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lunedì 2 giugno 2014

Il diario del Giro. Ventunesima tappa: Gemona del Friuli – Trieste (172 Km). Andando per frasche con Bazlen e Svevo


Trieste – Pensavo quasi di non scrivere nulla su questa ultima tappa, in fondo il novantasettesimo Giro d’Italia è finito ieri mentre sul Monte Zoncolan aspettavo Juan Rodolfo Wilcock in compagnia di Alfred Attendu, suo sublime gregario autore dell’opera divenuta un classico “Il fastidio dell’intelligenza”. Ma poi mi sono detto: sarebbe brutto fare venti e non fare ventuno, potrei essere colto da un certo non nuovo senso d’incompiutezza, mi resterebbe qualcosa da riparare. Perché avevo cominciato a scrivere questo diario? Come Vasco Pratolini per cercare di risolvere dei disturbi leggeri, ma noiosi? Andare dietro al Giro era forse la medicina più sicura? A Trieste ero già stato più di una volta, l’ultima nel maggio del 2012 per guardare Cagliari-Juventus e per incontrare Emilio, protagonista di Senilità. Allora aveva trentacinque primavere e aveva dato alle stampe qualche anno prima un romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina però ingiallito nei magazzini dei librai e utile solo a trasformarlo in un letterato rispettato nel piccolo bilancio artistico della città. Emilio in quel tempo innamorato di tale Angiolina, bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, snella e flessuosa, con il volto illuminato dalla vita, a sentir lui. Nella difficile condizione del confidente che sapeva quello che Trieste urlava di tale donnina (una zoccoletta, che se la faceva un po’ con tutti, che appendeva alle pareti della camera le fotografie dei suoi svariati uomini) ma che non trovava il modo meno indolore per comunicarlo all’amico caro, ero riuscito a convincere Emilio a rimandare di qualche ora l’appuntamento con la bionda, per accompagnarmi allo stadio. Trovata un’osmizza aperta, avevamo litigato con l’oste pancione che ci aveva negato un bicchiere di vino tre ore e cinque minuti prima dell’inizio della partita, quando la Polizia municipale di Trieste aveva emesso un’ordinanza che vietava la vendita di bevande alcoliche ma da tre ore prima, e intorno negli altri tavoli tutti andavano per frasche.* Costretti a una nevrotica resa bagnata di coca-cola, avevamo chiacchierato dello scrittore Roberto Bazlen che durante la sua vita non aveva pubblicato nulla e aveva scritto esclusivamente sequenze di note senza testo, leggibili tutte come appunti per un’immaginaria scienza dell’autotrasformazione. Il nulla raggiunto troppo presto. Ciò che non vuole morire deve crepare. Italo Svevo era uno scrittore della domenica, che in settimana vendeva vernici sottomarine. Le ho usate per scrivere sulla strada W il Giro! usando soprattutto il colore rosa. Ho fatto una fotografia con il telefono e l’ho mandata al mio direttore di giornale, ma sì, quello che non legge libri. Anzi quello che il suo libro preferito è Il gabbiano di Jonathan Livingston. Ho aggiunto come didascalia che il colombiano Nairo Quintana ha vinto la novantasettesima edizione del Giro d’Italia davanti al connazionale Rigoberto Uran e al sardo Fabio Aru. L’ultima tappa invece se l’è aggiudicata in volata lo sloveno Luka Mezgec davanti al sempre secondo e una volta terzo Giacomo Nizzolo. Vrranno tempi più fortunati. Roberto Bazlen, nato a Trieste nel 1902 da padre tedesco e madre italiana, fu il primo a cogliere il genio che sino allora nessuno aveva riconosciuto nei romanzi di Italo Svevo. Ne scrisse con entusiasmo a Montale.

*A Trieste la frase “andar per frasche” significa andare a bere il vino nelle osmize

martedì 8 maggio 2012

Il posticipo_Cagliari-Juventus (I baci di Angiolina non valgono trenta scudetti)


Così alle tre del pomeriggio Emilio ha suonato il campanello di quando ero molto giovane e mi ha detto scendi che andiamo a Trieste, c’è un sole che non lascia dubbi.

Dopo il viaggio abbastanza lungo ci siamo fermati sul terrazzo di S. Andrea a guardare il mare calmo che diventava verticale, ma più che altro con il Brentani aspettavamo che la luna grande facesse il suo corso diventando gigante, come avevano detto i giornali, curiosi entrambi di verificare se questo periodico seppur raro avvenimento avrebbe portato con sé i più improponibili disastri.

Nell’attesa, Emilio mi ricordava la sua vita fino ad allora: 35 primavere, autore qualche anno prima di un romanzo lodatissimo dalla stampa cittadina però ingiallito nei magazzini dei librai e utile solo a trasformarlo in un letterato rispettato nel piccolo bilancio artistico della città, al momento innamorato di tale Angiolina, bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, snella e flessuosa, con il volto illuminato dalla vita, a sentir lui.

Nella difficile condizione del confidente che sapeva quello che Trieste urlava di tale donnina (una zoccoletta, che se la faceva un po’ con tutti, che appendeva alle pareti della camera le fotografie dei suoi svariati uomini) ma che non trovava il modo meno indolore per comunicarlo all’amico caro, arrivavo almeno a convincere Emilio a rimandare di qualche ora l’appuntamento con la bionda, il tempo necessario per assistere a Cagliari-Juventus.

Trovata un’osmizza aperta, litigavamo con l’oste pancione che ci negava un bicchiere di vino tre ore e 5 minuti prima dell’inizio della partita, quando la Polizia municipale di Trieste aveva emesso un’ordinanza che vietava la vendita di bevande alcoliche ma da tre ore prima, e intorno negli altri tavoli tutti andavano per frasche.*
“La campanella è già suonata” dichiarava paonazzo il ciccione, ed eravamo costretti ad una nevrotica resa bagnata di coca-cola.

Dentro lo stadio di confine rosso e bellissimo, Vucinic sentiva aria di casa e sbloccava il risultato già al sesto minuto bucando le gambe di Agazzi su intuizione del regista difensivo Bonucci. Ma i cagliaritani giocava la partita della vita, secondo un maligno vicino di seggiolino correndo e menando come fabbri-pastori giunti dopo anni di pecore e Cannonau alla meritata Finale di Champions. Probabilmente incentivati da chissà quale telefono stavolta non controllato, si sostituivano addirittura ai raccattapalle per recuperare più velocemente i palloni usciti di campo. Vicino alla riga, Lichsteiner dopo tre duri colpi finiva al tappeto per K.O. ed usciva in barella. L’arbitro orso ammoniva a caso, Pirlo colpiva un palo su calcio d’angolo.

Al risveglio post-intervallo, i boati dei supporters del Cagliari segnalavano con rumore il vantaggio del Milan grazie a Ibrahimovic che dopo un rigore inventato faceva 2-1 con una prodezza. Le gambe degli juventini cominciavano a tremare, fino a quando il neo-entrato Borriello provocava l’autogol, di ottima fattura, dello sventurato Canini: Cagliari 0, Juventus 2. Al triplice fischio di un sei maggio, la Juventus era campione d'Italia per la trentesima volta e Conte dei miracoli gridava al vento il suo capolavoro di bellezza e imbattibilità.

I tifosi invadevano il prato, imbarazzando poliziotti in apparenza capitati lì per coincidenza, ed erano i capi-ultras bianconeri a garantire le condizioni di ordine pubblico necessarie per consentire il ritorno in campo di alcuni giocatori juventini per festeggiare: tutto normale, in un Paese sub-normale.

Entusiasti di cotanta anarchia, con Emilio ci lasciavamo trascinare dallo stupore per uno Scudetto storico e scavalcavamo pure noi, riuscendo peraltro con successo ad estirpare con la forza dal pavimento verde il busto in bronzo di Aron Hector Schimtz, in arte Italo Svevo. Uno scrittore della domenica, che in settimana vendeva vernici sottomarine. Ce lo saremmo portati a casa come ricordo.

Fuori, in una città meravigliosa, adesso tutte le osmize ci accoglievano a braccia aperte. Emilio ed io ipnotizzati dalla marea pensavamo alla fortuna di essere vivi, e dilettanti. In lontananza, Angiolina passeggiava a braccetto con un noto ombrellaio-antennista calvo in cravatta gialla, conosciuto a Trieste per la curiosa perversione di conservare nel taschino della giacca fotografie non dei suoi cari ma di goal annullati o lampioni spenti sul più bello.

E allora ho visto Emilio Brentani chinarsi per cercare un sasso, senza trovarlo. L’ho visto accontentarsi di pietruzze, da raccogliere e scagliare dietro a quei due. Infine ho guardato il vento portarle e qualcuna deve aver colpito la coppia perché Angiolina si è messa a piangere, gridando di spavento.


*A Trieste la frase “andar per frasche” significa andare a bere il vino nelle osmize