Foligno - Oggi non sono riuscito
a vedere la tappa. Eppure mi ero svegliato presto, anche se meno di ieri, anche
se questa volta per andare a lavorare in libreria ma non come libraio. Addio
sogni di gloria, viaggi in prima classe tra Frosinone e Foligno per seguire in
prima linea il Giro d’Italia e scrivere il pezzo da spedire in redazione, a
lavorare, al massimo con la consolazione preventiva di cappuccino e brioche al
bar, non roba da tutti i giorni, mi è rimasta questa cosa relativa all’educazione
materna che non si può fare tutte le mattine colazione al bar, sommi cappuccino
e brioche e sono due euro e trenta, li moltiplichi per trentuno giorni del mese
e fa più di settanta euro, roba da matti, da ragazzino c’erano ancora le lire
ma quando raramente facevamo colazione al bar poi uscivamo e mia madre ancora
con il sapore del caffè sulla lingua sottolineava sistematicamente “Certo che
se uno facesse colazione al bar tutti i giorni, poi alla fine del mese…” Così
qualcosa nell’inconscio mi è rimasto e non faccio colazione al bar tutte le
mattine nemmeno adesso che sono un ben stipendiato cronista sportivo. Sportswriter, direbbe Richard Ford. Questa
cosa l’ho raccontata al direttore del giornale che però mi ha detto ti ho
mandato in giro per il Paese per riassumere le tappe della carovana rosa (lui
dice sempre la carovana rosa) e buttare dentro qualche spruzzatina di sospetto
doping, non parlarmi di brioche e di tua madre, che gliene importa ai nostri
lettori. Non è molto intelligente, il mio direttore, si vanta di non leggere
libri e quando gli ho detto Richard Ford mi ha detto cerca di parlare dei
ciclisti dei nostri tempi. Comunque, al bar prima di andare a lavorare c’èra il
solito idiota che monopolizzava La
Gazzetta dello Sport, osservato con odio puro e giustificato da tutti gli
altri. Perché si siede e monopolizza, per venti minuti, io capisco dieci minuti
ma venti, venti minuti al mattino sono un tempo importante, e poi spesso si
alza a lettura terminata e commenta ad alta voce con le sentenze tipiche dell’italiano
medio, quelli che rubano e quelli che no, quelli che si dopano e quelli che no.
Questa mattina mi è passato alle spalle mentre sorseggiavo il cappuccino
sbraitando al barista “Sono tutti drogati, state ancora a guardare il ciclismo,
sono tutti drogati…” Io ho pensato Dio mio, dammi la forza di non reagire,
appoggiare un secondo la tazza sul bancone e colpirlo accidentalmente con una
gomitata, che sublime forma di redenzione, poi riprendere con eleganza a
sorseggiare il cappuccino, non è successo niente, perché sei così stupido uomo
della Gazzetta? E che mi dici di Richard Ford? Frank Bascombe, il protagonista
di Sportswriter, è un uomo ancora giovane che ha rinunciato al
mestiere di scrittore per diventare giornalista sportivo. Ma il direttore del
quotidiano per cui scrivo non sa nemmeno chi sia Richard Ford, figuriamoci
Frank Bascombe, eppure dirige un quotidiano sportivo, almeno Sportswriter potrebbe leggerlo, ma lui
si vanta di non leggere libri. Hey ma non dovevamo parlare della tappa? Come
dicevo non l’ho vista, ma dai tanto adesso c’è internet. L’avevo pronosticato
ieri, arrivo in volata. Però una fuga di cinque corridori capita, resistono
resistono resistono mentre il gruppo aumenta il ritmo per risucchiarli,
resistono litigando fra loro per darsi il cambio a tirare ma poi cedono,
vengono risucchiati, e sul traguardo trionfa ancora il francesino Bouhanni
davanti al nostro Nizzoli, come direbbe un cronista più patriottico di me.
Invece no, vince il francesino mi dicono patito di boxe che infatti ha il
coraggio dei matti perché mentre Nizzoli parte pulito e centrale per la sua progressione, tecnicamente
perfetta, Bouhanni sbuca fuori dalle transenne negli ultimi metri, le sfiora le
transenne per poi accentrarsi lievemente ondeggiando grossolanamente, meno
bello a vedersi ma pugilatore arrabbiato che passa primo a Foligno, anticipando oltre all’italiano secondo come a
Bari lo sloveno Mezgec e il solito Matthews, che mantiene la maglia rosa per il
sesto giorno consecutivo. Allora fa sul serio? Tempo al tempo, io scommetto che
il Giro lo vince Cadel Evans, il direttore del giornale mi dice non dire prima
chi vince la carovana rosa. La tappa non l’ho vista perché uscito dalla
libreria ho pranzato e poi quando il collegamento Rai stava per iniziare Pietro
si è svegliato dal suo riposo pomeridiano dicendo inequivocabilmente “Bici dai”.
L’ho accompagnato quindi il mio amico
lungo le strade e i parchi del mio quartiere stando dietro alla sua
mini-bicicletta con l’ammiraglia delle mie gambe fino a quando non sono
arrivate le sette di sera e lui ha detto “Gelato”, io gli ho detto “Gnocchetti”,
lui ha detto “Gelato”, io “Gnocchetti dai sono le sette”, lui “Ge-la-to!”.
Abbiamo preso un Mottarello. Che cosa fosse esattamente quella vita piacevole
che si aspettava, Frank Bascombe non lo sapeva proprio. Comunque, non poteva
dire non ci fosse stata. Erano solamente successe tante cose, da allora.
venerdì 16 maggio 2014
giovedì 15 maggio 2014
Il diario del Giro. Sesta tappa: Sassano-Montecassino (247 km). Andreotti o Ceronetti, in due per una maglia rosa.
Montecassino - Ormai dormo quanto
Andreotti. Sarà per via della vita da inviato, il continuo cambiare letto e
albergo, per fortuna pagato da qualcun altro. Ieri mi svegliavo a Taranto e
discutevo con E.C. di doping e ciclismo, oggi da solo a Sassano che mi fa
venire in mente Sassari e Salsano, città ed ex-calciatore piccolo della
Sampdoria. Dormo quanto Andreotti e mi sveglio con una bugiarda freschezza che
pagherò nel pomeriggio quando dovrò raccogliere le forze per scrivere questo
diario, ogni giorno rubo un’ora alla notte e mi sveglio pensando ad Andreotti,
è morto Andreotti? Sono stanco e mi capita di non ricordarmi immediatamente se
Giulio sia morto, per diversi minuti, è morto oppure no? Forse l’anno scorso,
ma sono realmente dubbioso, così controllo sul telefonino e Andreotti è morto,
il 6 maggio 2013, è stato un politico, scrittore e giornalista italiano.
Andreotti è stato uno scrittore ma non l’hanno mai inviato al Giro D’Italia,
comunque è morto un anno fa, mi è tornato in mente come una forma di anniversario
a trecentosessantacinque giorni circa dal suo decesso, capita talvolta di non
avere certezze sull’eventuale morte di un personaggio, Andreotti in maglia rosa
che tipo di corridore sarebbe stato, molto probabilmente uno scalatore curvo
sul manubrio, più ragionatore che spettacolare, nemmeno “Il Divo” mi pare
chiarisca questo aspetto ciclistico e politico, Giulio camminava avanti e
indietro nel lungo corridoio della sua casa romana. Ti accorgi che l’insonnia
ha vinto quando ti sorprendi all’alba a controllare su Wikipedia le statistiche
di un centravanti bosniaco per cercare di comprendere se possa essere un buon
investimento per la tua squadra di calcio del cuore, ma torniamo al Giro
d’Italia. L’idea di seguire ogni tappa viaggiando in treno dalla partenza al
traguardo mentre la corsa avviene altrove eppure vicina, mi era parsa subito
intrigante ma non mi aspettavo fosse sufficiente a convincere il direttore del
giornale a pagarmi per seguire la corsa rosa. E’ stato più facile del previsto.
Guido Ceronetti dal 1981 al 1983 girava l’Italia in compagnia esclusiva della
sua raffinata intelligenza e del suo stile sperimentale per dare forma al suo
viaggio in Italia. Anni prima l’aveva fatto Guido Piovene. La settimana scorsa
è arrivato invece in libreria il viaggio in Italia di Napoletano. Cambiano i
tempi. Ma Guido Ceronetti anche lui quando fuori da una stazione ferroviaria di
una città col mare avevo trovato una prima edizione Einaudi del suo viaggio mi
era capitato di pensare: ma è morto Guido Ceronetti? Avevo subito controllato
sul telefonino. No ringraziando il Signore, Guido Ceronetti è vivo. Guido
Ceronetti è vivo, cammina col bastone lungo i marciapiedi di Torino. A
Montecassino si è svolto l’arrivo della sesta tappa del Giro d’Italia. La
maglia rosa ha vinto a sorpresa la gara, non si trattava di Andreotti ma di
Michael Matthews, bravo a battere in salita Wellens e Evans. Ma anche quest’ultimo
può dirsi felice perché capace di guadagnare quasi un minuto sui diretti
avversari in classifica generale: Uran, Morabito, Santaromita, Aru. E due su
Basso e Quintana. Cercando il nuovo albergo di Montecassino ho sperato che la
camera fosse silenziosa e il materasso comodo. Domani si parte da Frosinone per
arrivare a Foligno. Un gran premio della montagna a 1007 metri di altitudine
dopo 28 chilometri, poi qualche saliscendi mai oltre i 650 che potrebbero far
ipotizzare qualche tentativo di fuga, ma pronostico con abbastanza decisione il
gruppo che arriva in volata considerati gli ultimi 25 chilometri completamente
pianeggianti. Per quanto mi riguarda spero di dormire, che Pietro non si svegli
tante volte questa notte, domani torno in libreria e mi aspettano tre o quattro
ore nel mio nuovo ruolo di cassiere. Nei rari tempi morti rifletterò sulla rivalità
Andreotti-Ceronetti, cercherò di comprendere come mai gli italiani coltivino da
sempre l’abitudine di dividersi in fazioni. Questo Giro numero 97 che si
concluderà a Trieste vedrà gioire solamente una delle due parti, mi auguro di
cuore che tocchi allo scrittore torinese mettere in bacheca questo rosa viaggio
in Italia.
mercoledì 14 maggio 2014
Il diario del Giro. Quinta tappa: Taranto-Viggiano (203 Km). Vasco Pratolini alle cinque del mattino
Viggiano - Mi sono svegliato alle cinque del
mattino, non che fossi in apprensione per la quinta tappa, a dire il vero la
prima con arrivo in salita ma niente di trascendentale, altitudine massima 948
metri, mi sono svegliato alle cinque del mattino e ho fatto barba, doccia,
colazione in albergo, caffè in un bar di Taranto con lettura rapida della Gazzetta dello Sport, non ero fra i
trenta + uno dei pre-convocati di Cesare Prandelli per i Mondiali brasiliani ma
non mi ero fatto illusioni, eppure c’erano Mirante e Darmian, a trentanove anni
però ci sarebbe voluto in miracolo, bene avevo fatto ad accettare la proposta
del quotidiano allora di seguire da vicino il Giro d’Italia numero 97 come
scrittore non inviato, oggi da Taranto a Viggiano, mi ero sempre lamentato di
non aver mai goduto di questa possibilità e adesso toccava a me. Al bancone il
giornalista E.C. non aveva dubbi, la febbre di Marcel Kittel nascondeva doping,
a questo ero riconducibile il suo
ritiro, io dopo il caffè gli avevo detto “Il tuo problema E.C. è che sei
ossessionato dal doping, il doping è certamente una parte del ciclismo ma non
tutto il ciclismo, nel tuo articolo relativo alla tappa di ieri non hai scritto
nemmeno due righe sull’andamento della gara, c’è qualcosa che non va, guarda i
colori e le strade, scrivi di quello, collegali a musica cinema o letteratura, ma
li vedi i colori e le strade?” Il percorso prevedeva un arrivo in salita, un
finale a circuito come ieri a Bari ma con ascesa a novecento metri di
altitudine, quindi discesa tecnica e rettilineo conclusivo di 100 mt al 6% di
pendenza. Ma non è per questo che mi ero svegliato alle cinque, saranno stati
altri motivi, dopo il caffè mi sono ritrovato in libreria, come al solito avevo
timbrato in orario, di conseguenza non ero per niente inviato alla corsa rosa
cosa mi era saltato in mente, non ero Vasco Pratolini al trentottesimo Giro d’Italia
(14 maggio-5 giugno 1955), reduce da una cura di sei mesi per disturbi leggeri
ma noiosi, non relativi al cuore, alla pressione, non relativi a nulla. Fino a
quando la diagnosi non era balzata agli occhi con l’evidenza delle cose di
natura. Vasco era ammalato di sedia e di scrittoio, e andar dietro al Giro gli
era parsa la medicina più sicura. Già al solo pensiero, gli era passato il mal
di capo. Non ero Vasco Pratolini allora, nemmeno un suo vicino di osservazione
ciclistica terapeutica, non eravamo nel 1955, al termine del turno sarei corso
a casa per mangiare un panino, prendere l’automobile e correre a Brescia dalla
mia famiglia, niente tappa anche oggi, come giustificarmi agli occhi del
direttore del quotidiano, gli avrei mandato la consueta cronaca di tappa
fasulla, una vittoria italiana finalmente, quella di Diego Ulissi abile a
sfruttare il traino della maglia rosa Matthews fino a tagliare il traguardo
prima di Cadel Evans e Moreno Arredondo. In autostrada mezz’ora di coda per
incidente, Vasco Pratolini, oggi avevo un mal di petto simile al tuo mal di
capo, per questo mi sono svegliato alle ore cinque, mi sono fatto barba e
doccia, colazione in albergo, caffè in un bar di Taranto prima di ritrovarmi a
sorpresa di nuovo in libreria, non inviato ma premiato nel ricevere in dono da un
barbuto e gentile rappresentante una copia del nuovo libro di Marino Sinibaldi,
Un millimetro in là-Intervista sulla
cultura. E la tappa di domani? Sassano-Montecassino, la guida dice media
montagna, 247 Km. Al termine della coda sull’A4 sono uscito a Ospitaletto, ho
proseguito verso Gussago e giunto nel cortile alberato prospiciente la casa dei
nonni mi aspettava Pietro con sua mamma. “Papino!” ha gridato, con la bocca
allungata a sorpresa, gioia definitiva. Abbiamo parcheggiato la macchina
insieme, due tre quattro cinque volte, prima marcia retromarcia, quest’aggressiva
passione per l’automobilismo, non saprei davvero dire da chi l’ha presa.
martedì 13 maggio 2014
Il diario del Giro. Quarta tappa: Giovinazzo-Bari (112 Km). La velocista Valduga, il beato Maggiani
Bari - E’ andata che il famoso velocista
tedesco, descritto solamente l’altro
ieri da un noto quotidiano italiano come un dio della potenza e della forza dal
volto squadrato, dai lineamenti duri, gli occhi azzurrissimi, un po’ Rocky IV
un po’ Arnold Schwarzenegger, ma che a essere precisi assomiglia piuttosto a
Ivan Drago di Rocky IV e non a Rocky IV medesimo come ha scritto il
giornalista; è andata che Marcel Kittel si è ritirato dal Giro d’Italia a causa
della febbre e alla partenza di Giovinazzo questa mattina non c’era. Io invece
ero a Milano in libreria, alla cassa numero 7 dalle 9.30 alle 14, guarito dalla
febbre e dopo essere stato in ferie, e mi ripetevo che ero beato, beato me,
beato me, leggendo ad alta voce ai clienti dei passi dall’ultimo libro di
Maurizio Maggiani, sottile e nero, un’invettiva narrata oralmente che mi
sforzavo di riprodurre pur non amando generalmente i reading, mentre dall’altra
parte della cassa le persone volevano il sacchetto oppure il pacchetto, avevano
oppure non avevano la tessera fedeltà, sceglievano bancomat oppure carta di
credito, dalle 9.30 alle 14, la questione linguistica dello stare in cassa per
un tempo prolungato, è quello che mi preme. Oltre ad immaginare Maggiani, i suoi
figli della Repubblica, alternavo le
soluzioni datemi in dotazione dal buon Dio e dalla mia formazione autodidatta
per stupire i clienti con la mia presunta proprietà di linguaggio,
sorprendente per un cassiere, desidera un sacchetto oppure un pacchetto, spesso
nascono secondi di silenzio, ci guardiamo negli occhi, guardali negli occhi, ci
osserviamo in attesa di una risposta, io, loro no, ci pensano, un reading non
se l’aspettavano, si tratta di un’invettiva di Maurizio Maggiani, non è roba
mia. A Giovinazzo invece piove, viste dall’alto ogni città e paese d’Italia
regalano espressioni di meraviglia, certi documentari degli anni sessanta di
Folco Quilici ritrasmessi di recente su Rai Storia, ma anche qui l’elicottero del
Giro accompagna i ciclisti dall’alto e sorvola la bellezza di Bari, siamo
arrivati al circuito finale di otto giri di 8,3 Km ciascuno dentro la città e
il maltempo è arrivato puntuale, la direzione della corsa ha deciso di non
assegnare abbuoni e i tempi per la classifica generale verranno presi alla
campana dell’ultimo giro. I ciclisti scivolano, Maurizio Maggiani l’ho
incontrato solamente una volta, in libreria, sarà stato il 2002 o il 2003, lui
usciva dal bagno io entravo in bagno per lavarmi le mani, la porta era bianca, era
venuto a presentare un suo romanzo (La
regina disadorna? Il coraggio del
pettirosso?), indossava le bretelle, risultava trasparente. I suoi figli della Repubblica sono entrati
nella gioventù osservati ma non pedinati, controllati ma non compressi,
repressi ma non asserviti. La mia gentilezza di cassiere è un petardo che
spaventa perfino me stesso, fino a quando non scoppia, ieri sera in pizzeria
con Antonio abbiamo parlato del Giro e del nostro futuro tour italiano per
presentare i nostri due imminenti romanzi sportivi che hanno solo qualcosa di
sportivo, una volta fuori abbiamo deciso per una passeggiata lungo corso Buenos
Aires e stavamo discutendo di una poesia di Patrizia Valduga quando abbiamo
incontrato Patrizia Valduga. Abita da quelle parti. Con la velocità di una
ragazzina ci ha presentato la sua compagna di camminata. “Avete davanti a voi
due vedove di un certo livello: la vedova Raboni e la vedova Zanzotto”. Poi
sono scomparse rapide, e Antonio è andato a prendere il treno. Il ritiro di
Marcel Kittel ha spianato la strada al francesino Nacer Bouhanni, sempre
piazzato nelle volate dei giorni scorsi, più veloce nella circostanza di
Nizzolo, Veelers, Ferrari e Viviani. Intervistato sotto il caschetto il
vincitore aveva la faccia rosa e marrone per via degli schizzi di pioggia e
fango, non ha recitato una poesia di Patrizia Valduga, spero gli abbiano almeno
dato un po’ d’acqua e un asciugamano pulito per lavarsi le guance e godere al
meglio dei baci delle due Miss sul palco. L’invettiva di Maggiani si legge in
meno di un’ora, dopo il lavoro ammetto di aver continuato la lettura a casa,
azzerando il volume della televisione, tenendo la tappa in sottofondo e
sperando che non terminasse prima della fine del libro. Michael Matthews ha
conservato la maglia rosa per il terzo giorno consecutivo, record eguagliato
per un australiano. Domani partenza da Taranto e primo arrivo in salita, a
Viggiano. 203 Km. E da qui in poi, da qui in poi, basta.
lunedì 12 maggio 2014
domenica 11 maggio 2014
Il diario del Giro. Terza tappa: Armagh-Dublino (187 Km). I compleanni sospetti, Bobby Sands e Gianni Clerici
Dublino - Dev’essere una faccenda
di compleanni che potrebbe anche gettare un’ombra sull’effettiva regolarità
della manifestazione perché la tappa del Giro d’Italia di oggi, che purtroppo
non sono riuscito a vedere, ha sancito la seconda vittoria consecutiva di
Marcel Kittel, come del resto ieri, con la differenza però che oggi il
velocista tedesco, descritto da un noto quotidiano italiano come un dio della
potenza e della forza dal volto squadrato, dai lineamenti duri, gli occhi
azzurrissimi, un po’ Rocky IV un po’ Arnold Schwarzenegger; ecco oggi Marcel
Kittel ha vinto proprio nel giorno del compimento del suo ventiseiesimo anno di
vita, com’era accaduto al canadese Svein Tuft nella prima tappa, che tuttavia di
anni ne ha undici di più. A parte questo, sabato sera mi ero ritrovato sul
divano a guardare Hunger, film di Steve
McQueen che ricostruisce il trattamento riservato ai prigionieri politici nel
carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord. In buona sostanza soprattutto la storia di Bobby Sands, appartenente
alla Provisional
IRA, che per ottenere il riconoscimento di
prigionieri politici per i membri dell'IRA, organizza uno sciopero
della fame in cui
perderà la vita. Ero sul divano e mentre i piani sequenza si ripetevano
con una certa insistenza pensavo alla casualità che mi aveva fatto capitare sull’emittente
che aveva pensato di trasmettere questo film irlandese durante la gita in terra
verde della carovana rosa, forse non per caso. E cioè m’immaginavo i dirigenti
dell’emittente che avevano fatto riunioni e riunioni fino a decidere di
proiettare lungometraggi irlandesi in coincidenza delle prime tre tappe
straniere del Giro, oppure niente di questo, ma soprattutto perché. In ogni
caso, al venticinquesimo minuto del film, all’incirca quando Gerry, il compagno
di cella di Bobby Sands, stava spalmando per protesta le sue feci dal pavimento
fino al soffitto della cella, Pietro nell’altra stanza da addormentato era
esploso in un fragoroso pianto e allora io e Marta avevamo abbandonato le
rispettive postazioni di relax con un colpo di reni per raggiungere il letto
del bambino, dimenticando d’un tratto l’orrore della violenza e delle torture
delle guardie carcerarie nei confronti dei detenuti io, lei non lo so, e per
quanto mi riguarda passando in un pochi secondi dal pubblico al privato, dallo
sdegno per certi avvenimenti della storia sempre sconfortanti all’immediato
tentativo di capire come mai il mio bambino preferito piangesse disperato. Spenta
definitivamente la televisione, ci saremmo addormentati per svegliarci poi
ripetutamente nel corso della notte ad ogni sobbalzo lacrimoso di Pietro,
preoccupati a vicenda, facendo sembrare di no. Il mattino seguente, abbastanza
assente per la stanchezza accumulata, sapevo già che non sarei riuscito a
vedere la terza puntata del Giro d’Irlanda, Armagh-Dublino, percorso comunque
pianeggiante che si sarebbe concluso al 100% in volata. I ciclisti avrebbero
ricordato Bobby Sands? Lo escludevo, di certo non avevano guardato Hunger come me la sera prima e non erano
rimasti quindi con la questione irlandese in testa, ma con l’altimetria della
tappa sì, che prevedeva un inizio collinare, due gran premi della montagna ma
banali, un finale cittadino dopo aver oltrepassato il fiume Liffrey, dall’Irlanda
del Nord alla Repubblica d’Irlanda. A un chilometro dall’arrivo Marcel Kittel
era molto indietro, ma ha pensato di stare attaccato al francesino Bouhanni,
che non compiva gli anni, e di usarlo come scia per arrivare ancora una volta
primo davanti a Swift, Viviani, Appollonio. Io ho avuto da fare per tutta la
giornata di domenica, arrivato a casa ho guardato parzialmente Roma-Juventus di
nascosto mentre giocavo a nascondino con Pietro, ho pensato devi scrivere il
diario del Giro e ti metti invece a spiare una partita di pallone, sei davvero
inguaribile. L’articolo più bello della settimana però l’ha scritto Gianni
Clerici, prendendo spunto dalla penosa vicenda della trattativa
Stato-Hamsik-Ultras di un sabato fa. Il 7 giugno del 1963, il suo capo e amico
Gianni Brera l’aveva assegnato alla cronaca dell’incontro Atalanta-Roma, a
Bergamo. Ad un certo punto dell’incontro il comportamento di un vecchio tifoso
della Dea era stato così furibondo da procurargli un malore. Clerici aveva
sbagliato commentando ad alta voce che un tifo simile produceva squilibri, ma
non avrebbe mai pensato, dopo il match, di trovarsi di fronte ad un gruppo di
quelli che ancora non si chiamavano ultras, pronti ad aggredirlo al grido di “Dagli
al romano!” Per sua fortuna, uno studio sul poeta Carlo Porta aveva aiutato
Clerici a perfezionarsi nel dialetto milanese, il necessario per convincere gli
ultras della sua non romanità. Da quell’episodio comunque Gianni Clerici decise
di non scrivere più di calcio, si licenziò, venne riassunto quarantotto ore
dopo con l’incarico di occuparsi di sci, basket e dell’amato tennis. Così anche
questa tappa è andata, la maglia rosa è rimasta sulle spalle di Michael
Matthews, domani il Giro riposa e anche io, ci sentiamo martedì per la Giovinazzo-Bari.
sabato 10 maggio 2014
Il diario del Giro. Seconda tappa: Belfast-Belfast (219 Km). Il bello del Giro d'Italia è lasciarsi addormentare
Belfast - Oggi non sono riuscito a vedere
la tappa. Avevo promesso a me stesso di guardarla, anche per rimediare alla
prima puntata che avevo bucato, ma poi c’era il sole, era una giornata di fine
primavera con il cielo prevalentemente azzurro, temperature tra 14 e 25 gradi,
aggiungiamo il fatto che Marta iniziava a lavorare alle 15 e dovevo badare a
Pietro, come da accordi la televisione non è prevista almeno fino ai quattro o
cinque anni, forse di più, la radio disturba i nostri giochi e non rende come
la televisione, una volta tanto, il bello del Giro d’Italia è guardare,
lasciarsi addormentare sul divano dai paesaggi e dalla facce diverse degli
italiani, dappertutto, questo vale anche per il Giro d’Irlanda. Ci troviamo ancora
a Belfast, ieri è stato un grande successo dicono i giornali, con oltre
duecentomila persone lungo il percorso, il Giro d’Italia alla radio lo
ascoltavo solo da mio zio quando facevo i materassi, per la precisione lui
faceva i materassi, io i cuscini e già mi sembrava di andare storto con ago e
filo, i materassi erano addirittura un’altra dimensione, prima era necessario
imparare a fare bene i cuscini, comunque ascoltavamo il Giro alla radio, si
parla ormai di vent’anni fa adesso che ci penso, usavo ago e filo e pensavo che
avrei preferito guardare la tappa in Tv, alla radio non si capiva niente. Ecco
allora che appena dopo le quindici siamo partiti in direzione parco di Pagano
con Pietro, lui con la sua bicicletta arancione e nera senza pedali, lui sì immerso
completamente nell’atmosfera del Giro, pronto a scattare lasciandomi sul posto
appena fuori dal portone di casa, un’accelerazione per far capire subito come
sarebbero andate le cose, lo sguardo del padre che controlla la distanza
massima che il bambino può raggiungere dal genitore senza che ci sia pericolo,
che una delle automobili parcheggiate sul marciapiede ad esempio faccia marcia
indietro, ci vuole una visione periferica per fare il papà, supervisionare senza
ansia apparente, mantenendo il controllo. Il parco come quasi sempre era
strapieno, il parco di Pagano intitolato a Guido Vergani, scrittore e
giornalista, i figli di ricchi del mio quartiere, roteavano griffati da un
gioco all’altro: altalena, gallo o cane con sotto la molla che fa avanti e
indietro cavalcato dal bambino di turno, pallina o scivolata. La tappa prevedeva
un percorso per velocisti, con particolare attenzione alle insidie del vento,
visto che si costeggia il mare, ma sono cose che si dicono, e si scrivono talvolta
esclusivamente per esigenze di spettacolo, mai sentito nessuno affermare la
tappa di domani sarà una palla mortale, guardatevi un dvd di Marco Pantani, mi
gioco due euro che il gruppo arriverà in volata, i gran premi della montagna
sono due di quarta categoria, gli ultimi tre chilometri sono in discesa. E
infatti vengo a sapere che dopo qualche tentativo di fuga, l’ultimo dell’olandese
Tjallingii arginato a quattro chilometri
dal traguardo, la curva prima del rettilineo finale vede sbucare il favorito
Kittel in decima posizione, apparentemente spacciato, e che invece sta
solamente supervisionando come faccio io con Pietro quando mi prende qualche
metro e trattengo il fiato, abbastanza serenamente, perché poi in linea di
massima lo riprendo, o alla peggio grido “Stop!”, e Pietro allora inchioda
anche esageratamente con le suole sul cemento tanto che gli dico con autorevole
calma “Ok, bravissimo, tranquillo, ci sono le macchine.” Kittel dopo la curva
recupera, recupera fino a vincere quasi per distacco davanti a Bouhanni,
Nizzolo, Viviani, Ferrari. La maglia rosa invece passa dalle spalle di Svein Tuft
a quelle del compagno di squadra Michael Matthews nonostante il tempo identico,
per via delle posizioni d’arrivo, e questo mi spiace, perché leggendo i
giornali questa mattina avevo appreso la curiosa storia del ciclista canadese
vincitore della prima tappa, strana specie di vagabondo delle stelle, scappato
da scuola a quindici anni in compagnia del fedele cane Bear prima a piedi e poi
in bici, con episodi alla Into the Wild
come un viaggio in Alaska dormendo per quattro giorni in una baracca disabitata,
Svein e il suo cane, che chissà come sarebbero stati etichettati questi episodi
prima del successo del film di Sean Penn, ma sì un tipo alla Jack London si
sarebbe detto, tutto sommato un perdente salvato e non sommerso, ultimo al Tour
de France dello scorso anno, e ieri a sorpresa premiato con la maglia più bella
a trentasettenne anni. Michael Matthews al contrario sembra già progettato per
vincere, campione del mondo under 23, un paio di tappe già vinte alla Vuelta.
Il nuovo leader della corsa è lui, e adesso che ci penso prima di uscire in
bicicletta con Pietro, mentre lui ancora dormiva, aspettando il Giro avevo
sbirciato un paio di interviste ai corridori rilasciate dopo la firma del
registro di partenza, e Tuft alla consueta domanda “Pensi di conservare la
maglia rosa?” aveva risposto con l’aria persa, non abituato ai clamori, che a
lui bastava esser stato felice almeno un giorno come il suo cane, e che per le
volate tipo oggi la Orica-GreenEdge aveva uno bravo come Michael Matthews,
capace di resistere al vento e alle responsabilità.
venerdì 9 maggio 2014
Il diario del Giro. Prima tappa: Belfast-Belfast (21,7 Km). Oggi non ho visto la tappa ma Sinead O'Connor
Belfast - Oggi non ho visto la tappa, però ha vinto Svein Tuft,
trentasettenne canadese dell’Orica-GreenEdge, nel giorno del suo compleanno.
Essendo una cronosquadre sono arrivati tutti insieme, poi sul traguardo i
compagni gli hanno detto dai vinci tu Svein, compi gli anni e considerato che
sono trentasette quando ti ricapita. Tuft ha alzato le braccia, ha pensato che
bello ho vinto la prima tappa del Giro d’Italia numero 97, lo so che siamo in
Irlanda, lo so che mi hanno fatto vincere, ma se permettete è bello lo stesso.
Oggi non ho visto la tappa, questa mattina sfogliando il giornale avevo pensato
chissà se nel pomeriggio riesco a guardare il Giro, mi sa di no, e poi si
tratta di una cronosquadre con il fattore noia sempre in agguato, comunque
sfogliavo il giornale, in Italia Scajola era stato arrestato, Greganti era
stato arrestato, Frigerio era stato arrestato, Paris era stato arrestato,
Rognoni era stato arrestato, Grillo (non Beppe) era stato arrestato. Tre pagine
sugli arresti per l’Expo, una di pubblicità (un modello nero che guarda miope o
affascinante, Polo Ralph Lauren), due
pagine di commenti agli arresti per l’Expo, una di pubblicità (modella bionda Gucci, occhi azzurri), quattro pagine
sull’arresto Scajola, poi si parla d’altro. Ma la tappa del Giro di oggi,
pensavo, Belfast-Belfast, arrivo alle pagine sportive per prepararmi, sono uno
scrittore non inviato, e gioco con il giornalista che mi presenta la tappa,
intervista Moreno Moser, lui non lo sa (il giornalista) che io gioco con lui,
ma nel giocare penso, leggo il solito articolo di E.C., vediamo se come di
consueto mette la parola “doping” nel suo brano, tante domande a Moreno Moser. Come va la tendinite? Ti pesa l’eredità paterna? Lo spettacolo è sullo Zoncolan
l’ultima settimana?, ed infine: Pesa l’immagine negativa del ciclismo dopo gli
scandali doping? E Moser risponde che pesa troppo e il ciclismo non lo merita,
si è dato un obbiettivo: lottare con tutte le forze per ridare credibilità allo
sport che ama. Chiudo il giornale, oggi mi sa che non riuscirò a vedere la
tappa Belfast-Belfast, quando penso all’Irlanda mi viene in mente, fra le altre
cose, il romanzo di uno scrittore O’Connor che avevo comprato quando ero un
ragazzo come Moreno Moser, quando ero un ragazzo come Moreno Moser amavo
abbastanza alla follia Sinead O’Connor, mi piacevano i suoi capelli (che non
esistevano), mi piaceva com’era salita una sera sul palco del concerto del
primo maggio a Roma cantando solo con la voce, senza strumenti, una vecchia canzone
popolare irlandese annientando in pochi secondi il brusio e le trombette, lo
sventolio di bandiere, era salita sul palco Sinead da sola e aveva cantato contro un milione di persone, riducendole ad uno stupito silenzio attento,
praticamente un miracolo, e mentre la guardavo pensavo non si tratta solo dei
capelli, questa ragazza ha qualcosa di più. Il romanzo che avevo comprato invece
l’aveva scritto Joseph O’Connor e s’intitolava “Il rappresentante”, in breve “la storia di un venditore di antenne
paraboliche di mezza età, ex alcolizzato e sempre senza soldi, con un
matrimonio fallito alle spalle e una famiglia disgregata. Un giorno d'estate,
durante una rapina alla stazione di benzina in cui lavora, la figlia viene
violentata e rimane in coma. Da quel giorno la vita dell'uomo non sarà più la
stessa: solo, ossessionato, deciso a farsi vendetta, si mette sulle tracce di
quello che ritiene essere il colpevole, pianificando il delitto perfetto. Ma i
suoi piani falliscono clamorosamente e le conseguenze saranno terrificanti.”
Che a dirla tutta queste conseguenze non ho mai saputo quali fossero, avendo
iniziato il libro senza terminarlo, avendolo ripreso qualche anno dopo senza
terminarlo, non per demerito dello scrittore, sono cose che capitano, avendolo
lasciato il romanzo abbandonato alla lettera “O” della mia libreria, dove lo
ritrovo stasera con una data scritta sulla prima pagina bianca, un mese del 1998.
Peraltro vicenda ambientata a Dublino, mi rendo conto, cosa c’entra Belfast,
ecco perché non sono inviato. Comunque tornando alla tappa: compleanno rosa per
Tuft, gongolano Uran ed Evans che tra i favoriti guadagnano una trentina di
secondi su Scarponi, una cinquantina su Basso, Quintana e Pozzovivo, un minuto
e ventotto su Rodriguez. Domani seconda tappa, tanto per cambiare
Belfast-Belfast, ma questa volta di 219 Km e non 22. Percorso pianeggiante,
tornerò sul desiderio di guardare tutte le tappe, un desiderio più che altro di
memoria, di restituzione dell’infanzia, una tappa per velocisti? Direi di sì, e
allora non aspettiamoci sorprese.
venerdì 2 maggio 2014
Il fuorigioco sta antipatico ai bambini
Il calcio, la letteratura, la
vita. Tre sono i sentieri che s’intrecciano e si biforcano in Il fuorigioco
sta antipatico ai bambini, romanzo e autobiografia, lettura in undici capitoli
di undici romanzi e rilettura di undici edizioni della Coppa del mondo di
calcio: dal 1974, qualche mese prima della comparsa biografica di chi racconta,
al 2014, anno in cui, sempre chi racconta, si appresta a spiegare il senso del
football, e della vita, al figlio «infaticabile compagno di azioni calcistiche in
corridoio». E così l’interminabile, apparentemente inutile ragnatela di
passaggi disegnata sul campo di Monaco di Baviera nel primo minuto della finale
dei Mondiali del ’74 dall’Olanda di Johan Cruijff assomiglia al monologo,
astratto e acronico, di una pagina di Thomas Bernhard. E quattro anni dopo
Mario Kempes avrà i capelli troppo lunghi per compiacere il presidente Videla
in tribuna, ma non abbastanza lunghi per convincere Julio Cortazar a far
ritorno a Buenos Aires. Zinedine Zidane che segna due gol di testa nella finale
del 1998 e Albert Camus possono incontrarsi nella stessa tasca del camice
bianco di un venditore di lavatrici in un grande centro commerciale. Per
arrivare in fondo alle pagine di Turgenev che parlano di vite infinite che
sanno riunire, anche a distanza di anni, i padri ai figli.
mercoledì 30 aprile 2014
martedì 29 aprile 2014
lunedì 21 aprile 2014
venerdì 11 aprile 2014
giovedì 3 aprile 2014
martedì 1 aprile 2014
lunedì 31 marzo 2014
Luigi Di Ruscio, scrittore straordinario
Il libro dell'anno è già uscito. Omaggio postumo a Luigi Di Ruscio, scrittore straordinario. Contiene Palmiro, Cristi polverizzati, Neve nera, Apprendistato.
martedì 25 marzo 2014
venerdì 21 marzo 2014
mercoledì 19 marzo 2014
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