Pavia - Tutto sommato io darei ragione ad
Antonio, a Vigevano devono smetterla di non ammettere che Lucio Mastronardi si
è buttato nel fiume perché non ce la faceva più, a vivere generalmente, a
vivere a Vigevano nel particolare. Il
calzolaio di Vigevano, Il maestro di
Vigevano, Il meridionale di Vigevano.
Vigevano come una forma d'ossessione, dicevo ad Antonio, c'era quel brano
dentro A casa tua ridono nel quale
Mastronardi raccontava di quel tizio che andava a buttarsi nel fiume, anticipo
letterario di ciò che sarebbe successo, in un racconto di Beppe Fenoglio invece
era un figlio di nove anni a salvare il padre contadino dalla soluzione del
gorgo inseguendolo per i campi, lo recitava anche Giovanni Lindo Ferretti in
una finta canzone, in ogni caso a scanso di equivoci secondo me e Antonio era
meglio abitare in una città senza fiume. Nonostante questo avevamo deciso di organizzare
una presentazione dei nostri due nuovi romanzi sportivi (Il fuorigioco sta antipatico ai bambini, Ho visto Maradona) alla Libreria Il Delfino di Pavia, pur
consapevoli della coincidenza tra l’orario dell'appuntamento letterario e la programmazione
televisiva anche Rai dell'incontro mondiale Germania-Portogallo, valido per il primo
turno del gruppo G. Prima un gelato poi un aperitivo, parliamo del nuovo
sindaco a sorpresa ex professore di liceo catapultato al governo della città,
ed ecco che il sindaco appare stanco e pedalante lungo una via in leggera ma
lunga salita del centro, il suo volto è chiuso e cupo nello sforzo ciclistico,
pare che le sopracciglia giungano fino alle labbra: scoperta del gravoso
compito? Senso d'inadeguatezza? Rimpianto per la professione d'insegnante? Da
che parte è il fiume? Non ci diamo per vinti e visto che è ancora presto con
Antonio visitiamo collegi, chiese e biblioteche, quanti collegi a Pavia, dentro
statue quadri e tante ragazze, a Pavia ci sono più ragazze che donne, in
libreria più uomini che femmine ma anche queste (eroiche) non mancano. Diciamo
quello che dobbiamo dire sul fuorigioco e su Maradona, sulla Democrazia
Cristiana e su Giulio Andreotti, sul valore umano dei vinti e su quello dei
vincitori, al termine della presentazione tuttavia qualche spettatore alza la
voce, gli abbiamo fatto perdere la Germania che alla fine del primo tempo ha già
segnato tre volte. Finirà quattro a zero, con tripletta di Thomas Muller (il
primo su rigore, il secondo con un tiro rapido da dentro l’area, il terzo di
ribattuta a una corta respinta del portiere portoghese) e gol di testa sugli
sviluppi di un calcio d’angolo del difensore pensante Mats Hummels. Riusciamo
comunque a fuggire dagli assalitori e a metterci in salvo in un'ottima pizzeria
che regge il sole di fronte a un duomo fatto di mattoni. Un uomo ubriaco e
abbronzato, dalla grande pancia per l’occasione nuda e sbucante da una camicia
allacciata solo al primo bottone sotto il colletto, ci chiede trenta centesimi perché
ha provato con il bancomat all’Unicredit ma non funziona. Lui è correntista
dell’Unicredit, non se lo spiega. Poteva in ogni caso osare di più con la
richiesta, penso, non li avremmo avuti comunque perché a breve potremmo essere
disoccupati pure noi. Si libera una tavolo all’aperto e parliamo di Lucio Mastronardi,
parliamo di Luciano Bianciardi, di quel passaggio televisivo di fine anni sessanta
che li aveva visti insieme chiacchierare di letteratura a bordo di un tram
milanese per promuovere un’iniziativa culturale, nella circostanza Bianciardi era meno disperato di Mastronardi. Non sarebbe male come ipotesi per il futuro
scrivere due romanzi capaci di tirar fuori la sofferenza più preziosa e utile
che abbiamo, farli iniziare con la frase "Tutto sommato io darei ragione a…"
e terminare con "Poi il sonno è già arrivato e per sei ore io non ci sono
più". Tanto chi vuoi che se accorga, anzi.
martedì 17 giugno 2014
domenica 15 giugno 2014
Maracanazo: Inghilterra-Italia. Al Dio degli inglesi, non credere mai
Chiavari – Non faccio in tempo a tornare a Milano che il verbalizzante S.G., matricola xxxx, in servizio presso l’Ufficio Varchi della Polizia Locale in data 5/5/2014, dalla quale decorrono i termini di notifica del presente verbale, ha accertato che il conducente del veicolo targato xxxxxxx (autovettura) in data 20/3/2014 alle ore 22.28 in Milano, CAV DEL GHISALLO, TRATTO SOVRASTANTE VIALE CERTOSA in direzione di LC CENTRO CITTA’, ha commesso le seguenti violazioni: DOPO LE ORE 22 E PRIMA DELLE ORE 7, SUPERAVA IL LIMITE MASSIMO DI VELOCITA’ DI NON OLTRE 10KM/H. VELOCITA’ EFFETTIVA 79, CONSENTITA 70 KM/H. Euro 65,67. Grazie. Ripongo con delicatezza la multa sulla scrivania, tanto sono passati i primi cinque giorni utili a pagare meno (perché?), e rammento la sorprendente bellezza di Chiavari che ho salutato per continuare il mio lavoro d’inviato ai Mondiali brasiliani appena cominciati dalla mia base milanese. Ho ancora nello zaino Tutto quel che è la vita, romanzo di James Salter che leggevo in spiaggia quando non ero impegnato a costruire laghi, fiumi e condomini di sabbia con Pietro (il futuro è nel mattone). Ma il tempo a disposizione per la cultura era poco, c’erano da tirar su palazzi e quartieri con paletta e secchiello, mi restava però in mente la storia di quell’editore che si occupava di alta letteratura solo per necessità, che teneva incorniciata su una parete dell’ufficio la lettera di un collega e amico, editor più anziano di lui, al quale era stato chiesto di leggere e valutare un manoscritto: “Si tratta di un libro molto banale, con personaggi privi di spessore descritti in uno stile che fa venire i nervi. La storia d’amore è squallida è di scarso interesse, e chi legge, di fatto, la trova respingente. All’immaginazione rimangono soltanto le oscenità. Un romanzo totalmente privo di valore.” Aveva venduto duecentomila copie (nel secondo dopoguerra) e ne stavano facendo un film. Comunque a Milano rimpiangevo Chiavari, i portici le librerie le panetterie i negozi di calzature, quanti negozi che vendono scarpe a Chiavari, tanti sandali, che belle le ragazze che indossano i sandali Birkenstock miei preferiti, trovare un modo per trasferirmi a Chiavari. Stare alzati fino probabilmente alle due di notte per guardare Inghilterra-Italia è una cosa che fa parte del duro mestiere d’inviato in contratto di solidarietà, abbasso le zanzariere e arrivo al fischio d’inizio di mezzanotte già vittorioso perché sono riuscito a resistere mentalmente vivo all’introduzione Rai alla partita, è incredibile quello che riescono ad affermare presunti giornalisti, vecchi campioni o più frequentemente appena buoni giocatori, opinionisti che tifano come scimmiette invece che fare normale informazione. L’apocalisse è quello che c’è già. Non ci sono dubbi che l’Italia trionferà, l’Inghilterra l’allena Roy Hodgson anche se gli Azzurri schierano titolare Paletta. Fra le due condizioni non sufficienti sarà la prima a vederci sorridere, e infatti al trentacinquesimo battiamo un corner all’indietro, Pirlo sposta l’equilibrio difensivo inglese con un velo fondamentale per consentire a Marchisio di stoppare e calciare rasoterra angolato dai venti metri: 1-0. Il tempo di abbracciarci e Rooney in contropiede crossa alla perfezione da sinistra pescando il veloce Sturridge che mette in rete al volo, osservato con pigro distacco dalla difesa azzurra. Dopo l’esultanza sbuca una barella, il telecronista afferma che forse Sturridge si è infortunato nell’esultanza, il commentatore tecnico per modo di dire conferma, poi veniamo a sapere che lo sdraiato è invece il fisioterapista di Gerrard e compagni. Bisogna approfittarne. Jagielka salva sulla linea un pallonetto di Balotelli che aveva scavalcato Hart e Candreva centra il palo a portiere inglese battuto, fine primo tempo. Sotto casa un gruppo di adolescenti inganna l’attesa suonando e cantando a squarciagola le prime stantie canzoni di Lucio Battisti, non mi pare il caso e resto concentrato, perché di Battisti la maggioranza predilige bionde trecce e occhi azzurri? Ma cantate Il nostro caro angelo, cantate Anima latina, per favore. Al cinquantesimo Balotelli porta l’Italia sul 2 a 1 appoggiando di testa una determinante parabola mancina di Candreva dalla destra, l’inaffidabile Paletta rischia un penalty colpendo d’anca Gerrard in area di rigore, infine al novantesimo Pirlo calcia una punizione cambiante direzione in cielo che si stampa sulla traversa a portiere inglese battuto. E’ finita: l’Italia vince DOPO LE ORE 22 E PRIMA DELLE ORE 7, gli euro da pagare sono 65,67. Mi affaccio alla finestra notturna del mio appartamento da inviato ritornato dal mare e grido agli adolescenti felici con le loro chitarre spente di alzare la voce e di cantare, abbiamo visto una buona Italia: al Dio degli inglesi, non bisogna credere mai.
venerdì 13 giugno 2014
Maracanazo: Brasile-Croazia – Il cattolicesimo calcistico e l’arbitro cornuto
Lavagna – “Ma sì, il tatticamente
provvidenziale infortunio di Montolivo ci regalerà un'Italia quasi zemaniana,
moderata dal cattolicesimo calcistico più conservativo e saggio di Prandelli.
Pirlo e Verratti insieme possono fare meraviglie, e davanti io farei giocare
Immobile al posto di Balotelli”. Pensavo questo mentre passeggiavo lungo via
Roma a Lavagna che poi non è una via così lunga ma certamente la principale di
questo comune di 12.510 abitanti in provincia di Genova, Liguria. Camminavo
alle sei e mezza di mattina pur essendo in ferie, vai a sapere gli scherzi
della mente e del destino, gli unici aperti erano l’edicolante, il
fruttivendolo il panettiere, quindi per prima cosa comperavo il giornale e per
seconda una brioche, ma niente frutta. Dopo la brioche aspettavo che aprisse il
bar che faceva il cappuccio buono ma non altrettanto le brioches (per questo l’avevo
presa dal panettiere) quindi mi mettevo a sfogliare i due quotidiani che avevo
deciso di acquistare: gli inserti relativi al Mondiale avevano la meglio sui
miei pensieri, perché svegliarsi così presto in vacanza? Perché è bello,
avrebbe detto mio figlio Pietro bravo a giustificare le cose che non hanno
razionalità, come quando ti punta con la bicicletta senza pedali Strider ottima per imparare a fare il
ciclista quando hai due anni e ti colpisce improvviso le caviglie, gli stinchi,
Tu gli dici “Basta Pietro! Fa male” e lui “Ma è bello!” e tu “Ma fa male” e lui
“Ma è bello”. Fa male, ma è bello. E’ bello svegliarsi alle sei del mattino a
Lavagna, il giornale di solito rosa oggi è azzurro e costa trenta centesimi di
meno, fatelo sempre azzurro allora, è l’ultimo giorno di vacanza dopo il cappuccio vado sul lungomare,
incontro solo anziani alle sette del mattino, ma in prevalenza nessuno, Grazie Lavagna! Insieme abbiamo dato alla
città dieci anni di buona amministrazione. Al nuovo Sindaco e alla sua squadra
i migliori auguri di buon lavoro. Dopo il cartello di ringraziamenti
elettorali ricordo che viene sera e iniziano i Campionato del mondo di calcio,
la decisione del quotidiano un tempo rosa e adesso azzurro d’inviarmi in
Liguria per seguire da vicino il Mondiale brasiliano inizialmente mi aveva
sorpreso, poi ho capito le loro ragioni. Ho un figlio talmente bravo che anche
con trentotto e mezzo di febbre si addormenta quattro minuti prima che cominci
la partita inaugurale, tutto lo stadio del Corinthians è colorato di giallo ma
è la Croazia a passare meritatamente in vantaggio con autorete di Marcelo su
cross dalla sinistra di Olic leggermente deviato da Jelavic. Poi il Brasile
reagisce, ma i balcanici a quadrettoni rossi e bianchi resistono facendo
palleggiare i centrocampisti dai piedi buoni che si ritrovano: Rakitic, Kovacic
e soprattutto Luka Modric, il migliore nonostante l’inaccettabile decisione di
abbandonare i capelli lunghi (un po’ Cruijff, un po’ Pirlo) per un taglio più
militare. Tuttavia la Seleção arriva al pari con un
tiretto angolato da fuori area di Neymar, Pletikosa cade giù lento come un
sacco di patate, e il primo tempo si conclude senza avvisare gli spettatori che
il secondo sarà meno affascinante e più discutibile del già trascorso. Ci
penserà infatti l’arbitro giapponese Nishimura a decidere la partita con un
rigore inventato assegnato ai padroni di casa a venti minuti dal termine per misterioso
svenimento di Fred in area di rigore. Neymar tirerà malino ma i guanti di
Pletikosa schiaffeggeranno in porta. Da questo momento in pochi continueranno a
seguire lo spettacolo con la medesima fiducia, alla Croazia verrà pure
annullato un goal per dubbia carica di Olic su Julio Cesar, infine al
novantunesimo in contropiede il magrolino Oscar trafiggerà di punta sul primo
palo Pletikosa, nella circostanza apparentemente sorpreso del suo stato di
portiere: Brasile 3, Croazia 1. Farà male, e non sarà nemmeno bello. La notte lungo
le strade di Lavagna scoppia il caos, qualcuno si chiede ad alta voce se le
partite del Brasile le arbitrerà sempre questo Nishimura, altri gridano
compatti “No al Blatter moderno!” Io schivo le proteste di piazza, gli incidenti
tra manifestanti e polizia e torno a casa lentamente un passo dopo l’altro
contro il vento dell’ultima sera al mare.
giovedì 12 giugno 2014
Ma come inizia "Il fuorigioco sta antipatico ai bambini"?
Ecco, inizia così:
Thomas Bernhard scrisse Gelo in un anno, dopo che per cinque anni non aveva scritto nemmeno una riga, anche se è più corretto affermare che Thomas Bernhard scrisse Gelo in un anno e qualche mese, perché una volta che la casa editrice Insel ebbe accettato il manoscritto, Thomas Bernhard si accorse che non andava bene nulla, che l'opera era incompiuta e cominciò allora a riscrivere il libro capitolo per capitolo ogni mattino, dalle cinque a mezzogiorno, in una pensione tra le più economiche di Francoforte.
martedì 10 giugno 2014
Maracanazo, il diario dei Mondiali
lunedì 2 giugno 2014
Il diario del Giro. Ventunesima tappa: Gemona del Friuli – Trieste (172 Km). Andando per frasche con Bazlen e Svevo
Trieste – Pensavo quasi di non
scrivere nulla su questa ultima tappa, in fondo il novantasettesimo Giro
d’Italia è finito ieri mentre sul Monte Zoncolan aspettavo Juan Rodolfo Wilcock
in compagnia di Alfred Attendu, suo sublime gregario autore dell’opera divenuta
un classico “Il fastidio dell’intelligenza”. Ma poi mi sono detto: sarebbe
brutto fare venti e non fare ventuno, potrei essere colto da un certo non nuovo
senso d’incompiutezza, mi resterebbe qualcosa da riparare. Perché avevo cominciato
a scrivere questo diario? Come Vasco Pratolini per cercare di risolvere dei
disturbi leggeri, ma noiosi? Andare dietro al Giro era forse la medicina più
sicura? A Trieste ero già stato più di una volta, l’ultima nel maggio del 2012
per guardare Cagliari-Juventus e per incontrare Emilio, protagonista di Senilità. Allora aveva trentacinque
primavere e aveva dato alle stampe qualche anno prima un romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina però ingiallito
nei magazzini dei librai e utile solo a trasformarlo in un letterato rispettato
nel piccolo bilancio artistico della città. Emilio in quel tempo innamorato di
tale Angiolina, bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, snella e
flessuosa, con il volto illuminato dalla vita, a sentir lui. Nella
difficile condizione del confidente che sapeva quello che Trieste urlava di
tale donnina (una zoccoletta, che se la faceva un po’ con tutti, che appendeva
alle pareti della camera le fotografie dei suoi svariati uomini) ma che non
trovava il modo meno indolore per comunicarlo all’amico caro, ero riuscito a
convincere Emilio a rimandare di qualche ora l’appuntamento con la bionda,
per accompagnarmi allo stadio. Trovata un’osmizza aperta, avevamo litigato con
l’oste pancione che ci aveva negato un bicchiere di vino tre ore e cinque
minuti prima dell’inizio della partita, quando la Polizia municipale di Trieste
aveva emesso un’ordinanza che vietava la vendita di bevande alcoliche ma da tre
ore prima, e intorno negli altri tavoli tutti andavano per frasche.*
Costretti a una nevrotica resa bagnata di coca-cola, avevamo chiacchierato dello
scrittore Roberto Bazlen che durante la sua vita non aveva pubblicato nulla e
aveva scritto esclusivamente sequenze di note senza testo, leggibili tutte come
appunti per un’immaginaria scienza dell’autotrasformazione. Il nulla raggiunto troppo presto. Ciò che non vuole morire deve crepare. Italo
Svevo era uno scrittore della domenica, che in settimana vendeva vernici
sottomarine. Le ho usate per scrivere sulla strada W il Giro! usando soprattutto il colore rosa. Ho fatto una
fotografia con il telefono e l’ho mandata al mio direttore di giornale, ma sì,
quello che non legge libri. Anzi quello che il suo libro preferito è Il gabbiano di Jonathan Livingston. Ho
aggiunto come didascalia che il colombiano Nairo Quintana ha vinto la
novantasettesima edizione del Giro d’Italia davanti al connazionale Rigoberto Uran
e al sardo Fabio Aru. L’ultima tappa invece se l’è aggiudicata in volata lo
sloveno Luka Mezgec davanti al sempre secondo e una volta terzo Giacomo Nizzolo.
Vrranno tempi più fortunati. Roberto Bazlen, nato a Trieste nel 1902 da padre
tedesco e madre italiana, fu il primo a cogliere il genio che sino allora
nessuno aveva riconosciuto nei romanzi di Italo Svevo. Ne scrisse con entusiasmo
a Montale.
*A Trieste la frase “andar per frasche” significa
andare a bere il vino nelle osmize
sabato 31 maggio 2014
Il diario del Giro. Ventesima tappa: Maniago-Monte Zoncolan (167 Km). Aspettando Wilcock sullo Zoncolan
Monte Zoncolan – Era nei momenti
più difficili che Juan Rodolfo Wilcock riusciva a farmi sorridere o addirittura
ridere, quando ad esempio mi trovavo da solo a dover mettere insieme la
penultima cronaca dal Giro d’Italia avendo visto solo pochi minuti di tappa, in
cima al Monte Zoncolan a 1730 metri, riflettendo sul fatto che ero un
lavoratore in contratto di solidarietà che si sarebbe potuto trasformare nel
breve volgere di qualche mese in un lavoratore in cassa integrazione, con molto
tempo a disposizione quindi per scrivere ma pochi soldi a disposizione per
mangiare, in cima al Monte Zoncolan a 1730 metri, sorpreso non più di tanto nel
riscontrare comiche analogie tra la mia situazione e quella di Alfred Attendu,
il dottor Alfred Attendu che dirigeva il suo panoramico Sanatorio di Rieducazione
ossia ospizio per cretini a Haut-les-Aigues, vicino alla frontiera svizzera. Io
non ero certo direttore, anzi il mio direttore di giornale quando gli avevo
parlato di Juan Rodolfo Wilcock mi aveva detto “Ma in che squadra corre questo
ciclista? Non mi starai nuovamente parlando di uno dei tuoi scrittori
preferiti? Quante volte te lo devo dire che io non leggo libri?” Ecco il
direttore di giornale mi fregava sempre con la sua sconfortante stupidità,
peggio di un direttore di giornale che non legge libri doveva esserci solamente
un direttore di libreria che non legge libri, chi non legge libri era in ogni
caso sempre una persona pericolosa. Il dottor Alfred Attendu aveva compiuto
indisturbato i suoi studi tra il 1940 e il 1944, erano stati quelli i suoi anni
d’oro in cui aveva osservato ciò che lo circondava soprattutto tanti cretini,
ed era giunto poi al punto più alto del suo studio che aveva sintetizzato nella
sua opera più ambiziosa e di successo, Il
fastidio dell’intelligenza, del 1945. Attendu era con me sul Monte
Zoncolan, unica salvezza in una giornata di lavoro duro, per fortuna la
penultima prima delle meritate vacanze al mare, e aspettavamo insieme che
arrivassero i ciclisti in vetta a questa montagna considerata la più dura d’Europa
da salire in bicicletta, con pendenza massima del 22%. Alfred insomma mi parlava
del suo libro invece che del Giro, la condizione di cretino era per l’uomo
normale la condizione ideale, cosa stavamo ad aspettare questi pedalatori che
tanto non sarebbe arrivato vivo mai nessuno. E invece aspetta aspetta e
resuscitavano per primi Michael Rogers, Franco Pellizotti e Francesco Bongiorno
purtroppo penalizzato da uno spettatore idiota in maglia da campione del mondo
lungo il percorso che credendo di aiutarlo spingendolo, lo obbligava invece a
mettere il piede a terra perdendo fatalmente il ritmo della salita al massimo
dello sforzo. L’autorevole dottore al mio fianco vedeva confortate le sue tesi,
così ben espresse nel suo testo ormai diventato un classico, io mi limitavo ad
osservare con attenzione il pur falsato finale di corsa e i successivi calcoli
matematici che sancivano il podio del novantasettesimo Giro d’Italia: primo
classificato e maglia rosa Nairo Quintana, secondo Rigoberto Uran Uran, terzo Fabio
Aru. Quindi salutavo Alfred Attendu e tornavo esausto in albergo. Non era stata
una passeggiata seguire queste venti tappe, ma come un libro di Juan Rodolfo
Wilcock questa specie di faticosa terapia mi aveva restituito almeno una certa
forma di allegria. Se avessi voluto continuare a ridere, a migliorare la mia
salute, mi sarebbe bastato, prima di crollare dal sonno, leggere ancora una
volta e a perdifiato tutti i personaggi della Sinagoga degli iconoclasti.
venerdì 30 maggio 2014
Il diario del Giro. Diciannovesima tappa: Bassano del Grappa-Cima Grappa (26,8 Km). Il caffè della Peppina con Quintana alla mattina
Cima Grappa – Il caffè della Peppina non si beve alla
mattina né col latte, né col tè, ma perché, perché, perché? Ero lì con
Pietro che cantavo Il caffè della Peppina,
con Pietro, Nicola e Giovanni a dire il vero, i nostri due amici immaginari, magari
ipotesi di fratelli futuri oppure no, eppure cantavamo al parco e dopo a casa,
il caffè della Peppina che metteva nella caffettiera cioccolata e marmellata, “Ma
no!” interrompeva Pietro, della Peppina che metteva nella caffettiera mezzo
chilo di cipolle e quattro o cinque caramelle, sette ali di frittelle, “Ma no!”
interrompeva Pietro, fino a quando la Peppina nella caffettiera ci metteva il
tritolo e faceva Boooom!, saltando in
aria col caffè, povera Peppina. “Oggi non te le fanno più scrivere canzoni così”,
dicevo a Pietro, “o meglio puoi anche scriverle ma non te le pubblicano, si sa
mai che il bambino s’impressioni ascoltando e leggendo la Peppina che fa Booom!” “Perché?” mi rispondeva Pietro, “Ma
perché, perché, perché?”, tagliavo corto riprendendo il ritornello. Nicola e
Giovanni invece non aggiungevano nulla, erano bambini immaginari, al massimo mi
chiedevano “Papino, quali libri belli sono usciti questa settimana?” e io soddisfacevo
la loro acerba curiosità intellettuale rispondendo “Oltre a Savio e a Gurrado
io direi Giancarlo Liviano D’Arcangelo e la sua Gloria agli eroi del mondo di sogni e poi Antoine Compagnon che
passa l’estate con Montaigne, è tornato di moda il buon vecchio Montaigne, mi
sa che sono questi i due libri che mi porto al mare”. Silenzio sul fronte
infantile. A Bassano del Grappa invece, i corridori si guardavano negli occhi “Ma
davvero ci tocca fare quella salita lì tutta da soli? Sono solamente 27
chilometri è vero, ma intensi”. E non era possibile dargli torto, l’altimetria
non lasciava spazio ad alcuna idea di scampagnata, la pendenza massima era del
14% e si partiva da metri 132 per arrivare a metri 1712, Cima Grappa, roba da
alpini o quantomeno da Grappa dell’Alpino,
dicevo a Pietro, il brutto di cronoscalare da solo è che non hai punti di
riferimento, nonostante tutte le informazioni che ti arrivano, sei solo di una
solitudine spettrale, se le cose cominciano ad andare male, non hai gregari che
ti vengono ad aiutare, tocca pedalare e sperare che finisca al più presto, se
sei colombiano e quindi cafetero
canticchiando per tirarti su Il caffè
della Peppina, che nella caffettiera mette il rosmarino e qualche
formaggino, una zampa di tacchino, una penna di pulcino, cinque sacchi di
farina e poi dice: “Che caffè!” Nairo Quintana da buon cafetero si può permettere di cantarle tutta, Il caffè della Peppina, ascende la salita della cronometro in un’ora,
cinque minuti, trentasette secondi davanti a uno splendido Fabio Aru (ormai
dicono tutti così) che c’impiega solo diciassette secondi di più. Terzo un
altro colombiano, il solito Uran Uran, che di ritardo prende un minuto e
ventisei. E la classifica generale? Quintana sempre più leader, con tre minuti
e sette secondi su Uran Uran e tre e quarantotto su uno splendido Fabio Aru.
Altro da sottolineare? Nulla, il cronista del Giro d’Italia questa sera è
stanco per i tanti scontrini battuti in libreria alla cassa numero 7, salta in
aria col caffè, Boooom!
giovedì 29 maggio 2014
Il diario del Giro. Diciottesima tappa: Belluno-Rifugio Panarotta (171 Km). Leggo, prego, pago le tasse
Rifugio di Panarotta – Oggi non sono
riuscito a vedere la tappa. Peccato, perché credo sia stata una buona tappa.
Avevo appuntamento con Gerardo, responsabile zonale del Caf, che vuol dire
centro assistenza fiscale. Insomma, dovevo ritirare il 730, questo pazzo pazzo
paese di tasse. Gerardo è un uomo gentile, si trasferirà di zona (è un
responsabile zonale come dicevo) perché l’affitto che deve pagare è troppo
elevato rispetto al numero dei clienti che ha, è un periodo che va così, non
dirlo a me, il mondo reale è questo, uno più che lavorare cosa deve fare? Ho
chiamato il direttore del giornale e gli ho detto “Guarda oggi non riesco a
vedere la tappa, ho appuntamento con il responsabile zonale del Caf”, lui mi ha
detto “E’ l’ultima volta che ti mando a fare l’inviato al Giro d’Italia”. Tra
di noi non c’è mai stato feeling, del resto lui non legge libri, un direttore
di giornale che non legge libri pensate un po’, una volta ho conosciuto anche
un direttore di libreria che non leggeva libri, e si vantava “Io non leggo
libri” mi diceva “so che tu invece oltre a leggere provi anche a scriverli,
perché?” io gli avevo risposto “Se non avessi la passione di leggere mi sarei
già sparato un colpo in testa, non so se mi spiego, leggere è la mia religione,
da ragazzo addirittura ho passato pomeriggi a spiare oltre le inferriate di certi
conventi sulle colline di Brescia, cercavo Dio suppongo, comunque spiavo dopo
aver appoggiato la bicicletta al primo muro, stavo a guardare il cortile del
convento ma tutto era fermo, le sbarre alle finestre, le tapparelle abbassate,
qualcosa non mi convinceva. Avevo scelto allora la lettura come forma unica di
preghiera”. Il direttore (della libreria) aveva smesso di ascoltarmi quando
avevo pronunciato le parole passione e religione, quindi mi aveva detto “Sai
cosa penso? Che saresti un buon cassiere”. Allora mi aveva trasformato da
libraio in cassiere, la meritocrazia avanzava e la libreria colava a picco, ma
le due faccende non erano certamente collegate, si trattava certamente della
crisi. Uscito dall’ufficio del Caf non prima di aver augurato in bocca al lupo
al gentile Gerardo, ero andato in automobile a far controllare le gomme e mi
avevano detto “Guardi, i pneumatici sono fessurati, è necessario cambiarli,
costano 340 euro”. Avevo pensato, ma che bella giornata. Eppure ero il giorno
dell’uscita del mio nuovo romanzo, come essere infelici, Il fuorigioco sta antipatico ai bambini faceva capolino sugli
scaffali delle librerie migliori, ma anche di quelle così così, si trattava poi
davvero di un romanzo? E se no, di che cosa? Secondo l’amico Gino si trattava
di undici romanzi, dal portiere all’ala sinistra, il tutto al prezzo (modico)
di un solo romanzo. Poteva aver ragione, quindi tornavo a casa da Marta e
Pietro e dicevo loro “In alto i calici! Oggi esce il mio nuovo romanzo, che poi
non è un romanzo, e ho cambiato quattro gomme per 340 euro mila lire!”
Seguivano festeggiamenti e danze, in buona sostanza erano quattro bonus mensili
di Matteo Renzi che andavano in frantumi. E il Giro? Che tappa graziosa, pur
non avendola vista. Vinceva il colombiano Arredondo, maglia azzurra di leader
della montagna, che staccava il connazionale Duarte di diciassette secondi e il
francese Deignan di trentasette. In classifica generale Nairo Quintana restava
in rosa, per niente scalfito da quei corridori che gli avevano dichiarato
guerra, non gli avevano stretto la mano prima del via a causa di un suo poco
dimostrabile comportamento poco sportivo nella tappa dello Stelvio. Perdevano
loro, vinceva Quintana che si limitava a controllare sul Passo del Pellegrino,
sul Passo del Redebus, al Rifugio Panarotta dove se ci fossi stato avrei ordinato
probabilmente pane e salamella e polenta, o patate, e una birra sicuramente
weizen. Ma invece oggi avevo appuntamento con Gerardo, responsabile zonale del
Caf.
Oggi "Il fuorigioco sta antipatico ai bambini"
Da oggi in libreria Il fuorigioco sta antipatico ai bambini.
Il
calcio, la letteratura, la vita. Tre sono i sentieri
che
s’intrecciano e si biforcano in Il fuorigioco sta
antipatico
ai bambini, racconto e autobiografia,
lettura
di undici romanzi e rilettura di undici edizioni
della
Coppa del mondo di calcio: dal 1974,
qualche
mese prima della comparsa biografica di
chi
racconta, al 2014, anno in cui, sempre chi racconta,
si
appresta a spiegare il senso del football,
e
della vita, al figlio, «infaticabile compagno di
azioni
calcistiche in corridoio».
E
così in queste pagine l’interminabile,
apparentemente
inutile ragnatela di passaggi
disegnata
sul campo di Monaco di Baviera nel
primo
minuto della finale dei Mondiali del ’74
dall’Olanda
di Johan Cruijff assomiglia al monologo,
astratto
e acronico, di una pagina di Thomas
Bernhard.
Quattro anni dopo Mario Kempes avrà
i
capelli troppo lunghi per compiacere
il presidente
Videla
in tribuna, ma non abbastanza lunghi
per
convincere Julio Cortazar a far ritorno a Buenos
Aires.
Zinedine Zidane che segna due gol di
testa
nella finale del 1998 e Albert Camus si
incontrano
nella tasca del camice bianco di
un
venditore di lavatrici in un grande centro commerciale.
Per
arrivare alla fine ai prossimi Mondiali in Brasile
con
le parole di Turgenev che raccontano di vite
infinite
capaci di riunire, a distanza di anni, i padri ai figli.
mercoledì 28 maggio 2014
Il diario del Giro. Diciassettesima tappa: Sarnonico-Vittorio Veneto (208Km). Lavoratori del Giro, tiè!
Vittorio Veneto - E’ successo
ancora. Ma sì, mi riferisco a quel direttore di giornale (ma no, non il mio
direttore di giornale) che ogni volta che pubblica un volume passa in rassegna
le librerie di Milano e acquista tutte le copie presenti in negozio per andare
al primo posto nella classifica dei più venduti. L’anno scorso aveva fatto
tutto da solo. Quest’anno invece ha mandato due servitori che hanno recuperato
tutta la giacenza, l’hanno caricata in automobile dentro scatoloni, hanno detto
al libraio di turno “Cosa vuole che le dica, il mio capo è un…”, si sono recati
alla libreria successiva dove hanno ripetuto il folle gesto. Dopo due ore si è
presentato in libreria il direttore in carne e ossa con donna al seguito che ha
chiesto “Ecco, volevo sapere se avevate il libro…” Un sistema di controllo
efficiente. Ho telefonato al mio di direttore di giornale e gli ho raccontato scherzando
la faccenda ma lui mi ha detto “Non ci trovo niente di sbagliato”. In ogni caso,
i migliori giri in Italia sono stati quelli che non hanno avuto bisogno di ceri
sotterfugi, Guido Piovene o Guido Ceronetti ad esempio viaggiavano lungo la
penisola senza sbancare le librerie nazionali delle loro opere, cambiano i
tempi, passano gli anni e i topi per le fogne. Einaudi ha ristampato in questi
giorni l’occhio spietato di Ceronetti sull’Italia di oggi (1981-1983), ma
francamente alla nuova copertina gialla preferisco la prima edizione che ho
trovato qualche mese fa per caso appena fuori dalla stazione ferroviaria di
Genova Brignole, la bancarella è quella sotto i portici di fronte al negozio di
giocattoli. Ma cosa facevo a Genova? Gustavo i cannoncini di Panarello, anelavo
ad una vita almeno parziale in compagnia del mare, e poi non ricordo più. L’altro
Giro d’Italia prevedeva invece in data odierna l’ultima occasione per i
velocisti sopravvissuti, da Sarnonico a Vittorio Veneto, tappa di recupero energie
che vedeva sul traguardo addirittura due vincitori: il primo che per reagire
alle critiche ricevute in cinque anni di carriera da professionista faceva un
plateale e rabbioso gesto dell’ombrello, il secondo che pensando di essere
primo e non sesto staccato di ventotto secondi dal quinto e ultimo del gruppo
in fuga alzava le braccia in maniera più classica ancorché scatenata, ma che
purtroppo non vinceva un bel niente. Si trattava dell’italiano Stefano Pirazzi e
del finlandese Jussi Weikkanen. Poco male, le vittorie sono quelle che hai nel
cuore, diceva qualcuno di saggio. Gli storici del Giro e delle coincidenze
comunque sfogliavano gli almanacchi e si scopriva che per ritrovare un gesto
dell’ombrello alla corsa rosa bisognava andare dietro dieci anni fino al
medesimo movimento ad angolo retto compiuto da Tonkov in una tappa con arrivo
Sarnonico, partenza di oggi. Insomma, era successo ancora. Mi bastava così. Ignaro
di certe forme di pur umana maleducazione Quintana restava in rosa davanti a
Uran Uran, Evans, Rolland e Majka. Scrivevo una breve lista di persone alle
quali avrei fatto volentieri il gesto dell’ombrello, chiudevo il mio blocchetto
di cronista quasi quarantenne e mi preparavo alle prossime tre tappe
mortalmente montane prima della classica passerella finale stavolta triestina e
non milanese.
martedì 27 maggio 2014
Il diario del Giro. Sedicesima tappa: Ponte di Legno-Val Martello/Martelltal (139 Km). Parrucchiera e filosofia
Val Martello/Martelltal – Capita
sempre così, entro dalla mia parrucchiera che sono Andrea Pirlo ed esco fuori
che sono Massimo Cacciari. Da calciatore e filosofo in circa venticinque
minuti. Invecchio rapidamente ed acquisto saggezza, non tecnico-tattica ma in
attività di pensiero per lo più sistematica, vado dall’edicolante e dico
“Buongiorno, vorrei il quotidiano per favore”, la gentile signora chiusa fra i
giornali appare emozionata, ha di fronte a sé Massimo Cacciari, che solo poco
prima era Andrea Pirlo. Sfoglio velocemente, il partito sostenuto dal
quotidiano ha raggiunto il 40,8% di preferenze alle elezioni europee, si
respira euforia tra i caratteri, una nota critica letteraria si sforza di
recensire l’ultimo romanzo del famoso e ricco giovane scrittore che non avendo
problemi di vile pecunia si occupa della sua tata, una tematica avvincente e
regolata scientificamente, girano senza dire nulla le parole della nota critica
letteraria, l’importante è raggiungere il numero di righe richieste senza dire
fondamentale nulla, che il romanzo è brutto e scolasticamente noioso ad
esempio, l’importante è non sbilanciarsi mai per mantenere buoni rapporti con
tutti, potrebbero sempre tornare utili prima o poi. Per dimenticare in fretta
passo a prendere in automobile la mia famiglia e andiamo da Lanzani, bottega e bistrot dove il
bresciano può gustare aperitivi e specialità gastronomiche di alto livello, è
il caso di festeggiare cari miei Marta e Pietro, ero Andrea Pirlo e adesso sono
Massimo Cacciari, ho governato Venezia e pubblico con Adelphi, tempo di sederci
e al tavolo di fianco al nostro arriva il capitano del Brescia Calcio “Piacere,
Marco Zambelli”, “Piacere, Massimo Cacciari, ma se solo ci fossimo incontrati
questa mattina, credo avresti preferito”. Per romantica deduzione brindiamo
alla nostra salute con un pirlo (vino bianco frizzante, campari, seltz), Pietro
con un succo alla pera, mi rendo conto che il tempo è volato, oggi è la
giornata della grande tappa e sono seduto da Lanzani a filosofare di calcio e cultura, se lo scopre il direttore
del giornale questa volta mi ammazza, saluto rapidamente e corro in automobile
verso casa, ansia da tappone come scrive E.C. sul quotidiano, francamente no,
ma Passo Gavia, Stelvio, val Martello sì, ci sarà da divertirsi (non essendo
ciclista), sperando che non piova, e invece piove, le condizioni atmosferiche
sono proibitive, Nairo Quintana attacca sulla discesa dello Stelvio e non lo
prende più nessuno, i telecronisti parlano dei calciatori che si buttano per
terra dopo aver subito un buffetto, mentre i ciclisti salgono e scendono eroici
avvolti da pioggia e nevischio. La verità è che il calcio è un gioco, il
ciclismo uno sport, dicono i telecronisti con un certo rancore. Andiamo avanti,
Quintana attacca e non lo prende più nessuno, davanti a sé ha ancora la terribile
ascesa ventosa fino a Martelltal che arriva, è doveroso ricordarlo, dopo che i
corridori hanno già affrontato Gavia e Stelvio, 2618 e 2758 metri di altitudine.
Quintana va, l’avevo detto ieri che era il mio favorito, appena in tempo, il
mio buon nome d’inviato è conservato. Qualcuno mi rinfaccia di aver
pronosticato Cadel Evans solo una settimana fa, anche in virtù di una presunta
simpatia generazionale. Nego fermamente. L’unico che tiene il passo del
colombiano che vincerà il novantasettesimo Giro d’Italia è il canadese Hesjedal
che taglia il traguardo solamente otto secondi dopo la nuova maglia rosa,
quindi giunge il sempre battagliero Rolland a un minuto e tredici, via via gli
altri. La classifica generale vede Quintana nuovo leader, a un minuto e
quarantuno Uran Uran che viene da Urrao, a tre e ventuno Cadel Evans. Domani
ultima occasione per i velocisti, se sopravvissuti. Un saluto dal vostro
inviato ciclo-filosofico, Massimo Cacciari.
domenica 25 maggio 2014
Il diario del Giro. Quindicesima tappa: Valdengo-Plan di Montecampione. Dormi nell’ombra, incerto cuore
Plan di Montecampione – Buona domenica, Guardia Medica. Mi sono tolto gli occhiali da sole ma sotto non avevo niente,
sopra invece gli alberi di Bande Nere m’indicavano la strada verso la
continuità assistenziale, Bande Nere per chi non fosse di Milano è la fermata
della metropolitana linea rossa dove si trova il distretto 5 dell’Asl Regione
Lombardia, di riferimento per chi abita nella zona 6-7, spero di essere stato
sufficientemente chiaro. Sotto gli occhiali non avevo niente, ma sopra il verde
degli alberi mi dirigeva lungo i viali giusti, questa sede dell’Asl non ha
nulla da invidiare all’ambientazione ipotetica di un romanzo che abbia come
protagonista un malato, pensavo, si respira una certa e considerevole
tranquillità cromatica a dispetto delle previsioni, al distretto numero 5. Il
medico mi aspettava sulla soglia, erano le nove di mattina circa, mi ha detto “Cerca
il medico?” io che non avevo capito lui fosse il medico gli ho detto “Cerco il
medico”, lui mi ha detto “Sono io il medico”, io gli ho risposto “Allora buona
domenica, Guardia Medica”. Mi sono tolto gli occhiali (sotto non c’era niente),
mi ha controllato gli occhi, la gola e il respiro, respirare con la bocca
aperta, poi sdraiato sul lettino. “Lei è malato e deve riposare”, mi ha detto.
Io ho pensato alla quindicesima tappa del Giro d’Italia, come avrei fatto a non
guardarla. Del resto non ci vedevo, ma era un particolare. Ho salutato il
gentile dottore, invidiando la pace della sua ambientazione lavorativa che pure
percepivo essere per lui nel lungo periodo noiosa, e potevo comprendere anche
questo. Mi sono diretto verso casa lentamente a piedi, ero malato ma mi sarebbe
passata, non si trattava di nulla di grave. Qualcuno andava a votare, qualcuno
no, si recava in pasticceria, portava i figli nel passeggino, in bicicletta,
per mano camminando. Dopo pranzo mi sono tornati gli occhi per spiare almeno la
salita di Montecampione, da 200 a 1665 metri in una ventina di chilometri: i
capitani delle squadre abbandonati chi più chi meno dai loro gregari si
trovavano quasi da soli a sfidarsi e controllarsi, come in un Giro d’Italia
organizzato apposta per loro che entusiasma la folla ai bordi delle strade, me
stesso con gli occhiali da sole davanti alla televisione che a volte li toglievo,
per capirci qualcosa. Lo scatto vincente era quello del piccolo e sardo Fabio Aru
che si lasciava alle spalle maglia rosa, francesi e colombiani, omaggiando con
la sua ascensione a strappi e la sua esultanza rabbiosa sul traguardo questa
ulteriore tappa dedicata a Marco Pantani. Dietro di lui Duarte, Quintana e
Rolland. Nella classifica generale Uran Uran pur in sofferenza manteneva un
minuto di vantaggio su Evans, uno e cinquanta su Majka, due e venticinque su
Aru e Quintana. Uno di questi cinque corridori vincerà il novantasettesimo Giro
d’Italia, io dico Quintana, pur consapevole di aver detto Evans solo qualche
giorno fa, ma tanto chi va a controllare. Mi sono tolto gli occhiali da sole
per andare a dormire, arrivavano inquietanti segnali sul futuro dei lavoratori
Feltrinelli: rinnovo e aumento delle ore di solidarietà, ipotesi cassa
integrazione guardando più in là. Pensavo a chi ci aveva ridotto così, al Giro che
domani non ci sarebbe stato. Meglio andare a dormire, riposare gli occhi che
prima o poi questa assurda malattia del non vedere sarebbe passata, dormire il
giusto per risvegliarsi senza questo mal di testa. Non avrebbe funzionato. Aver
ragione, vincere, possedere l’amore, marcisce sul morto tronco dell’illusione. Sognare
è niente e non sapere è vano. Dormi nell’ombra, incerto cuore.
sabato 24 maggio 2014
Il diario del Giro. Quattordicesima tappa: Agliè-Oropa. Salvatore Satta con gli occhiali da sole
Oropa - Mi sono svegliato ad
Agliè con gli occhiali da sole, e ho camminato lungo i corridoi dell’albergo
per far finta di non essere malato. Ma come, giusto ieri avevo scritto del Giro
come malattia o come disoccupazione, dichiarando di preferire la disoccupazione
alla malattia, e questa mattina mi sono svegliato malato, non ancora
disoccupato. Non riuscire ad aprire gli occhi è una cattiva condizione se hai
come compito quello di guardare la tappa, così nell’albergo di Agliè camminavo
lungo i corridoi per far finta di non essere malato, ma non vedevo niente,
sotto gli occhiali lacrimavo e non era per via del ricordo di Marco Pantani,
del suo attacco dopo il salto della catena nel 1999. Ogni volta che sono malato
penso alla Veranda di Salvatore
Satta, romanzo considerato negli anni trenta improponibile al troppo delicato,
al troppo sensibile, al troppo spaurito pubblico italiano e riapparso
accidentalmente nel 1981 quando gli italiani sono cambiati, hanno imparato a
guardare con attenzione anche le inchieste di Giuseppe Marrazzo, ad esempio. La
“veranda”a cui accenna il titolo è quella di un sanatorio per tubercolosi nell’Italia
settentrionale, dov’è ospite il protagonista, e mi metto a cercarla anche in
questo albergo di Agliè, ma niente da fare. Bevo un cappuccino, mangio una
brioche alla marmellata, sarà dura arrivare in fondo alla tappa di oggi se non
smetto di lacrimare, con gli occhiali da sole va meglio ma devo tenerli anche
al chiuso, fuori il sole splende e scalda, esco a prendere il giornale e
ritrovo scritto, nelle pagine sportive, ciò che avevo spedito in redazione in
giorno prima. Il direttore non si fa più sentire, non mi dispiace, questo Giro
d’Italia potrebbe essere l’ultimo incarico che mi affida, cambierò giornale.
Nel pomeriggio mi addormento dopo la discesa sulla Panoramica Zegna, il bello
del Giro d’Italia è lasciarsi addormentare e svegliarsi appena in tempo per l’arrivo,
oppure addirittura dopo, sentendo arrivare da lontano i commenti dei
telecronisti, le interviste ai corridori. Pare sia stato un bel finale di tappa,
con tre corridori che scattano a vicenda sembrando a turno il potenziale
vincitore: prima il colombiano Pantano, che sarebbe stato senza dubbio il miglior
omaggio linguistico al Pirata di Cesenatico nella seconda delle frazioni che
gli rendono omaggio a dieci anni dalla morte, poi Cataldo, alla fine Enrico
Battaglin che pur non essendo parente di Giovanni Battaglin nonostante sia nato
nella medesimo comune, con un numero d’alta scuola recupera quando sembrava
spacciato e taglia il traguardo di Oropa con le braccia al cielo. Mi sveglio e
dicono tutto questo, rimetto immediatamente gli occhiali da sole, ascolto senza
guardare una parte del processo che sottolinea la probabile debolezza della
maglia rosa Uran Uran, la quasi completa guarigione (beato lui) di Quintana che
resta attaccato a Pozzovivo capace di spaventarlo ma non di staccarlo, l’enigmatica
tranquillità da ragioniere del polacco Rafal Majka, l’esserci sempre e comunque
di Cadel Evans. Deve essere bello essere baciati contemporaneamente da due Miss.
Sarà un’ultima settimana rosa da seguire, se possibile senza addormentarsi. Mi
alzo in piedi e torno in veranda. Si estende lungo tutta la facciata del
sanatorio. Qui non ci chiamiamo neppure per nome, ma con quello delle
rispettive città, come commilitoni della morte. Ma su con la vita, domani
Valdengo-Plan di Montecampione, arrivo in salita a 1665 metri, pendenza media
dell’8% e massima del 12. Farò in modo di togliere gli occhiali da sole.
venerdì 23 maggio 2014
Il diario del Giro. Tredicesima tappa: Fossano-Rivarolo Canavese (157 Km). Meringhe, materassi e Marcel Proust
Rivarolo Canavese - Oggi sono
riuscito a vedere la tappa. Lo so, questo sorprenderà i miei detrattori, ma
oggi sono riuscito a vedere la tappa. Una parte della tappa. Non una tappa
indimenticabile. Diciamo una frazione predisposta a smaltire la fatica fisica,
nervosa e vinicola della cronometro di ieri e funzionale a preparare i
corridori all’arrivo in salita di domani a Oropa, secondo omaggio di questo
Giro d’Italia numero novantasette alla sacra figura di Marco Pantani. Comunque
parliamoci chiaro, per vedere tutte le tappe bisogna essere malati o
disoccupati. Fra le due opzioni la seconda è preferibile alla prima, se dopo il
periodo di disoccupazione subentra un nuovo impiego o comunque una rendita che
permette al fu non occupato di mantenere se stesso e famiglia. Essere
disoccupati per un periodo limitato è probabilmente la condizione ideale. Si
può progettare di scomparire, rendersi conto della propria inutilità eppur così
fondamentale, andare in montagna o al mare o starsene a casa e magari buttare
giù quel romanzo che gira nella testa da un po’. Invece il Giro d’Italia
formato malattia preferirei evitarlo, ho già dato abbastanza fra i sei e gli
otto anni quando guardavo la corsa con mio padre che non stava bene e
aspettavamo, come oggi, gli ultimi chilometri di una tappa pianeggiante per
scoprire se ai fuggitivi sarebbero bastati i minuti o i secondi di vantaggio accumulati
sul gruppo. Un Giro come malattia, in tuta o in pigiama, come la Ricerca del tempo perduto che per
riuscire a leggerla, secondo il fratello di Marcel Proust, era obbligatorio
rompersi una gamba, o appunto trascorrere un lungo periodo di degenza in
ospedale. Ecco ho visto la tappa, gli ultimi trenta chilometri della tappa. Ma
sinceramente non è stata una tappa indimenticabile. Ho chiamato il direttore
del giornale per comunicargli che stavo seguendo la tappa, visto che non perde
occasione per ricordarmi che se mi ha inviato al Giro è per ricevere alla sera
una cronaca della corsa dettagliata adatta al nostro lettore tipo. Ne ho
approfittato per chiedergli se domani dopo la salita di Oropa posso prendere
l’aereo e andare a Lisbona per seguire da vicino la finale di Champions League
tra Real Madrid e Atletico Madrid. Come figlio di materassaio e superbo
materassaio mancato non posso che tifare per la squadra di Simeone.
Parcheggiamo il pullman davanti alla porta e stiamo a vedere: maledette
Merengues non passerete! Che a dire il vero trovo le meringhe adorabili. Con
panna montata, con cioccolato. Ma le meringhe intese come Real Madrid lasciano
il tempo che trovano. I materassi invece. Il direttore del giornale ha detto
che per Lisbona me lo posso scordare, è troppo tardi. E poi se domenica alle
dieci del mattino devo essere in libreria per lavorare otto ore la vede
difficile. Così, ho finito di seguire la tappa Fossano-Rivarolo Canavese che
tuttavia non è stata una tappa indimenticabile. Anche i ciclisti sembravano pensare
ad altro, alla frazione di domani. Sembravano avere in mente Marco Pantani che
nel 1999, in maglia rosa, è costretto a fermarsi a dieci chilometri dall’arrivo
al Santuario a causa del salto della catena. Marco che riesce a recuperare, da
solo, sugli avversari fino a vincere la tappa addirittura per distacco. Questa
digressione abbiamo deciso di metterla oggi così anticipiamo tutta la
concorrenza che penserà a un ricordo di Pantani negli articoli di domani sera. Comunque
non è stata una tappa indimenticabile. Tutti a credere che il gruppo prima o
poi avrebbe risucchiato nel suo avanzare ferroviario i fuggitivi (prima sei,
poi tre) ma poi niente di tutto questo. I vagoni del treno a pedali non si
decidevano, chi per paura di perdere ancora contro Bouhanni, chi per noia o
sazietà di aver già trionfato tre volte (sempre Bouhanni). Andava a finire che
i tre corridori rimasti soli senza quasi nemmeno esserne convinti si
ritrovavano a sprintare e vinceva l’italiano Marco Canola davanti a Rodriguez e
Tulik. Bouhanni per ripicca vinceva la volata del gruppo precedendo come da
tradizione Nizzolo e Viviani. La maglia rosa restava sulle spalle di Uran Uran
da Urrao. Non una tappa indimenticabile, ma almeno questa volta l’ho vista.
giovedì 22 maggio 2014
Il diario del Giro. Dodicesima tappa: Barbaresco-Barolo (41,9 Km). Beppe Fenoglio non è Uran Uran, che viene da Urrao
Barolo – Dormivo così bene che mi
sono svegliato alle due e quarantacinque del mattino con un ricordo non nuovo
nella testa. Quando da ragazzo ogni giorno libero disponibile partivo da
Brescia e solitario mi recavo in una città della penisola più o meno lontana
con l’idea di sprofondare in un’altra vita, senza le solite abitudini,
innamorandomi di certe ragazze incontrate per strada, a Piacenza, a Bologna, a
Firenze, sposandole addirittura in alcuni circostanze ma solo fino al termine
del giorno quando ero costretto a comunicare alle novelle mogli che il giorno
dopo purtroppo sarei dovuto partire da solo per Torino, Roma o Napoli. Una
specie di acerbo e furbo Giro d’Italia pensavo alle due e quarantacinque del
mattino, anche se in seguito mai mi sarei perdonato di non aver esteso queste
tappe all’estero per periodi più lunghi di una settimana, potendomi così
innamorare di nuove ragazze anche a Valencia, a Lisbona o a Berlino. In ogni
caso sarà colpa di questi alberghi, di questi alberghi e di questi letti che
cambiano ogni giorno, la dura vita notturna di noi inviati al Giro d’Italia, a
volte mi piacerebbe semplicemente alzarmi sempre nello stesso letto, sempre
nella stessa casa e andare a timbrare il cartellino in libreria, quando ancora
mi veniva permesso di fare il libraio. Invece eccomi qui tra Barbaresco e
Barolo, il direttore del giornale oggi mi ha consigliato di evitare paralleli
tra vini e ciclismo perché lo faranno tutti, meglio sarebbe immaginare i
corridori ubriachi e soli nella cronometro individuale, isolati a smaltire la
sbornia pesante avvolti dai loro problemi esistenziali, senza gregari a
consolare le loro incertezze, mi conviene partire subito a tutta o gestire per
non arrivare spremuto al traguardo di Barolo? Da Barbaresco a Barolo passiamo
anche per Alba, 168 metri di altitudine, Alba
la presero in duemila, il dieci ottobre, e la persero in duecento, il due
novembre, dell’anno 1944. Pochi dischi mi sono rimasti impressi nella
memoria come il concerto in onore e a memoria di Beppe Fenoglio del Consorzio
Suonatori Indipendenti, registrato ad Alba alla chiesa di San Domenico, il 5
ottobre 1996. Anche la disperazione
impone dei doveri, e l’infelicità può essere preziosa. Per questo i
ciclisti nella cronometro individuale passano leggeri e ubriachi lungo la
strada di Alba, almeno nelle mie intenzioni, e si fermano a fare il
rifornimento alla chiesa di San Domenico, pur consapevoli di danneggiare
sensibilmente la loro prestazione in termini di minutaggio, di poter magari mandare
all’aria l’intero Giro per fermarsi a leggere qualche frase di Beppe Fenoglio.
Ma Primavera di bellezza o La Malora? I ventitré giorni della città di Alba o Il Partigiano Johnny? Chiedetelo a Cadel Evans, non vi risponderà.
Impegnato nella crono-enologica sbaglia tutto, sia le salite che le discese,
perdendo lucidità anche dal punto di vista psicologico. L’ubriaco del giorno è
lui, che perde la maglia rosa canticchiando dopo il traguardo Occorre essere attenti per essere padroni di
se stessi occorre essere attenti. Meno poetici e più razionali risultano Ulissi
e Uran Uran, il colombiano peraltro nato a Urrao. Da non credere. Mi chiamo
Uran Uran e vengo da Urrao. Serioso e meccanico nel suo completino nero si
prende tappa e maglia rifilando un minuto e sedici a Ulissi e un minuto e
trentaquattro a Evans che comunque non si scompone, Non temere il proprio tempo è un problema di spazio. E la
classifica generale? Buona domanda. Allora Uran Uran, Evans a trentasette
secondi, Majka a uno e cinquantadue. Uran Uran insomma, Urrao.
mercoledì 21 maggio 2014
Il diario del Giro. Undicesima tappa: Collecchio-Savona (249 Km). I fratelli Dardenne non vinceranno il novantasettesimo Giro d’Italia
Savona – Discutevo animatamente
con il direttore del giornale su questioni che non riguardavano nello specifico
la tappa di oggi, Collecchio-Savona di 249 chilometri, ma più in generale il
nostro rapporto sofferto, e in particolare la mia difficoltà ad accettare che
lui non perdesse occasione per vantarsi di non leggere libri. “Ma lo capisci
che la faccenda non sta in piedi? Dirigi un giornale importante e non leggi mai
un libro, anzi ti vanti di non leggere libri, ma ti pare una cosa normale?” Lui
mi rispondeva di stare al mio posto, che il capo comunque aveva sempre ragione,
e poi che non era vero che non leggeva nessun libro, cioè adesso forse sì, ma
in passato aveva letto ad esempio Il
gabbiano di Jonathan Livingston che restava in assoluto il suo romanzo
prediletto. Avrei preferito di no. Allora mi era venuto in mente Paolo Nori,
Paolo Nori che dentro Mo mama
parlando del sindaco di Parma Federico Pizzarotti era rimasto scosso
nell’apprendere che il libro prediletto dal primo cittadino grillino fosse
proprio Il gabbiano. Ma come? Il gabbiano può essere il libro
preferito di un quattordicenne, ma di un quarantenne allora c’è qualcosa che
non va. Hai capito direttore? Tu peraltro di anni ne hai quarantacinque, cinque
in più di Pizzarotti, la mia preoccupazione aumenta, il tempo stringe. Lo so,
questa digressione sarebbe stata perfetta per una tappa con partenza oppure
arrivo a Parma, ma che vuoi farci oggi il Giro parte da Collecchio e arriva a
Savona, a proposito sto cercando anche qualcuno che presenti il mio romanzo e
quello di Antonio Gurrado a Genova nel mese di giugno, ti viene in mente
qualche nome? E a voi, amati lettori? Il problema di avere un direttore di
giornale che non legge libri è che quando ha scoperto che spesso non riesco a
guardare la tappa nonostante sia scrittore inviato al Giro e nel mio diario
rosa parlo d’altro, ha perso le staffe e mi ha spedito a fare le cronache
finanziare. Non ci capisco niente e per ripicca quindi parlo di ciclismo. Oppure
di cinema. A Concita De Gregorio invidio un poco lo stipendio ma soprattutto
l’essere inviata al festival di Cannes. Stai a vedere che io che non conosco
invidie, invidio bonariamente solo chi è inviato, pagato per viaggiare e
raccontare. Il nuovo film dei fratelli Dardenne, probabilmente splendido, parla
dell’orrendo mondo del lavoro odierno. “Allora, volete voi che Sandra resti al
lavoro o preferite eliminarla ed avere ciascuno un bonus da mille euro?” Un
referendum fra i dipendenti. Marion Cotillard è decisamente bella, francese
sintesi di grazia. Certo una protagonista brutta avrebbe reso meno. Secondo Repubblica, Marion “è veramente carina.
La star del cinema francese indossa un abito scultura incrostato di bottoni
stile che felicità indossare una merceria”.
Esiste qualcuno retribuito per scrivere cose così, per dire. Il direttore del
mio giornale invece sbuffa quando gli parlo dei fratelli Dardenne. “Quante
volte te lo devo dire Savio? Il Giro quest’anno non verrà certamente vinto da
un corridore belga”. Di passaggio a Genova i corridori hanno visto sfrecciare
immobili alla loro sinistra diversi gruppi di lavoratori in difficoltà muniti
di striscioni, fischietti e fumogeni. Sembrava la situazione ideale per una
vittoria in coppia dei cineasti già autori di Rosetta, ma qualcosa non ha funzionato. Dopo una prima fuga di
quattordici ciclisti e una caduta che ha coinvolto pure Diego Ulissi, il trionfo
di tappa è andato a Michael Rogers, scampato a inizio stagione a una squalifica
per doping in virtù dell’aver mangiato carne cinese invece che spagnola. Vi
giuro che è così. Per quanto mi riguarda invece adesso torno in albergo e
aspetto in stato di gioiosa ebbrezza la cronometro individuale di domani, da
Barbaresco a Barolo, 42 chilometri e quattro stelle su cinque di difficoltà, già
ammirevolmente soprannominata la “cronometro dei vini”. Del resto ieri in
Franciacorta dove vivono i miei suoceri ho scoperto che aggiungendo al Campari
la giusta dose di Müller
Thurgau si ottiene un pirlo quasi perfetto e di natura altoatesina
invece che bresciana. Ma cos’è il pirlo? E cosa c’entra con Barbaresco e
Barolo? E con la Franciacorta? E tutto questo con lo svolgimento del
novantasettesimo Giro d’Italia? Lo so caro direttore, niente.
martedì 20 maggio 2014
Il diario del Giro. Decima tappa: Modena-Salsomaggiore (173 Km). Cercando altri esseri umani in direzione opposta
Salsomaggiore - Neanche oggi sono riuscito a
vedere la tappa. Finito il turno in libreria ho preso l’automobile e sono
partito in direzione Brescia con un libro di Thomas Bernhard sul sedile del
passeggero, meglio che fare il viaggio completamente da solo. Era in programma
la Modena-Salsomaggiore a dire il vero, ma io viaggiavo sull’A4 in automobile
non in direzione di Modena, e nemmeno di Salsomaggiore, tanto era una frazione
estremamente pianeggiante mi dicevo, 173 chilometri con un’altitudine massima
di 168 metri, figuriamoci, il direttore del giornale sarà in grado di
comprendere la mia decisione di non scrivere la cronaca e di procedere verso
Brescia pensavo, nessun arrivo del Giro in programma nella mia città di nascita
ma solamente il figlioletto che mi aspetta al grido di “Papino!” In ogni caso
avanzavo lungo l’autostrada in compagnia di Thomas Bernhard e della sua Cantina. Una volta liberato dal giogo
del ginnasio catto-nazista, lo scrittore austriaco aveva pensato di andare a
cercare gli altri esseri umani in
direzione opposta, nel quartiere di Scherzauserfeld, alta scuola dei
reietti e dei poveri. Al mattino, mentre battevo a ripetizione e misteriosamente
scontrini alla cassa numero 7 mi ero scoperto a tifare abbastanza
spudoratamente per Cadel Evans, sarà per il nostro essere quasi coetanei,
dovendo ammettere a me stesso di essere giunto a quel tipo di non giovinezza in
cui si comincia a parteggiare per certi atleti non più di primo pelo che grazie
alle loro prestazioni confortano se stessi e i loro simili, nello specifico
anche il sottoscritto trentanovenne. E pure E.C. su Repubblica mi veniva incontro, riprendendo le parole di Evans che
invitava i giovani corridori ad attaccarlo, e lasciando trasparire una certa
predilezione giornalistica per la maglia rosa australiana, ovviamente anche
perché mai coinvolta in tredici anni di onorata carriera in alcun caso di vero
o presunto doping. Poi ero tornato indietro rispetto alle pagine sportive e
avevo letto di minacce e insulti tra politici, del nostro temibile bisogno di
vendetta, del Papa che spronava a non cedere al catastrofismo, ad essere
semplice nello stile di vita, distaccato, povero e misericordioso. L’ambizione
genera correnti e settarismi, mi diceva Francesco, e vuoto è il cielo di chi è
ossessionato da se stesso. Ben detto, ma nel mondo reale io mi trovavo già in
contratto di solidarietà, già mi ritenevo relativamente povero e misericordioso,
con la concreta possibilità di essere nel futuro sempre più povero e sempre più
misericordioso. E allora superata la curva di Bergamo ho aspettato il primo
autogrill disponibile per guardarmi in santa pace almeno la volata, vinta
nuovamente dal pugilatore Bouhanni (terzo successo al Giro) davanti all’italiano
Nizzolo (terzo secondo posto al Giro). Poi ho evitato il processo alla tappa, consapevole
che mai mi sarei imbattuto in Pier Paolo Pasolini in bianco e nero che
dialogava con i corridori all’inizio degli anni settanta del Novecento, ho
fatto rapidamente benzina e sono ripartito in direzione opposta fino a
raggiungere moglie e figlio per l’occasione malati del più consueto e
raffreddato fastidio stagionale. A Brescia i cicloamatori mi hanno accolto come
da tradizione uscendo reattivi dai garage dopo la conclusione della tappa.
Hanno l’abitudine di vestirsi in modo impeccabile i ciclisti bresciani, come
corridori professionisti che pedalano in gruppetti distinti dai completi delle
squadre più in voga del momento. Non mancano maglie rosa e della Lampre,
diversi campioni del mondo e qualche maglia gialla. A Milano non capita questa
cosa. I ciclisti escono dai portoni delle loro abitazioni ma spesso senza
bicicletta da corsa e senza essere professionisti. Finirebbero probabilmente impigliati
nelle rotaie del tram. L’essenziale a mio avviso è voler andare non soltanto in
una direzione diversa, ma in una direzione opposta. Un compromesso non è più
possibile.
domenica 18 maggio 2014
Il diario del Giro. Nona tappa: Lugo-Sestola (174 Km). Malacarne non è Malaparte, a volte i nomi dei ciclisti sembrano davvero inventati
Sestola - Oggi avevo pensato di non
scrivere la cronaca della tappa e di farla domani quando il Giro riposa, tanto
chi se ne accorge, del resto non sono nemmeno riuscito a vedere la corsa,
Lugo-Sestola di 174 Km, perché ho passato la domenica da solo con il buon
Pietro, diciamo dalle nove e trenta del mattino alle ventuno della sera. Ma poi
mi sono detto: e la mia credibilità d’inviato che fine fa? E se qualcuno va a
spifferare tutto al direttore del giornale? Quello si fida dei meno
intelligenti, degli scodinzolatori bugiardi e con poco talento che per
compensare l’assenza del medesimo vanno a riferirgli cose false o comunque non
determinanti, fatto sta che mi ero preparato tutto, avevo pensato domani quando
torno dal lavoro scrivo sul diario che questa volta avevo calcolato ogni cosa
per riuscire a vedere la tappa, ma che poi acceso il teleschermo avevo scoperto
che il Giro d’Italia riposava, il lunedì. Un buon inizio pensavo, non riesco
mai a vedere nulla e quando mi organizzo per guardare qualcosa non trasmettono
niente. Tanto la maggioranza aveva certamente già letto i quotidiani, spiato la
televisione, insomma appreso della vittoria in volata a 1538 metri di
altitudine dell’olandese Weening davanti al compagno di fuga Malacarne, e del
buon terzo posto di Pozzovivo capace anche di recuperare trenta secondi in
classifica dove adesso si trova quarto dietro a Majkan, Uran Uran e Cadel
Evans. A volte i nomi dei ciclisti sembrano davvero inventati bisogna dirlo.
Invece alle ventuno e quarantasette dopo aver scritto ad Antonio “Sai che
faccio? La cronaca della tappa di oggi io la scrivo domani, sai chi se ne
accorge” ho abbassato il volume del televisore che trasmetteva malinconico ciò
che restava dell’ultima giornata di Serie A, conclusa seriamente nel pomeriggio
con il raggiungimento dei 102 punti in classifica da parte della Juventus, e ho
accesso il computer, sono andato a vedere com’era andata la tappa del Giro di
oggi, ho scritto al direttore del giornale per dirgli “Qui a Sestola tutto
bene, ha vinto l’olandese Weening davanti a Malacarne”. Lui mi ha risposto “Ancora
con questi scrittori? Curzio Malaparte me lo ricordo pure io, guarda che non
sono stupido come credi…” Io gli ho detto “Guarda che ho detto Malacarne, non
era mia intenzione stavolta citare Malaparte”, lui mi ha detto “In ogni caso
stai attento, se mi gira ti mando a fare le cronache finanziarie”, io gli ho
detto “Stai tranquillo che fra trent’anni siamo tutti in una cassa di legno,
arrivederci”. Così, così ho dimenticato di dire che questa mattina alle otto,
quando mi sono svegliato, prima che Marta si alzasse per andare a lavorare di
domenica giorno del nostro, santo Gesù, sono scappato di casa per comprare e
leggere velocemente due giornali, il prima rosa il secondo con in prima pagina
la fotografia di una tettona avvolta in un bel vestito fucsia sul tappeto del
Festival di Cannes che mostrava un cartello con una scritta per chiedere la
liberazione delle nigeriane rapite. “#BRING BACK OUR GIRLS”. Ma soprattutto, a
sinistra della tettona, il consueto lenzuolo domenicale dell’anziano
giornalista che invitata i suoi poveri lettori a votare per Renzi e per Schulz,
il 25 maggio, ma più che un invito era un obbligo giacché l’anziano giornalista
scriveva “Il 25 maggio bisogna votare per Renzi e per Schulz”. Ho pensato alla
fortuna che avevo, non aver mai letto in trentanove anni di vita un articolo
dell’anziano giornalista per intero, poter tornare a casa e trovare mia moglie
e mio figlio svegli, pronta lei per andare al lavoro, lui per giocare una
decina di ore col papino. E domani? Il Giro riposa, io la cronaca della nona
tappa alla fine l’ho scritta, quindi mi sa che dopo il lavoro faccio una bella
e stancante passeggiata lungo la mia città verticale.
sabato 17 maggio 2014
Il diario del Giro. Ottava tappa: Foligno-Montecopiolo (179 Km). Secondo qualcuno Bukowski, secondo qualcuno Pantani
Montecopiolo - Secondo qualcuno il Giro
cominciava oggi, secondo altri il Giro tanto è morto da quando hanno fatto
fuori Pantani. Secondo Matteo Renzi chi vota Pd non vota Cgil, secondo Repubblica Biagio Antonacci si è
riscoperto contadino, tra ulivi da potare e vitigni da innestare. Ha imparato a
seguire il ritmo della natura Biagio, con le infradito nere e la chitarra
bianca rossa e verde guarda convinto nella macchina fotografica sullo sfondo
della sua casa di campagna. Ma chiuso il giornale mentre camminavo distratto
verso il lavoro ho intravisto da lontano un compagno di marciapiede puntarmi
con decisione, l’unico, erano le sette di un sabato nel mio quartiere come
sempre disabitato nei fine settimana: parcheggi liberi, automobili già partite
per case al mare o case in montagna, solamente qualcuno che sistema con cura le
mazze da golf nel baule, il sabato mattina nel mio quartiere mentre io vado a
lavorare gli altri sistemano con cura le mazze da golf nel baule, comunque ero
solo sul marciapiede fino a quando questo barbone non decide di puntarmi
continuando a gridare qualcosa che non capisco bene da lontano, starà dicendo a
me? Ma no, sembra più il dialogo urlato di un pazzo, si avvicina a pochi centimetri
e mi assicura “Io, sono un grande scrittore!” poi se ne va, io riapro il
giornale e arrivo alle pagine sportive, stai a vedere che ho incontrato Charles
Bukowski quando non se lo filava nessuno e la sua puzza era insopportabile e
poco di moda, una delle prime cose che mi viene in mente quando penso a Charles
Bukowski è lui che viene chiamato dal direttore della fabbrica di cetrioli per
la quale sgobba che vuole saperne di più del suo essere scrittore, una scena
decisamente comica che al momento non ricordo con precisione perché ho un po’ di coda in cassa.
In ogni caso finito il turno questo pomeriggio potrò perdermi tre eventi
sportivi di un certo rilievo: l’ottava tappa Foligno-Montecopiolo, lo spareggio
per la vittoria del campionato spagnolo Barcellona-Atletico Madrid, la finale
di F.A. Cup Arsenal-Hull City. Pazienza, chissà se Antonacci interromperà un
secondo le sue attività di contadino per seguire almeno uno di questi accadimenti,
secondo Biagio sarebbe bello se i ragazzi nelle scuole studiassero l’agricoltura.
Il Cippo di Carpegna è la montagna dove amava allenarsi Marco Pantani, una
salita aspra fino a 1358 metri e una discesa tecnica con strada stretta. E’ la
prima vera montagna del Giro che anticipa di qualche chilometro il finale di
frazione con ravvicinata doppia ascesa a Villaggio del Lago (1002) e Montecopiolo,
Eremo Madonna del Faggio (1235). I corridori come ogni anno faticavano
inseguiti e incitati da qualche amatore più o meno curiosamente vestito, sul
Carpegna è Arredondo il primo a passare ma poi viene raggiunto e sorpassato da
altri protagonisti che salgono e scendono fino a quando Diego Ulissi a trecento
metri dall’arrivo non trova l’attacco giusto trionfando così per la seconda
volta dopo Viggiano, davanti a Kiserlovski, Kelderman, Quintana ed Evans che
conquista la maglia rosa al posto di Matthews, da buon velocista crollato all’inizio
della prima salita. Io dopo non aver visto la tappa non guardo Barcellona-
Atletico Madrid, non guardo nemmeno Arsenal-Hull City, vengo a sapere al parco
che la squadra di Simenone pareggia 1-1 al Camp Nou portando così a casa la
Liga dopo diciotto stagioni, e che i Gunners di Arsene Wenger vincono finalmente un
trofeo a nove anni dall’ultima volta
grazie ad un sofferto 3-2 sancito a dieci minuti dalla fine del secondo tempo
supplementare dal centrocampista gallese Aaron Ramsey. Quindi ripiego verso
casa in compagnia di Pietro, questa volta i gnocchetti con olio e parmigiano
reggiano risultano graditi, alziamo i rispettivi calici brindando Cin e infine
indossiamo dei pantaloni comodi per tirare qualche bomba con la pallina di
spugna in corridoio. Domani nona tappa: Lugo-Sestola, 172 Km, tre stelle su
cinque di difficoltà secondo la mia guida, secondo me non riuscirò a vederla.
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