e ho lasciato che soldi e successo per equità accarezzassero altri da me, meno fortunati, e mi sono messo ad andare sempre più spesso dal pasticcere non trotzkista ma interista la domenica mattina, poi a camminare, poi a ricordare di quando ero uno scrittore affermato che alla fine non era mica facile.