
venerdì 31 luglio 2009
lunedì 13 luglio 2009
Ridere
lunedì 6 luglio 2009
lunedì 15 giugno 2009
Le ore

sabato 6 giugno 2009
Un popolo di seduti mentali

martedì 2 giugno 2009
Fiori giapponesi

La Capria aveva esordito nel 1952 con “Un giorno d’impazienza”. Il secondo libro era uscito nel 1961, “Ferito a morte”. Cosa diavolo aveva fatto in quei nove anni? Erano altri tempi, pensava il cameriere. Erano fatti suoi. Pause così lunghe avrebbero spaventato scrittori e editori di oggi. Ma di più gli scrittori quantitativi. Quelli pronti ad elencare tronfi la loro produzione: “Ho 42 anni. Ho scritto 12 romanzi, 8 raccolte di racconti, 4236 poesie”. In fondo però queste erano cose che non lo riguardavano. Ci teneva di più a scomparire per un attimo nella cucina del ristorante, lontano almeno per qualche minuto dagli sguardi tristi del caposala, che non avrebbe mai letto La Capria in tutta la vita. Ci teneva di più a ricordarsi delle virgole, dei punti, a ripetersi nel cervello il ritmo di ogni fiore giapponese. Se fosse riuscito a farli sbocciare di nuovo nella sua testa, pensava, un giorno magari avrebbe scritto così bene anche lui.
venerdì 22 maggio 2009
Respingimenti

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.
(da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912).
domenica 17 maggio 2009
Rosa Ocra Viola

“Ultime notizie di cronaca” è il primo lavoro dei PGR che mi piace davvero, Giorgio Canali alle chitarre e Gianni Maroccolo al basso. Parte di nuovo l’allarme, più forte delle campane della chiesa, più forte di tutto.
l’ora che tutto è preghiera
l’ora che ora
l’ora che in terra scolora…
venerdì 8 maggio 2009
Fidarsi della pelle d'oca
Certe mattine funzionava, altre no, ma proprio in quelle no, riceveva il regalo più grande, quello di chiudere gli occhi per qualche secondo, respirare con più attenzione, sentire la pelle d’oca che accompagna la parte finale del sospiro. Era la pelle d’oca di cui si fidava, la stessa che lo faceva emozionare per una canzone, una frase di un libro o il frammento di un film. Solo di una cosa si sarebbe sempre fidato, pensava, della sua pelle d’oca.
sabato 2 maggio 2009
Nuove frontiere dell'elemosina
domenica 26 aprile 2009
L'esperto di case
martedì 21 aprile 2009
giovedì 9 aprile 2009
lunedì 6 aprile 2009
"Fu un viaggio sfortunato: sei ore e trenta di ritardo su una tratta di sei ore e trenta." (Valerio Magrelli)


Sopra questi biglietti di vari colori c’erano pezzi di poesia. Alcuni mi conquistavano, altri meno, ma non importa.
Quando ero molto giovane (perché adesso sono ancora giovane, dai) giravo in bicicletta con un libro di Sandro Penna nella borsa. Scrivevo poesie, talvolta pensavo di essere un poeta, addirittura. Portavo Penna sempre con me. In caso di un bombardamento nucleare, di un terremoto capace di radere al suolo la mia città, pensavo, se fossi rimasto intrappolato da qualche parte avrei avuto almeno delle buone poesie da leggere, prima di essere salvato.
Ma ecco, volevo parlare di questo libricino di Valerio Magrelli. Leggo due righe che parlano di “Vicevita” da qualche parte, mi appunto sul quaderno o nella testa il titolo, cerco in due librerie, niente. Poi, il vantaggio di avere una fidanzata che lavora in libreria salta fuori. Mi guardi per favore se c’è? Diverse copie, ma non si trovano. Dove sono? Dopo inutili ricerche sugli scaffali, ecco dove sono: in magazzino, pronte per essere rese. Perché Magrelli non ha venduto una copia in trenta giorni e la dura legge è questa: non vendi neanche una copia in trenta giorni? Tiè! Finisci in magazzino. Un poeta in magazzino. Hai avuto la tua breve possibilità Valerio, dovevi sfruttarla molto meglio, farti notare di più dai clienti passeggianti.
Questa è la storia di come ho salvato Magrelli, che è stato rimesso in vendita grazie al mio sacrificio di 6.15 euro (ho lo sconto, voi lo pagherete 9, ma ne vale la pena). “Vicevita. Treni e viaggi in treno” mi ha ricordato “Un po’ di febbre” di Sandro Penna, raccolta di “prose e foglietti sparsi” scritti dal poeta perugino tra il ’39 e il ‘41. Uno dei libri che ho amato di più. “Un po’ di febbre” e la “Vicevita”. Due libri sottili, poco pesanti, comodi anche da portare in treno.
domenica 5 aprile 2009
Ho salvato Valerio Magrelli

domenica 29 marzo 2009
venerdì 27 marzo 2009
La corretta posizione rispetto alla finestra

venerdì 13 febbraio 2009
Diottrie

Più di tutti i poeti aveva amato un poeta di Perugia, che aveva vissuto quasi sempre a Roma. Era arrivato alla convinzione che, se avesse sempre tenuto sul comodino il libro preferito del proprio poeta preferito, allora avrebbe recuperato la vista. Le diottrie che da adolescente aveva improvvisamente guadagnato e che gli avevano permesso, su consiglio dell’oculista che lo seguiva fin da quando era bambino, di smettere con l’obbligo di portare gli occhiali, alla soglia dei trent’anni erano improvvisamente tornate a mancare, costringendolo spesso a sforzare gli occhi per leggere con esattezza certe insegne luminose che pendevano dalle pareti di palazzi che ospitavano negozi e, cioè che più lo infastidiva, per distinguere con precisione i diversi colori che ogni arcobaleno del mondo definiva sulla terra dopo una sessione di pioggia.
Così si sentiva ora, come uno che avrebbe dovuto rimettere gli occhiali, ma non ne aveva per niente voglia, e il massimo che avrebbe potuto accettare sarebbero state un paio di lenti a contatto, consapevole che non sarebbe stato lo stesso, e che le cose viste da bambino non sarebbero in ogni caso tornate con la stessa luce e dimensione di allora. Eppure, quel giorno dall’oculista era stato davvero felice. Togliersi gli occhiali significava buttare via il fastidio di essere piccoli, e diventare un ragazzo capace di leggere quello che voleva, senza il bisogno di nessuna lente tra lui e le parole. In biblioteca aveva trovato un volume di pagine in larga parte bianche, con poche righe, a volte una solamente. Di certo il poeta che stava leggendo non portava gli occhiali, era per quello che sembrava riuscire a definire in poche frasi interi universi. Oppure gli piacevano le pagine bianche, e cercava di annerirle il meno possibile.
Una volta terminato il libro non avrebbe voluto più staccarsene e aveva continuato per anni a conservarlo nella borsa, come una preghiera, come un materiale molto prezioso. L’aveva trasportato nelle città dove aveva vissuto, in quelle dove aveva soggiornato anche pochi mesi per motivi di lavoro. Aveva saputo rinunciare di volta in volta a un maglione in più, a un paio di scarpe, tutto per farci stare quelle pagine così tanto bianche. Poi, un giorno grigio e con l’aria irrespirabile, aveva smesso di leggere poesie e, trangugiato dagli eventi, aveva appena fatto in tempo a rendersi conto che faceva sempre più fatica a leggere con esattezza certe insegne luminose che pendevano dalle pareti di palazzi che ospitavano negozi.
venerdì 23 gennaio 2009
Il malumore degli edicolanti quando comperi il giornale da un’altra parte

“Mammaaaa!” aveva urlato C. “Vieni a vedere, c’è un’edicola che volaaa!”
Ma dalla cucina nessuna risposta, solo il rumore di un frullatore a pieni giri.
C. si era allora ancorata se possibile di più al divano, muta con la bocca aperta ad osservare il chiosco volante, che ora oscillava impercettibilmente, ma sempre a troppi metri d’altezza rispetto al solito. Cosa diavolo stava succedendo?
Finito di frullare, anche mamma era giunta ad osservare lo strano fenomeno. Non c’era d’avere paura. L’edicolante, per ragioni commerciali, aveva deciso di spostare il proprio chiosco cinquanta metri più in là, giusto davanti all’entrata dell’edificio dell’A.S.L., abbandonando, non senza un briciolo di dispiacere, la precedente posizione più defilata, vicino ad una pizzeria, sotto un albero maestoso e bello, ma in una zona di poco passaggio.
Gli anni per C. erano trascorsi senza altri sorprendenti spostamenti aerei, ma nascosta nella mente di C., era probabilmente rimasta un’emozione particolare nei confronti dei chioschi dei giornali. Li guardava sempre con una speciale attenzione (abitando in una grande città ne poteva scorgere diversi) non lasciandosi sfuggire modifiche o ristrutturazioni più o meno riuscite, e pure inevitabili chiusure o cambiamenti di gestione. Per un certo periodo dell’adolescenza addirittura, C. aveva manifestato una certa predilezione per gli edicolanti intesi come amanti, ma epurati quelli più anzianotti (la maggioranza) non ne erano rimasti poi tanti di papabili, e questa inedita perversione era scomparsa dal cervello di C. in pochi mesi, in definitiva per mancanza di pretendenti, e raggiunta la maggiore età, C. aveva capito che non avrebbe mai voluto fare la fine di quelle mogli infreddolite di giornalai che, magari con i guanti tagliati all’altezza delle nocche, davano una mano ai mariti almeno nelle pause pranzo.
Di quell’edicola in volo solo una cosa le era rimasta in fondo: la quasi morbosa, quotidiana folle necessità di comperare giornali, forse come surrogato del non aver trovato un giornalaio affascinante come Brad Pitt. E la strana sensazione, cambiando quasi ogni volta chiosco per l’acquisto, di tradire la fiducia di ogni edicolante, e di provocare, proprio lei che tanto li amava, quel fastidioso malumore che sente ogni edicolante, quando scorge passare, anche da lontano, un cliente che credeva abituale, con sottobraccio il giornale comperato da un’altra parte.






