
lunedì 2 novembre 2009
Espiando con Keyra Knightley

Mi sono innamorato di Keyra Knightley mentre lei recitava “Espiazione”. Io stavo seduto sulla poltrona Poang di casa mia, e la sua magrezza mi convinceva, in particolar modo mentre si tuffava nella fontana del giardino della sua villa, ora non ricordo più il perché. Ne usciva con il vestito bagnato attaccato al corpo.
Il film andava avanti e il nostro amore si consolidava, tra reciproci sguardi pieni di passione. Poi lei faceva l’amore con un altro in biblioteca, appoggiata con la schiena a libri felici di incontrare con il loro profilo le sue scapole. Ma io mi dicevo che tanto era solamente un film. Se la donna che amavo faceva l’attrice, qualche corna cinematografica avrei pure dovuto metterla in conto.
L’uomo della biblioteca più avanti partiva per la guerra, peggio per lui. Ora Keyra non avrebbe più avuto grilli per la testa, mi auguravo, e i suoi occhi da cerbiatto, ancorché affetti da lieve strabismo, avrebbero avuto tempo solo per me. Avevo diverse tessere, l’avrei portata in una biblioteca quando voleva.
Ma poi ho iniziato a sentire un odore cattivo. Veniva dalla bocca di Keyra. Ho cominciato a muovermi nervoso sulla mia Poang. Possibile che provenisse proprio da lei? Mah. Questa idea poco profumata prendeva il sopravvento, la mia amata Keyra aveva problemi di alitosi. Incredibile a pensarci, ma ormai non avevo più dubbi. Così ho tirato un sospiro di sollievo, quando il soldato innamorato è tornato dalla guerra.
Il film andava avanti e il nostro amore si consolidava, tra reciproci sguardi pieni di passione. Poi lei faceva l’amore con un altro in biblioteca, appoggiata con la schiena a libri felici di incontrare con il loro profilo le sue scapole. Ma io mi dicevo che tanto era solamente un film. Se la donna che amavo faceva l’attrice, qualche corna cinematografica avrei pure dovuto metterla in conto.
L’uomo della biblioteca più avanti partiva per la guerra, peggio per lui. Ora Keyra non avrebbe più avuto grilli per la testa, mi auguravo, e i suoi occhi da cerbiatto, ancorché affetti da lieve strabismo, avrebbero avuto tempo solo per me. Avevo diverse tessere, l’avrei portata in una biblioteca quando voleva.
Ma poi ho iniziato a sentire un odore cattivo. Veniva dalla bocca di Keyra. Ho cominciato a muovermi nervoso sulla mia Poang. Possibile che provenisse proprio da lei? Mah. Questa idea poco profumata prendeva il sopravvento, la mia amata Keyra aveva problemi di alitosi. Incredibile a pensarci, ma ormai non avevo più dubbi. Così ho tirato un sospiro di sollievo, quando il soldato innamorato è tornato dalla guerra.
venerdì 30 ottobre 2009
La Sé. (Parlare con i morti non mi dispiace)

Parlare con i morti non mi dispiace, specie quando si fanno vivi per primi loro. E’ così che ho conosciuto diversi individui interessanti, altri meno, ma ci sta. In ogni città dove sono stato ho conosciuto morti interessanti, e spesso molto discreti. A Lisbona si sono fatti vivi vicino alla Sé, lungo la strada a sinistra della cattedrale che sale costantemente, protetta dal soffitto di cielo e fili del tram. Adesso non ricordo quanti metri avanti, ma poi sulla sinistra ho trovato questo negozio bianco, dove l’oste, vivo ma decisamente ubriaco, mi ha fatto assaggiare della Ginginha versata in una micro-tazzina di cioccolato (da buttare giù velocemente appena dopo il liquore alla ciliegia), mi ha fatto meditare due bicchieri di ottimo Porto, mi ha spiegato nel suo anglo-italo-portoghese quanto amava la musica rock, Lou Reed e i Pink Floyd, in particolare.
Le piastrelle bianche quadrate alle pareti hanno cominciato a divenire rettangoli, quadrati, cerchi. L’oste si è messo a mimare le sue canzoni preferire fingendo si suonare la chitarra muovendosi con il corpo appena il necessario, come Lou Reed. Solo io e lui, nel bianco. Quanto era buono quel Porto? Come stabilire un contatto più equilibrato con i morti, potendo scegliere con maggiore autonomia quelli più attraenti da frequentare?
Cercavo le risposte facendo girare con diverse velocità il castano e oro liquido dentro il bicchiere. Avrei voluto restare lì, seduto sui gradini della Sé, a guardare laggiù in fondo la notte, per sempre.
Le piastrelle bianche quadrate alle pareti hanno cominciato a divenire rettangoli, quadrati, cerchi. L’oste si è messo a mimare le sue canzoni preferire fingendo si suonare la chitarra muovendosi con il corpo appena il necessario, come Lou Reed. Solo io e lui, nel bianco. Quanto era buono quel Porto? Come stabilire un contatto più equilibrato con i morti, potendo scegliere con maggiore autonomia quelli più attraenti da frequentare?
Cercavo le risposte facendo girare con diverse velocità il castano e oro liquido dentro il bicchiere. Avrei voluto restare lì, seduto sui gradini della Sé, a guardare laggiù in fondo la notte, per sempre.
giovedì 29 ottobre 2009
martedì 20 ottobre 2009
Indovinate chi si occupa di…


E’ sera, e sto seduto sul mio divano rosso che però talvolta diventa blu (nessuna magia, è dell’IKEA e ogni tanto cambio la fodera). Guardo Rai Tre, e anche la Dandini va a sedersi sul suo divano rosso, dopo aver urlato, come sempre in modo eccessivo per sovrastare il tifo sugli spalti, per presentare l’ospite di turno. Questa sera è un grande onore presentare…Eugenio Scalfariii!
Viene giù lo stadio. Fuori la voce per Eugenio Cristo Santo, e su le mani!
Eugenio si alza e ringrazia, per un attimo mi pare abbia le gambe arcuate quasi come Pierre Littbarski, ala della Germania Ovest nei Mondiali di Spagna 1982, ma Scalfari indossa un paio di jeans, e non credo abbia la medesima qualità nel dribbling. E’ comunque sicuro di sé, gioca in casa, e non ci sono arbitri.
La successiva mezzora è uno scambio di battute tra chi la pensa allo stesso modo da anni, non ha mai cambiato idea e mai lo farà, fermamente convinto che chi non la pensa come lui abbia un ritardo mentale, o sia un povero indeciso in attesa di essere illuminato dalla voce della Verità (o di Repubblica). Qualche sassata contro Berlusconi e De Bortoli (che non possono rispondere in quanto non presenti). Ma l’applausometro sale, la curva sta con Eugenio.
Osservo pietrificato, ma ormai nemmeno troppo, forse più corretto dire annoiato. Già, che palle. Ma come siamo arrivati a questo punto? mi chiedo lavandomi i denti. Non posso rispondermi, sputerei fuori il dentifricio. I programmi televisivi, i quotidiani. Schierati in modo così spudorato. Schierati lo sono sempre stati, ovvio, ma in questo modo così avvilente, mah. Repubblica però ultimamente ha una marcia in più, come se volesse recuperare in fretta il tempo perso per agguantare altri fogli che da anni si distinguono per il loro modo di fare informazione spicciola: Libero e Il Giornale, i primi che mi vengono in mente. Nella rubrica BELPAESE, ieri vergata da Alessandra Longo, l’autrice si pone un quesito che la turba: “Indovinate chi si occupa di Jack Kerouac?” Qualcuno di sinistra? No, qualcuno di destra. Vergogna. Uno di questi, il giornalista Roberto Alfatti Appetiti, stima lo scrittore norvegese Knut Hamsun. La Longo l’ha scoperto. Ci sono delle immagini girate da Repubblica Tv che parlano chiaro, dalla tasca del cappotto di Alfatti Appetiti che cammina lungo il marciapiede sbuca un libro. Si tratta proprio di "Fame", di Knut Hamsun. D’accordo, Hamsun è scrittore premiato col Nobel. Ma certo, non ai livelli di Dario Fo. Questo lo sappiamo tutti. Knut secondo la Longo credeva nel dialogo con la Germania nazista, è evidentemente questo l’aspetto più importante della sua opera, e allora ecco che il cerchio si chiude. Doppia vergogna. Indovinate chi si occuperà dello scrittore americano Jack Kerouac, la prossima settimana, a Roma?
La risposta migliore purtroppo per la Longo è lo stesso Kerouac a darla, citando Joyce:
“Non mi seccate con la politica, l’unica cosa che mi interessa, è lo stile”.
Viene giù lo stadio. Fuori la voce per Eugenio Cristo Santo, e su le mani!
Eugenio si alza e ringrazia, per un attimo mi pare abbia le gambe arcuate quasi come Pierre Littbarski, ala della Germania Ovest nei Mondiali di Spagna 1982, ma Scalfari indossa un paio di jeans, e non credo abbia la medesima qualità nel dribbling. E’ comunque sicuro di sé, gioca in casa, e non ci sono arbitri.
La successiva mezzora è uno scambio di battute tra chi la pensa allo stesso modo da anni, non ha mai cambiato idea e mai lo farà, fermamente convinto che chi non la pensa come lui abbia un ritardo mentale, o sia un povero indeciso in attesa di essere illuminato dalla voce della Verità (o di Repubblica). Qualche sassata contro Berlusconi e De Bortoli (che non possono rispondere in quanto non presenti). Ma l’applausometro sale, la curva sta con Eugenio.
Osservo pietrificato, ma ormai nemmeno troppo, forse più corretto dire annoiato. Già, che palle. Ma come siamo arrivati a questo punto? mi chiedo lavandomi i denti. Non posso rispondermi, sputerei fuori il dentifricio. I programmi televisivi, i quotidiani. Schierati in modo così spudorato. Schierati lo sono sempre stati, ovvio, ma in questo modo così avvilente, mah. Repubblica però ultimamente ha una marcia in più, come se volesse recuperare in fretta il tempo perso per agguantare altri fogli che da anni si distinguono per il loro modo di fare informazione spicciola: Libero e Il Giornale, i primi che mi vengono in mente. Nella rubrica BELPAESE, ieri vergata da Alessandra Longo, l’autrice si pone un quesito che la turba: “Indovinate chi si occupa di Jack Kerouac?” Qualcuno di sinistra? No, qualcuno di destra. Vergogna. Uno di questi, il giornalista Roberto Alfatti Appetiti, stima lo scrittore norvegese Knut Hamsun. La Longo l’ha scoperto. Ci sono delle immagini girate da Repubblica Tv che parlano chiaro, dalla tasca del cappotto di Alfatti Appetiti che cammina lungo il marciapiede sbuca un libro. Si tratta proprio di "Fame", di Knut Hamsun. D’accordo, Hamsun è scrittore premiato col Nobel. Ma certo, non ai livelli di Dario Fo. Questo lo sappiamo tutti. Knut secondo la Longo credeva nel dialogo con la Germania nazista, è evidentemente questo l’aspetto più importante della sua opera, e allora ecco che il cerchio si chiude. Doppia vergogna. Indovinate chi si occuperà dello scrittore americano Jack Kerouac, la prossima settimana, a Roma?
La risposta migliore purtroppo per la Longo è lo stesso Kerouac a darla, citando Joyce:
“Non mi seccate con la politica, l’unica cosa che mi interessa, è lo stile”.
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Il vecchio scrittore che amava rileggere Thomas Mann e picchiare la moglie
Nella stagione in cui la vita, un giorno dopo l’altro, lasciava spazio alle richieste sempre più pressanti della morte, il vecchio scrittore trascorreva le sue ore accarezzando l’amato gatto nella casa-buen retiro di campagna. L’ispirazione se n’era andata da un bel po’, ma qualche ex collega dei giornali per cui aveva scritto lo chiamava ancora per dei pezzi facili: un commento sul gran caldo, il ricordo di una lontana vacanza, una rapida analisi della situazione politica ed economica del Paese (effettuata sempre dallo stesso lato della barricata, quello che per anni gli aveva fatto fare la bella vita). Ma le idee, quelle importanti, non gli venivano più, e con la maturità anagrafica il vecchio scrittore si era pure reso conto che forse lui il talento non l’aveva mai avuto, ed era stato solamente bravo a intrufolarsi nei salotti giusti al momento giusto, e a oliare a dovere le penne dei critici che avevano il compito di definire “grande” ogni suo nuovo libro. No, il talento lui non ce l’aveva mai avuto, ma questa spiacevole scoperta di fine corsa se la sarebbe tenuta per sé.
Così, tra una lisciata di pelo e l’altra al felino preferito, lo scrittore pensionato poteva soddisfare con il maggior tempo a disposizione certe sue passioni che, durante la vita lavorativa passata a scrivere o a far finta di farlo, non aveva mai potuto coltivare a fondo: rileggere le grandi opere che l’avevano emozionato, e picchiare la moglie. Da Proust a Kafka, passando per Musil e Joyce. Ma soprattutto Thomas Mann. I “Buddenbrook”. Quello voleva rileggere, tra una lisciata e l’altra. Sfogliare quel (lungo) capolavoro sulla terrazza della sua casa di campagna, confezionata nel verde. E poi c’era quell’altra cosa che ora poteva fare con più leggerezza. Una cosa che gli aveva dato sempre parecchie emozioni: picchiare la moglie.
Nella frenesia della sua vita di scrittore attivo aveva potuto farlo con poca sostanza e spesso aveva dovuto sostituire pestaggi completi con un semplice urlo o un solo schiaffo o una sola stortata di braccio. Ora finalmente aveva più tempo. Per lui era sempre stato un modo per sentirsi uomo, per dimostrare chi portava i pantaloni in famiglia, con o senza cintura.
Ma se da scrittore la ricercatezza di certe frasi o la raffinatezza di certe trame gli erano sempre state estranee, come picchiatore di donna invece sapeva essere creativo. Non colpiva mai con grossolanità. Pugni nell’addome o sberle perentorie non erano nel suo stile. Il vecchio scrittore prediligeva finezze di altro tipo, come aprire le ante dei mobiletti della cucina quando la moglie si abbassava per caricare la lavatrice, di modo che rialzandosi lei avesse il piacere di sbattere la testa contro lo spigolo affilato, magari in vetro. Poi l’aggrediva immediatamente, urlandole di stare attenta. Erano queste le sue soddisfazioni. Ma c’erano della volte in cui, tornando a casa stressato e abbattuto per un premio alla carriera assegnato al rivale più odiato, lasciava perdere lo stile e pestava la moglie come capitava, un colpo meschino dopo l’altro, tra grida animalesche e subumane.
Poi ritornava in sé, e si metteva sulla terrazza a rileggere la limpida prosa di Thomas Mann.
Così, tra una lisciata di pelo e l’altra al felino preferito, lo scrittore pensionato poteva soddisfare con il maggior tempo a disposizione certe sue passioni che, durante la vita lavorativa passata a scrivere o a far finta di farlo, non aveva mai potuto coltivare a fondo: rileggere le grandi opere che l’avevano emozionato, e picchiare la moglie. Da Proust a Kafka, passando per Musil e Joyce. Ma soprattutto Thomas Mann. I “Buddenbrook”. Quello voleva rileggere, tra una lisciata e l’altra. Sfogliare quel (lungo) capolavoro sulla terrazza della sua casa di campagna, confezionata nel verde. E poi c’era quell’altra cosa che ora poteva fare con più leggerezza. Una cosa che gli aveva dato sempre parecchie emozioni: picchiare la moglie.
Nella frenesia della sua vita di scrittore attivo aveva potuto farlo con poca sostanza e spesso aveva dovuto sostituire pestaggi completi con un semplice urlo o un solo schiaffo o una sola stortata di braccio. Ora finalmente aveva più tempo. Per lui era sempre stato un modo per sentirsi uomo, per dimostrare chi portava i pantaloni in famiglia, con o senza cintura.
Ma se da scrittore la ricercatezza di certe frasi o la raffinatezza di certe trame gli erano sempre state estranee, come picchiatore di donna invece sapeva essere creativo. Non colpiva mai con grossolanità. Pugni nell’addome o sberle perentorie non erano nel suo stile. Il vecchio scrittore prediligeva finezze di altro tipo, come aprire le ante dei mobiletti della cucina quando la moglie si abbassava per caricare la lavatrice, di modo che rialzandosi lei avesse il piacere di sbattere la testa contro lo spigolo affilato, magari in vetro. Poi l’aggrediva immediatamente, urlandole di stare attenta. Erano queste le sue soddisfazioni. Ma c’erano della volte in cui, tornando a casa stressato e abbattuto per un premio alla carriera assegnato al rivale più odiato, lasciava perdere lo stile e pestava la moglie come capitava, un colpo meschino dopo l’altro, tra grida animalesche e subumane.
Poi ritornava in sé, e si metteva sulla terrazza a rileggere la limpida prosa di Thomas Mann.
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martedì 13 ottobre 2009
martedì 6 ottobre 2009
Bianciardi non può più attraversare
Luciano giunto a Milano faticava a trovare il tempo giusto per attraversare. A Grosseto-Kansas City le strade erano più strette, talvolta ancora non asfaltate, il traffico inesistente. Si poteva passare da un marciapiede all’altro senza guardare. E non dovendosi particolarmente concentrare mentre i piedi pensavano a dove arrivare, la testa progettava articoli, racconti, romanzi.A Milano niente di tutto questo. L’importante era raggiungere l’altra riva, salvi. Controllando a destra, poi a sinistra. E una volta scelto l’attimo propizio, percorrere le strisce pedonali lungo l’estremità più vicina alla macchina in arrivo, così che l’eventuale impatto con l’autovettura, consentisse al pedone di essere sì scaraventato a terra, ma con almeno una porzione di corpo sulle strisce bianche. Usando questo trucco l’automobilista milanese, autoctono o adottato, non avrebbe potuto fare nulla: quel polpaccio senza vita o ferito ancora adagiato su uno dei rettangoli bianchi rappresentava un ostacolo insuperabile per il desiderio di convincere l’assicurazione che Luciano aveva attraversato senza guardare, e nemmeno utilizzando le strisce pedonali.
Oggi la situazione del pedone a Milano è ulteriormente peggiorata. Bianciardi non può più attraversare. O può farlo solo correndo, un po’ frenato dal soprabito e dal fumo della sigaretta stretta tra le labbra come un penna che brucia. Un’ala destra coraggiosa e veloce, decisa a raggiungere ad ogni costo la riga di fondo, per crossare e mettere sulla testa del centravanti la palla giusta.
Ma il rischio è di essere travolti, anche sulle strisce pedonali o perfino sui marciapiedi, dove i pedoni camminano radenti alle pareti dei palazzi per salvare la pelle, mentre le macchine eseguono manovre sempre più complesse per incastonarsi tra alberi, cestini dello sporco, motorini, esseri umani e pali della luce.
L’automobilista milanese adesso non si ferma più. O lo fa solo nel caso d’immediato decesso dell’attraversante, interrompendo controvoglia la personale gara nel circuito meneghino per accostare insofferente, scendere dal cavallo di ferro e spostare il cadavere sbuffando, trascinandolo per i piedi, almeno fino al bordo della strada.
venerdì 25 settembre 2009
Craxi nel mio garage
Ho sognato Craxi nel mio garage. Stava nel cortile della casa di quando ero bambino. Parcheggiava l’automobile di mio padre, una Fiat 127 grigio metallizzato. Cosa ci faceva Bettino nel mio garage? Facile e scontato dire che stesse rubando qualcosa. E se anche fosse stato, dov’erano i suoi compari?Ma Craxi invece faceva avanti e in retromarcia nel cortile di casa mia, con naturalezza, come se la macchina di mio padre fosse stata sua da sempre, anche se la testa grossa, tonda e sudata di Bettino faticava a stare dentro l’abitacolo, mostrando con evidenza il fatto che quella Fiat non gli appartenesse. Pareva voler ripassare con la vettura sull’asfalto la doppia linea curva che aveva creato con le gomme a forza di manovre, fino a renderla il più possibile scura rispetto al resto del piazzale.
Poi, vedendomi arrivare, ha tirato giù il finestrino con la manovella nera e mi ha chiesto dei consigli musicali, per un viaggio abbastanza lungo. Gli ho detto i Radiohead, anche se non li ascolto da un po’. Mi è parso dubbioso, dietro gli occhiali marroni chiari e spessi.
Ma la verità è che due sere prima avevo visto un documentario sull’ascesa e la scomparsa dei socialisti.
domenica 13 settembre 2009
I funerali di Stato di Elisabetta Canalis

Il corteo funebre si era mosso lentamente, frenato dalle migliaia di gocce di lacrime che dagli occhi lucidi avevano raggiunto il suolo di Milano. I milanesi, ma con loro gli italiani tutti, osservavano commossi, appoggiati alle pareti dei palazzi, o con i gomiti riposanti sulle transenne ornate dalle bandiere tricolori, il passaggio delle autorità giunte da Roma per rendere omaggio al feretro di Elisabetta. Nascosto tra la folla come un normale essere umano anche George Clooney, finalmente abbracciato al suo compagno, spiava per l’ultima volta quella che era stata in una lontana estate una sua avventura, un suo amore, o forse niente di tutto questo. Il serpente di auto, partito da Piazza Mike Bongiorno, si era snodato lungo Viale Pippo Baudo, fermandosi cinque minuti a causa della troppa gente nei pressi di Largo Fiorello. Dopo l’ex Parco Sempione (da poco giustamente ribattezzato “Giardini di Costanzo e Maria De Filippi”) la bara bianca rossa e verde contenente la bella Elisabetta era infine arrivata, attraverso la pedonale Via Simona Ventura, in Piazza Duomo. Qui le note dell’inno nazionale avevano fatto rabbrividire tutti i presenti, ma sarebbe più corretto dire tutti gli italiani, anche quelli che, incollati davanti ai teleschermi, da nord a sud mormoravano ciao Ely, eroina di questo Paese, non ti dimenticheremo mai, grazie.
domenica 6 settembre 2009
Attenzione: Savio vi dice chi vince lo Scudetto, chi va in B, chi tornerà in A, chi sarà il Capocannoniere

Certo poi magari in questi ultimi giorni di mercato cambia tutto e l’Inter presta gratuitamente Maicon al Bari, Eto’o e Balotelli al Livorno, Quaresma Mancini Vieira al Catania. Ma insomma, al momento questo e il mio pronostico, la mia classifica al contrario.
(Ho scritto queste righe prima del 23 agosto, lo giuro, ma le pubblico solo ora perché sono pigro, ho poco tempo quando lavoro e forse tra vivere e scrivere non ho scelto la seconda ma una via di mezzo, e la settimana prossima poi mi sposo e ho dovuto organizzare un po’ di cose).
20) CATANIA
Orfano di Zenga che ha deciso di cambiare angolo di Sicilia per vincere il tricolore, vedo il Catania come indiziato numero uno alla retrocessione. Manca un centravanti capace di garantire i gol necessari per la salvezza, a meno che Morimoto non renda costanti le promettenti qualità espresse l’anno scorso, ma è pur sempre un calciatore giapponese non di cartone animato, e allora quindici/venti gol non può farli dai. Il paio di innesti provenienti dal pur solitamente affidabile campionato argentino (il difensore centrale Spolli ad esempio, un nome che mi fa venire l’acquolina) non dovrebbero bastare.
19) LIVORNO
Dopo aver vinto con merito lo spareggio per la serie A contro una squadra lombarda della quale al momento mi sfugge il nome, il Livorno si ritrova adesso nella serie maggiore con più di una possibilità di tornare in quella minore. Diamanti e Tavano, fenomenali nello scorso campionato, potrebbero non bastare, anche se il ritorno di Lucarelli (che alla fine era ritornato sui suoi passi accettando da Parma quel miliardo che aveva rifiutato anni prima da non mi ricordo chi) potrebbe consentire ai labronici di salvarsi.
18) BARI
Con il Toro, il Bari potrebbe sembrare la rosa più forte della serie B. Purtroppo però il campionato che deve affrontare quest’anno la squadra allenata da Ventura è la serie A. Possibilità di rimanerci ne vedo poche. Ci vorrebbe un miracolo, ma nel nostro Paese ogni squadra ha il suo santo, e i miracoli spesso si annullano a vicenda. S. Nicola però è tra i più potenti, quindi magari mi sbaglio. Vedremo, la confusione societaria e l’addio del motivatore Conte complicano la situazione.
17) ATALANTA
Perso Floccari è arrivato Acquafresca e nulla in termini di qualità offensiva dovrebbe cambiare. Doni garantirà i necessari lampi di classe, almeno per una ventina di partite, centrocampo e difesa appaiono solidi. Salvezza sicura, a meno che l’esordiente in A Gregucci non combini pasticci.
16) BOLOGNA
Di Vaio non può segnare ancora 24 gol, ma Papadopolu si è dimostrato più di una volta un ottimo tecnico per chi vuole salvarsi quindi sotto le due torri sarà ancora festa in maggio, specie se Osvaldo comincia a buttarla dentro qualche volta.
15) CHIEVO
Dopo l’ottimo lavoro della scorsa stagione, Mimmo Di Carlo è chiamato a trasformare in realtà l’ennesimo sogno del Chievo. Originale quest’ultima frase, bravo Savio. Pellissier, che mi auguro abbia il buongusto di NON ripetere la tripletta contro la più bella squadra di Torino, dovrebbe trascinare il resto della (buona e ben organizzata) squadra veronese.
14) CAGLIARI
Un bravo mister: Allegri, un ottimo portiere: Marchetti. Ma l’attacco pare un po’ spuntato, salvo improbabile reintegro di Gigggi Riva. Quindi salvezza, ma con qualche patema in più rispetto alla straordinaria stagione 2008/2009.
13) SIENA
Con un altro allenatore condannerei il Siena alla B, ma Giampaolo è uno dei miei pupilli, con quel suo sigaro che mi ricorda il primo Lippi, quello magro. E con quei suoi cartelli appesi nello spogliatoio con frasi del tipo “TRASFERISCI NELLA MENTE DEI GIOCATORI LA TUA VOGLIA DI VITTORIA”. Così almeno mi pare di aver letto velocemente durante un servizio di Sky Sport (da quest’anno sono un uomo nuovo, ho Sky. Addio Bargiggia, le tue inutili e spettinate analisi tecnico tattiche non mi riguardano più). Siena salvo quindi, e la prossima stagione una squadra di livello superiore per Giampaolo, dai!
12) PARMA
Se il bresciano Ghirardi avesse prelevato il Brescia qualche anno fa, io ora starei qui a parlare della squadra della mia città in serie A. Ma il presidente dalla faccia tonda ha scelto Parma, e anche quest’estate ha speso, consegnando a Guidolin una buona rosa. Sistemata la difesa con Panucci. Il centrocampo Morrone-Mariga-Galloppa è promettente, davanti Paloschi riuscirà ad assomigliare sempre più a Inzaghi, gol compresi. E se Bojinov tornasse quello pre-infortuni…
11) UDINESE
Eccetto Quagliarella (ma è un eccetto non da poco), l’Udinese è quella dello scorso anno, da zona Uefa, o poco più sotto, cioè dove la metto io. Probabile ripetizione del consueto andamento in stile montagne russe per la squadra di Marino: partenza a razzo, flessione invernale, fioritura primaverile.
10) LAZIO
Mercato ancora apertissimo per la Lazio e tutto quindi potrebbe cambiare, con o senza i “dissidenti”, ormai un’abitudine dell’era Lotito. Ballardini da bravo tecnico saprà trovare la quadratura e le Aquile voleranno anche oltre la metà classifica, grazie ai gol di Zarate che quest’anno potrebbe anche decidere di stupire ancora di più, passando ogni tanto il pallone.
9) SAMPDORIA
Il Doria muta schieramento dopo gli anni di Mazzarri, contrassegnati dal 3-5-2. Ma i giocatori sono gli stessi, e senza coppa Uefa (difficilmente gestibile con una rosa non abbondante) penso che i blucerchiati possano anche giocare uno scherzo ai cugini genoani per quello che riguarda la supremazia sotto la Lanterna. Del Neri è l’allenatore adatto: ottimo allenatore per medie squadre. 4-4-2 con esterni offensivi, a Genova nella prossima stagione si vedrà il miglior calcio d’Italia.
8) GENOA
Medesimo impianto di gioco, spettacolare e vincente, ma Motta e Milito sono difficilmente sostituibili. Però chi propone un collaudato meccanismo di gioco solitamente riesce a mantenerlo anche cambiando gli interpreti, e gli osservatori del Genoa in questi anni hanno dimostrato di saper trovare in giro per il mondo ottimi giocatori. Mi piacerebbe se il Genoa vincesse la coppa Uefa.
7) PALERMO
Il futuro allenatore dell’Inter non riuscirà a vincere lo scudetto, ma a qualificarsi per l’Europa minore direi di sì. Di Pastore avevo parlato a certi stupiti colleghi di lavoro già nel dicembre scorso, dopo averlo visto giocare in una partita del campionato argentino. Non mi avevano ascoltato, anche perché nessuno di loro è proprietario di una squadra di calcio. E con il giovane talento argentino ci sono Cavani, Miccoli. E in difesa Kijaer, che spero si scriva così.
6) ROMA
Il grande enigma. Roma o Rometta? Rossella Sensi sta appesa con le unghie alla parete di roccia, ma le Dolomiti di Trigoria si sgretolano sempre più, e prima o poi scivolerà definitivamente, finendo lunga e diritta in una scarpata. Economicamente siamo allo sbando (uno sbando che altrove avrebbe portato forse alla scomparsa della società). Spalletti è bravo ad ottenere il massimo da giocatori sui quali non tutti scommetterebbero, si pensi al Brighi della scorsa stagione. Problemi potrebbero essercene anche in porta considerata la fragilità fisica di Doni. Il presunto undici titolare è di valore, la panchina no. Totti senza infortuni farà 19 gol, con 5/6 rigori.
5) FIORENTINA
Il tentativo di imitazione dell’Arsenal in salsa italiana potrebbe arrivare al terzo oppure al quinto posto. Zanetti e Marchionni sono due buoni innesti, ma non è possibile non avere una valida alternativa per Gilardino, il quale non potrà giocare ogni domenica e mercoledì. Jovetic, evoluzione temporale più avanzata e riccia di un giovane Antognoni, spero trovi maggiori spazi. Mi piace vederlo giocare. Un Branduardi più tecnico.
4) NAPOLI
Il presidente De Laurentis, con i suoi occhiali da sole bordati di plastica bianca come quelli di certi adolescenti che come aggravante ascoltano pure D’Agostino (non uno dei registi della nazionale ma Gigi, il temibile Dj) ha speso bene. Uno dei difensori più forti del campionato: Campagnaro. Il miglior giovane costruttore di gioco: Cigarini. Il fluidificante più sorprendente dello scorso torneo: Zuniga. Un centravanti che potrebbe anche fare 20 gol: Quagliarella. E il tutto va ad aggiungersi a una serie di giocatori ottimi (se non frequentano Night club). Il bergamasco Donadoni, che incontravo ogni domenica mattina mentre si recava con la moglie a messa quando era selezionatore della nazionale (c’incrociavamo sempre all’altezza dell’edicola di Piazza Piemonte, con il Dunadun che comperava il giornale, e io alle sue spalle che lo incalzavo telepaticamente con tre semplici parole: “Convoca Del Piero. Convoca Del Piero” potrebbe fare il miracolo, nonostante le altalene umorali di un pubblico sempre in equilibrio precario tra meraviglia e follia: Napoli in Champions League! Jamme Jamme Ja' funiculì funiculà, ueh! (mi sento in dovere di aggiungere).
3) MILAN
Huntelaar lo volevo alla Juve, ma Galliani l’ha portato al Milan. Pensavo di meritare maggiore rispetto da parte di Adriano. Se verrà fatto giocare con continuità l’olandese potrebbe diventare il centravanti rossonero del futuro. Ma tra Borriello, Pato, Inzaghi e Ronaldinho quanto spazio troverà? La squadra di Leonardo in attacco mi sembra potenzialmente molto forte, a centrocampo ottima nei titolari ma imbarazzante nelle riserve. In difesa buona centralmente se resiste Nesta e sconcertante sulle fasce dove Zambrotta e Jankulovski esalano gli ultimi, affannosi respiri di una eccellente (l’italiano) e dignitosa (il ceco) carriera di fluidificanti. I “se” nel Milan sono troppi per poter pensare di vincere lo scudetto. Se Leonardo sarà un bravo allenatore, se Nesta non avrà mal di schiena, se il mio amato Pirlo non sarà costretto a fare ancora sessanta partire all’anno…In definitiva, Milan terzo.
2) JUVENTUS
Dio, quanto ti amo squadra mia. Scusate, mi sono lasciato prendere. Perché sono juventino, mi chiedo a volte.
Spiegazione letteraria: perché Juventus è una bella parola. Une delle più belle che io conosca. La pronunci e riempie la bocca. E la sua versione abbreviata? Juve. Ugualmente bella. Quanto ha fatto la Juve? A che squadra tieni? Io? Alla Juve. E tu? Io no. Fin da quando sono bambino cammino in casa o per le strade e ogni tanto mi scopro a scandire: Juventus. Mah, sarò matto.
Spiegazione famigliare, 1: mio padre era interista. Obiettivo dei figli deve essere provare a migliorare ciò che hanno fatto i padri. Per questo sono juventino.
Spiegazione famigliare, 2: mia sorella, adolescente negli Ottanta, era innamorata come molte coetanee dell’Antonio più bello d’Italia: Cabrini. Mi convinse ad amare se non Antonio quantomeno la squadra nella quale giocava.
Spiegazione logica: la Juve di Trapattoni vinceva e vinceva. E c’era Michel Platini. Non potevo restare insensibile al fascino dei vincenti, insomma ero un bambino. Anni dopo, durante un’influenza con febbre a 39, ricordo che ebbi un tentennamento per il Milan di Sacchi, Gullit e Van Basten. Non cambiai fede, ma come non dubitare di fronte a quel gioco spumeggiante mai visto prima?
Ma torniamo alla prossima stagione. Buffon, Cannavaro, Melo, Diego, Amauri. Questa spina dorsale mi fa ben sperare, e in generale la rosa mi pare possa giocarsi lo scudetto con l’Inter, fatta eccezione per le fasce dove Molinaro De Ceglie Zebina Grygera mi lasciano, per diversi motivi, qualche perplessità. Ma il resto mi piace. Un attacco completo, un potenziale fuoriclasse come Diego (eh sì, ho detto fuoriclasse, cioè più di un campione) rincalzi adeguati a centrocampo dove il rientro di Sissoko rappresenterebbe l’ultimo tassello. L’unica incognita è il rendimento di Cannavaro, ancora uno dei migliori difensori del mondo, ma a 36 anni non potrà giocare sempre in Campionato e in Champions. E se durante una sua assenza, il pur generoso Legrottaglie si rimette a comandare alla difesa di fare il fuorigioco a metà campo manco fosse Franco Baresi? A Ciro Ferrara il compito di essere più bravo di Ranieri, di avere una mentalità più vincente, e l’augurio di essere più fortunato del suo predecessore.
1) INTER
Premetto che considero quello di questi anni dell’Inter non un ciclo vero e proprio (come i precedenti di Juve e Milan) ma un “ciclo breve”, come quelli delle lavatrici, in quanto sorto nell’estate del 2006 sulle ceneri di quel grottesco avvenimento, tipicamente gestito all’italiana, conosciuto con il nome di Calciopoli. Detto questo e non volendomi dilungare ulteriormente su questo tema, perché amo il calcio, l’Inter ha poi vinto tre scudetti, ma in Europa è stata la solita di sempre. In agosto però Moratti ha fatto un capolavoro: vendere un ottimo giocatore e prenderne cinque altrettanto validi. Per questo l’Inter resta la favorita numero uno in Italia. Se poi Mourinho riuscirà a dare un gioco alla squadra, cosa per ora mai accaduta, l’Inter quest’anno potrebbe anche arrivare in finale di Coppa dei Campioni. Poi si vedrà. Anche perdere ai rigori è comunque bello, parlo per esperienza. Inter completa in ogni reparto, forse solo davanti un eventuale infortunio di uno tra Eto’o, Milito e Balotelli (cosa deve fare questo povero ragazzo per giocare un po’ di più?) potrebbe complicare i piani tattici e mediatici dell’uomo di Setubal.
Come Capocannoniere dico Eto’o con 24 gol.
Dalla serie B verranno promosse Torino, Reggina e…Brescia dai, nonostante il mercato surreale che hanno condotto quest’anno i dirigenti delle Rondinelle.
(Ho scritto queste righe prima del 23 agosto, lo giuro, ma le pubblico solo ora perché sono pigro, ho poco tempo quando lavoro e forse tra vivere e scrivere non ho scelto la seconda ma una via di mezzo, e la settimana prossima poi mi sposo e ho dovuto organizzare un po’ di cose).
20) CATANIA
Orfano di Zenga che ha deciso di cambiare angolo di Sicilia per vincere il tricolore, vedo il Catania come indiziato numero uno alla retrocessione. Manca un centravanti capace di garantire i gol necessari per la salvezza, a meno che Morimoto non renda costanti le promettenti qualità espresse l’anno scorso, ma è pur sempre un calciatore giapponese non di cartone animato, e allora quindici/venti gol non può farli dai. Il paio di innesti provenienti dal pur solitamente affidabile campionato argentino (il difensore centrale Spolli ad esempio, un nome che mi fa venire l’acquolina) non dovrebbero bastare.
19) LIVORNO
Dopo aver vinto con merito lo spareggio per la serie A contro una squadra lombarda della quale al momento mi sfugge il nome, il Livorno si ritrova adesso nella serie maggiore con più di una possibilità di tornare in quella minore. Diamanti e Tavano, fenomenali nello scorso campionato, potrebbero non bastare, anche se il ritorno di Lucarelli (che alla fine era ritornato sui suoi passi accettando da Parma quel miliardo che aveva rifiutato anni prima da non mi ricordo chi) potrebbe consentire ai labronici di salvarsi.
18) BARI
Con il Toro, il Bari potrebbe sembrare la rosa più forte della serie B. Purtroppo però il campionato che deve affrontare quest’anno la squadra allenata da Ventura è la serie A. Possibilità di rimanerci ne vedo poche. Ci vorrebbe un miracolo, ma nel nostro Paese ogni squadra ha il suo santo, e i miracoli spesso si annullano a vicenda. S. Nicola però è tra i più potenti, quindi magari mi sbaglio. Vedremo, la confusione societaria e l’addio del motivatore Conte complicano la situazione.
17) ATALANTA
Perso Floccari è arrivato Acquafresca e nulla in termini di qualità offensiva dovrebbe cambiare. Doni garantirà i necessari lampi di classe, almeno per una ventina di partite, centrocampo e difesa appaiono solidi. Salvezza sicura, a meno che l’esordiente in A Gregucci non combini pasticci.
16) BOLOGNA
Di Vaio non può segnare ancora 24 gol, ma Papadopolu si è dimostrato più di una volta un ottimo tecnico per chi vuole salvarsi quindi sotto le due torri sarà ancora festa in maggio, specie se Osvaldo comincia a buttarla dentro qualche volta.
15) CHIEVO
Dopo l’ottimo lavoro della scorsa stagione, Mimmo Di Carlo è chiamato a trasformare in realtà l’ennesimo sogno del Chievo. Originale quest’ultima frase, bravo Savio. Pellissier, che mi auguro abbia il buongusto di NON ripetere la tripletta contro la più bella squadra di Torino, dovrebbe trascinare il resto della (buona e ben organizzata) squadra veronese.
14) CAGLIARI
Un bravo mister: Allegri, un ottimo portiere: Marchetti. Ma l’attacco pare un po’ spuntato, salvo improbabile reintegro di Gigggi Riva. Quindi salvezza, ma con qualche patema in più rispetto alla straordinaria stagione 2008/2009.
13) SIENA
Con un altro allenatore condannerei il Siena alla B, ma Giampaolo è uno dei miei pupilli, con quel suo sigaro che mi ricorda il primo Lippi, quello magro. E con quei suoi cartelli appesi nello spogliatoio con frasi del tipo “TRASFERISCI NELLA MENTE DEI GIOCATORI LA TUA VOGLIA DI VITTORIA”. Così almeno mi pare di aver letto velocemente durante un servizio di Sky Sport (da quest’anno sono un uomo nuovo, ho Sky. Addio Bargiggia, le tue inutili e spettinate analisi tecnico tattiche non mi riguardano più). Siena salvo quindi, e la prossima stagione una squadra di livello superiore per Giampaolo, dai!
12) PARMA
Se il bresciano Ghirardi avesse prelevato il Brescia qualche anno fa, io ora starei qui a parlare della squadra della mia città in serie A. Ma il presidente dalla faccia tonda ha scelto Parma, e anche quest’estate ha speso, consegnando a Guidolin una buona rosa. Sistemata la difesa con Panucci. Il centrocampo Morrone-Mariga-Galloppa è promettente, davanti Paloschi riuscirà ad assomigliare sempre più a Inzaghi, gol compresi. E se Bojinov tornasse quello pre-infortuni…
11) UDINESE
Eccetto Quagliarella (ma è un eccetto non da poco), l’Udinese è quella dello scorso anno, da zona Uefa, o poco più sotto, cioè dove la metto io. Probabile ripetizione del consueto andamento in stile montagne russe per la squadra di Marino: partenza a razzo, flessione invernale, fioritura primaverile.
10) LAZIO
Mercato ancora apertissimo per la Lazio e tutto quindi potrebbe cambiare, con o senza i “dissidenti”, ormai un’abitudine dell’era Lotito. Ballardini da bravo tecnico saprà trovare la quadratura e le Aquile voleranno anche oltre la metà classifica, grazie ai gol di Zarate che quest’anno potrebbe anche decidere di stupire ancora di più, passando ogni tanto il pallone.
9) SAMPDORIA
Il Doria muta schieramento dopo gli anni di Mazzarri, contrassegnati dal 3-5-2. Ma i giocatori sono gli stessi, e senza coppa Uefa (difficilmente gestibile con una rosa non abbondante) penso che i blucerchiati possano anche giocare uno scherzo ai cugini genoani per quello che riguarda la supremazia sotto la Lanterna. Del Neri è l’allenatore adatto: ottimo allenatore per medie squadre. 4-4-2 con esterni offensivi, a Genova nella prossima stagione si vedrà il miglior calcio d’Italia.
8) GENOA
Medesimo impianto di gioco, spettacolare e vincente, ma Motta e Milito sono difficilmente sostituibili. Però chi propone un collaudato meccanismo di gioco solitamente riesce a mantenerlo anche cambiando gli interpreti, e gli osservatori del Genoa in questi anni hanno dimostrato di saper trovare in giro per il mondo ottimi giocatori. Mi piacerebbe se il Genoa vincesse la coppa Uefa.
7) PALERMO
Il futuro allenatore dell’Inter non riuscirà a vincere lo scudetto, ma a qualificarsi per l’Europa minore direi di sì. Di Pastore avevo parlato a certi stupiti colleghi di lavoro già nel dicembre scorso, dopo averlo visto giocare in una partita del campionato argentino. Non mi avevano ascoltato, anche perché nessuno di loro è proprietario di una squadra di calcio. E con il giovane talento argentino ci sono Cavani, Miccoli. E in difesa Kijaer, che spero si scriva così.
6) ROMA
Il grande enigma. Roma o Rometta? Rossella Sensi sta appesa con le unghie alla parete di roccia, ma le Dolomiti di Trigoria si sgretolano sempre più, e prima o poi scivolerà definitivamente, finendo lunga e diritta in una scarpata. Economicamente siamo allo sbando (uno sbando che altrove avrebbe portato forse alla scomparsa della società). Spalletti è bravo ad ottenere il massimo da giocatori sui quali non tutti scommetterebbero, si pensi al Brighi della scorsa stagione. Problemi potrebbero essercene anche in porta considerata la fragilità fisica di Doni. Il presunto undici titolare è di valore, la panchina no. Totti senza infortuni farà 19 gol, con 5/6 rigori.
5) FIORENTINA
Il tentativo di imitazione dell’Arsenal in salsa italiana potrebbe arrivare al terzo oppure al quinto posto. Zanetti e Marchionni sono due buoni innesti, ma non è possibile non avere una valida alternativa per Gilardino, il quale non potrà giocare ogni domenica e mercoledì. Jovetic, evoluzione temporale più avanzata e riccia di un giovane Antognoni, spero trovi maggiori spazi. Mi piace vederlo giocare. Un Branduardi più tecnico.
4) NAPOLI
Il presidente De Laurentis, con i suoi occhiali da sole bordati di plastica bianca come quelli di certi adolescenti che come aggravante ascoltano pure D’Agostino (non uno dei registi della nazionale ma Gigi, il temibile Dj) ha speso bene. Uno dei difensori più forti del campionato: Campagnaro. Il miglior giovane costruttore di gioco: Cigarini. Il fluidificante più sorprendente dello scorso torneo: Zuniga. Un centravanti che potrebbe anche fare 20 gol: Quagliarella. E il tutto va ad aggiungersi a una serie di giocatori ottimi (se non frequentano Night club). Il bergamasco Donadoni, che incontravo ogni domenica mattina mentre si recava con la moglie a messa quando era selezionatore della nazionale (c’incrociavamo sempre all’altezza dell’edicola di Piazza Piemonte, con il Dunadun che comperava il giornale, e io alle sue spalle che lo incalzavo telepaticamente con tre semplici parole: “Convoca Del Piero. Convoca Del Piero” potrebbe fare il miracolo, nonostante le altalene umorali di un pubblico sempre in equilibrio precario tra meraviglia e follia: Napoli in Champions League! Jamme Jamme Ja' funiculì funiculà, ueh! (mi sento in dovere di aggiungere).
3) MILAN
Huntelaar lo volevo alla Juve, ma Galliani l’ha portato al Milan. Pensavo di meritare maggiore rispetto da parte di Adriano. Se verrà fatto giocare con continuità l’olandese potrebbe diventare il centravanti rossonero del futuro. Ma tra Borriello, Pato, Inzaghi e Ronaldinho quanto spazio troverà? La squadra di Leonardo in attacco mi sembra potenzialmente molto forte, a centrocampo ottima nei titolari ma imbarazzante nelle riserve. In difesa buona centralmente se resiste Nesta e sconcertante sulle fasce dove Zambrotta e Jankulovski esalano gli ultimi, affannosi respiri di una eccellente (l’italiano) e dignitosa (il ceco) carriera di fluidificanti. I “se” nel Milan sono troppi per poter pensare di vincere lo scudetto. Se Leonardo sarà un bravo allenatore, se Nesta non avrà mal di schiena, se il mio amato Pirlo non sarà costretto a fare ancora sessanta partire all’anno…In definitiva, Milan terzo.
2) JUVENTUS
Dio, quanto ti amo squadra mia. Scusate, mi sono lasciato prendere. Perché sono juventino, mi chiedo a volte.
Spiegazione letteraria: perché Juventus è una bella parola. Une delle più belle che io conosca. La pronunci e riempie la bocca. E la sua versione abbreviata? Juve. Ugualmente bella. Quanto ha fatto la Juve? A che squadra tieni? Io? Alla Juve. E tu? Io no. Fin da quando sono bambino cammino in casa o per le strade e ogni tanto mi scopro a scandire: Juventus. Mah, sarò matto.
Spiegazione famigliare, 1: mio padre era interista. Obiettivo dei figli deve essere provare a migliorare ciò che hanno fatto i padri. Per questo sono juventino.
Spiegazione famigliare, 2: mia sorella, adolescente negli Ottanta, era innamorata come molte coetanee dell’Antonio più bello d’Italia: Cabrini. Mi convinse ad amare se non Antonio quantomeno la squadra nella quale giocava.
Spiegazione logica: la Juve di Trapattoni vinceva e vinceva. E c’era Michel Platini. Non potevo restare insensibile al fascino dei vincenti, insomma ero un bambino. Anni dopo, durante un’influenza con febbre a 39, ricordo che ebbi un tentennamento per il Milan di Sacchi, Gullit e Van Basten. Non cambiai fede, ma come non dubitare di fronte a quel gioco spumeggiante mai visto prima?
Ma torniamo alla prossima stagione. Buffon, Cannavaro, Melo, Diego, Amauri. Questa spina dorsale mi fa ben sperare, e in generale la rosa mi pare possa giocarsi lo scudetto con l’Inter, fatta eccezione per le fasce dove Molinaro De Ceglie Zebina Grygera mi lasciano, per diversi motivi, qualche perplessità. Ma il resto mi piace. Un attacco completo, un potenziale fuoriclasse come Diego (eh sì, ho detto fuoriclasse, cioè più di un campione) rincalzi adeguati a centrocampo dove il rientro di Sissoko rappresenterebbe l’ultimo tassello. L’unica incognita è il rendimento di Cannavaro, ancora uno dei migliori difensori del mondo, ma a 36 anni non potrà giocare sempre in Campionato e in Champions. E se durante una sua assenza, il pur generoso Legrottaglie si rimette a comandare alla difesa di fare il fuorigioco a metà campo manco fosse Franco Baresi? A Ciro Ferrara il compito di essere più bravo di Ranieri, di avere una mentalità più vincente, e l’augurio di essere più fortunato del suo predecessore.
1) INTER
Premetto che considero quello di questi anni dell’Inter non un ciclo vero e proprio (come i precedenti di Juve e Milan) ma un “ciclo breve”, come quelli delle lavatrici, in quanto sorto nell’estate del 2006 sulle ceneri di quel grottesco avvenimento, tipicamente gestito all’italiana, conosciuto con il nome di Calciopoli. Detto questo e non volendomi dilungare ulteriormente su questo tema, perché amo il calcio, l’Inter ha poi vinto tre scudetti, ma in Europa è stata la solita di sempre. In agosto però Moratti ha fatto un capolavoro: vendere un ottimo giocatore e prenderne cinque altrettanto validi. Per questo l’Inter resta la favorita numero uno in Italia. Se poi Mourinho riuscirà a dare un gioco alla squadra, cosa per ora mai accaduta, l’Inter quest’anno potrebbe anche arrivare in finale di Coppa dei Campioni. Poi si vedrà. Anche perdere ai rigori è comunque bello, parlo per esperienza. Inter completa in ogni reparto, forse solo davanti un eventuale infortunio di uno tra Eto’o, Milito e Balotelli (cosa deve fare questo povero ragazzo per giocare un po’ di più?) potrebbe complicare i piani tattici e mediatici dell’uomo di Setubal.
Come Capocannoniere dico Eto’o con 24 gol.
Dalla serie B verranno promosse Torino, Reggina e…Brescia dai, nonostante il mercato surreale che hanno condotto quest’anno i dirigenti delle Rondinelle.
lunedì 31 agosto 2009
Due modi di calciare un rigore

Semplificando, si potrebbe dire che ci sono due modi per calciare un rigore. Decidere prima da che parte tirare, e farlo preferibilmente angolando la direzione il più possibile e forte, oppure aspettare fino all’ultimo che il portiere si muova, e poi calciare dall’altra parte. Personalmente, ho quasi sempre scelto la prima soluzione, desiderando però nel profondo di essere un esperto della seconda. C’è qualcosa di psicologicamente più sottile, rischioso e affascinante nell’attendere le mosse dell’avversario sulla riga di porta. Ma bisogna essere molto freddi.
Ricordo una partita da bambino in cui, dopo aver realizzato i tre gol che avevano permesso alla mia squadra di passare dallo 0-3 al 3-3, l’arbitro fischiò un rigore per noi. Potrei anche tirare io, pensai, mentre tutti i miei compagni fissandomi avevano già preso per me questa decisione. Abbrancai il pallone e lo posizionai sul dischetto. Solitamente, diciamo nel 70% dei casi, calciavo dagli undici metri piazzando la palla con l’interno del piede, il più forte possibile, mirando l’angolo alla sinistra del portiere. La palla rasoterra, o a mezz’altezza. Ma rasoterra era meglio, specie se avevo di fronte un portiere alto: ora che si buttava, già era gol.
Ma quel giorno, ricordo, sistemai il pallone sul dischetto, indietreggiai di qualche passo, accennai una mezza corsa e calciai di collo, con gli occhi socchiusi, alle stelle. La partita finì 3 a 3. I compagni mi consolarono, ero comunque stato il migliore in campo. D’accordo, ma non mi davo pace, piangendo.
Quando una sera d’inizio agosto ho visto Del Piero prepararsi a tirare il rigore decisivo nella finale della Peace Cup contro l’Aston Villa ho pensato: è fatta. Stiamo calmi, non diciamolo ad alta voce, ma è fatta. Non rammentavo nemmeno l’ultimo errore dagli undici metri del capitano della Juventus, uno tra i più bravi rigoristi in circolazione. Ma Alessandro ha preso la rincorsa, il portiere ha cominciato a muovere le gambe a destra e a sinistra per infastidirlo (anche se in tono minore rispetto ai più tremanti Groobelar e Dudek, estremi difensori del Liverpool nelle vittoriose finali di Coppa Campioni 1984 e 2005). Del Piero non ci ha capito più niente e ha calciato di piatto, centrale, così lentamente che Guzan, portiere dei Villans, ha parato il pallone con i piedi. Poi Legrottaglie ha superato la traversa di qualche metro, e l’Aston Villa ha vinto, oggettivamente senza troppo merito per la qualità del gioco espresso, la Peace Cup. Ma si sa, il calcio è così.
Del Piero è uscito dal campo scuro in volto, non solo per l’errore, ma anche per come questo era maturato. Perché Alessandro, molto meglio di me, sa che, semplificando, ci sono due modi di calciare un rigore, e quando sbagli rimpiangi immediatamente di non aver scelto quello che non hai preso in considerazione.
Ricordo una partita da bambino in cui, dopo aver realizzato i tre gol che avevano permesso alla mia squadra di passare dallo 0-3 al 3-3, l’arbitro fischiò un rigore per noi. Potrei anche tirare io, pensai, mentre tutti i miei compagni fissandomi avevano già preso per me questa decisione. Abbrancai il pallone e lo posizionai sul dischetto. Solitamente, diciamo nel 70% dei casi, calciavo dagli undici metri piazzando la palla con l’interno del piede, il più forte possibile, mirando l’angolo alla sinistra del portiere. La palla rasoterra, o a mezz’altezza. Ma rasoterra era meglio, specie se avevo di fronte un portiere alto: ora che si buttava, già era gol.
Ma quel giorno, ricordo, sistemai il pallone sul dischetto, indietreggiai di qualche passo, accennai una mezza corsa e calciai di collo, con gli occhi socchiusi, alle stelle. La partita finì 3 a 3. I compagni mi consolarono, ero comunque stato il migliore in campo. D’accordo, ma non mi davo pace, piangendo.
Quando una sera d’inizio agosto ho visto Del Piero prepararsi a tirare il rigore decisivo nella finale della Peace Cup contro l’Aston Villa ho pensato: è fatta. Stiamo calmi, non diciamolo ad alta voce, ma è fatta. Non rammentavo nemmeno l’ultimo errore dagli undici metri del capitano della Juventus, uno tra i più bravi rigoristi in circolazione. Ma Alessandro ha preso la rincorsa, il portiere ha cominciato a muovere le gambe a destra e a sinistra per infastidirlo (anche se in tono minore rispetto ai più tremanti Groobelar e Dudek, estremi difensori del Liverpool nelle vittoriose finali di Coppa Campioni 1984 e 2005). Del Piero non ci ha capito più niente e ha calciato di piatto, centrale, così lentamente che Guzan, portiere dei Villans, ha parato il pallone con i piedi. Poi Legrottaglie ha superato la traversa di qualche metro, e l’Aston Villa ha vinto, oggettivamente senza troppo merito per la qualità del gioco espresso, la Peace Cup. Ma si sa, il calcio è così.
Del Piero è uscito dal campo scuro in volto, non solo per l’errore, ma anche per come questo era maturato. Perché Alessandro, molto meglio di me, sa che, semplificando, ci sono due modi di calciare un rigore, e quando sbagli rimpiangi immediatamente di non aver scelto quello che non hai preso in considerazione.
martedì 25 agosto 2009
Gesù non è mai stato sulle Dolomiti

Gesù non ha mai visitato le Dolomiti. Se l’avesse fatto, osservando le pietre rotolate dalle cime, sarebbe rimasto certamente stupito e umanamente rattristato dal lento sgretolarsi del Latemar e del Catinaccio. Poi si sarebbe ripreso, e rimembrando i suoi poteri, le avrebbe rimesse una dopo l’altra al loro posto, con la forza del pensiero, fino a riottenere la versione originale dei gruppi montuosi conosciuti anche con il nome di Monti pallidi. Poi avrebbe camminato lungo i sentieri (il 18, il 515, il 22) arrivando a crearne anche di nuovi, più comodi e veloci, per raggiungere le numerose croci sparse, tra le quali avrebbe scelto la preferita, e definitiva.
Al Rifugio Torre di Pisa (2670 m) avrebbe scatenato l’entusiasmo degli avventori, inebetiti dall’apparire della sua figura, per l’occasione non priva dell’equipaggiamento più indicato: scarponi da montagna ai piedi, camicia, occhiali da sole, cappello. Ma Gesù avrebbe coperto con l’adesivo nero le marche, per non fare pubblicità. Dopo una cotoletta con patate saltate, o due uova con lo speck, e come dolce uno Strauben, o del gelato alla crema con lamponi caldi, Cristo avrebbe bevuto le ultime dita di birra presenti nel suo boccale. Quindi avrebbe respirato profondamente quell’aria così diversa da quella di Gerusalemme, un’aria dal sapore di panna, o di burro, ma di quello buono. Prima della discesa avrebbe riempito la sua bottiglia con l’acqua fredda di un ruscello. Infine, scortato in modo discreto da un certo numero di persone (facciamo dodici) avrebbe perso quota fino a scomparire, di domenica, tra le lunghe file di automobili dirette verso la pianura.
Al Rifugio Torre di Pisa (2670 m) avrebbe scatenato l’entusiasmo degli avventori, inebetiti dall’apparire della sua figura, per l’occasione non priva dell’equipaggiamento più indicato: scarponi da montagna ai piedi, camicia, occhiali da sole, cappello. Ma Gesù avrebbe coperto con l’adesivo nero le marche, per non fare pubblicità. Dopo una cotoletta con patate saltate, o due uova con lo speck, e come dolce uno Strauben, o del gelato alla crema con lamponi caldi, Cristo avrebbe bevuto le ultime dita di birra presenti nel suo boccale. Quindi avrebbe respirato profondamente quell’aria così diversa da quella di Gerusalemme, un’aria dal sapore di panna, o di burro, ma di quello buono. Prima della discesa avrebbe riempito la sua bottiglia con l’acqua fredda di un ruscello. Infine, scortato in modo discreto da un certo numero di persone (facciamo dodici) avrebbe perso quota fino a scomparire, di domenica, tra le lunghe file di automobili dirette verso la pianura.
sabato 15 agosto 2009
La lingua italiana
Il Tg1 regala attimi di grande, amara comicità. In un servizio Bossi spinge per il dialetto nelle scuole. In quello successivo Gasparri difende la lingua italiana. Gasparri, la lingua italiana.
venerdì 31 luglio 2009
lunedì 13 luglio 2009
Ridere
Grillo si candida: panico nel PD. Franceschini e Bersani preoccupati, ma non dovrebbero. Anche loro fanno abbastanza ridere.
lunedì 6 luglio 2009
lunedì 15 giugno 2009
Le ore

Le ore in cui non c’era erano quelle che preferiva. Le ore in cui non avrebbe dovuto esserci, le ore quando gli era capitato di alzarsi presto, prima della sveglia, e si trovava ad esistere in una maggiorazione di minuti solitamente non disponibili. Le ore che in genere aveva trascorso dormendo. Ogni cambio di programma che regalava al tempo una dimensione del tutto nuova e splendente, come quando sarebbe dovuto andare a scuola, e invece no. Come quando alzandosi presto, prima della sveglia, si era fermato ad osservarsi con le braccia stranamente alzate, nel sogno turbolento, nell’attesa inconsapevole di un suono fastidioso che avrebbe sancito l’inizio delle ore in cui avrebbe cominciato ad esserci.
sabato 6 giugno 2009
Un popolo di seduti mentali

Milano, Piazza S. Fedele. Le poche panchine verso le tredici sono ambite. Figuriamoci quelle all’ombra. Se ne libera una. All’ombra. Una ragazza europea pensa di raggiungerla con passo appena più veloce del normale. Dal lato opposto della piazza, un uomo con un bambino sulla testa pensa di fare lo stesso. Dal mio punto d’osservazione, li vedo pari. Anzi, leggermente favorita la ragazza, diciamo un paio di metri. E poi l’uomo ha il peso in testa, e tiene famiglia. Lo seguono, fiduciosi del capo tribù, una moglie, un adolescente griffato, una bambina. L’uomo si volta due volte per controllare, poi scatta, vile. “Hop hop hop” canticchia quasi correndo, fingendo che questa accelerazione sia per fare giocare il figlio che porta attorno alla testa. Non è vero. Si getta sulla panchina ed è sua. Il resto della famiglia si accascia sulla pietra con le gambe, qualche secondo più in là. La ragazza europea ci rimane male, il padre italiano fa finta di niente. Gli italiani si siedono sempre, penso. La maggioranza degli italiani. Questa parte di popolo così volgare e cafona, che ha dimenticato le buone maniere più elementari, l’educazione. Questo popolo di seduti mentali che si alza solo quando ci sono le elezioni, per andare a votare Berlusconi.
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martedì 2 giugno 2009
Fiori giapponesi

Il cameriere che leggeva La Capria, non lo faceva mai durante l’orario di lavoro. O meglio, lo faceva ma nella sua testa, ripassando velocemente i racconti che aveva studiato poco prima in metropolitana. C’era quello in cui…l’altro invece nel quale…Amava sottolineare le frasi che gli erano piaciute di più. Leggere così era più impegnativo (ad esempio doveva portarsi sempre dietro una matita) in particolare quando gli capitava fra le mani un libro come “Fiori giapponesi”. Avrebbe dovuto infatti sottolineare tutto. Aveva imparato allora a fare due segni, uno all’inizio e uno alla fine di ogni pagina. Non era stupido, pensava, anche se era solo un cameriere aveva pure lui le sue astuzie. Nascondeva la matita nel taschino della camicia bianca. Era la stessa con cui aveva evidenziato frasi, interi periodi. Il difficile in determinate occasioni era non confondere l’eleganza di un pensiero con un risotto, e tirare righe dritte. Non sopportava quando i segni sul libro non era sostanzialmente paralleli, quando il grigio-linea sotto le parole tremolava.
La Capria aveva esordito nel 1952 con “Un giorno d’impazienza”. Il secondo libro era uscito nel 1961, “Ferito a morte”. Cosa diavolo aveva fatto in quei nove anni? Erano altri tempi, pensava il cameriere. Erano fatti suoi. Pause così lunghe avrebbero spaventato scrittori e editori di oggi. Ma di più gli scrittori quantitativi. Quelli pronti ad elencare tronfi la loro produzione: “Ho 42 anni. Ho scritto 12 romanzi, 8 raccolte di racconti, 4236 poesie”. In fondo però queste erano cose che non lo riguardavano. Ci teneva di più a scomparire per un attimo nella cucina del ristorante, lontano almeno per qualche minuto dagli sguardi tristi del caposala, che non avrebbe mai letto La Capria in tutta la vita. Ci teneva di più a ricordarsi delle virgole, dei punti, a ripetersi nel cervello il ritmo di ogni fiore giapponese. Se fosse riuscito a farli sbocciare di nuovo nella sua testa, pensava, un giorno magari avrebbe scritto così bene anche lui.
La Capria aveva esordito nel 1952 con “Un giorno d’impazienza”. Il secondo libro era uscito nel 1961, “Ferito a morte”. Cosa diavolo aveva fatto in quei nove anni? Erano altri tempi, pensava il cameriere. Erano fatti suoi. Pause così lunghe avrebbero spaventato scrittori e editori di oggi. Ma di più gli scrittori quantitativi. Quelli pronti ad elencare tronfi la loro produzione: “Ho 42 anni. Ho scritto 12 romanzi, 8 raccolte di racconti, 4236 poesie”. In fondo però queste erano cose che non lo riguardavano. Ci teneva di più a scomparire per un attimo nella cucina del ristorante, lontano almeno per qualche minuto dagli sguardi tristi del caposala, che non avrebbe mai letto La Capria in tutta la vita. Ci teneva di più a ricordarsi delle virgole, dei punti, a ripetersi nel cervello il ritmo di ogni fiore giapponese. Se fosse riuscito a farli sbocciare di nuovo nella sua testa, pensava, un giorno magari avrebbe scritto così bene anche lui.
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