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giovedì 27 maggio 2010

Sull’impossibilità di leggere un quotidiano all’aperto seduto su una panchina di marmo bianco, il giorno che passa il Giro d’Italia, senza John Elkann

Il Giro d’Italia arriva a Brescia. Alle dieci del mattino trascinato dal non senso mi dirigo a piedi fino al traguardo, immaginando che so, d’incontrare Ivan Basso. Ma è un’idea priva di logica, il capitano della Liquigas è 180 Km più indietro, anzi, non è ancora partito. Nella zona dell’arrivo posizionano transenne, montano i palchi. Retrocedo verso il centro della città, compro il terzo quotidiano del giorno, Il Foglio, mi siedo su una panchina di marmo bianco, leggo. Temperatura ideale. Leggo: il mio amico Gurrado scrive di romanzoni e diritti umani, ma un braccio teso sbuca a pochi cm dal mio sguardo. Un rettangolo di carta prestampato. Una voce:
”Permesso di soggiorno, associazione per i permessi di soggiorni, ragazzi africani, sostenere”.
Francamente non capisco cosa mi viene chiesto, e mi difendo con un categorico:
”No grazie, sono a posto così”. Sono a posto così. Da presunto scrittore poi rifletto sulle risposte da dare a chi t’importuna per la strada. Quale la migliore? No grazie. No guarda. Dai davvero basta. Non insistere. Per favore. Sono a posto così (ripetuto per N numero di volte, una per ogni insistenza). Finisco Gurrado.

Leggo la posta. Frank Cimini sottolinea l’intervento di Roberto Mancini al processo di calciopoli. Sì, il Roberto con la sciarpa che, quando allenava l’Inter di Moratti, perdeva solo perché Moggi se la intendeva con gli arbitri. Quattro anni dopo il Mancio sostiene che sì, insomma, non voleva dire proprio quello, sono cose che scappano fuori a fine partita quando perdi. Ah. Cioè, non voleva intendere che...Ma come?? Te le rubava o non te le rubava le partite Luciano? Boh.
Frank Cimini dice la verità, ai giornali calciopoli non interessa più. Quelle chiacchiere del 2006 che, gestite in un’inchiesta a senso unico, servirono al Tribunale speciale creato da John Elkann e Guido Rossi per mandare la Juventus in serie B e falsare diversi campionati, adesso non interessano più. Tanto gli italiani sono degli storditi che buttano giù in un sorso solo le verità della televisione e dei grandi quotidiani nazionali, ai quali calciopoli non importa più. L’Inter colleziona vittorie, di cartone e non, e tutti sono contenti. Gli interisti non si pongono domande. Giuliano Ferrara risponde alla lettera di Frank Cimini che Il Foglio aveva avvertito che la palla è tonda e che l’inchiesta sul calcio truccato era una bischerata.

John Elkann. Da tifoso juventino quando lo vedo mi tocco sempre, più ancora di quando scorgo in lontananza Montezemolo. Al salone del Libro di Torino l’ho osservato da molto vicino il fratello di Lapo mentre parlava con Mario Calabresi, direttore della Stampa, e altri esperti chiamati a discutere del futuro della carta stampata. Cioè Calabresi parlava mentre John armeggiava con il Blackberry (o era un Iphone?) in continuazione, provocando un’interferenza continua nei microfoni. Si sentiva male. All’inizio gli altri relatori si guardavano per capire la causa dell'interferenza, poi quando hanno capito che era John hanno fatto finta di niente. Tutti hanno fatto finta di niente, mentre John pigiava i piccoli tasti. Il presidente della Fiat messaggiava come un matto, senza ascoltare il direttore del suo giornale. Taratt taratt. Taratatt taratatt. Poi toccava proprio a lui parlare, e John allora ha detto che a lui sì piace leggere, in particolare legge...La Stampa. Che è sua. Battuta di John. La claque del presidente si spancia dalle risate.

Riprendo la lettura del Foglio, ma giunge un venditore di rose. Non gli compro il fiore, e si mette a piagnucolare. Dio, che permaloso. Mi spiace, ma non voglio acquistarla. E’ un dramma. Fa finta di piangere per un paio di minuti. Leggo. Arriva un uomo con la barba di zucchero filato e un cappello bianco e si piazza davanti a me, non richiesto ombrellone che mi protegge da un pallido sole. L'ho già incontrato anni fa, è un poeta che vende i suoi versi ciclostilati per strada. Mi dice:
”Ciao, principino”.
No grazie, sono a posto così.

sabato 27 febbraio 2010

Con Lucio Bordenave nel cappotto

Con Lucio Bordenave nel cappotto la situazione lentamente migliorò. Erano stati giorni faticosi, con pomeriggi incapaci di trattenere quelle idee che al mattino presto di facevano vive, con confortante costanza, prima di essere inghiottite dal turno lavorativo trascorso sempre in piedi. Sei ore consecutive in piedi probabilmente non erano il peggio che potesse capitare, ma sedersi ogni tanto tutto sommato non gli sarebbe dispiaciuto, e in fondo quel fastidio continuo alla caviglia sinistra che aveva ormai da un mese, chi poteva dimostrare dipendesse dallo stare per sei ore in piedi e quasi sempre nello stesso punto? E poi perché solo una caviglia e non tutte e due?
Quando le idee del mattino il pomeriggio non se le ricordava più, o le rammentava grazie alla furba intuizione di appuntarle (ma in ogni caso non riusciva a svilupparle) si dedicava alle faccende di casa, avvertendole forse stupidamente come un peso determinante, almeno nella capacità di fargli mutare radicalmente in nero l’umore. Piatti, lavatrici, spesa. Ma vaffanculo, pensava, pretendo come minimo che alla fine della vita questo tempo sprecato mi venga restituito.
Poi usciva prima che il sole scendesse (le giornate grazie a Dio iniziavano ad allungarsi) infilava Lucio Bordenave nella tasca del cappotto per avere un po’ di compagnia durante la passeggiata, e la situazione lentamente migliorava.

domenica 21 febbraio 2010

Dialogo tra un libraio e un non so

Arrivano di mattina presto, la domenica. Prima che il megastore apra, fumano fuori dalle vetrine, nervosi. Guardano l’orologio. Stringono tra le mani i ritagli dei cantanti e degli scrittori morti durante la settimana. Articoli, coccodrilli. La morte dell’artista scatena in loro il bisogno di possesso incontrollato dei libri e dei dischi che l’ora defunto aveva creato prima, quando era ancora in vita ma loro lo ignoravano (perché non era abbastanza morto).
Vicino sfila qualche credente o abituato a credere che si dirige verso la chiesa del quartiere per la messa delle 10. Loro, ebbri della nuova religione del commercio donata ai loro cuori verso la metà degli anni novanta (negozi sempre aperti, anche la domenica, evvai!) li guardano con disprezzo. Meglio clienti, che credenti. Ricontrollano rapidamente i titoli dei libri che il romanziere morto aveva scritto durante la vita, ma i giornali non ne avevano parlato tanto, la Tv nemmeno, e allora come facevano a sapere che era bravo? Qualcuno riconosce il libraio al quale manca qualche minuto prima di cominciare a lavorare, ma perché non tentare?
“Scusa, lo so che non stai lavorando, ma per caso avete questo libro di questo qua che è morto mercoledì, o giovedì non ricordo bene?”

Poi le serrande si alzano, i cancelli trasparenti si aprono, e l’arena si riempie. Fino a poco tempo fa i cd di quel grande cantante glieli dovevi regalare (e non li avrebbero voluti). Ora devono possederli. Poi magari non li ascolteranno mai, ma pazienza.
E’ morto J. D. Salinger.

“Voglio tutto quello che avete di questo qua. Sul giornale c’è scritto che forse esistono manoscritti inediti. Li avete? Ma com’è possibile che non abbiate nulla? No Holden ce l’ho già cazzo. Dovete vergognarvi, non avete niente di Salinger…”.

“Avevamo tutto ciò che è stampato in Italia, ma proprio la morte di J.D. ha prodotto l’isterismo di massa è i libri sono andati esauriti.”

“Ma qui c’è scritto che Stephen King si aspetta molto dalla cassaforte di famiglia dentro cui sarebbero conservanti manoscritti inediti, forse addirittura quindici o sedici, dedicati alla famiglia Glass. Ovviamente voi non avrete nulla…ma almeno, è possibile ordinarli?”

sabato 23 gennaio 2010

Cantando sotto la doccia ho già vinto numerose volte Sanremo

La prima volta è stata con “Vedrai, vedrai” di Luigi Tenco. Suonavo il pianoforte circondato da ragazze che mi guardavano in modo strano, quasi come se fossi un animale allo zoo. Eppure io cantavo una canzone intima per mia madre.
Successivamente mi sono imposto con “Tu no” di Piero Ciampi, la pioggia mi picchiava in testa, ma io restavo con le braccia conserte, forse per difendermi dal pubblico.
Quindi ho trionfato con “L’animale” di Franco Battiato, indossavo gli occhiali da sole perché le luci mi hanno sempre dato fastidio.
Infine, ma solo perché non volevo consumare troppa acqua, ho raggiunto il gradino più alto del podio con “Sempre e per sempre”, di Francesco De Gregori. Poi mi sono messo l’accappatoio.

domenica 27 dicembre 2009

Papa Ratzinger tirato giù per un braccio, a mio avviso è calcio di rigore

Rivediamo le immagini insieme:
inizialmente la psicolabile svizzera in divisa rossa con cappuccio da trasferta nero attende dietro le transenne. All’improvviso compie un balzo felino e scavalca, in quel momento pare un gatto per la rapidità del movimento. Sì, è proprio un gatto. Un compagno di squadra del Pontefice si fionda su di lei e prova a spingerla via, ma è una specie di blocco, di contatti così nelle chiese se ne vedono a decine. Ma la svizzera resiste parzialmente, e prima di rovinare sul tappeto rosso si appende al braccio di Papa Ratzinger, oramai solo davanti all’altare. Un prete giovane effeminato tra la folla si porta una mano alla bocca e fa:”Ooh”. Il Pontefice non può fare a meno di cadere, è calcio di rigore. E se vogliamo fare i pignoli, espulsione della svizzera per fallo da ultimo uomo.

lunedì 21 dicembre 2009

Sciarpe


S’innamorava delle donne da come indossavano le sciarpe. Era un amante di tipo invernale. Un giro soltanto di lana significava appena un’infatuazione. Ma con due volteggi la situazione si faceva seria. Due volteggi volevano dire che il colore imprigionato nel rettangolo lungo lungo e stretto, faceva in tempo senza fretta a lasciare spazio all’altro di colore, quello più liquido dell’iride, talvolta lacrimante di freddo o delusione.
Ma dove aveva letto che una donna, per essere davvero bella, dovesse avere tra i due occhi lo spazio necessario a farcene stare un terzo?
Da quel giorno aveva cominciato ad osservare gli occhi con la matematica, calcolando in pochi secondi il grado di bellezza di uno sguardo.
(Nell'immagine: Pablo Picasso, Dora Maar con la sciarpa gialla, novembre 1936)

martedì 8 dicembre 2009

Innamorati, Pianeti, Navi

A Porto la passeggiata ellittica degli innamorati si confonde con quella dei pianeti. Così gli amanti avanzano con falcate nemmeno poco ampie, ma rallentate tra Giove e Saturno.
“Le tue sopracciglia mi interessano davvero…”
“E cosa dovrei dire io, delle piccole parentesi che ti si formano ai lati della bocca quando sorridi? Contengono le tue labbra, per una volta una cosa importante.”

Ma la verità è che dovremmo stare in vacanza di più, il resto del tempo stiamo sott’acqua.

Dalla terrazza finale si vede il fiume. Oltre il Douro l’uomo nero gigante della Sandman si nasconde dietro il bicchiere e il mantello, ma osserva.
La guida della Cantina non ne può più di raccontare sempre la stessa storia di botti e inglesi, ma è un professionista, e in qualche modo bisogna pur guadagnarsi il pane.
La domenica pomeriggio (o era sabato?) si attraversa il ponte di ferro e si arriva dall’altra parte: colline e cantine, nebbia e venditori di caldarroste. Cerchiamo una nave, ma pare siamo tutte piene.

mercoledì 25 novembre 2009

Le regole del perfetto stenditore


La prima regola dello stenditore è controllare che le bacchette o i fili dove si stendono i panni siano libere. Almeno quattro bacchette, i fili dipende dalla lunghezza. Solo dopo si può procedere e fare una lavatrice.
La seconda regola dello stenditore (qui ancora lavatore) è dividere i capi in chiari e scuri, e a seconda della quantità o del bisogno scegliere quale colore lavare per primo. In commercio esistono fogli cosiddetti “acchiappa colore” ma francamente non mi convincono, anche se funzionano. Lo trovo un aiuto superfluo, un bravo lavatore-stenditore deve esserlo senza favori.
La terza regola è non riempire troppo il cestello. Se la capienza è di 5 Kg, non vanno inseriti 5 Kg, magari spingendo con la forza lo sportello per farceli stare (questo è considerato “grave errore” e personalmente lo trovo anche di cattivo gusto). Se il cestello è troppo pieno, i vestiti o le salviette si soffocano a vicenda, pregiudicando la buona riuscita del lavaggio, o almeno il buon profumo di pulito. A tal proposito scegliete con accortezza detersivo e ammorbidente.
La quarta regola, è organizzare la propria esistenza in modo da essere in casa quando la lavatrice termina il programma. Ok questo non è sempre possibile, ma facciamo in modo che il più delle volte sia possibile. Dopo i risciacqui finali e i pochi minuti in cui lo sportello resta bloccato per ragioni di sicurezza, è preferibile essere pronti a estrarre il bucato, immediatamente. Un piccolo sacrificio, ma ne gioverà il risultato finale.
La quinta regola dello stenditore (che tale comincia ad essere da questo preciso momento) è non posizionare i panni a caso sulle bacchette o sui fili (secondo “grave errore”). Piccolo consiglio per chi non ama stirare: le camicie e le Lacoste, se messe con cura sugli omini meglio non di legno (ma dipende dal legno), con i bottoni allacciati, possono poi non essere stirate. Vengono bene, presentabili, e considerato che tovaglie, lenzuola, salviette ed eventuali fazzoletti di stoffa non si stirano (se qualcuno lo fa cominci seriamente a preoccuparsi della propria salute psichica) io direi che l’asse da stiro e il ferro potete pure lanciarli dalla finestra, senza guardare ovviamente, nella speranza di colpire dal quarto piano un politico a caso che passeggia sornione sul marciapiede, della maggioranza o dell’opposizione fa lo stesso, tanto è uguale. Guadagnerete pure spazio in casa.
Sesta regola: non sovrapponete i capi, per carità. Si asciugano male, c’impiegano di più, davvero non ne vale la pena. Vi sembrerà di aver steso più cose, ma è l’illusione di un momento. Il ritardo umido di alcuni vestiti v’impedirà di effettuare una nuova lavatrice. Dove stendereste altri panni? Se usate mollette per non far volare via i vestiti (mossa astuta se si stende all’aperto) non piantatele in centro alle magliette, resterà il segno.
Settima e ultima regola (per sposati o conviventi): mettete subito in chiaro chi porta i pantaloni in casa, ovvero chi si occuperà di fare le lavatrici. Sembra una sciocchezza, ma ne va della vostra serenità di coppia.

domenica 22 novembre 2009

La donna che amava i parcheggi (La donna che parcheggiava due volte)


Era perché in un parcheggio aveva fatto per la prima volta l’amore. Era capitato così, in modo forse poco romantico e raffinato per una ragazza della Milano bene, ma quando si è innamorati, certe cose possono accadere. Gli anni trascorsi avevano fatto dimenticare alla donna se le strisce tra le macchine erano blu, gialle oppure bianche, ma il dolce e rabbioso ricordo di quella sera, quello no, non l’aveva scordato. Per questo, a differenza della maggioranza delle persone, ogni parcheggio faceva ridestare in lei un sentimento d’amore forse idealizzato, ma senza dubbio vero, palpabile, uno dei rari appigli ai quali potersi sorreggere nella difficile esistenza di donna in carriera. Ma questo suo segreto amore per i parcheggi non l’aveva mai rivelato a nessuno.
Una volta sindaco, in buona fede, aveva deciso di riempire Milano di parcheggi, in superficie o sotterranei, convinta che il sentimento di gioia forse solo un po’ melanconico che l’accompagnava alla vista di un cartello con una P bianca su sfondo blu, fosse lo stesso che provava ogni cittadino.
E allora ok al parcheggio cratere davanti al Teatro Nazionale, ok a quello in via Buonarroti (a cinquecento metri di distanza dal precedente) ricavato genialmente al posto delle uniche due aiuole triangolari di verde presenti nella cementificata piazza, già monumento olfattivo perenne al profumo di smog. Il tutto sotto lo sguardo perplesso della statua di Verdi il quale, nei rari momenti in cui smetteva di chiedersi perché fosse finito in Piazza Buonarroti, volgendo appena lo sguardo alla propria sinistra, poteva scorgere solo una via più in là il grande parcheggio di Pagano.
Ma soprattutto la splendida basilica Sant’Ambrogio. Chi avrebbe mai potuto pensare di scavare anche lì, a pochi metri dalla chiesa, un bel parcheggio sotterraneo? Magari per unire l’amore automobilistico e carnale della giovinezza a quello più spirituale garantito dalla presenza di una chiesa.
Lei ci avrebbe pensato. La donna che amava i parcheggi, in nome dell’amore.

domenica 15 novembre 2009

Le telefonate della mia vicina di casa durante il D-Day


Le telefonate della mia vicina di casa arrivano ogni sera puntuali, diciamo verso le diciotto. Le principali trovano all’altro capo del filo sua madre. Il rapporto non è dei migliori. La figlia mi pare chiami solo per una sorta di senso di colpa. Ne farebbe volentieri a meno. Oppure è la madre che telefona, qui dall’altra parte della parete non è sempre chiaro chi squilli o faccia squillare. Un problema da risolvere. In ogni caso, la mia vicina di casa esegue sempre lo stesso tipo di telefonata. Inizio pacato, prime alterazioni vocali, aumento delle medesime sempre meno controllato, esplosione finale di grida furibonde, dettate in parte dalla sordità della madre presumo, in parte da uno squilibrio emotivo della mia vicina di casa, che a mio avviso assume qualche dose di psicofarmaci.
Così capita che mentre sto leggendo, mentre sto guardano uno degli ipnotici programmi di Rai Storia (quel canale quando vuole mi tiene imprigionato) la mia quiete sia invasa da urla prive di connessione logica, almeno per me che ho questa maledetta parete troppo sottile a farmi da argine. E allora mentre gli Alleati stanno sbarcando con epico coraggio in Normandia, dall’appartamento oltre il mio confine giungono grida come: “Il prosciuttooo! Mamma prova col prosciuttoo alloraa!” oppure, solo pochi secondi dopo: “Il neurologooo! Il neurologooo!”.
Mah, mi distraggo e penso esistano neurologi che vendono salumi.
Ma il disperato destino di quei ragazzi sulle spiagge del D-Day, alla fine mi commuove. Quelli delle prime file: folli, ubriachi, pieni di paura e vomitanti, costretti a morire da eroi, pensando solamente alle loro madri, alle loro fidanzate. Vallo a spiegare alla mia vicina.

domenica 8 novembre 2009

Elogio della parrucchiera per donne (lettura consigliata di più agli uomini)


Ora io non so se ci siano uomini che vanno ancora dal barbiere, ma temo di sì. L’ho fatto anche io, per anni, ma poi ho cambiato decisamente strategia. Da tempo ormai vado solo dalla parrucchiera. Una parrucchiera per donne in particolare, che per fortuna accetta anche uomini, in provincia di Brescia, ma non fatemi dire di più, non vorrei trovare il negozio troppo pieno.
Quindi, cari uomini, datevi una svegliata. E non me ne voglia l’associazione barbieri italiani.

Ma insomma, uno entra dal parrucchiere per donna (e non scoraggiatevi se alcuni esercizi vi respingeranno, non possono! E comunque l’integralismo dei saloni di bellezza non è quello dei talebani), uno entra dicevo, e si trova immerso in un tepore profumato di shampoo, balsamo e donne. Già, perché ci sono quasi esclusivamente donne ad abitare questi luoghi rilassanti, dove si decide di darci un taglio. Più qualche uomo che ha raggiunto l’illuminazione.
Ecco, io entro e sono tutte donne, il che già è meraviglioso, specie per me che sto meglio con le donne, che sono cresciuto con due donne, che amo lavorare con le donne. Anche adesso, perfino nel mio lavoro di magazziniere, ho la fortuna di lavorare con quattro donne.
Una volta tolto il giubbotto di pelle vengo accompagnato ai lavandini per il momento più bello, il lavaggio dei capelli. Unica sofferenza, il collo. Dopo un po’ stare con la testa all’indietro mi fa male. Ho la sensazione che il collo possa spezzarsi e far rotolare i miei capelli con il cranio dietro nel lavabo. Ma è l’orribile pensiero di un attimo. Se l’acqua è ben miscelata, calda ma non troppo, farsi lavare i capelli da una donna è una delle cose più belle della vita. Se la donna in questione non è nervosa certo, magari perché il fidanzato la trascura o l’ha fatta arrabbiare, altrimenti potrebbe mettersi a sfregare il cuoio capelluto con troppa energia, trasformando le sue dita sottili in quelle pesanti e callose di un uomo. Ma non è questo il caso della mia parrucchiera, dove le ragazze hanno il tocco delicato. Acqua, shampoo, massaggio rotatorio, acqua, shampoo, risciacquo. Il collo adesso si spezza, me lo sento, ma resisto eroicamente, da vero uomo. La spintarella che la shampista offre alla mia nuca mi consente di tornare con la testa dritta con discreta eleganza.
Io sarei già a posto così, soddisfatto e sereno, ma uscire all’aperto in novembre coi capelli bagnati sarebbe davvero da stupidi. Quindi me li taglio pure, una regolata (dai 2 ai 4 cm, sempre meglio precisare) ascoltando le chiacchiere femminili delle signore che fanno il “colore” o altre cose sconosciute, effettuate con arnesi elettrici o rotoli di stagnola.
Anche l’asciugatura con il phon non è male, perché proustianamente mi riporta al lavaggio tiepido di qualche minuto prima, ma la vivo già con un po’ di malinconia, consapevole del suo essere inizio del mio crepuscolo in questa oasi senza tempo di donne e pace. Poi pago e le ragazze dello staff mi salutano, interrompendo ciò che sta facendo, con gli asciugacapelli che per un attimo sparano in aria calore soffiato. Ciao. Ciao ragazze, a presto, che freddo che fa fuori.

lunedì 2 novembre 2009

Espiando con Keyra Knightley


Mi sono innamorato di Keyra Knightley mentre lei recitava “Espiazione”. Io stavo seduto sulla poltrona Poang di casa mia, e la sua magrezza mi convinceva, in particolar modo mentre si tuffava nella fontana del giardino della sua villa, ora non ricordo più il perché. Ne usciva con il vestito bagnato attaccato al corpo.
Il film andava avanti e il nostro amore si consolidava, tra reciproci sguardi pieni di passione. Poi lei faceva l’amore con un altro in biblioteca, appoggiata con la schiena a libri felici di incontrare con il loro profilo le sue scapole. Ma io mi dicevo che tanto era solamente un film. Se la donna che amavo faceva l’attrice, qualche corna cinematografica avrei pure dovuto metterla in conto.
L’uomo della biblioteca più avanti partiva per la guerra, peggio per lui. Ora Keyra non avrebbe più avuto grilli per la testa, mi auguravo, e i suoi occhi da cerbiatto, ancorché affetti da lieve strabismo, avrebbero avuto tempo solo per me. Avevo diverse tessere, l’avrei portata in una biblioteca quando voleva.
Ma poi ho iniziato a sentire un odore cattivo. Veniva dalla bocca di Keyra. Ho cominciato a muovermi nervoso sulla mia Poang. Possibile che provenisse proprio da lei? Mah. Questa idea poco profumata prendeva il sopravvento, la mia amata Keyra aveva problemi di alitosi. Incredibile a pensarci, ma ormai non avevo più dubbi. Così ho tirato un sospiro di sollievo, quando il soldato innamorato è tornato dalla guerra.

venerdì 30 ottobre 2009

La Sé. (Parlare con i morti non mi dispiace)


Parlare con i morti non mi dispiace, specie quando si fanno vivi per primi loro. E’ così che ho conosciuto diversi individui interessanti, altri meno, ma ci sta. In ogni città dove sono stato ho conosciuto morti interessanti, e spesso molto discreti. A Lisbona si sono fatti vivi vicino alla Sé, lungo la strada a sinistra della cattedrale che sale costantemente, protetta dal soffitto di cielo e fili del tram. Adesso non ricordo quanti metri avanti, ma poi sulla sinistra ho trovato questo negozio bianco, dove l’oste, vivo ma decisamente ubriaco, mi ha fatto assaggiare della Ginginha versata in una micro-tazzina di cioccolato (da buttare giù velocemente appena dopo il liquore alla ciliegia), mi ha fatto meditare due bicchieri di ottimo Porto, mi ha spiegato nel suo anglo-italo-portoghese quanto amava la musica rock, Lou Reed e i Pink Floyd, in particolare.
Le piastrelle bianche quadrate alle pareti hanno cominciato a divenire rettangoli, quadrati, cerchi. L’oste si è messo a mimare le sue canzoni preferire fingendo si suonare la chitarra muovendosi con il corpo appena il necessario, come Lou Reed. Solo io e lui, nel bianco. Quanto era buono quel Porto? Come stabilire un contatto più equilibrato con i morti, potendo scegliere con maggiore autonomia quelli più attraenti da frequentare?
Cercavo le risposte facendo girare con diverse velocità il castano e oro liquido dentro il bicchiere. Avrei voluto restare lì, seduto sui gradini della Sé, a guardare laggiù in fondo la notte, per sempre.

martedì 20 ottobre 2009

Indovinate chi si occupa di…



E’ sera, e sto seduto sul mio divano rosso che però talvolta diventa blu (nessuna magia, è dell’IKEA e ogni tanto cambio la fodera). Guardo Rai Tre, e anche la Dandini va a sedersi sul suo divano rosso, dopo aver urlato, come sempre in modo eccessivo per sovrastare il tifo sugli spalti, per presentare l’ospite di turno. Questa sera è un grande onore presentare…Eugenio Scalfariii!
Viene giù lo stadio. Fuori la voce per Eugenio Cristo Santo, e su le mani!
Eugenio si alza e ringrazia, per un attimo mi pare abbia le gambe arcuate quasi come Pierre Littbarski, ala della Germania Ovest nei Mondiali di Spagna 1982, ma Scalfari indossa un paio di jeans, e non credo abbia la medesima qualità nel dribbling. E’ comunque sicuro di sé, gioca in casa, e non ci sono arbitri.
La successiva mezzora è uno scambio di battute tra chi la pensa allo stesso modo da anni, non ha mai cambiato idea e mai lo farà, fermamente convinto che chi non la pensa come lui abbia un ritardo mentale, o sia un povero indeciso in attesa di essere illuminato dalla voce della Verità (o di Repubblica). Qualche sassata contro Berlusconi e De Bortoli (che non possono rispondere in quanto non presenti). Ma l’applausometro sale, la curva sta con Eugenio.
Osservo pietrificato, ma ormai nemmeno troppo, forse più corretto dire annoiato. Già, che palle. Ma come siamo arrivati a questo punto? mi chiedo lavandomi i denti. Non posso rispondermi, sputerei fuori il dentifricio. I programmi televisivi, i quotidiani. Schierati in modo così spudorato. Schierati lo sono sempre stati, ovvio, ma in questo modo così avvilente, mah. Repubblica però ultimamente ha una marcia in più, come se volesse recuperare in fretta il tempo perso per agguantare altri fogli che da anni si distinguono per il loro modo di fare informazione spicciola: Libero e Il Giornale, i primi che mi vengono in mente. Nella rubrica BELPAESE, ieri vergata da Alessandra Longo, l’autrice si pone un quesito che la turba: “Indovinate chi si occupa di Jack Kerouac?” Qualcuno di sinistra? No, qualcuno di destra. Vergogna. Uno di questi, il giornalista Roberto Alfatti Appetiti, stima lo scrittore norvegese Knut Hamsun. La Longo l’ha scoperto. Ci sono delle immagini girate da Repubblica Tv che parlano chiaro, dalla tasca del cappotto di Alfatti Appetiti che cammina lungo il marciapiede sbuca un libro. Si tratta proprio di "Fame", di Knut Hamsun. D’accordo, Hamsun è scrittore premiato col Nobel. Ma certo, non ai livelli di Dario Fo. Questo lo sappiamo tutti. Knut secondo la Longo credeva nel dialogo con la Germania nazista, è evidentemente questo l’aspetto più importante della sua opera, e allora ecco che il cerchio si chiude. Doppia vergogna. Indovinate chi si occuperà dello scrittore americano Jack Kerouac, la prossima settimana, a Roma?
La risposta migliore purtroppo per la Longo è lo stesso Kerouac a darla, citando Joyce:
“Non mi seccate con la politica, l’unica cosa che mi interessa, è lo stile”.

Il vecchio scrittore che amava rileggere Thomas Mann e picchiare la moglie

Nella stagione in cui la vita, un giorno dopo l’altro, lasciava spazio alle richieste sempre più pressanti della morte, il vecchio scrittore trascorreva le sue ore accarezzando l’amato gatto nella casa-buen retiro di campagna. L’ispirazione se n’era andata da un bel po’, ma qualche ex collega dei giornali per cui aveva scritto lo chiamava ancora per dei pezzi facili: un commento sul gran caldo, il ricordo di una lontana vacanza, una rapida analisi della situazione politica ed economica del Paese (effettuata sempre dallo stesso lato della barricata, quello che per anni gli aveva fatto fare la bella vita). Ma le idee, quelle importanti, non gli venivano più, e con la maturità anagrafica il vecchio scrittore si era pure reso conto che forse lui il talento non l’aveva mai avuto, ed era stato solamente bravo a intrufolarsi nei salotti giusti al momento giusto, e a oliare a dovere le penne dei critici che avevano il compito di definire “grande” ogni suo nuovo libro. No, il talento lui non ce l’aveva mai avuto, ma questa spiacevole scoperta di fine corsa se la sarebbe tenuta per sé.
Così, tra una lisciata di pelo e l’altra al felino preferito, lo scrittore pensionato poteva soddisfare con il maggior tempo a disposizione certe sue passioni che, durante la vita lavorativa passata a scrivere o a far finta di farlo, non aveva mai potuto coltivare a fondo: rileggere le grandi opere che l’avevano emozionato, e picchiare la moglie. Da Proust a Kafka, passando per Musil e Joyce. Ma soprattutto Thomas Mann. I “Buddenbrook”. Quello voleva rileggere, tra una lisciata e l’altra. Sfogliare quel (lungo) capolavoro sulla terrazza della sua casa di campagna, confezionata nel verde. E poi c’era quell’altra cosa che ora poteva fare con più leggerezza. Una cosa che gli aveva dato sempre parecchie emozioni: picchiare la moglie.
Nella frenesia della sua vita di scrittore attivo aveva potuto farlo con poca sostanza e spesso aveva dovuto sostituire pestaggi completi con un semplice urlo o un solo schiaffo o una sola stortata di braccio. Ora finalmente aveva più tempo. Per lui era sempre stato un modo per sentirsi uomo, per dimostrare chi portava i pantaloni in famiglia, con o senza cintura.
Ma se da scrittore la ricercatezza di certe frasi o la raffinatezza di certe trame gli erano sempre state estranee, come picchiatore di donna invece sapeva essere creativo. Non colpiva mai con grossolanità. Pugni nell’addome o sberle perentorie non erano nel suo stile. Il vecchio scrittore prediligeva finezze di altro tipo, come aprire le ante dei mobiletti della cucina quando la moglie si abbassava per caricare la lavatrice, di modo che rialzandosi lei avesse il piacere di sbattere la testa contro lo spigolo affilato, magari in vetro. Poi l’aggrediva immediatamente, urlandole di stare attenta. Erano queste le sue soddisfazioni. Ma c’erano della volte in cui, tornando a casa stressato e abbattuto per un premio alla carriera assegnato al rivale più odiato, lasciava perdere lo stile e pestava la moglie come capitava, un colpo meschino dopo l’altro, tra grida animalesche e subumane.
Poi ritornava in sé, e si metteva sulla terrazza a rileggere la limpida prosa di Thomas Mann.

martedì 6 ottobre 2009

Bianciardi non può più attraversare

Luciano giunto a Milano faticava a trovare il tempo giusto per attraversare. A Grosseto-Kansas City le strade erano più strette, talvolta ancora non asfaltate, il traffico inesistente. Si poteva passare da un marciapiede all’altro senza guardare. E non dovendosi particolarmente concentrare mentre i piedi pensavano a dove arrivare, la testa progettava articoli, racconti, romanzi.
A Milano niente di tutto questo. L’importante era raggiungere l’altra riva, salvi. Controllando a destra, poi a sinistra. E una volta scelto l’attimo propizio, percorrere le strisce pedonali lungo l’estremità più vicina alla macchina in arrivo, così che l’eventuale impatto con l’autovettura, consentisse al pedone di essere sì scaraventato a terra, ma con almeno una porzione di corpo sulle strisce bianche. Usando questo trucco l’automobilista milanese, autoctono o adottato, non avrebbe potuto fare nulla: quel polpaccio senza vita o ferito ancora adagiato su uno dei rettangoli bianchi rappresentava un ostacolo insuperabile per il desiderio di convincere l’assicurazione che Luciano aveva attraversato senza guardare, e nemmeno utilizzando le strisce pedonali.

Oggi la situazione del pedone a Milano è ulteriormente peggiorata. Bianciardi non può più attraversare. O può farlo solo correndo, un po’ frenato dal soprabito e dal fumo della sigaretta stretta tra le labbra come un penna che brucia. Un’ala destra coraggiosa e veloce, decisa a raggiungere ad ogni costo la riga di fondo, per crossare e mettere sulla testa del centravanti la palla giusta.
Ma il rischio è di essere travolti, anche sulle strisce pedonali o perfino sui marciapiedi, dove i pedoni camminano radenti alle pareti dei palazzi per salvare la pelle, mentre le macchine eseguono manovre sempre più complesse per incastonarsi tra alberi, cestini dello sporco, motorini, esseri umani e pali della luce.
L’automobilista milanese adesso non si ferma più. O lo fa solo nel caso d’immediato decesso dell’attraversante, interrompendo controvoglia la personale gara nel circuito meneghino per accostare insofferente, scendere dal cavallo di ferro e spostare il cadavere sbuffando, trascinandolo per i piedi, almeno fino al bordo della strada.

venerdì 25 settembre 2009

Craxi nel mio garage

Ho sognato Craxi nel mio garage. Stava nel cortile della casa di quando ero bambino. Parcheggiava l’automobile di mio padre, una Fiat 127 grigio metallizzato. Cosa ci faceva Bettino nel mio garage? Facile e scontato dire che stesse rubando qualcosa. E se anche fosse stato, dov’erano i suoi compari?
Ma Craxi invece faceva avanti e in retromarcia nel cortile di casa mia, con naturalezza, come se la macchina di mio padre fosse stata sua da sempre, anche se la testa grossa, tonda e sudata di Bettino faticava a stare dentro l’abitacolo, mostrando con evidenza il fatto che quella Fiat non gli appartenesse. Pareva voler ripassare con la vettura sull’asfalto la doppia linea curva che aveva creato con le gomme a forza di manovre, fino a renderla il più possibile scura rispetto al resto del piazzale.
Poi, vedendomi arrivare, ha tirato giù il finestrino con la manovella nera e mi ha chiesto dei consigli musicali, per un viaggio abbastanza lungo. Gli ho detto i Radiohead, anche se non li ascolto da un po’. Mi è parso dubbioso, dietro gli occhiali marroni chiari e spessi.
Ma la verità è che due sere prima avevo visto un documentario sull’ascesa e la scomparsa dei socialisti.

domenica 13 settembre 2009

I funerali di Stato di Elisabetta Canalis


Il corteo funebre si era mosso lentamente, frenato dalle migliaia di gocce di lacrime che dagli occhi lucidi avevano raggiunto il suolo di Milano. I milanesi, ma con loro gli italiani tutti, osservavano commossi, appoggiati alle pareti dei palazzi, o con i gomiti riposanti sulle transenne ornate dalle bandiere tricolori, il passaggio delle autorità giunte da Roma per rendere omaggio al feretro di Elisabetta. Nascosto tra la folla come un normale essere umano anche George Clooney, finalmente abbracciato al suo compagno, spiava per l’ultima volta quella che era stata in una lontana estate una sua avventura, un suo amore, o forse niente di tutto questo. Il serpente di auto, partito da Piazza Mike Bongiorno, si era snodato lungo Viale Pippo Baudo, fermandosi cinque minuti a causa della troppa gente nei pressi di Largo Fiorello. Dopo l’ex Parco Sempione (da poco giustamente ribattezzato “Giardini di Costanzo e Maria De Filippi”) la bara bianca rossa e verde contenente la bella Elisabetta era infine arrivata, attraverso la pedonale Via Simona Ventura, in Piazza Duomo. Qui le note dell’inno nazionale avevano fatto rabbrividire tutti i presenti, ma sarebbe più corretto dire tutti gli italiani, anche quelli che, incollati davanti ai teleschermi, da nord a sud mormoravano ciao Ely, eroina di questo Paese, non ti dimenticheremo mai, grazie.

lunedì 31 agosto 2009

Due modi di calciare un rigore


Semplificando, si potrebbe dire che ci sono due modi per calciare un rigore. Decidere prima da che parte tirare, e farlo preferibilmente angolando la direzione il più possibile e forte, oppure aspettare fino all’ultimo che il portiere si muova, e poi calciare dall’altra parte. Personalmente, ho quasi sempre scelto la prima soluzione, desiderando però nel profondo di essere un esperto della seconda. C’è qualcosa di psicologicamente più sottile, rischioso e affascinante nell’attendere le mosse dell’avversario sulla riga di porta. Ma bisogna essere molto freddi.
Ricordo una partita da bambino in cui, dopo aver realizzato i tre gol che avevano permesso alla mia squadra di passare dallo 0-3 al 3-3, l’arbitro fischiò un rigore per noi. Potrei anche tirare io, pensai, mentre tutti i miei compagni fissandomi avevano già preso per me questa decisione. Abbrancai il pallone e lo posizionai sul dischetto. Solitamente, diciamo nel 70% dei casi, calciavo dagli undici metri piazzando la palla con l’interno del piede, il più forte possibile, mirando l’angolo alla sinistra del portiere. La palla rasoterra, o a mezz’altezza. Ma rasoterra era meglio, specie se avevo di fronte un portiere alto: ora che si buttava, già era gol.
Ma quel giorno, ricordo, sistemai il pallone sul dischetto, indietreggiai di qualche passo, accennai una mezza corsa e calciai di collo, con gli occhi socchiusi, alle stelle. La partita finì 3 a 3. I compagni mi consolarono, ero comunque stato il migliore in campo. D’accordo, ma non mi davo pace, piangendo.

Quando una sera d’inizio agosto ho visto Del Piero prepararsi a tirare il rigore decisivo nella finale della Peace Cup contro l’Aston Villa ho pensato: è fatta. Stiamo calmi, non diciamolo ad alta voce, ma è fatta. Non rammentavo nemmeno l’ultimo errore dagli undici metri del capitano della Juventus, uno tra i più bravi rigoristi in circolazione. Ma Alessandro ha preso la rincorsa, il portiere ha cominciato a muovere le gambe a destra e a sinistra per infastidirlo (anche se in tono minore rispetto ai più tremanti Groobelar e Dudek, estremi difensori del Liverpool nelle vittoriose finali di Coppa Campioni 1984 e 2005). Del Piero non ci ha capito più niente e ha calciato di piatto, centrale, così lentamente che Guzan, portiere dei Villans, ha parato il pallone con i piedi. Poi Legrottaglie ha superato la traversa di qualche metro, e l’Aston Villa ha vinto, oggettivamente senza troppo merito per la qualità del gioco espresso, la Peace Cup. Ma si sa, il calcio è così.
Del Piero è uscito dal campo scuro in volto, non solo per l’errore, ma anche per come questo era maturato. Perché Alessandro, molto meglio di me, sa che, semplificando, ci sono due modi di calciare un rigore, e quando sbagli rimpiangi immediatamente di non aver scelto quello che non hai preso in considerazione.