Oggi sul Foglio il campione inglese Jack O'Malley parla del Fuorigioco sta antipatico ai bambini. Sotto Alberto Rimedio, sotto Mario Sconcerti.
martedì 24 gennaio 2017
venerdì 11 marzo 2016
In silenzio e in fuorigioco a Iseo
Attenzione perché sabato 19 marzo a Iseo, ben prima che sia possibile passeggiare sulle mirabili Floating Piers di Christo, presenterò i miei ultimi due libri (probabilmente in senso assoluto). Appuntamento alla Biblioteca Comunale in via Rampa Cappuccini 1, ore 17. Sarà consentito anche tuffarsi.
giovedì 3 marzo 2016
Rivera rovina i matrimoni
Da ieri è disponibile "Rivera Rivera Rivera Rivera". Un'antologia di racconti su Gianni Rivera? Sì. Io ho partecipato con "Rivera rovina i matrimoni", per saperne di più basta cliccare su Rivera.
lunedì 14 dicembre 2015
In quindici più belli del 2015
I quindici libri più belli che ho letto nel 2015, in rigoroso ordine alfabetico:
A. Busi - Vacche amiche (Marsilio)
J. Cercas – L’impostore (Guanda)
J. Cercas – L’impostore (Guanda)
E.
Cioran - Sommario di decomposizione (Adelphi)
J.P. Cavalcanti Filho -
Fernando Pessoa, una quasi autobiografia (edizioniAnordest)
J. Czapski - Proust a
Grjazovec (Adelphi)
A. Ernaux - Gli anni
(L’Orma)
V. Erofeev -
Mosca-Petuski (Quodlibet)
D. Hamilton – George
Best, l’immortale (66thand2nd)
B. Fenoglio - Il libro
di Johnny (Einaudi)
D. Gorret - Errori
giovanili di Anselmo Secòs (Italic peQuod)
M. Houellebecq –
Sottomissione (Bompiani)
D. Kehlmann – E’ tutta
una finzione/I fratelli Friedland (Feltrinelli)
K.O. Knausgard - La
morte del padre/Un uomo innamorato (Feltrinelli)
A. Manguel - Una storia
naturale della curiosità (Feltrinelli)
S. Vitale - Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi)
S. Vitale - Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi)
martedì 6 ottobre 2015
Il torracchione e l'aereo da turismo
Ricordando Luciano Bianciardi.
Il mio articolo su "il gabellino", periodico della Fondazione Luciano Bianciardi.
Mi ero trasferito a Milano con l’idea
di trovare il mio personale torracchione, ingenuo cattivo e sentimentale. Da
avvicinare, il torracchione, da guardare con attenzione, da far saltare in
aria. Poi un giorno di settembre avevano tirato giù le Twin Towers, le
dimensioni delle cose erano cambiate, sei mesi dopo un pilota di aereo da
turismo forse imitatore si era schiantato contro il ventiseiesimo piano del
Grattacielo Pirelli, non credo per omaggiare Luciano Bianciardi. Tre morti e
settanta feriti, il sessantasettenne svizzero Luigi Fasulo non era l’originale,
ma solamente un aviatore incapace di gestire in modo adeguato la condotta della
fase finale del volo in presenza di problematiche tecnico-operative e
ambientali, nello specifico il circuitare sull’anello di attesa Ata, il
percorso aereo a forma di ellisse che si
sviluppa lungo la periferia della città, in attesa che il traffico diminuisse consentendogli
così di atterrare come richiesto sulla pista 36R di Linate.
Io nel frattempo corteggiavo la
ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie regalandole La vita agra e Vita agra di
un anarchico, la mia ossessione avrebbe sconsigliato al rapporto serio e
duraturo per primo me stesso figuriamoci la candidata, e pure i suoi genitori
ai quali in settimane successive avrei donato per presentarmi La solita zuppa e altre storie,
mostrando fin dal principio del nostro in divenire rapporto parentale il mio lato
meno rassicurante. La prima cena da nuovo fidanzato della figlia a cercare
coincidenze tra futuri suoceri milanesi e la vita meneghina di Bianciardi:
“Ma
siete sicuri di non aver mai sentito parlare dalla pensione in via
Solferino 8, camere in affitto, cesso in corridoio, ottomila lire al mese?
D’accordo. E che mi dite allora di Arcisterco?”
Un metodo come un altro per far
capire ai giustamente preoccupati papà e mamma che la loro bambina sarebbe
stata in buone mani.
Del resto pure io, come Bianciardi,
ero stato assunto da Feltrinelli, anzi romanticamente, e non per esigenze di
copione letterario, mi trovavo solitario nei pressi del lungolago di Sirmione
sul Garda a osservare distratto un cartellone pubblicitario del Grand Hotel a Villa Feltrinelli quando il telefonino era squillato e un
funzionario aziendale mi aveva freddato affermando:
“Signor Savio? Volevo comunicarle che
lei è stato assunto per l’apertura della nuova libreria di Piazza Piemonte!”
E io, dopo una risposta già
professionale di contenuta contentezza,
“Ma come, lei non mi sembra contento…”
“No davvero, mi fa molto piacere è
che sono fatto così.”
avevo chiuso la telefonata ed ero
tornato davanti al cartellone pubblicitario del Grand Hotel a Villa
Feltrinelli per ringraziare qualcosa e pensare di fronte all’acqua,
Ma guarda un po’, se lo racconto o lo
scrivo non ci crede nessuno e pare confezionato, certo adesso c’è questo
inutile albergo di lusso eppure un tempo, in quella villa.
Quindi mi ero trasferito a Milano con
la biografia scritta da Pino Corrias nello zaino, appena uscito di casa per
strada m’investiva il fiato umido delle prime nebbie, ma timbravo il badge in
libreria e posizionavo i volumi in preciso ordine alfabetico con una forma di
gioia a tratti religiosa che avrei mantenuto a sorpresa per quasi quindici
anni, al netto di alcune disavventure fisiologiche dettate da umana noia e
isolate stupidità superiori occasionali, dimenticando almeno in apparenza il torracchione
che avrei dovuto scovare, combattere e far saltare, in parte travolto da un
tempo veloce e dal vento, a mio modo integrato, turista della letteratura? E
cos’era diventata la letteratura in Italia? Fama e successo spesso scambiati
per qualità dalla maggioranza del pubblico lettore peninsulare, confortato nella
circostanza dalle seriali recensioni pilotate periodicamente disponibili sul Quotidiano numero 1 oppure sul Quotidiano numero 2, sdoganatori di
bravure talvolta inventate e per questo culturalmente pericolose. Ah Luciano,
come avresti irriso certi scrittori fotocopiati in serie e poi raccomandati
alle case editrici dalla nota scuola di scrittura, la vanità di quelli sempre
pronti a presenziare sistemici a festival letterari o infiniti reading
strumentali, meglio attaccarsi alla bottiglia di grappa cattiva (però a buon
mercato) e sperare nel ritorno di Garibaldi, o quantomeno di Giuseppe Bandi.
Di nuovo risorgimento però non era il caso
di parlare, nella grande città una piccola camera in affitto da amici in via
Nervesa, poi come tanti prima di me alla ricerca, cinquant’anni dopo, dei
luoghi di Bianciardi durante infinite passeggiate: il bar delle Antille in verità Giamaica, la trattoria delle sorelle Pirovini: Lina, Lena e Cecilia.
Oppure la temibile osteria Fiorino,
ma solo fino alla scoperta dell’eczema della gerente che per questo e non per
eleganza serviva ai tavoli con dei guanti neri, e del marito cuoco uscito dalle
cucine per spiegare, però tutto blu di metilene.
Passeggiare ricordando con attenzione
il consiglio di Bianciardi: meglio attraversare sulle strisce pedonali, ma
tenendomi al margine più vicino alla parte da dove arriva il traffico, per
essere certo, in caso d’investitura automobilistica, di cadere all’interno del
passaggio zebrato, unica certezza per aver diritto almeno al risarcimento
danni. Anche se con le nuove autovetture oggi più in voga, SUV sempre più
grandi dei precedenti appena prodotti, come a voler dimostrare prepotenti di
essere pronti senza incertezze a schiacciarti o sbalzarti lontano ben oltre lo
spazio pedonale, addirittura sul marciapiede, la precauzione suggerita da
Luciano poteva dirsi ormai amaramente sorpassata. L’unica possibile scelta,
dovendo cambiare lato di strada, sarebbe stata quella di una sottile preghiera
prima di rientrare a casa, magari dopo una giornata di lavoro, ritrovando con
gioia e per fortuna una moglie e due figli con cui giocare e poi andare a
dormire aspettando che arrivi il sonno, e almeno per sei ore non esserci più.
venerdì 10 luglio 2015
Errori giovanili di Anselmo Secòs
Facebook
e l’enigma del consenso, kershawanamente parlando; ognuno in fondo perso dentro
i fatti suoi, tornando a una certa giovinezza trascorsa ascoltando anche Vasco
Rossi, perché dovrei vergognarmi. Abbandonarti è comunque un piacere da gustare
piano. Bravi scrittori che non legge nessuno, prima puntata. Non ve ne saranno
altre, conosco la mia abilità nel programmare, affermazione poi non del tutto
vera. Ma passando a fianco della solita edicola verso le sette del mattino,
prima di entrare in libreria, non ho problemi a pensare che Gli errori giovanili di Anselmo Secòs
sia il miglior romanzo italiano uscito in questo primo semestre del 2015, non ve l’ha detto
D’Orrico? Ve lo dico io. Nemmeno su Il Venerdì di Repubblica
c’era? Da Fazio figuriamoci. Il macellaio del mercato comunale mi ha detto che
Roberto Saviano voleva spezzare l’egemonia di Segrate al Premio Strega e per
questo in qualità di lettore della domenica ha sponsorizzato Daniele Gorret e
il suo ultimo romanzo pubblicato da Italic, piccolo editore di Ancona; io ho
detto al macellaio: “Davvero?”
Alle
sei e quarantacinque, nel bar-torrefazione aperto prima che Milano eserciti il
suo risveglio, ci sono figure professionali discrete, quello che vende i
formaggi e il pescivendolo sempre abitanti al mercato comunale, i predatori del
precipitoso giornale rosa non lavorativamente definiti, forse pensionati e per
questo ancora più temibili, talvolta i vigili del fuoco in tenuta ufficiale. Io
recito la parte del libraio, destinato con ogni probabilità all’estinzione o
forse già estinto seppur fiero, se volessimo approfondire il concetto; dopo
l’espresso giro l’angolo e sono in piazza Piemonte, mi aspettano ceste di libri
appoggiate su carrelli quattro rotelle, lente o veloci, narrativa o saggistica.
Scrivo
all’editore per avere chiarimenti, risposta:
“Daniele Gorret è uno
dei grandi dimenticati/emarginati della letteratura italiana. E sì che Gianni
Celati l’aveva inserito nei suoi “narratori delle riserve”, ma poi è sceso l’oblio...quante
volte succede!”
Già, non c’è molto
da fare, un sollevamento popolare che dovrebbe tuttavia acquisire manodopera intellettuale mercenaria da altre nazioni, Daniele Gorret è finora vissuto tra Torino e la
Valle d’Aosta dove è nato nel 1951. Seguito
ideale di Malattie infantili di Anselmo
Secòs (Bologna, 2011), questi Errori
giovanili rincorrono la vita del protagonista dai sedici ai quarant’anni, e
se il primo libro aveva disegnato l’indole di un bambino strambo e di un
adolescente inetto alla vita, il nuovo romanzo racconta la giovinezza di un
uomo cui riesce impossibile adeguarsi ai tratti e alle abilità di un individuo
del nostro tempo. “Uomo senza qualità” o meglio “senza le qualità degli altri”
(gli “adatti”), Anselmo affronta gli studi, il lavoro, le relazioni umane
riuscendo sempre a distinguersi per una sua costitutiva insufficienza o
radicale diversità. Insufficienza o diversità che sono però costantemente
compensate dal dono di un amore per il Tutto, da una sorta di “perfetta letizia”
che lo coglie e l’accoglie se solo gli è concessa la compagnia dei nonumani
(animali, vegetali, semplici oggetti d’uso) o degli umani sconfitti ed
umiliati. Se quindi la sua infanzia non poteva essere letta dai “grandi” che
come malattia, la sua vita di uomo è interpretata dai coetanei e dai compaesani
come seguito di errori, esistenza d’un incapace, privo della virilità e del
realismo propri dell’individuo adulto. Metafora, forse, questa, della
condizione insieme sub e super-umana che tocca al poeta nel "Regno della
quantità", nel mondo omologato del pensiero unico della Borghesia Universale.
Non vi sarà sfuggito questa essere la quarta di
copertina. Ma tornando alla manodopera intellettuale mercenaria da importare e a che prezzo, è
passato pure il tempo della speranza non pensate che non ne sia consapevole, chiedo
solo agli amici di diffondere il testo in questione che si distingue per stile
e utilizzo originale della lingua italiana, delle sue musicali frammentazioni
che nonostante io abbia quarant’anni e due figli sono riuscito addirittura a
notare. Con i due figli quando posso, cioè spesso, gioco tutto il giorno e
questa in fondo mi pare la forma più gioiosa e nobile di abdicare. Giocare.
martedì 26 maggio 2015
Un ricordo dell'Heysel
(da Mio padre era bellissimo, Italic, 2009)
I
pomeriggi ospedalieri erano nettamente diversi da quelli a cui ero abituato, a
causa dell’assenza della bicicletta e del calcio, del gelato e della salamina, dei documentari e delle
fotografie. La cosa che li accomunava era invece la biligornia, uguale nella stanza dell’ospedale come a casa. Per
ingannare il tempo aprivo, sopra il tavolino per mangiare a letto, un
quadernone a quadretti che conteneva le principali manifestazioni calcistiche d’Europa,
tutte svolte da me. I vari campionati venivano disputati con il tiro dei dadi
che io stesso eseguivo, forte di una quasi totale imparzialità. Solo un paio di
volte, quando la squadra per cui tifavo nella realtà così in prossimità del
successo da non poter lasciarselo sfuggire, avevo barato. Prendendo come scusa
un improbabile bilico di dado, avevo rilanciato. Prima di farlo avevo osservato
il mio vicino di letto, un povero bambino al quale dovevano allungare una
gamba. Non capivo. Come si poteva nascere con una gamba più corta dell’altra?
Eppure fin da quando era venuto al mondo il bambino vicino era nato con una
gamba più corta dell’altra e periodicamente doveva ricoverarsi in ospedale per
fare operazioni, fisioterapia, tutto per arrivare un giorno, forse, ad avere
due gambe lunghe uguali. Ora dormiva. Nessuno avrebbe testimoniato, nessuno
avrebbe saputo come erano andate le cose, di questa piccola correzione in
semifinale. Alla fine la Juventus aveva vinto la Coppa dei Campioni, ma avevo
in lieve senso di colpa. Era giusta questa vittoria?
Ogni
tanto le infermiere passavano e controllavano cosa stavo facendo, poi mi
chiedevano di illuminarle sulla possibilità di recupero in campionato della
Juventus, del Milan e dell’Inter. Non gli rispondevo, ma le speranze erano
poche. La Juventus sembrava avere la testa altrove, le due milanesi facevano
fatica quell’anno e anche il Napoli di Maradona non brillava. Lo scudetto
pareva essere una faccenda tra Verona e Torino. Comunque, si sarebbe visto alla
fine.
Una
sera da ingessato all’ospedale era la sera della finale di Coppa dei Campioni
fra Juventus e Liverpool, 29 maggio 1985. La partita si giocava allo stadio “Heysel”
di Bruxelles. Non avevo la televisione ma, grazie a Dio, il bambino “allungabile”
vicino di letto, abituato a lunghi soggiorni ospedalieri, sì. Però, la teneva
girata quasi totalmente dalla sua parte. Sosteneva che io ero fortunato perché il
mio braccio sarebbe tornato normale mentre lui con le sue gambe avrebbe
sofferto per tutta la vita. Questa sua affermazione mi aveva fatto venire
immediatamente la biligornia. Era l’undicesima
operazione di allungamento che faceva. Mi ero addormentato per non pensarci.
Poi mi ero risvegliato di soprassalto. Il bambino allungabile mi aveva chiamato
per dirmi che era successo qualcosa di veramente brutto. La partita non
cominciava più. Sullo schermo scorrevano immagini orribili. Uomini schiacciati
da altri uomini tendevano le braccia disperatamente da una delle curve di
pietra dello stadio, verso qualcuno che potesse aiutarli. Sembravano
intrappolati con le gambe. Io non capivo cosa stava succedendo e con il bambino
allungabile osservavamo il capitano del Liverpool, Phil Neal, dire qualcosa in
inglese dalla cabina dello speaker. Non avevamo capito. Poi era toccato al
capitano della Juventus, Gaetano Scirea, annunciare: “Giocheremo questa partita
solo per permettere alle Forze dell’ordine di riorganizzarsi. Non rispondete
alle provocazioni. State calmi, giocheremo”. Il telecronista Bruno Pizzul
alternava lunghi silenzi a frasi sconcertanti:
“L’evento
agonistico non ha più importanza…”
“Sono
morte trentanove persone…”
Giunta
per la terza volta in finale, ancora una volta la Juventus sembrava non
riuscire a vincere la Coppa dei Campioni, l’unica che le mancava per diventare
la prima squadra in Europa a trionfare nelle tre manifestazioni calcistiche più
importanti del continente. I miei compagni di gioco, pensavo, avrebbero tirato
fuori la stessa storia all’oratorio, che l’avvocato Agnelli pagava gli arbitri
ma riusciva a farlo solo in Italia, e per questo la Juve non vinceva mai la
Coppa più prestigiosa. Poi la partita era iniziata, ma era così brutta che mi
ero di nuovo addormentato. Perfino Platini giocava male.
“Ehi
sveglia! Sveglia! Rigore per la Juve!
Il
bambino vicino di letto mi aveva chiamato apposta e appena in tempo per il
rigore di Platini.
Michel
si era asciugato la fronte dal sudore, passandosi una mano tra i capelli. Aveva
posizionato il pallone sul dischetto curvandosi con la schiena, era
indietreggiato di un paio di passi fermandosi ancora dentro l’area di rigore.
Aveva appoggiato le mani sui fianchi. Si era piegato con il corpo in avanti per
iniziare una breve rincorsa. Aveva spiazzato il portiere con il solito colpo di
piatto.
Gol.
Platini
aveva cominciato a correre per esultare, schivando l’arbitro e anche un
compagno che voleva abbracciarlo. Ridendo aveva alzato il braccio destro verso
una delle tribune dello stadio. Poi aveva rilanciato di nuovo lo stesso braccio
verso il cielo dopo averlo apparentemente “ricaricato” preparandone lo slancio
con l’altro. Aveva ripetuto il gesto una terza volta, senza più sorridere, con
un’espressione più rabbiosa, prima che i compagni lo sommergessero.
“Ma
non è una partita vera…” aveva sentenziato il bambino con una gamba più corta.
Platini
aveva esultato in un modo che la
consapevolezza di ciò che era accaduto, nei giorni seguenti, avrebbe reso
agghiacciante e tetro.
Il
sorriso di gioia atletica, il suo braccio lanciato verso l’alto. La Juventus
era campione d’Europa.
La
tragedia in cui persero la vita trentanove persone, provocata dal crollo del
muretto sotto la spinta animalesca dei tifosi inglesi, passò alla storia come
la “strage dell’Heysel”. La maggior parte delle vittime perse la vita per
fenomeni legati alla compressione degli organi vitali. La partita ebbe inizio
con qualche ritardo. Nei giorni successivi i giornali mischiarono notizie
sportive e cronaca nera, e io all’ospedale leggevo commenti e articoli che facevano
prevalere l’orrore a danno della gioia. La Juventus era così la prima società a
iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro di tutte le competizioni organizzate
dall’UEFA, ma il rigore sembrò quasi una riparazione per quello che gli
italiani presenti allo stadio avevano subito. Era punizione. La cavalcata dell’attaccante
polacco Zibignew Boniek, raggiunto da un lungo lancio millimetrico di Michel
Platini, era stata sì interrotta con un fallo da parte di un difensore del
Liverpool, ma prima che il rapido numero undici dai capelli rossi e con il
bottone della maglietta allacciato entrasse nell’area di rigore. L’arbitro
aveva ugualmente concesso il penalty e la Juventus aveva vinto per uno a zero.
Era il caso di restituire la coppa? Le autorità belghe chiesero l’estradizione
di ventisei teppisti inglesi ritenuti responsabili della strage. Capocannonieri
del torneo furono Michel Platini della Juventus e Nilsson del Goteborg con
sette reti.
(da Mio padre era bellissimo, Italic, 2009)
lunedì 4 maggio 2015
A passeggio con il campionato (33)
da
Chiavari
“L’Italia
è un Paese di barbagianni, tendenzialmente mafiosi!”
sbraitava
quel tale in piedi su una sedia nel centro di Chiavari vicino alla fontana.
Io
arrivavo da Milano dopo aver spento internet, la Rete non cambierà le cose,
internet non salverà il mondo; e mi chiedevo come mai, tutta questa ostilità
nei confronti dei barbagianni. Poi correvo dietro a Pietro in bicicletta coi
pedali da due settimane, mettendo in scena la teatrale sacralità del ruolo di padre,
avvertendo e rassicurando il piccolo già sfrecciante con caschetto sotto
portici e carruggi in merito a gambe di passeggianti da evitare,
attraversamenti zebrati di strade da rispettare. Nel giorno del primo maggio, scorgevo
bagliori di civiltà nel centro di Chiavari con i negozi tutti chiusi, come
vent’anni fa, mi veniva in mente quel povero editorialista del Quotidiano numero 2 che di recente, in
uno chic-radicale corsivo, aveva lamentato la
tristezza dei centri storici nei giorni di festa con le attività commerciali
chiuse, le cartacce sporche negli angoli (?): ma vai a lavorare te il
venticinque aprile o la domenica, figlio di giornalista benestante che fa il
mestiere del padre. Quindi tornavo dal tale, felice che le ruote della Puky gialla e rossa di Pietro non
avessero inferto ferite o prodotto cadute ad anziane e secche gambette di
villeggianti, di conseguenza riversi al suolo doloranti e forse senza alito di
vita:
“Chi
è il papà di questo bambino? Chi è il papà di questo bambino!”
“Sono
io, buongiorno, Bianca invece è a casa con la mamma perché piove.”
Il
tale continuava:
“Ma
se Maria Elena Boschi fosse una cicciona di duecento chili, pensate davvero
che, mentre vengono approvate volutamente oscure leggi, ce la ritroveremmo
tutti i giorni ritratta sulle prime pagine dei giornali cartacei e online,
intenta a guardare pensosa e corteggiata nel vuoto, a scartare stanca ma
educata cioccolatini? Questa ossessione dei fotografi parlamentari per Maria
Elena, in un certo qual modo Cicciolina democratica dei nostri tempi…”
Dopo
il comizio accompagnavo il tale all’Angolo
del Tè, lui diceva aspetta che la sedia me la porto dietro non si sa mai,
rispondevo certo, del resto io ho il bambino; entravamo nella sala accogliente
e nonostante le cinquanta miscele di infusi o decotti disponibili optavamo per
due caffè. Vicino al bancone alcuni avventori del locale (si diceva raffinata
intuizione di due russe) avvicinavano l’uomo della sedia per dirgli Mi piace! quello che hai detto, Anche a me piace! aggiungeva un altro. Qualcuno
commentava e diceva la sua, sui social iniziava a spopolare l’hashtag
#luomoinpiedisullasedia.
“Allora
se vi è piaciuto cliccate sulla mia pagina, per favore!”
mi
sorprendeva l’urlatore brandendo la sedia e facendola vorticare nel vuoto. Poi mi
confidava di aver cercato assenso e popolarità anche a Lavagna nel corso del
mattino, ma di aver abbandonato la confinante località per via dei pochi
passanti, delle troppe cacche e pipì sparse lungo il territorio da quadrupedi
orrendamente gestiti e coccolati da padroni misantropi alla buona privi di sacchetto
raccogli-merda, e di essere quindi approdato a Chiavari alla ricerca di una
maggiore visibilità. Io invece mi trovavo in Riviera per caso, ma baciato dalla
fortuna di non essere a Milano il giorno dell’inaugurazione di Expo 2015, con
allegati scontri di piazza prevedibili e programmati, in parte probabilmente escogitati
o poco controllati per non parlare di e far blaterare i più, con successive
reazioni popolane alla #nessunotocchimilano espresse talvolta da individui,
politici o imprenditori arricchiti usando magari mezzi illegali, che nella vita
erano quotidianamente raffinati e autorizzati black bloc. Da segnalare nella circostanza, la commossa
gratitudine degli abitanti della Milano bene nei confronti degli spazzini
capaci di ripulire certe strade nobili in tempi da record dopo la guerriglia:
“di
solito puzzano un po’ questi spazzini quando gli passi vicino con la colf che
spinge il passeggino al posto di noi ricche madri, però stavolta bravi dai.”
Molto
meglio allora Chiavari anche se poi l’illusione dei negozi chiusi era soltanto
dovuta alla pausa pranzo, alle ore 16 gli italiani tornavano a brulicare sotto
i portici confortati dalla intermittente e colorata luminosità delle vetrine,
dalla rassicurante possibilità si spendere e comprare, invece che pregare o
suicidarsi. Le campane suonavano a festa, io leggevo su facebook qualche
limpido ragionamento di Francesco Pecoraro.
sabato 25 aprile 2015
A passeggio con il campionato (32)
Milano
– Sarà che ho sempre preferito andare al parco o in collina piuttosto che in
piazza, niente di personale, anche se devo ammettere che da ragazzo qualche
volta, insieme agli altri dell’istituto tecnico per geometri partecipavamo agli
scioperi pur non con la medesima consapevolezza e preparazione degli studenti
dei licei. Loro ci aspettavano in via Trento, eravamo sempre a noi a doverli
raggiungere partendo a piedi da via Oberdan, e quando ci accoglievano i liceali
lo facevano con una forma di pietà raffinata: ecco sono arrivati i geometri, i
ragionieri. Mi chiedevo se la divisione urbanistica della città, che separava
in due distinti poli scuole umanistiche e tecniche, fosse una precisa scelta
del non sempre rispettato piano regolatore. Poi si partiva tutti insieme
preferibilmente verso piazza della Loggia, ma dopo pochi metri la ragione della
manifestazione veniva sovente dimenticata; i rappresentanti d’istituto di
scientifico e classico, muniti nella circostanza di megafoni e hashish per fare
colpo sulle studentesse più affascinanti, si facevano ancora più belli e
carismatici. Io mi annoiavo anche di certi cori da stadio con la rima baciata e
prendevo per le vie laterali, la rima baciata no.
Nascosto
nel quartiere vecchio mi veniva in mente il giovane Johnny partire in corteo,
preceduto da marmocchi caracollanti e affiancato da carabinieri legnosi e
sudati pronti a difendere i manifestanti da eventuali provocazioni di passanti
non amanti del fascismo. Quindi tutti ammassati sotto il balcone, in attesa che
apparisse il Segretario Politico immerso nel profumo della sua colonia al
tabacco, deciso a gonfiare il suo infelice torace da riformato.
“Cosa
faceva Eden?” “Schifo!” “Il Negus?” “Schifo!” “Cosa facevano i francesi?” “Schifo!”
“Morte al Negus, morte a Eden!”
Ma
il ragazzino Johnny e i suoi amici gridavano invece:
“England
forever! England forever!” “Down with the Duce!” “The Duce is a pig!” “The Duce
is a rascal!” Qualcuno intonava la Marsigliese.
Il
Segretario Politico assentiva e sorrideva.
Così
anche questa volta purtroppo venti anni dopo, sorretto dal lieto vantaggio di
lavorare in libreria, nel sistemare sopra i tavoli e gli scaffali le novità
settimanali (annunciatrici di grandi scrittori italiani contemporanei, quasi tutti
redattori o collaboratori di riviste che nessuno legge parenti esclusi, o
tradotti all’estero in varie lingue o usciti dalla certificata scuola di
scrittura o vincitori e/o almeno candidati al premio), mi sono ritrovato tra le
mani Il libro di Johnny curato da
Gabriele Pedullà e ho lasciato cadere un sospiro, più involontariamente un paio
di alterate fascette editoriali per bisonti. Quanto mancava alla fine del
turno? E uscito dalla libreria, non prima di essere passato alla cassa con il
mio badge aziendale per fortuna scontante le ventotto euro, dove e a che ora
l’appuntamento sotto il balcone per gridare qualcosa di ironicamente contrario
presumibilmente a Matteo Salvini, sconfortante e comico personaggio letterario
che Beppe Fenoglio avrebbe magistralmente descritto come fatto ad esempio con
Juancito, pardon, con il caposquadra Rabino; o come con lo stesso Segretario
Politico affacciato al balcone, proteso in saluto romano per versare benzina
sul fuoco vociferante dei manifestanti?
Verso
il parco, verso la collina più vicina.
domenica 19 aprile 2015
A passeggio con il campionato (31)
Milano
- Me ne stavo in libreria in attesa che arrivasse Aldo Cazzullo a firmare le
copie del suo nuovo libro, Possa il mio
sangue servire (Rizzoli, 403 p., 19 euro); ma anche a lavorare, con i
clienti che giustamente interrompevano la mia sospensione temporale con
richieste non sempre precise del tipo:
“Mi
consiglia un romanzo che possa piacere alla mia amica? Ma che sia per favore
almeno candidato al Premio Strega.”
“Ecco
signora questa è la lista degli undici, può scegliere tra Capossela, Covacich,
Ferrante, Genovesi, Lagioia, Marasco, Mizzau, Santagata, Sereni, Vins Gallico, Zardi, Zerocalcare. Come vede una formazione di calcio bella e buona con tanto di
trequartista in apparenza straniero e terzino sinistro misterioso e sessualmente
incerto, più il portiere di riserva pseudonimo di Michele Rech. In questo caso io comunque le suggerisco di evitare il polpettone e di
virare sul cantautore, per questioni non strettamente romanzesche ma di emozionante
poesia, ha mai ascoltato Pena de l’alma?”
“Non
saprei, anche se non è lo Strega fa niente, basta che abbia vinto qualcosa.”
Allora
io indico alla signora I miei premi
di Thomas Bernhard, ella tentenna, quale premio ha vinto Thomas Bernhard?, io
le dico il Gran Premio di Hockenheim e la cosa soddisfa entrambi, andata per
Thomas Bernhard.
Me
ne stavo al Punto Informazioni a riflettere sui trionfi automobilistici dello
scrittore austriaco, al perché Aldo Busi avesse scritto, mi pare e spero di non
sbagliarmi in E io, che ho le rose
fiorite anche in inverno?, che Thomas Bernhard tanto criticava ma poi alla
fine i premi li ritirava mentre lui (Busi) era l’unico che no. Prendevo da
parte l’amato autore con domicilio fiscale a Montichiari e mi permettevo di
implorarlo:
“Per
favore, almeno tu e Bernhard non litigate.”
Quindi
Cazzullo giungeva e il suo libro parlava di uomini e donne della Resistenza che
non era patrimonio di una fazione ma della nazione, seduto al tavolo firmava le
copie e io pensavo: ecco appena ho un attimo mi sgancio dal Punto Informazioni
per regalargli una copia del mio Fuorigioco che sta antipatico ai bambini,
anche per riparare con il sincero bel gesto a una lontana incomprensione; ma impiegato
a fornire risposte agli avventori della libreria l’attimo non arrivava, l’idea
di peccare di vanità cominciava a farsi strada, per carattere e figlia di tante
letture giovanili, al momento mi veniva in mente Thomas Merton. Il solito
problema della vanità. Poi si è fatta strada, nei corridoi delimitati dai libri,
una ragazzina splendida nella sua curiosità adolescenziale riguardante Julio
Cortazar, Ernesto Sabato, addirittura Bioy Casares; e nello stupore per certi
confortanti miracoli ho smesso di capire e pensare, Aldo Cazzullo è uscito
dalle porte trasparenti sotto il sole provvisorio sostituito da un ragazzo
molto alto che mi ha costretto ad affrontarlo in punta di piedi, pur senza
darlo troppo a vedere. Non mi sfuggiva l’eventualità che potesse trattarsi di
un giocatore di pallacanestro. Gentile, educato, drammaticamente alto, ci siamo
messi a discutere di narrativa e io ho pensato che diamine, con quanti
calciatori di oggi potrei fare altrettanto? Non mi venivano i nomi dei
pedatori, e dopo che il cestista se n’è andato ho scoperto grazie a un collega
esperto di musica e basket che l’ala-centro in questione era certamente Nicolò
Melli, dell’Olimpia Milano. Mi è sembrata l’occasione ideale per iniziare a
parteggiare per l’Emporio Armani, al netto della non entusiasmante
sponsorizzazione, e senza negare a me stesso che da ragazzo avevo invece tifato
(volendo esagerare) per la Fortitudo Bologna, in seguito atrocemente radiata e
nel presente militante in Divizione Nazionale B, il quarto campionato
nazionale. In fondo se ne sarebbe accorto qualcuno? Avrei rischiato scomodi
paragoni con Zlatan Ibrahimovic oppure Emilio Fede, il primo improvviso interista
fin da bambino nella confusa e frettolosa estate del 2006 e il secondo
juventino ma poi milanista per amore di Silvio Berlusconi?
La
Resistenza del resto non si trova solamente nei libri, ma dentro case che si
aprono nella notte, nella sofferenza dei feriti curati nei pagliai, nei
ricercati nascosti in cantina, in quelle madri trasformate in scudi per
proteggere i propri figli. La Resistenza raccontata dalle storie delle suore di Firenze, Giuste tra
le Nazioni per aver salvato centinaia di ebrei; dai sacerdoti come don Ferrante
Bagiardi, che sceglie di morire con i suoi parrocchiani dicendo "vi accompagno
io davanti al Signore"; dagli alpini della Val Chisone che rifiutano di
arrendersi ai nazisti perché "le nostre montagne sono nostre"; dai
tre carabinieri di Fiesole che si fanno uccidere per salvare gli ostaggi; dai
600 mila internati in Germania che come Giovanni Guareschi restano nei lager a
patire la fame e le botte, pur di non andare a Salò a combattere altri
italiani. Partigiani comunisti, cattolici, monarchici. O autonomi, come Beppe
Fenoglio.
giovedì 22 gennaio 2015
Houellebecq o Welbeck su BibliObs, Le Nouvel Observateur
Houellebecq, Welbeck, una libreria in Italia e Alessandro Baricco.
A grande richiesta in lingua italiana ecco il testo che ho scritto per BibliObs, le pagine letterarie di Le Nouvel Observateur. Cliccando sull'immagine sotto invece la versione in francese.
Milano – Pensavo agli italiani con meno tecnologia,
l’errore più grave era stata distribuirla loro senza precauzioni, senza la
dovuta programmazione temporale. Così potevi osservarli chiacchierare da soli
ad alta voce sul marciapiede, non erano matti ma utilizzavano l’auricolare per
poter gesticolare meglio. Oppure stare con la testa china sul display a bordo
della metropolitana, del tram, accecati da Facebook, Twitter, WhatsApp, tutti a
discutere di cose essenziali che solo dieci anni fa sarebbero apparse trascurabili
e non soggette a urgente comunicazione:
“Sto arrivando a casa, Sono sul treno, Sono dal
panettiere, Non mi sento bene, Sto meglio oggi, Sono al cimitero.”
Così potevi osservarli entrare in libreria come
adesso, gli occhi abbassati sul telefonino o sull’iPad quando non direttamente
in conversazione con altri mediante orecchio, alzando il capo senza
interrompere l’ipnosi connettiva e collettiva solo per chiedere:
“L’ultimo di Welbeck?”
Si riferivano probabilmente a Sottomissione di Michel Houellebecq, ma perché contraddirli,
compito del bravo libraio è accogliere, percepire, assecondare. O forse era
uscita davvero una biografia di Danny Welbeck e a sbagliarmi allora ero io, del
resto il recente passaggio dell’attaccante inglese dal Manchester United
all’Arsenal francese di Arsene Wenger poteva indurre a confusione. Ma cosa mai
poteva aver scritto nella sua biografia Danny Welbeck a soli ventiquattro anni?
E che ne pensava di Huysmans, e del romanzo di Houellebecq? Il drammatico
attentato del 7 gennaio alla sede di Charlie Hebdo si era trasformato in casuale
e ulteriore trampolino di lancio per l’uscita di Soumission, atteso in Italia per il 15. Sottomissione, citato conseguentemente a proposito e a sproposito
dalla televisione (dovete sapere che la maggioranza dei miei compatrioti, a
partire da metà degli anni ottanta, fa quello che sostiene la televisione)
aveva portato nelle librerie clienti che non si sarebbero mai interessati a
Houellebecq, che non avrebbero mai letto Houellebecq, ma che per sicurezza
dovevano comprare Houellebecq. Poco male, avrei pensato il lunedì mattina
seguente preparando come al solito a negozio chiuso la classifica dei dieci
libri più venduti. Primo: Michel Houellebecq. L’inutile lezione del professore
Houellebecq, secondo Alessandro Baricco che tuttavia sosteneva il privilegio di
chinarsi su ogni libro dello scrittore francese, anche a costo di uscirne
delusi. In fondo questa la cosa più importante e utile, da consigliare agli
italiani, chinati invece sui display. Non avrebbero avuto niente da
rimpiangere.
mercoledì 10 dicembre 2014
Il fuorigioco sta antipatico ai bambini sul Guerin Sportivo
Attenzione: Il fuorigioco sta antipatico ai bambini sul Guerin Sportivo in edicola oggi. Recensione di Christian Giordano.
giovedì 4 dicembre 2014
A passeggio con il campionato (13)
Milano – Provo una strana allegria a lavorare in libreria, talvolta
qualcosa di mistico o per lo meno accettabile, dicevo a Teresa d’Avila alla
fine dell’ordine alfabetico del settore Religione,
perché i santi come avrete intuito non li mettiamo tutti alla lettera “S”,
altrimenti sai che casino con Francesco e gli altri. A dire il vero Teresa ero
allegro a intermittenza anche quando facevo i materassi, quando vendevo
lavatrici o lavastoviglie, frigoriferi meno perché alla fine cosa vuoi dire dei
frigoriferi, dopo un minuto avevo già terminato tutto quello che dovevo
raccontare, no con i frigoriferi non provavo allegria, qualche cliente con
problemi di comprensione o magari chissà superiore solidarietà dialettica affermava:
“Allora questo è il congelatore. Ma due stelle o quattro stelle?”
Io rispondevo numericamente e la faccenda si chiudeva lì, refrigerati.
In libreria invece ero con Santa Teresa, verso la fine dell’alfabetico
di Religione anche se adesso mi viene
in mente che la “T” non è poi così distante dalla “S”, aveva ragione Emil
Cioran quando scriveva dello stile narrativo che nei mistici, e in particolare
in Teresa d’Avila, raggiungeva vette sorprendenti per scrittori non
professionisti? No del tutto, a mio avviso, troppe ripetizioni, l’ossessivo e
servile ringraziamento a Dio o Gesù scritto ogni poche righe, il richiamo ai
presunti grandi peccati e alla spregevole vita, cosa mai aveva combinato Teresa
pensavo consegnando all’interessato il libro richiesto che niente aveva a che
fare con misticismo o santità, cosa mai poteva aver combinato la non ancora
beata appena bambina per ritenersi così cattiva, prima della mia fine avrei
dovuta leggerla questa Vita che a
vent’anni non avevo studiato nemmeno nel periodo in cui mi occupavo con
riservatezza convinta di Thomas Merton, arrivavo in bicicletta fino alla prima
collina intorno alla città per guardare oltre le sbarre un monastero vero. Ma
ora riponevo il volume Castelvecchi
nello scaffale in basso ormai sapete dove, alla “T” dell’ordine alfabetico nel
settore Religione, ci sarebbe stato
tempo probabilmente per leggerti Teresa, l’allegria saltuaria del libraio
corrispondeva alla medesima del venditore di lavatrici o lavastoviglie su
questo non c’era dubbio, raffigurata sommariamente dal brillare occasionale e
simile di elettrodomestici o pagine e copertine.
Quindi ho lavorato al mattino, passeggiato tanto e pensato poco nei
pomeriggi, imbavagliato dalla non voglia di scrivere per manifesta inutilità
personale e collettiva di fronte a un fatto tragico, luttuoso e infame. Non ho
fatto caso alla pioggia sistematica nemica di ogni solitario camminatore, certo
avevo l’ombrello, ma chi aveva parlato di tiro dell’Ave Maria descrivendo il calcio
disperato all’ultimo secondo di Gesù Pirlo, capace di regalare ai bianconeri
la vittoria nel derby della Mole, quando il pareggio in effetti pareva ai più
la soluzione maggiormente idonea? Non riuscivo davvero a ricordarlo, il telecronista
certo no e allora mi sa che me l’ero immaginato io tutto da solo, per colpa di
Santa Teresa.
martedì 25 novembre 2014
A passeggio con il campionato (12)
Milano – Un derby così brutto (pieno di ripetuti rimpalli, grossolani
errori tecnici) che mi era venuto il cafard
e avevo pensato a Emil Cioran raggiunto nel 1937 dalla telefonata dell’editore
che aveva deciso di non pubblicare Lacrime
e santi.
“Ho fatto la mia fortuna con l’aiuto di Dio, non posso pubblicare il
suo libro.”
“Ma è un libro profondamente religioso.”
“Sarà, comunque non ne voglio sapere.”
“Io devo lasciare il paese, devo andare a Parigi per un mese, non
posso partire in queste condizioni.”
“Non ne dubito, ma il suo libro non lo voglio.”
Così Cioran era andato in un caffè di Braşov
disperato, piuttosto affezionato a Lacrime
e santi perché frutto di una profonda e insonne crisi religiosa si chiedeva
cosa poter fare, nel caffè aveva incontrato un uomo che conosceva poco il quale
vedendolo particolarmente abbattuto gli aveva chiesto il motivo di tanta
tristezza. Ascoltato il lamento dello scrittore, l’uomo aveva concluso:
“Guardi, di professione io faccio il tipografo, anzi lo stampatore. Il
suo libro lo pubblico io.”
Allora Cioran aveva lasciato la Romania maggiormente sollevato, Lacrime e santi era uscito in sua
assenza e aveva avuto una pessima accoglienza, i suoi genitori si erano trovati
in una situazione molto delicata. Sua madre gli aveva scritto a Parigi:
“Io capisco il tuo libro e tutto quanto, ma non avresti dovuto
pubblicarlo prima della nostra morte, hai messo in difficoltà tuo padre che è
un prete e io che sono presidente delle donne ortodosse, in città sono derisa.”
Eppure, essendo stato pubblicato senza editore e non avendo distribuzione,
probabilmente la maggioranza delle copie era andata distrutta. Una cosa
tipicamente balcanica.
Quindi sono tornato all’agghiacciante derby di Milano, ma il cafard non era per niente passato. Dopo
il bel gol d’interno al volo di Jeremy Menez e il tiro strozzato dal limite
angolato di Obi le due squadre cercavano impotenti di fabbricare sul campo
qualcosa di simile al concetto di azione, con i soli risultati apprezzabili di
un clamoroso errore sotto porta di Stephan El Shaarawy che riusciva, solo
davanti al portiere, a scheggiare la parte alta della traversa, e di un
incrocio dei pali inventato da Mauro Icardi con una intelligente, rallentata
girata di destro su cross dalla destra. Milan-Inter terminava uno a uno,
nonostante il nervoso e mistico tentativo al novantesimo di Pippo Inzaghi di
spingere con il piede dall’area tecnica della panchina il pallone in rete,
nella santa speranza che a cinquanta metri di distanza il noioso e poco utile
Poli percepisse telepaticamente il corretto movimento da eseguire per centrare
la porta. Impossibile, fuori. Alla sua prima, seconda volta da nuovo allenatore
dell’Inter Roberto Mancini guadagnava neutro il tunnel degli spogliatoi in
cappotto scuro, sciarpa annodata e pantaloni chiari. Il simpatico difensore del
Milan Adil Rami dichiarava invece con onestà nelle interviste del dopo partita
che lui le partite non le sapeva analizzare perché prima di giocare a calcio
faceva il meccanico, e quando in Francia gli avevano comunicato che avrebbe
fatto il calciatore non ci aveva creduto. Al giudizio finale, verranno pesate
soltanto le lacrime.
martedì 11 novembre 2014
A passeggio con il campionato (11)
Milano – Sarà capitato anche a voi di svegliarvi nella notte per
controllare quanti libri di Beppe Fenoglio avete in libreria. A me è capitato
domenica scorsa e non è la prima volta, certo non sempre per Beppe Fenoglio
altrimenti sarei un imbecille o almeno un individuo dotato di poca memoria.
Comunque ho aperto gli occhi erano le quattro e trentacinque, guardando il buio
soffitto della camera da letto mi sono chiesto:
“Ma io quali romanzi ho letto di Beppe Fenoglio?”
mi sono alzato e ho spiato mia moglie e mio figlio dormienti, era il
caso di svegliarli? Quanti libri avevano letto loro di Beppe Fenoglio? In
soggiorno ho calpestato con lentezza il legno del vecchio parquet per non dare
fastidio a nessuno, ma scricchiolava lo stesso, ho acceso la luce e illuminato I ventitré giorni della città di Alba, La malora, Primavera di bellezza, Il partigiano Johnny, Una questione privata, Diciotto racconti e un pregevole volume
biografico per immagini a cura di Franco Vaccaneo, acquistato nel 2001, che
avevo quasi scordato di possedere. Le opere, i giorni, i luoghi. Uno di quei volumi
che fino a qualche anno fa si potevano trovare in quantità nelle librerie
remainders anche in centro a Milano, prima che il caro affitti, l’esasperato
sviluppo tecnologico e la sconfortante idiozia di un popolo non lettore
portasse molti di quei sacri luoghi alla chiusura. Ho passato un’ora a
sfogliarlo e a rileggerlo, prima di abbandonare l’insonnia partigiana per
guadagnare almeno due ore di sonno in funzione della veglia lavorativa. Di ritorno
dal turno non era cambiato molto a casa Savio a parte gli altri componenti
della famiglia questa volta in piedi ad aspettarmi. Ho girato la chiave nella
serratura e ancora prima di terminare la prima rotazione ho sentito con
chiarezza quella voce conosciuta a un discreto volume:
“Papino! Papino!”
e poi, un passo dentro l’abitazione:
“Giochiamo alle macchinine?”
Ho riposto va bene Pietro, mangio qualcosa e arrivo.
“Ma poi giochiamo alle macchinine?”
“Sicuro.”
“Dai giochiamo alle macchinine?”
“Si può fare, ma perché invece non giochiamo un po’ a Beppe Fenoglio?”
“Cosa?”
“A Beppe Fenoglio.”
“Alle macchinine.”
“A Beppe Fenoglio.”
“Alle macchinine.”
Dopo pranzo, abbiamo giocato alle macchinine. Beppe Fenoglio faceva
l’impiegato in un’azienda vinicola. Per via delle lingue che conosceva gli
avevano affidato l’esportazione. Compilava lettere di accompagnamento per
partite di Vermut e spumanti, lavoro abbastanza noioso tutto sommato ma così
poco impegnativo che, eludendo la sorveglianza dei principali, gli consentiva
di mandare avanti anche quello di scrittore. Tra una pratica e l’altra infatti,
e usando per precauzione la stessa carta intestata della ditta, scriveva interi
capitoli dei suoi libri che a casa riscriveva e rifiniva.
Poi dopo i parcheggi, gli incidenti e i capovolgimenti di automobili
verdi, rosse, blu, gialle e grigie Pietro mi ha chiesto:
“Papà, ma la Uve quanto ha fatto?”
e io:
“Pensa, ha vinto sette a zero.”
“Ah.”
lunedì 3 novembre 2014
A passeggio con il campionato (10)
Gussago – Esistono ancora, sia
pure in forte minoranza, italiani intelligenti, scriveva Guido Ceronetti a
proposito del loro rapporto attuale e antico coi crisantemi in particolare
quando si avvicina la giornata istituzionale consacrata alla memoria dei
defunti. Lo leggevo dopo aver mangiato in Franciacorta, Guido Ceronetti, spezzatino
e polenta, un bicchiere di vino rosso, ma ancora sufficientemente lucido per apprezzare
l’articolo e consolarmi in merito all’acquisto del quotidiano che al mattino
avevo pensato di prendere in edicola, ero in vena di follie dopo essermi
svegliato presto di fronte a un sabato di non lavoro. Me n’ero pentito quasi
subito di aver pensato al giornale come momento di lettura, ne avevo di libri
in attesa dentro lo zaino o sulla scrivania, ma poi avevo letto dei crisantemi,
degli italiani, l’euro e quaranta non era stato buttato totalmente nel tombino,
passeggiando in paese una ragazza bionda in mutande cantava qualcosa dentro uno
schermo televisivo sbucato dalla vetrina di un bar, le sue movenze erano
comiche per convinzione e interpretazione, per capire qualcosa di più ero entrato
e avevo ordinato un caffè, la ragazza bionda sotto le mutande nere vestiva solo
con delle calze sempre nere che le arrivavano oltre la metà superiore delle
cosce, non era certamente il mio tipo, si appoggiava allo stipite di una portafinestra
e in sofferenza recitata annunciava che amava sbagliare, amava farsi del mare,
ogni pezzo di pelle…
Un’altra canzone imbarazzante pronta a scalare le vette delle
classifiche, non esistevano italiani intelligenti, un pomeriggio di vent’anni
fa ero uscito di casa per comprare il cd dei Nirvana – Unplugged in New York, un pomeriggio di vent’anni fa il 1 novembre del 1994,
ricordavo alla ragazza in mutande che adesso si lasciava cadere all’indietro
sulla parete azzurra usando come freno il sedere, sentiva il peso l’aria,
voleva che qualcuno non la facesse respirare, pregava che qualcuno la lasciasse
fare, ogni amore sbagliato aveva il suo costo, quel che era stato lei lo teneva
nascosto…
Roba da matti, che capolavoro l’Unplugged in New York, Kurt Cobain si
era presentato alla registrazione in astinenza cercando di spiegare che aveva
bisogno di “pollo fritto”, ma nessuna farmacia aveva il Valium e aveva dovuto
far da solo organizzando una “consegna” in uno dei rari momenti in cui non
vomitava, aveva paura di non reggere e di andare nel panico, temeva che il
pubblico non l’applaudisse. Fuori dal bar un sindacalista mostruoso gridava che
bisognava finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei
singoli, di chi abusava di alcol e droghe, di chi viveva al limite della
legalità, di chi disprezzava la propria salute, di chi viveva una vita
dissoluta. Ne avevo abbastanza e pensavo a Tom Kromer preso a bastonate dalla
polizia perché vagabondo nell’America della Grande Depressione, picchiato il
necessario per scrivere un romanzo Tom, l’unico della sua vita, dedicato a
Jolene che quella volta aveva chiuso il gas. Sono tornato a casa e il Napoli
vinceva due a zero sulla Roma, Higuain e Callejon, Waiting for Nothing tradotto con Un pasto caldo e un buco per la notte era tra i volumi che mi
aspettavano impilati sulla scrivania, abbandonato da una paio di settimane a
pagina cinquanta annegato fra altri libri che non ho tempo di finire. L’ho
incartato in una busta regalo, sono uscito di nuovo in strada alla ricerca di
una buca per le lettere a Gussago e l’ho spedito senza crisantemo alla memoria
di Stefano Cucchi.
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giovedì 30 ottobre 2014
A passeggio con il campionato (9)
Brescia – Così mio padre è morto e io sono andato allo stadio, poi dicono perché ami tanto il calcio. Ma era gennaio e Michel Platini giocava contro il Brescia al Rigamonti, ormai senza papà al macellaio del quartiere era venuto in mente di portarmi perché lui aveva l’abbonamento in tribuna, grazie Luigi, era così pieno che con altri bambini stavamo accosciati in prima fila spiando nei rettangoli lunghi grigi creati dalle inferriate, tanto nessuno dei trentamila vedeva niente anche se qualcuno sosteneva di aver visto qualcosa, era una giornata infame, nevicava da giorni e nemmeno la domenica aveva smesso quindi il campo era completamente bianco, il pallone arancio, il Brescia azzurro con la consueta V bianca, la Juventus a strisce bianconere. Ci facevano anche male le ginocchia a forza di restare piegati, non vedevo Platini e dopo che era morto mio padre questa ulteriore mancanza di visione mi sembrava davvero eccessiva e sintomo di accanimento, ma non si trattava di una faccenda personale, anche il macellaio in automobile lontano da occhi indiscreti sulla strada del ritorno mi avrebbe confessato di non aver visto nulla, che la partita era finita 0-0 nonostante una traversa di Laudrup, un palo di Serena, una grande occasione per Branco e un goal annullato a Brio dall’arbitro Agnolin.
Quindi trent’anni dopo nel giorno dell’eventuale settantaduesimo
compleanno di Guerrino mi sono brevemente addormentato dopo pranzo da mia madre
e poi siamo andati al cimitero di San Bartolomeo, il caos per trovare
parcheggio era simile a quello di una partita perché il Giorno dei Morti si
faceva vicino e nessuno voleva fare brutta figura, abbiamo preso la scala
grande in ferro per arrivare alla tomba in alto come avevamo fatto per anni
ogni domenica mattina, Pietro a tre anni osservava con attenzione questo luogo
dove tutti innaffiavano i fiori, dove certe lastre scure di pietra sdraiate per terra sembravano
laghi, e quando mi ha chiesto:
“Che ci facciamo qui?”
Io gli ho detto siamo venuti con la nonna che deve dare da bere a
tutti questi fiori, è un posto dove la gente viene a dare da bere ai fiori, il
giorno del 1987 in cui non ho visto Michel Platini mai avrei pensato che vent’anni
dopo sarei riuscito addirittura a pubblicare un romanzo che parlava di mio
padre e di Michel Platini, a vederlo tradotto in Francia, ancora meno che avrei
ricevuto un biglietto di ringraziamento da parte di Andrea Agnelli per avergli regalato egoisticamente una copia di Mio padre era
bellissimo, tutte cose che non contano nulla eppure mi hanno fatto un enorme
piacere.
Siamo usciti dal cimitero facendo sgranocchiare i sassolini sotto le
scarpe, Pietro voleva un gelato nonostante il freddo, tornati a casa
dagli altri nonni dopo cena ho visto al computer con il segnale che saltava
ogni 5 secondi una partita orrenda, prima inutile poi sfortunata per via di due
pali colpiti. Ad un quarto d'ora dal termine il segnale è scomparso definitivamente e
sul display è comparsa la scritta Errore
404. Tanto finisce 0-0, pensavo mentre mi lavavo i denti fingendo di non
far caso al risultato, ma ho saputo in seguito che al novantaquattresimo Matri
ha colpito al volo mettendo al centro dove Antonini da pochi passi ha
appoggiato la palla in rete alle spalle del cinquecento volte bianconero
Buffon. Il Genoa ha battuto la Juventus uno a zero, Pietro mi ha detto:
“Allora che si fa prima di dormire leggiamo una storia o me ne racconti una
di quelle tue inventate?”
Io gli ho risposto una delle mie inventate, poi si è addormentato e ho
letto per dieci minuti il nuovo libro Bompiani di Michel Platini.
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martedì 28 ottobre 2014
A passeggio con il campionato (8)
Milano – C’era un vento a Milano e una luce che sarebbe piaciuta a
Meister Eckhart, dicevo a me stesso passeggiando a fatica verso il dottore con
un dito tagliato, non il dottore ma io, che la sera prima avevo infilato senza
la consueta cura un piatto nella lavastoviglie centrando un coltello seghettato
posizionato con la punta verso l’alto, di quelli ottimi per tagliare la carne o
la pizza. Spargimento di sangue, pollice sotto l’acqua fredda, rosso che se ne
va, tutto in apparenza sanato ma al mattino seguente il dito gonfio come una
noce, difficoltà a muoverlo, la decisione di recarmi dal dottore e non al
lavoro. Mercoledì pomeriggio, a Milano, come ogni volta che vado dal dottore e
penso a ripetizione la prosa migliore per spiegare il mio malessere, fortunato
il mio dottore, Meister Eckhart In agro
dominico, la bolla papale in cui venivano censurate ventisei sue
proposizioni.
Guardi un banale incidente domestico, ho detto alla fine al dottore,
ieri sera mentre infilavo un piatto nella lavastoviglie ho centrato un coltello
con il seghetto, uno di quelli ottimi per tagliare con facilità la carne e la
pizza, all’inizio sembrava solamente un taglio, questa mattina invece non
riuscivo a muoverlo, il pollice, ho pensato di venire da lei in compagnia di
Meister Eckhart. Quando ho terminato la mia esposizione spiegando
l’impossibilità, con un pollice in simili condizioni, di poter espletare
correttamente il mio lavoro di libraio, lei mi ha detto:
“Ah, lavora in libreria. Quale? Mi consiglia un bel romanzo? Cosa ne
pensa ad esempio di Tiziano Terzani?”
Io le ho risposto Feltrinelli piazza Piemonte venga a trovarmi,
qualcosa di professionale in merito al romanzo adatto ai suoi gusti, per quanto
riguarda Tiziano Terzani invece altro relativo alla fama di una persona in vita
e successivamente dopo la morte, a una certa, tipica serialità di alcune
pubblicazioni moderne, ha presente piuttosto Meister Eckhart? Pensavo a lui
camminando verso lo studio medico, per via di questo vento e di questa luce,
egli parlava dal punto di vista dell’eternità, ma spesso veniva inteso dal
punto di vista del tempo. Con un dito come una noce in ogni caso è improbabile
digitare correttamente i numeri sul display della cassa numero 7, lei mi ha
interrotto affermando:
“Non c‘è dubbio. E ho capito ciò che intende su Terzani, ma la sua
rubrica settimanale non dovrebbe trattare di calcio, del campionato?”
Sì, proprio di questo le stavo parlando, e consultando il calendario
della Serie A, avrà notato che la prossima settimana ci saranno tre partite in
sette giorni. Restando alle favorite: Juventus contro Palermo, Genoa ed Empoli.
Roma contro Sampdoria, Cesena e Napoli. Non potrà sfuggirle che totalizzando 9
punti in tre partite per la Vecchia Signora potrebbe materializzarsi la prima
fuga stagionale, seppur a circa un quarto di torneo. Ma anche con 7 punti in tre
partite per i bianconeri, escludo che i giallorossi ne possano ottenere
altrettanti considerando la forza di Sampdoria e Napoli.
Poi sono uscito dalla discussione medica, nei giorni seguenti quel
vento e quella luce a Milano non si sono più ripresentati, per studiare con
attenzione Meister Eckhart uno dovrebbe trascorrere almeno un mese in completa solitudine
altrove e potrebbe non bastare, sabato la Roma è stata fermata sullo 0-0 dalla
Sampdoria mentre domenica la Juventus ha sconfitto il Palermo per 2-0.
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