lunedì 13 luglio 2009

Ridere

Grillo si candida: panico nel PD. Franceschini e Bersani preoccupati, ma non dovrebbero. Anche loro fanno abbastanza ridere.

lunedì 15 giugno 2009

Le ore


Le ore in cui non c’era erano quelle che preferiva. Le ore in cui non avrebbe dovuto esserci, le ore quando gli era capitato di alzarsi presto, prima della sveglia, e si trovava ad esistere in una maggiorazione di minuti solitamente non disponibili. Le ore che in genere aveva trascorso dormendo. Ogni cambio di programma che regalava al tempo una dimensione del tutto nuova e splendente, come quando sarebbe dovuto andare a scuola, e invece no. Come quando alzandosi presto, prima della sveglia, si era fermato ad osservarsi con le braccia stranamente alzate, nel sogno turbolento, nell’attesa inconsapevole di un suono fastidioso che avrebbe sancito l’inizio delle ore in cui avrebbe cominciato ad esserci.

sabato 6 giugno 2009

Un popolo di seduti mentali


Milano, Piazza S. Fedele. Le poche panchine verso le tredici sono ambite. Figuriamoci quelle all’ombra. Se ne libera una. All’ombra. Una ragazza europea pensa di raggiungerla con passo appena più veloce del normale. Dal lato opposto della piazza, un uomo con un bambino sulla testa pensa di fare lo stesso. Dal mio punto d’osservazione, li vedo pari. Anzi, leggermente favorita la ragazza, diciamo un paio di metri. E poi l’uomo ha il peso in testa, e tiene famiglia. Lo seguono, fiduciosi del capo tribù, una moglie, un adolescente griffato, una bambina. L’uomo si volta due volte per controllare, poi scatta, vile. “Hop hop hop” canticchia quasi correndo, fingendo che questa accelerazione sia per fare giocare il figlio che porta attorno alla testa. Non è vero. Si getta sulla panchina ed è sua. Il resto della famiglia si accascia sulla pietra con le gambe, qualche secondo più in là. La ragazza europea ci rimane male, il padre italiano fa finta di niente. Gli italiani si siedono sempre, penso. La maggioranza degli italiani. Questa parte di popolo così volgare e cafona, che ha dimenticato le buone maniere più elementari, l’educazione. Questo popolo di seduti mentali che si alza solo quando ci sono le elezioni, per andare a votare Berlusconi.

martedì 2 giugno 2009

Fiori giapponesi


Il cameriere che leggeva La Capria, non lo faceva mai durante l’orario di lavoro. O meglio, lo faceva ma nella sua testa, ripassando velocemente i racconti che aveva studiato poco prima in metropolitana. C’era quello in cui…l’altro invece nel quale…Amava sottolineare le frasi che gli erano piaciute di più. Leggere così era più impegnativo (ad esempio doveva portarsi sempre dietro una matita) in particolare quando gli capitava fra le mani un libro come “Fiori giapponesi”. Avrebbe dovuto infatti sottolineare tutto. Aveva imparato allora a fare due segni, uno all’inizio e uno alla fine di ogni pagina. Non era stupido, pensava, anche se era solo un cameriere aveva pure lui le sue astuzie. Nascondeva la matita nel taschino della camicia bianca. Era la stessa con cui aveva evidenziato frasi, interi periodi. Il difficile in determinate occasioni era non confondere l’eleganza di un pensiero con un risotto, e tirare righe dritte. Non sopportava quando i segni sul libro non era sostanzialmente paralleli, quando il grigio-linea sotto le parole tremolava.
La Capria aveva esordito nel 1952 con “Un giorno d’impazienza”. Il secondo libro era uscito nel 1961, “Ferito a morte”. Cosa diavolo aveva fatto in quei nove anni? Erano altri tempi, pensava il cameriere. Erano fatti suoi. Pause così lunghe avrebbero spaventato scrittori e editori di oggi. Ma di più gli scrittori quantitativi. Quelli pronti ad elencare tronfi la loro produzione: “Ho 42 anni. Ho scritto 12 romanzi, 8 raccolte di racconti, 4236 poesie”. In fondo però queste erano cose che non lo riguardavano. Ci teneva di più a scomparire per un attimo nella cucina del ristorante, lontano almeno per qualche minuto dagli sguardi tristi del caposala, che non avrebbe mai letto La Capria in tutta la vita. Ci teneva di più a ricordarsi delle virgole, dei punti, a ripetersi nel cervello il ritmo di ogni fiore giapponese. Se fosse riuscito a farli sbocciare di nuovo nella sua testa, pensava, un giorno magari avrebbe scritto così bene anche lui.

venerdì 22 maggio 2009

Respingimenti


“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.


“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

(da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912).

domenica 17 maggio 2009

Rosa Ocra Viola



La voce di Giovanni Lindo Ferretti prova a coprire gli allarmi della domenica e del sabato pomeriggio, dimenticati da milanesi fuggiti verso qualche località dove trascorrere il fine settimana. Ogni dieci minuti parte la sirena protettrice di qualche abitazione, suona per due minuti a elevato volume (quello che sento non è nemmeno nel mio condominio, è due palazzi più in là, ma la sua fastidiosa potenza arriva fino alle mie orecchie con disinvoltura) poi si spegne, poi riprende. Così da sabato pomeriggio. Nessuno interviene, nessuno fa niente. Provo a concentrarmi sulla voce di Ferretti, è meglio. Ha accompagnato la mia crescita con il suo modo di cantare unico e speciale, sopravvissuto agli anni ottanta e ai novanta, ai C.C.C.P, ai C.S.I., due gruppi fondamentali della storia musicale del nostro Paese. “Linea gotica”, per me il disco italiano più importante del decennio precedente.
“Ultime notizie di cronaca” è il primo lavoro dei PGR che mi piace davvero, Giorgio Canali alle chitarre e Gianni Maroccolo al basso. Parte di nuovo l’allarme, più forte delle campane della chiesa, più forte di tutto.
rosa ocra viola
l’ora che tutto è preghiera
l’ora che ora
l’ora che in terra scolora…

venerdì 8 maggio 2009

Fidarsi della pelle d'oca



I brividi della bellezza di esistere lo sorprendevano talvolta durante la settimana, ma più spesso la domenica. Da sempre favorevole al cielo azzurro e ai prati verdi (anche se aveva spesso desiderato di riaprire gli occhi dopo una breve chiusura e ritrovarsi a guardare alberi azzurri e aria verde) era nei giorni di festa che, come un novello Jacques Tati, amava appoggiare la bicicletta al cavalletto e mettersi sopra una panchina a lavorare al suo libro, o a leggere quelli (migliori) degli altri.
Certe mattine funzionava, altre no, ma proprio in quelle no, riceveva il regalo più grande, quello di chiudere gli occhi per qualche secondo, respirare con più attenzione, sentire la pelle d’oca che accompagna la parte finale del sospiro. Era la pelle d’oca di cui si fidava, la stessa che lo faceva emozionare per una canzone, una frase di un libro o il frammento di un film. Solo di una cosa si sarebbe sempre fidato, pensava, della sua pelle d’oca.

sabato 2 maggio 2009

domenica 26 aprile 2009

L'esperto di case


Mentre M. guarda le vetrine, io le case. Questo il vantaggio di passeggiare in due. Sono un esperto di case. Di come si contrappongono all’aria o al cielo, dei loro spigoli e balconi che scelgono un modo oppure un altro di occupare lo spazio. Accarezzando le pareti dei palazzi m’impadronisco dei quartieri, pronto a fornire informazioni al turista spaesato, alla coppia perduta. La seconda a sinistra, la prima a destra. Dopo quel condominio di mattoni rossi, non brutto rispetto ad altri suoi vicini di pietra, lei sarà d’accordo. Fermo o allontanandomi anche di poco per cambiare angolazione, per vedere fino a che punto si è pensato di costruire. Da solo, subisco e contraccambio gli sguardi degli abitanti abitudinari, piacere sono l’esperto di case, riconduco le forme geometriche alla loro essenza. C’è chi vive in parallelepipedi, chi addirittura in cubi.

lunedì 6 aprile 2009

"Fu un viaggio sfortunato: sei ore e trenta di ritardo su una tratta di sei ore e trenta." (Valerio Magrelli)





















Quando ero giovane P. mi regalava dei biglietti. Quando ero molto giovane. Su questi foglietti c’erano versi di Penna, della Szymborska, di Magrelli, di Raboni, della Dickinson, della Valduga…ma dimentico certamente qualcuno.
Sopra questi biglietti di vari colori c’erano pezzi di poesia. Alcuni mi conquistavano, altri meno, ma non importa.
Quando ero molto giovane (perché adesso sono ancora giovane, dai) giravo in bicicletta con un libro di Sandro Penna nella borsa. Scrivevo poesie, talvolta pensavo di essere un poeta, addirittura. Portavo Penna sempre con me. In caso di un bombardamento nucleare, di un terremoto capace di radere al suolo la mia città, pensavo, se fossi rimasto intrappolato da qualche parte avrei avuto almeno delle buone poesie da leggere, prima di essere salvato.

Ma ecco, volevo parlare di questo libricino di Valerio Magrelli. Leggo due righe che parlano di “Vicevita” da qualche parte, mi appunto sul quaderno o nella testa il titolo, cerco in due librerie, niente. Poi, il vantaggio di avere una fidanzata che lavora in libreria salta fuori. Mi guardi per favore se c’è? Diverse copie, ma non si trovano. Dove sono? Dopo inutili ricerche sugli scaffali, ecco dove sono: in magazzino, pronte per essere rese. Perché Magrelli non ha venduto una copia in trenta giorni e la dura legge è questa: non vendi neanche una copia in trenta giorni? Tiè! Finisci in magazzino. Un poeta in magazzino. Hai avuto la tua breve possibilità Valerio, dovevi sfruttarla molto meglio, farti notare di più dai clienti passeggianti.
Questa è la storia di come ho salvato Magrelli, che è stato rimesso in vendita grazie al mio sacrificio di 6.15 euro (ho lo sconto, voi lo pagherete 9, ma ne vale la pena). “Vicevita. Treni e viaggi in treno” mi ha ricordato “Un po’ di febbre” di Sandro Penna, raccolta di “prose e foglietti sparsi” scritti dal poeta perugino tra il ’39 e il ‘41. Uno dei libri che ho amato di più. “Un po’ di febbre” e la “Vicevita”. Due libri sottili, poco pesanti, comodi anche da portare in treno.

domenica 5 aprile 2009

Ho salvato Valerio Magrelli


Qualcosa di buono ho combinato allora tra venerdì e sabato pomeriggio, quando credevo invece di no. A breve una spiegazione o una recensione.

venerdì 27 marzo 2009

La corretta posizione rispetto alla finestra


Allora: Paul Auster scrive con davanti un muro bianco, David Grossman anche, ma se si gira verso destra può guardare fuori. Una volta aveva affittato una stanza a Gerusalemme per lavorare a un nuovo romanzo, ma la vista oltre i vetri era di tale bellezza che non riusciva più a scrivere, si era dovuto alzare per chiudere le imposte. Roberto Saviano è costretto a cambiare continuamente casa, e finestre. Da qualche giorno le mie si chiudono male. Devo fare piano, ho paura che mi resti in mano la manopola. Poi dovrei ripararle, ipotesi francamente remota. Avranno quindici o vent’anni almeno, presumo, mai state comode come finestre. Si chiudono solo alzando una leva, spingendola in avanti, aspettando un “clack”, riabbassando la leva. Ma la velocità dell’abitudine non permette sempre di avere pazienza, e quasi sempre ci vogliono due, tre “clack” fasulli prima di centrare quello corretto. Mai state comode, ma in questa settimana si sono accordate per cominciare a rompersi tutte e tre, insieme. E’ un problema quello delle finestre. Come chiuderle, come posizionarsi rispetto alla loro presenza. Io appena posso sto sempre con la finestra spalancata, ma solo nella stanza dove sto, per evitare correnti d’aria. Mi piace. E’ come essere sospesi nel vuoto, una bella sensazione, senza il fastidio di un ingombrante paracadute o di provvisorie ali. Per questo non vedo di buon occhio l’inverno. Nella mia vita mi è capitato di scrivere con la finestra a sinistra, a destra, davanti. Ma a sinistra molto più spesso. Un caso, ma se qualcuno un giorno mai me lo chiederà, io risponderò che preferisco scrivere con la finestra a sinistra aperta, il muro davanti bianco, in primavera.

venerdì 13 febbraio 2009

Diottrie



Più di tutti i poeti aveva amato un poeta di Perugia, che aveva vissuto quasi sempre a Roma. Era arrivato alla convinzione che, se avesse sempre tenuto sul comodino il libro preferito del proprio poeta preferito, allora avrebbe recuperato la vista. Le diottrie che da adolescente aveva improvvisamente guadagnato e che gli avevano permesso, su consiglio dell’oculista che lo seguiva fin da quando era bambino, di smettere con l’obbligo di portare gli occhiali, alla soglia dei trent’anni erano improvvisamente tornate a mancare, costringendolo spesso a sforzare gli occhi per leggere con esattezza certe insegne luminose che pendevano dalle pareti di palazzi che ospitavano negozi e, cioè che più lo infastidiva, per distinguere con precisione i diversi colori che ogni arcobaleno del mondo definiva sulla terra dopo una sessione di pioggia.
Così si sentiva ora, come uno che avrebbe dovuto rimettere gli occhiali, ma non ne aveva per niente voglia, e il massimo che avrebbe potuto accettare sarebbero state un paio di lenti a contatto, consapevole che non sarebbe stato lo stesso, e che le cose viste da bambino non sarebbero in ogni caso tornate con la stessa luce e dimensione di allora. Eppure, quel giorno dall’oculista era stato davvero felice. Togliersi gli occhiali significava buttare via il fastidio di essere piccoli, e diventare un ragazzo capace di leggere quello che voleva, senza il bisogno di nessuna lente tra lui e le parole. In biblioteca aveva trovato un volume di pagine in larga parte bianche, con poche righe, a volte una solamente. Di certo il poeta che stava leggendo non portava gli occhiali, era per quello che sembrava riuscire a definire in poche frasi interi universi. Oppure gli piacevano le pagine bianche, e cercava di annerirle il meno possibile.
Una volta terminato il libro non avrebbe voluto più staccarsene e aveva continuato per anni a conservarlo nella borsa, come una preghiera, come un materiale molto prezioso. L’aveva trasportato nelle città dove aveva vissuto, in quelle dove aveva soggiornato anche pochi mesi per motivi di lavoro. Aveva saputo rinunciare di volta in volta a un maglione in più, a un paio di scarpe, tutto per farci stare quelle pagine così tanto bianche. Poi, un giorno grigio e con l’aria irrespirabile, aveva smesso di leggere poesie e, trangugiato dagli eventi, aveva appena fatto in tempo a rendersi conto che faceva sempre più fatica a leggere con esattezza certe insegne luminose che pendevano dalle pareti di palazzi che ospitavano negozi.

venerdì 23 gennaio 2009

Il malumore degli edicolanti quando comperi il giornale da un’altra parte


La vita di C. non era stata certo ricca di avvenimenti paranormali, fatta eccezione per quella volta che, da bambina, aveva visto un’edicola di giornali volare fuori dalla finestra. Era seduta sul divano in attesa che la madre in cucina finisse di fare qualcosa, probabilmente preparare una torta, e con le dita faceva avanti e indietro lungo una delle linee di velluto marroni chiare e scure che lo componevano il divano, avvolta in quella specie particolare di assenza che, da bambini, funziona da spartiacque tra un’idea di gioco che oramai ha stufato e una che sta ancora per arrivare. C. stava così a guardare nel vuoto, quando fuori dal vetro, al primo piano, era improvvisamente comparso il chiosco di giornali, leggermente ondeggiante.
“Mammaaaa!” aveva urlato C. “Vieni a vedere, c’è un’edicola che volaaa!”
Ma dalla cucina nessuna risposta, solo il rumore di un frullatore a pieni giri.
C. si era allora ancorata se possibile di più al divano, muta con la bocca aperta ad osservare il chiosco volante, che ora oscillava impercettibilmente, ma sempre a troppi metri d’altezza rispetto al solito. Cosa diavolo stava succedendo?
Finito di frullare, anche mamma era giunta ad osservare lo strano fenomeno. Non c’era d’avere paura. L’edicolante, per ragioni commerciali, aveva deciso di spostare il proprio chiosco cinquanta metri più in là, giusto davanti all’entrata dell’edificio dell’A.S.L., abbandonando, non senza un briciolo di dispiacere, la precedente posizione più defilata, vicino ad una pizzeria, sotto un albero maestoso e bello, ma in una zona di poco passaggio.

Gli anni per C. erano trascorsi senza altri sorprendenti spostamenti aerei, ma nascosta nella mente di C., era probabilmente rimasta un’emozione particolare nei confronti dei chioschi dei giornali. Li guardava sempre con una speciale attenzione (abitando in una grande città ne poteva scorgere diversi) non lasciandosi sfuggire modifiche o ristrutturazioni più o meno riuscite, e pure inevitabili chiusure o cambiamenti di gestione. Per un certo periodo dell’adolescenza addirittura, C. aveva manifestato una certa predilezione per gli edicolanti intesi come amanti, ma epurati quelli più anzianotti (la maggioranza) non ne erano rimasti poi tanti di papabili, e questa inedita perversione era scomparsa dal cervello di C. in pochi mesi, in definitiva per mancanza di pretendenti, e raggiunta la maggiore età, C. aveva capito che non avrebbe mai voluto fare la fine di quelle mogli infreddolite di giornalai che, magari con i guanti tagliati all’altezza delle nocche, davano una mano ai mariti almeno nelle pause pranzo.

Di quell’edicola in volo solo una cosa le era rimasta in fondo: la quasi morbosa, quotidiana folle necessità di comperare giornali, forse come surrogato del non aver trovato un giornalaio affascinante come Brad Pitt. E la strana sensazione, cambiando quasi ogni volta chiosco per l’acquisto, di tradire la fiducia di ogni edicolante, e di provocare, proprio lei che tanto li amava, quel fastidioso malumore che sente ogni edicolante, quando scorge passare, anche da lontano, un cliente che credeva abituale, con sottobraccio il giornale comperato da un’altra parte.

giovedì 15 gennaio 2009

Le labbra

Una mattina, al bar, alla signora al mio fianco sono cadute le labbra mentre beveva il caffè. Inizialmente, la cosa mi ha dato fastidio. Indizio di grande maleducazione, di non rispetto nei confronti degli altri, pensavo, ci risiamo, mi tocca odiare l’umanità. Erano labbra turgide, ma non troppo, forse appena ritoccate da qualche chirurgo specializzato, probabilmente alla fine del secolo scorso. La signora è rimasta con la tazzina attaccata sotto il naso, per non farsi scoprire dagli altri, suppongo. Ma le sue labbra hanno cominciato così la loro vita, spazzolando inizialmente lo zucchero ed i resti di brioche sul bancone. Avevano proprio fame, ho pensato, che graziose e innocue labbra golose, in fin dei conti.
Poi però le labbra hanno cominciato a fare fuori qualche tazzina, più di un cucchiaino, un pezzo di banco. Mi sono preoccupato. Ancora qualche secondo e le due donne vestite da vigile urbano che passeggiano al mattino presto in Galleria Vittorio Emanuele sono svanite, con i loro cappuccini ancora tiepidi. Quindi è stata la volta della signora delle labbra proprietaria, una specie di vendetta, presumo, di chi avrebbe voluto rimanere comunque bello, come era stato fatto. Morso dopo morso sono stati fagocitati i tavolini, il lungo e stretto specchio alle spalle dei baristi, le bottiglie, i lavandini, le lavastoviglie, i panini nelle vetrinette, e le vetrinette. Tutto è finito, i camerieri mangiati, il sudicio proprietario del bar, furbo inventore dei due menù con prezzi diversificati per italiani e turisti stranieri, pappato in un lampo senza poter fare beh, o almeno creare sul momento una nuova lista con i prezzi maggiorati per le clienti labbra. Queste di labbra invece, davanti a me, avevano la voracità di un mostro, ma la dolce, timida sensualità di chi, innocente, non aveva fatto niente. Nel baciarle, mi sono sentito scomparire, ma è stato un gran bel bacio.