venerdì 16 maggio 2014

Il diario del Giro. Settima tappa: Frosinone-Foligno (211 Km). Il cappuccino e Richard Ford


Foligno - Oggi non sono riuscito a vedere la tappa. Eppure mi ero svegliato presto, anche se meno di ieri, anche se questa volta per andare a lavorare in libreria ma non come libraio. Addio sogni di gloria, viaggi in prima classe tra Frosinone e Foligno per seguire in prima linea il Giro d’Italia e scrivere il pezzo da spedire in redazione, a lavorare, al massimo con la consolazione preventiva di cappuccino e brioche al bar, non roba da tutti i giorni, mi è rimasta questa cosa relativa all’educazione materna che non si può fare tutte le mattine colazione al bar, sommi cappuccino e brioche e sono due euro e trenta, li moltiplichi per trentuno giorni del mese e fa più di settanta euro, roba da matti, da ragazzino c’erano ancora le lire ma quando raramente facevamo colazione al bar poi uscivamo e mia madre ancora con il sapore del caffè sulla lingua sottolineava sistematicamente “Certo che se uno facesse colazione al bar tutti i giorni, poi alla fine del mese…” Così qualcosa nell’inconscio mi è rimasto e non faccio colazione al bar tutte le mattine nemmeno adesso che sono un ben stipendiato cronista sportivo. Sportswriter, direbbe Richard Ford. Questa cosa l’ho raccontata al direttore del giornale che però mi ha detto ti ho mandato in giro per il Paese per riassumere le tappe della carovana rosa (lui dice sempre la carovana rosa) e buttare dentro qualche spruzzatina di sospetto doping, non parlarmi di brioche e di tua madre, che gliene importa ai nostri lettori. Non è molto intelligente, il mio direttore, si vanta di non leggere libri e quando gli ho detto Richard Ford mi ha detto cerca di parlare dei ciclisti dei nostri tempi. Comunque, al bar prima di andare a lavorare c’èra il solito idiota che monopolizzava La Gazzetta dello Sport, osservato con odio puro e giustificato da tutti gli altri. Perché si siede e monopolizza, per venti minuti, io capisco dieci minuti ma venti, venti minuti al mattino sono un tempo importante, e poi spesso si alza a lettura terminata e commenta ad alta voce con le sentenze tipiche dell’italiano medio, quelli che rubano e quelli che no, quelli che si dopano e quelli che no. Questa mattina mi è passato alle spalle mentre sorseggiavo il cappuccino sbraitando al barista “Sono tutti drogati, state ancora a guardare il ciclismo, sono tutti drogati…” Io ho pensato Dio mio, dammi la forza di non reagire, appoggiare un secondo la tazza sul bancone e colpirlo accidentalmente con una gomitata, che sublime forma di redenzione, poi riprendere con eleganza a sorseggiare il cappuccino, non è successo niente, perché sei così stupido uomo della Gazzetta? E che mi dici di Richard Ford? Frank Bascombe, il protagonista di Sportswriter,  è un uomo ancora giovane che ha rinunciato al mestiere di scrittore per diventare giornalista sportivo. Ma il direttore del quotidiano per cui scrivo non sa nemmeno chi sia Richard Ford, figuriamoci Frank Bascombe, eppure dirige un quotidiano sportivo, almeno Sportswriter potrebbe leggerlo, ma lui si vanta di non leggere libri. Hey ma non dovevamo parlare della tappa? Come dicevo non l’ho vista, ma dai tanto adesso c’è internet. L’avevo pronosticato ieri, arrivo in volata. Però una fuga di cinque corridori capita, resistono resistono resistono mentre il gruppo aumenta il ritmo per risucchiarli, resistono litigando fra loro per darsi il cambio a tirare ma poi cedono, vengono risucchiati, e sul traguardo trionfa ancora il francesino Bouhanni davanti al nostro Nizzoli, come direbbe un cronista più patriottico di me. Invece no, vince il francesino mi dicono patito di boxe che infatti ha il coraggio dei matti perché mentre Nizzoli parte pulito e  centrale per la sua progressione, tecnicamente perfetta, Bouhanni sbuca fuori dalle transenne negli ultimi metri, le sfiora le transenne per poi accentrarsi lievemente ondeggiando grossolanamente, meno bello a vedersi ma pugilatore arrabbiato che passa primo a Foligno,  anticipando oltre all’italiano secondo come a Bari lo sloveno Mezgec e il solito Matthews, che mantiene la maglia rosa per il sesto giorno consecutivo. Allora fa sul serio? Tempo al tempo, io scommetto che il Giro lo vince Cadel Evans, il direttore del giornale mi dice non dire prima chi vince la carovana rosa. La tappa non l’ho vista perché uscito dalla libreria ho pranzato e poi quando il collegamento Rai stava per iniziare Pietro si è svegliato dal suo riposo pomeridiano dicendo inequivocabilmente “Bici dai”.  L’ho accompagnato quindi il mio amico lungo le strade e i parchi del mio quartiere stando dietro alla sua mini-bicicletta con l’ammiraglia delle mie gambe fino a quando non sono arrivate le sette di sera e lui ha detto “Gelato”, io gli ho detto “Gnocchetti”, lui ha detto “Gelato”, io “Gnocchetti dai sono le sette”, lui “Ge-la-to!”. Abbiamo preso un Mottarello. Che cosa fosse esattamente quella vita piacevole che si aspettava, Frank Bascombe non lo sapeva proprio. Comunque, non poteva dire non ci fosse stata. Erano solamente successe tante cose, da allora.

giovedì 15 maggio 2014

Il diario del Giro. Sesta tappa: Sassano-Montecassino (247 km). Andreotti o Ceronetti, in due per una maglia rosa.


Montecassino - Ormai dormo quanto Andreotti. Sarà per via della vita da inviato, il continuo cambiare letto e albergo, per fortuna pagato da qualcun altro. Ieri mi svegliavo a Taranto e discutevo con E.C. di doping e ciclismo, oggi da solo a Sassano che mi fa venire in mente Sassari e Salsano, città ed ex-calciatore piccolo della Sampdoria. Dormo quanto Andreotti e mi sveglio con una bugiarda freschezza che pagherò nel pomeriggio quando dovrò raccogliere le forze per scrivere questo diario, ogni giorno rubo un’ora alla notte e mi sveglio pensando ad Andreotti, è morto Andreotti? Sono stanco e mi capita di non ricordarmi immediatamente se Giulio sia morto, per diversi minuti, è morto oppure no? Forse l’anno scorso, ma sono realmente dubbioso, così  controllo sul telefonino e Andreotti è morto, il 6 maggio 2013, è stato un politico, scrittore e giornalista italiano. Andreotti è stato uno scrittore ma non l’hanno mai inviato al Giro D’Italia, comunque è morto un anno fa, mi è tornato in mente come una forma di anniversario a trecentosessantacinque giorni circa dal suo decesso, capita talvolta di non avere certezze sull’eventuale morte di un personaggio, Andreotti in maglia rosa che tipo di corridore sarebbe stato, molto probabilmente uno scalatore curvo sul manubrio, più ragionatore che spettacolare, nemmeno “Il Divo” mi pare chiarisca questo aspetto ciclistico e politico, Giulio camminava avanti e indietro nel lungo corridoio della sua casa romana. Ti accorgi che l’insonnia ha vinto quando ti sorprendi all’alba a controllare su Wikipedia le statistiche di un centravanti bosniaco per cercare di comprendere se possa essere un buon investimento per la tua squadra di calcio del cuore, ma torniamo al Giro d’Italia. L’idea di seguire ogni tappa viaggiando in treno dalla partenza al traguardo mentre la corsa avviene altrove eppure vicina, mi era parsa subito intrigante ma non mi aspettavo fosse sufficiente a convincere il direttore del giornale a pagarmi per seguire la corsa rosa. E’ stato più facile del previsto. Guido Ceronetti dal 1981 al 1983 girava l’Italia in compagnia esclusiva della sua raffinata intelligenza e del suo stile sperimentale per dare forma al suo viaggio in Italia. Anni prima l’aveva fatto Guido Piovene. La settimana scorsa è arrivato invece in libreria il viaggio in Italia di Napoletano. Cambiano i tempi. Ma Guido Ceronetti anche lui quando fuori da una stazione ferroviaria di una città col mare avevo trovato una prima edizione Einaudi del suo viaggio mi era capitato di pensare: ma è morto Guido Ceronetti? Avevo subito controllato sul telefonino. No ringraziando il Signore, Guido Ceronetti è vivo. Guido Ceronetti è vivo, cammina col bastone lungo i marciapiedi di Torino. A Montecassino si è svolto l’arrivo della sesta tappa del Giro d’Italia. La maglia rosa ha vinto a sorpresa la gara, non si trattava di Andreotti ma di Michael Matthews, bravo a battere in salita Wellens e Evans. Ma anche quest’ultimo può dirsi felice perché capace di guadagnare quasi un minuto sui diretti avversari in classifica generale: Uran, Morabito, Santaromita, Aru. E due su Basso e Quintana. Cercando il nuovo albergo di Montecassino ho sperato che la camera fosse silenziosa e il materasso comodo. Domani si parte da Frosinone per arrivare a Foligno. Un gran premio della montagna a 1007 metri di altitudine dopo 28 chilometri, poi qualche saliscendi mai oltre i 650 che potrebbero far ipotizzare qualche tentativo di fuga, ma pronostico con abbastanza decisione il gruppo che arriva in volata considerati gli ultimi 25 chilometri completamente pianeggianti. Per quanto mi riguarda spero di dormire, che Pietro non si svegli tante volte questa notte, domani torno in libreria e mi aspettano tre o quattro ore nel mio nuovo ruolo di cassiere. Nei rari tempi morti rifletterò sulla rivalità Andreotti-Ceronetti, cercherò di comprendere come mai gli italiani coltivino da sempre l’abitudine di dividersi in fazioni. Questo Giro numero 97 che si concluderà a Trieste vedrà gioire solamente una delle due parti, mi auguro di cuore che tocchi allo scrittore torinese mettere in bacheca questo rosa viaggio in Italia.

mercoledì 14 maggio 2014

Il diario del Giro. Quinta tappa: Taranto-Viggiano (203 Km). Vasco Pratolini alle cinque del mattino


Viggiano - Mi sono svegliato alle cinque del mattino, non che fossi in apprensione per la quinta tappa, a dire il vero la prima con arrivo in salita ma niente di trascendentale, altitudine massima 948 metri, mi sono svegliato alle cinque del mattino e ho fatto barba, doccia, colazione in albergo, caffè in un bar di Taranto con lettura rapida della Gazzetta dello Sport, non ero fra i trenta + uno dei pre-convocati di Cesare Prandelli per i Mondiali brasiliani ma non mi ero fatto illusioni, eppure c’erano Mirante e Darmian, a trentanove anni però ci sarebbe voluto in miracolo, bene avevo fatto ad accettare la proposta del quotidiano allora di seguire da vicino il Giro d’Italia numero 97 come scrittore non inviato, oggi da Taranto a Viggiano, mi ero sempre lamentato di non aver mai goduto di questa possibilità e adesso toccava a me. Al bancone il giornalista E.C. non aveva dubbi, la febbre di Marcel Kittel nascondeva doping,  a questo ero riconducibile il suo ritiro, io dopo il caffè gli avevo detto “Il tuo problema E.C. è che sei ossessionato dal doping, il doping è certamente una parte del ciclismo ma non tutto il ciclismo, nel tuo articolo relativo alla tappa di ieri non hai scritto nemmeno due righe sull’andamento della gara, c’è qualcosa che non va, guarda i colori e le strade, scrivi di quello, collegali a musica cinema o letteratura, ma li vedi i colori e le strade?” Il percorso prevedeva un arrivo in salita, un finale a circuito come ieri a Bari ma con ascesa a novecento metri di altitudine, quindi discesa tecnica e rettilineo conclusivo di 100 mt al 6% di pendenza. Ma non è per questo che mi ero svegliato alle cinque, saranno stati altri motivi, dopo il caffè mi sono ritrovato in libreria, come al solito avevo timbrato in orario, di conseguenza non ero per niente inviato alla corsa rosa cosa mi era saltato in mente, non ero Vasco Pratolini al trentottesimo Giro d’Italia (14 maggio-5 giugno 1955), reduce da una cura di sei mesi per disturbi leggeri ma noiosi, non relativi al cuore, alla pressione, non relativi a nulla. Fino a quando la diagnosi non era balzata agli occhi con l’evidenza delle cose di natura. Vasco era ammalato di sedia e di scrittoio, e andar dietro al Giro gli era parsa la medicina più sicura. Già al solo pensiero, gli era passato il mal di capo. Non ero Vasco Pratolini allora, nemmeno un suo vicino di osservazione ciclistica terapeutica, non eravamo nel 1955, al termine del turno sarei corso a casa per mangiare un panino, prendere l’automobile e correre a Brescia dalla mia famiglia, niente tappa anche oggi, come giustificarmi agli occhi del direttore del quotidiano, gli avrei mandato la consueta cronaca di tappa fasulla, una vittoria italiana finalmente, quella di Diego Ulissi abile a sfruttare il traino della maglia rosa Matthews fino a tagliare il traguardo prima di Cadel Evans e Moreno Arredondo. In autostrada mezz’ora di coda per incidente, Vasco Pratolini, oggi avevo un mal di petto simile al tuo mal di capo, per questo mi sono svegliato alle ore cinque, mi sono fatto barba e doccia, colazione in albergo, caffè in un bar di Taranto prima di ritrovarmi a sorpresa di nuovo in libreria, non inviato ma premiato nel ricevere in dono da un barbuto e gentile rappresentante una copia del nuovo libro di Marino Sinibaldi, Un millimetro in là-Intervista sulla cultura. E la tappa di domani? Sassano-Montecassino, la guida dice media montagna, 247 Km. Al termine della coda sull’A4 sono uscito a Ospitaletto, ho proseguito verso Gussago e giunto nel cortile alberato prospiciente la casa dei nonni mi aspettava Pietro con sua mamma. “Papino!” ha gridato, con la bocca allungata a sorpresa, gioia definitiva. Abbiamo parcheggiato la macchina insieme, due tre quattro cinque volte, prima marcia retromarcia, quest’aggressiva passione per l’automobilismo, non saprei davvero dire da chi l’ha presa.

martedì 13 maggio 2014

Il diario del Giro. Quarta tappa: Giovinazzo-Bari (112 Km). La velocista Valduga, il beato Maggiani


Bari - E’ andata che il famoso velocista tedesco, descritto solamente l’altro ieri da un noto quotidiano italiano come un dio della potenza e della forza dal volto squadrato, dai lineamenti duri, gli occhi azzurrissimi, un po’ Rocky IV un po’ Arnold Schwarzenegger, ma che a essere precisi assomiglia piuttosto a Ivan Drago di Rocky IV e non a Rocky IV medesimo come ha scritto il giornalista; è andata che Marcel Kittel si è ritirato dal Giro d’Italia a causa della febbre e alla partenza di Giovinazzo questa mattina non c’era. Io invece ero a Milano in libreria, alla cassa numero 7 dalle 9.30 alle 14, guarito dalla febbre e dopo essere stato in ferie, e mi ripetevo che ero beato, beato me, beato me, leggendo ad alta voce ai clienti dei passi dall’ultimo libro di Maurizio Maggiani, sottile e nero, un’invettiva narrata oralmente che mi sforzavo di riprodurre pur non amando generalmente i reading, mentre dall’altra parte della cassa le persone volevano il sacchetto oppure il pacchetto, avevano oppure non avevano la tessera fedeltà, sceglievano bancomat oppure carta di credito, dalle 9.30 alle 14, la questione linguistica dello stare in cassa per un tempo prolungato, è quello che mi preme. Oltre ad immaginare Maggiani, i suoi figli della Repubblica, alternavo le soluzioni datemi in dotazione dal buon Dio e dalla mia formazione autodidatta per stupire i clienti con la mia presunta proprietà di linguaggio, sorprendente per un cassiere, desidera un sacchetto oppure un pacchetto, spesso nascono secondi di silenzio, ci guardiamo negli occhi, guardali negli occhi, ci osserviamo in attesa di una risposta, io, loro no, ci pensano, un reading non se l’aspettavano, si tratta di un’invettiva di Maurizio Maggiani, non è roba mia. A Giovinazzo invece piove, viste dall’alto ogni città e paese d’Italia regalano espressioni di meraviglia, certi documentari degli anni sessanta di Folco Quilici ritrasmessi di recente su Rai Storia, ma anche qui l’elicottero del Giro accompagna i ciclisti dall’alto e sorvola la bellezza di Bari, siamo arrivati al circuito finale di otto giri di 8,3 Km ciascuno dentro la città e il maltempo è arrivato puntuale, la direzione della corsa ha deciso di non assegnare abbuoni e i tempi per la classifica generale verranno presi alla campana dell’ultimo giro. I ciclisti scivolano, Maurizio Maggiani l’ho incontrato solamente una volta, in libreria, sarà stato il 2002 o il 2003, lui usciva dal bagno io entravo in bagno per lavarmi le mani, la porta era bianca, era venuto a presentare un suo romanzo (La regina disadorna? Il coraggio del pettirosso?), indossava le bretelle, risultava trasparente. I suoi figli della Repubblica sono entrati nella gioventù osservati ma non pedinati, controllati ma non compressi, repressi ma non asserviti. La mia gentilezza di cassiere è un petardo che spaventa perfino me stesso, fino a quando non scoppia, ieri sera in pizzeria con Antonio abbiamo parlato del Giro e del nostro futuro tour italiano per presentare i nostri due imminenti romanzi sportivi che hanno solo qualcosa di sportivo, una volta fuori abbiamo deciso per una passeggiata lungo corso Buenos Aires e stavamo discutendo di una poesia di Patrizia Valduga quando abbiamo incontrato Patrizia Valduga. Abita da quelle parti. Con la velocità di una ragazzina ci ha presentato la sua compagna di camminata. “Avete davanti a voi due vedove di un certo livello: la vedova Raboni e la vedova Zanzotto”. Poi sono scomparse rapide, e Antonio è andato a prendere il treno. Il ritiro di Marcel Kittel ha spianato la strada al francesino Nacer Bouhanni, sempre piazzato nelle volate dei giorni scorsi, più veloce nella circostanza di Nizzolo, Veelers, Ferrari e Viviani. Intervistato sotto il caschetto il vincitore aveva la faccia rosa e marrone per via degli schizzi di pioggia e fango, non ha recitato una poesia di Patrizia Valduga, spero gli abbiano almeno dato un po’ d’acqua e un asciugamano pulito per lavarsi le guance e godere al meglio dei baci delle due Miss sul palco. L’invettiva di Maggiani si legge in meno di un’ora, dopo il lavoro ammetto di aver continuato la lettura a casa, azzerando il volume della televisione, tenendo la tappa in sottofondo e sperando che non terminasse prima della fine del libro. Michael Matthews ha conservato la maglia rosa per il terzo giorno consecutivo, record eguagliato per un australiano. Domani partenza da Taranto e primo arrivo in salita, a Viggiano. 203 Km. E da qui in poi, da qui in poi, basta.

domenica 11 maggio 2014

Il diario del Giro. Terza tappa: Armagh-Dublino (187 Km). I compleanni sospetti, Bobby Sands e Gianni Clerici


Dublino - Dev’essere una faccenda di compleanni che potrebbe anche gettare un’ombra sull’effettiva regolarità della manifestazione perché la tappa del Giro d’Italia di oggi, che purtroppo non sono riuscito a vedere, ha sancito la seconda vittoria consecutiva di Marcel Kittel, come del resto ieri, con la differenza però che oggi il velocista tedesco, descritto da un noto quotidiano italiano come un dio della potenza e della forza dal volto squadrato, dai lineamenti duri, gli occhi azzurrissimi, un po’ Rocky IV un po’ Arnold Schwarzenegger; ecco oggi Marcel Kittel ha vinto proprio nel giorno del compimento del suo ventiseiesimo anno di vita, com’era accaduto al canadese Svein Tuft nella prima tappa, che tuttavia di anni ne ha undici di più. A parte questo, sabato sera mi ero ritrovato sul divano a guardare Hunger, film di Steve McQueen che ricostruisce il trattamento riservato ai prigionieri politici nel carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord. In buona sostanza soprattutto la storia di Bobby Sands, appartenente alla Provisional IRA, che per ottenere il riconoscimento di prigionieri politici per i membri dell'IRA, organizza uno sciopero della fame in cui perderà la vita. Ero sul divano e mentre i piani sequenza si ripetevano con una certa insistenza pensavo alla casualità che mi aveva fatto capitare sull’emittente che aveva pensato di trasmettere questo film irlandese durante la gita in terra verde della carovana rosa, forse non per caso. E cioè m’immaginavo i dirigenti dell’emittente che avevano fatto riunioni e riunioni fino a decidere di proiettare lungometraggi irlandesi in coincidenza delle prime tre tappe straniere del Giro, oppure niente di questo, ma soprattutto perché. In ogni caso, al venticinquesimo minuto del film, all’incirca quando Gerry, il compagno di cella di Bobby Sands, stava spalmando per protesta le sue feci dal pavimento fino al soffitto della cella, Pietro nell’altra stanza da addormentato era esploso in un fragoroso pianto e allora io e Marta avevamo abbandonato le rispettive postazioni di relax con un colpo di reni per raggiungere il letto del bambino, dimenticando d’un tratto l’orrore della violenza e delle torture delle guardie carcerarie nei confronti dei detenuti io, lei non lo so, e per quanto mi riguarda passando in un pochi secondi dal pubblico al privato, dallo sdegno per certi avvenimenti della storia sempre sconfortanti all’immediato tentativo di capire come mai il mio bambino preferito piangesse disperato. Spenta definitivamente la televisione, ci saremmo addormentati per svegliarci poi ripetutamente nel corso della notte ad ogni sobbalzo lacrimoso di Pietro, preoccupati a vicenda, facendo sembrare di no. Il mattino seguente, abbastanza assente per la stanchezza accumulata, sapevo già che non sarei riuscito a vedere la terza puntata del Giro d’Irlanda, Armagh-Dublino, percorso comunque pianeggiante che si sarebbe concluso al 100% in volata. I ciclisti avrebbero ricordato Bobby Sands? Lo escludevo, di certo non avevano guardato Hunger come me la sera prima e non erano rimasti quindi con la questione irlandese in testa, ma con l’altimetria della tappa sì, che prevedeva un inizio collinare, due gran premi della montagna ma banali, un finale cittadino dopo aver oltrepassato il fiume Liffrey, dall’Irlanda del Nord alla Repubblica d’Irlanda. A un chilometro dall’arrivo Marcel Kittel era molto indietro, ma ha pensato di stare attaccato al francesino Bouhanni, che non compiva gli anni, e di usarlo come scia per arrivare ancora una volta primo davanti a Swift, Viviani, Appollonio. Io ho avuto da fare per tutta la giornata di domenica, arrivato a casa ho guardato parzialmente Roma-Juventus di nascosto mentre giocavo a nascondino con Pietro, ho pensato devi scrivere il diario del Giro e ti metti invece a spiare una partita di pallone, sei davvero inguaribile. L’articolo più bello della settimana però l’ha scritto Gianni Clerici, prendendo spunto dalla penosa vicenda della trattativa Stato-Hamsik-Ultras di un sabato fa. Il 7 giugno del 1963, il suo capo e amico Gianni Brera l’aveva assegnato alla cronaca dell’incontro Atalanta-Roma, a Bergamo. Ad un certo punto dell’incontro il comportamento di un vecchio tifoso della Dea era stato così furibondo da procurargli un malore. Clerici aveva sbagliato commentando ad alta voce che un tifo simile produceva squilibri, ma non avrebbe mai pensato, dopo il match, di trovarsi di fronte ad un gruppo di quelli che ancora non si chiamavano ultras, pronti ad aggredirlo al grido di “Dagli al romano!” Per sua fortuna, uno studio sul poeta Carlo Porta aveva aiutato Clerici a perfezionarsi nel dialetto milanese, il necessario per convincere gli ultras della sua non romanità. Da quell’episodio comunque Gianni Clerici decise di non scrivere più di calcio, si licenziò, venne riassunto quarantotto ore dopo con l’incarico di occuparsi di sci, basket e dell’amato tennis. Così anche questa tappa è andata, la maglia rosa è rimasta sulle spalle di Michael Matthews, domani il Giro riposa e anche io, ci sentiamo martedì per la Giovinazzo-Bari.

sabato 10 maggio 2014

Il diario del Giro. Seconda tappa: Belfast-Belfast (219 Km). Il bello del Giro d'Italia è lasciarsi addormentare


Belfast - Oggi non sono riuscito a vedere la tappa. Avevo promesso a me stesso di guardarla, anche per rimediare alla prima puntata che avevo bucato, ma poi c’era il sole, era una giornata di fine primavera con il cielo prevalentemente azzurro, temperature tra 14 e 25 gradi, aggiungiamo il fatto che Marta iniziava a lavorare alle 15 e dovevo badare a Pietro, come da accordi la televisione non è prevista almeno fino ai quattro o cinque anni, forse di più, la radio disturba i nostri giochi e non rende come la televisione, una volta tanto, il bello del Giro d’Italia è guardare, lasciarsi addormentare sul divano dai paesaggi e dalla facce diverse degli italiani, dappertutto, questo vale anche per il Giro d’Irlanda. Ci troviamo ancora a Belfast, ieri è stato un grande successo dicono i giornali, con oltre duecentomila persone lungo il percorso, il Giro d’Italia alla radio lo ascoltavo solo da mio zio quando facevo i materassi, per la precisione lui faceva i materassi, io i cuscini e già mi sembrava di andare storto con ago e filo, i materassi erano addirittura un’altra dimensione, prima era necessario imparare a fare bene i cuscini, comunque ascoltavamo il Giro alla radio, si parla ormai di vent’anni fa adesso che ci penso, usavo ago e filo e pensavo che avrei preferito guardare la tappa in Tv, alla radio non si capiva niente. Ecco allora che appena dopo le quindici siamo partiti in direzione parco di Pagano con Pietro, lui con la sua bicicletta arancione e nera senza pedali, lui sì immerso completamente nell’atmosfera del Giro, pronto a scattare lasciandomi sul posto appena fuori dal portone di casa, un’accelerazione per far capire subito come sarebbero andate le cose, lo sguardo del padre che controlla la distanza massima che il bambino può raggiungere dal genitore senza che ci sia pericolo, che una delle automobili parcheggiate sul marciapiede ad esempio faccia marcia indietro, ci vuole una visione periferica per fare il papà, supervisionare senza ansia apparente, mantenendo il controllo. Il parco come quasi sempre era strapieno, il parco di Pagano intitolato a Guido Vergani, scrittore e giornalista, i figli di ricchi del mio quartiere, roteavano griffati da un gioco all’altro: altalena, gallo o cane con sotto la molla che fa avanti e indietro cavalcato dal bambino di turno, pallina o scivolata. La tappa prevedeva un percorso per velocisti, con particolare attenzione alle insidie del vento, visto che si costeggia il mare, ma sono cose che si dicono, e si scrivono talvolta esclusivamente per esigenze di spettacolo, mai sentito nessuno affermare la tappa di domani sarà una palla mortale, guardatevi un dvd di Marco Pantani, mi gioco due euro che il gruppo arriverà in volata, i gran premi della montagna sono due di quarta categoria, gli ultimi tre chilometri sono in discesa. E infatti vengo a sapere che dopo qualche tentativo di fuga, l’ultimo dell’olandese Tjallingii  arginato a quattro chilometri dal traguardo, la curva prima del rettilineo finale vede sbucare il favorito Kittel in decima posizione, apparentemente spacciato, e che invece sta solamente supervisionando come faccio io con Pietro quando mi prende qualche metro e trattengo il fiato, abbastanza serenamente, perché poi in linea di massima lo riprendo, o alla peggio grido “Stop!”, e Pietro allora inchioda anche esageratamente con le suole sul cemento tanto che gli dico con autorevole calma “Ok, bravissimo, tranquillo, ci sono le macchine.” Kittel dopo la curva recupera, recupera fino a vincere quasi per distacco davanti a Bouhanni, Nizzolo, Viviani, Ferrari. La maglia rosa invece passa dalle spalle di Svein Tuft a quelle del compagno di squadra Michael Matthews nonostante il tempo identico, per via delle posizioni d’arrivo, e questo mi spiace, perché leggendo i giornali questa mattina avevo appreso la curiosa storia del ciclista canadese vincitore della prima tappa, strana specie di vagabondo delle stelle, scappato da scuola a quindici anni in compagnia del fedele cane Bear prima a piedi e poi in bici, con episodi alla Into the Wild come un viaggio in Alaska dormendo per quattro giorni in una baracca disabitata, Svein e il suo cane, che chissà come sarebbero stati etichettati questi episodi prima del successo del film di Sean Penn, ma sì un tipo alla Jack London si sarebbe detto, tutto sommato un perdente salvato e non sommerso, ultimo al Tour de France dello scorso anno, e ieri a sorpresa premiato con la maglia più bella a trentasettenne anni. Michael Matthews al contrario sembra già progettato per vincere, campione del mondo under 23, un paio di tappe già vinte alla Vuelta. Il nuovo leader della corsa è lui, e adesso che ci penso prima di uscire in bicicletta con Pietro, mentre lui ancora dormiva, aspettando il Giro avevo sbirciato un paio di interviste ai corridori rilasciate dopo la firma del registro di partenza, e Tuft alla consueta domanda “Pensi di conservare la maglia rosa?” aveva risposto con l’aria persa, non abituato ai clamori, che a lui bastava esser stato felice almeno un giorno come il suo cane, e che per le volate tipo oggi la Orica-GreenEdge aveva uno bravo come Michael Matthews, capace di resistere al vento e alle responsabilità.

Cattolicesimo juventino


Senza dubbio da segnalare la copertina di Sportweek, tipico esempio di cattolicesimo juventino.

venerdì 9 maggio 2014

Il diario del Giro. Prima tappa: Belfast-Belfast (21,7 Km). Oggi non ho visto la tappa ma Sinead O'Connor


Belfast - Oggi non ho visto la tappa, però ha vinto Svein Tuft, trentasettenne canadese dell’Orica-GreenEdge, nel giorno del suo compleanno. Essendo una cronosquadre sono arrivati tutti insieme, poi sul traguardo i compagni gli hanno detto dai vinci tu Svein, compi gli anni e considerato che sono trentasette quando ti ricapita. Tuft ha alzato le braccia, ha pensato che bello ho vinto la prima tappa del Giro d’Italia numero 97, lo so che siamo in Irlanda, lo so che mi hanno fatto vincere, ma se permettete è bello lo stesso. Oggi non ho visto la tappa, questa mattina sfogliando il giornale avevo pensato chissà se nel pomeriggio riesco a guardare il Giro, mi sa di no, e poi si tratta di una cronosquadre con il fattore noia sempre in agguato, comunque sfogliavo il giornale, in Italia Scajola era stato arrestato, Greganti era stato arrestato, Frigerio era stato arrestato, Paris era stato arrestato, Rognoni era stato arrestato, Grillo (non Beppe) era stato arrestato. Tre pagine sugli arresti per l’Expo, una di pubblicità (un modello nero che guarda miope o affascinante, Polo Ralph Lauren), due pagine di commenti agli arresti per l’Expo, una di pubblicità (modella bionda Gucci, occhi azzurri), quattro pagine sull’arresto Scajola, poi si parla d’altro. Ma la tappa del Giro di oggi, pensavo, Belfast-Belfast, arrivo alle pagine sportive per prepararmi, sono uno scrittore non inviato, e gioco con il giornalista che mi presenta la tappa, intervista Moreno Moser, lui non lo sa (il giornalista) che io gioco con lui, ma nel giocare penso, leggo il solito articolo di E.C., vediamo se come di consueto mette la parola “doping” nel suo brano, tante domande a Moreno Moser. Come va la tendinite? Ti pesa l’eredità paterna? Lo spettacolo è sullo Zoncolan l’ultima settimana?, ed infine: Pesa l’immagine negativa del ciclismo dopo gli scandali doping? E Moser risponde che pesa troppo e il ciclismo non lo merita, si è dato un obbiettivo: lottare con tutte le forze per ridare credibilità allo sport che ama. Chiudo il giornale, oggi mi sa che non riuscirò a vedere la tappa Belfast-Belfast, quando penso all’Irlanda mi viene in mente, fra le altre cose, il romanzo di uno scrittore O’Connor che avevo comprato quando ero un ragazzo come Moreno Moser, quando ero un ragazzo come Moreno Moser amavo abbastanza alla follia Sinead O’Connor, mi piacevano i suoi capelli (che non esistevano), mi piaceva com’era salita una sera sul palco del concerto del primo maggio a Roma cantando solo con la voce, senza strumenti, una vecchia canzone popolare irlandese annientando in pochi secondi il brusio e le trombette, lo sventolio di bandiere, era salita sul palco Sinead da sola e aveva cantato contro un milione di persone, riducendole ad uno stupito silenzio attento, praticamente un miracolo, e mentre la guardavo pensavo non si tratta solo dei capelli, questa ragazza ha qualcosa di più. Il romanzo che avevo comprato invece l’aveva scritto Joseph O’Connor e s’intitolava “Il rappresentante”, in breve  “la storia di un venditore di antenne paraboliche di mezza età, ex alcolizzato e sempre senza soldi, con un matrimonio fallito alle spalle e una famiglia disgregata. Un giorno d'estate, durante una rapina alla stazione di benzina in cui lavora, la figlia viene violentata e rimane in coma. Da quel giorno la vita dell'uomo non sarà più la stessa: solo, ossessionato, deciso a farsi vendetta, si mette sulle tracce di quello che ritiene essere il colpevole, pianificando il delitto perfetto. Ma i suoi piani falliscono clamorosamente e le conseguenze saranno terrificanti.” Che a dirla tutta queste conseguenze non ho mai saputo quali fossero, avendo iniziato il libro senza terminarlo, avendolo ripreso qualche anno dopo senza terminarlo, non per demerito dello scrittore, sono cose che capitano, avendolo lasciato il romanzo abbandonato alla lettera “O” della mia libreria, dove lo ritrovo stasera con una data scritta sulla prima pagina bianca, un mese del 1998. Peraltro vicenda ambientata a Dublino, mi rendo conto, cosa c’entra Belfast, ecco perché non sono inviato. Comunque tornando alla tappa: compleanno rosa per Tuft, gongolano Uran ed Evans che tra i favoriti guadagnano una trentina di secondi su Scarponi, una cinquantina su Basso, Quintana e Pozzovivo, un minuto e ventotto su Rodriguez. Domani seconda tappa, tanto per cambiare Belfast-Belfast, ma questa volta di 219 Km e non 22. Percorso pianeggiante, tornerò sul desiderio di guardare tutte le tappe, un desiderio più che altro di memoria, di restituzione dell’infanzia, una tappa per velocisti? Direi di sì, e allora non aspettiamoci sorprese.

venerdì 2 maggio 2014

Il fuorigioco sta antipatico ai bambini


Il calcio, la letteratura, la vita. Tre sono i sentieri che s’intrecciano e si biforcano in Il fuorigioco sta antipatico ai bambini, romanzo e autobiografia, lettura in undici capitoli di undici romanzi e rilettura di undici edizioni della Coppa del mondo di calcio: dal 1974, qualche mese prima della comparsa biografica di chi racconta, al 2014, anno in cui, sempre chi racconta, si appresta a spiegare il senso del football, e della vita, al figlio «infaticabile compagno di azioni calcistiche in corridoio». E così l’interminabile, apparentemente inutile ragnatela di passaggi disegnata sul campo di Monaco di Baviera nel primo minuto della finale dei Mondiali del ’74 dall’Olanda di Johan Cruijff assomiglia al monologo, astratto e acronico, di una pagina di Thomas Bernhard. E quattro anni dopo Mario Kempes avrà i capelli troppo lunghi per compiacere il presidente Videla in tribuna, ma non abbastanza lunghi per convincere Julio Cortazar a far ritorno a Buenos Aires. Zinedine Zidane che segna due gol di testa nella finale del 1998 e Albert Camus possono incontrarsi nella stessa tasca del camice bianco di un venditore di lavatrici in un grande centro commerciale. Per arrivare in fondo alle pagine di Turgenev che parlano di vite infinite che sanno riunire, anche a distanza di anni, i padri ai figli.

lunedì 31 marzo 2014

Luigi Di Ruscio, scrittore straordinario


Il libro dell'anno è già uscito. Omaggio postumo a Luigi Di Ruscio, scrittore straordinario. Contiene Palmiro, Cristi polverizzati, Neve nera, Apprendistato.