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domenica 17 marzo 2013

Finalmente domenica! (30)



All'inizio del collegamento sembrava il Palio di Siena,  non iniziava mai, ma poi si sono svegliati e dal balcone per fortuna non è uscito fuori un cavallo ma un Papa argentino che ha detto Fratelli e sorelle, buonasera. Voi sapete che il dovere del Conclave è di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo. Ma siamo qui...

Io a dire il vero ero a Gussago, Franciacorta, ospite dai miei suoceri e tutti guardavamo la televisione, anche Pietro per una volta che probabilmente pensava deve esserci qualcosa di strano perché di solito non me la fanno vedere quel pannello luminoso lì con la scusa che ho quattordici mesi, mi dicono che sta dormendo, la televisione, e invece stavolta siamo tutti qui  e guardiamo, è sveglia, anche io.
Io gli dicevo sai Pietro, in un certo qual modo tu ti chiami così perché una sera a Roma con tua madre era l'8 dicembre del 2010 verso mezzanotte siamo scesi dal Bed and Breakfast in via degli Scipioni abbiamo camminato fino a Piazza San Pietro deserta e bellissima e siamo stati così  bene da pensare che tutto era fermo, tra le due fontane a dire ecco il Papa si affaccia da quella finestra là no deve essere l’altra però stasera non c'è nessuno, dorme, comunque è stata forse quella sera che ho deciso senza saperlo che un figlio in caso l'avrei chiamato Pietro, da Roma.

Che questa settimana mi è mancata in modo pazzesco, Roma, ma non come quelli che ci hanno vissuto e si portano dietro la nostalgia, no. Io sto peggio, perché non ho mai avuto nemmeno il privilegio di abitarci, e quando l'ho visitata per la prima volta a dieci anni in gita con l'oratorio ho pensato certo che viverci, a Roma, e poi c'era anche mia madre e abbiamo pranzato in un ristorante all'aperto io ho mangiato una bistecca enorme e mia madre niente o poco tanto che da bambino pensavo strano che la mamma non ha fame, eppure le ho chiesto cinque volte se potevo prendere la bistecca se non costava troppo e lei ma no, per una volta cosa vuoi che sia, però poi lei non aveva mangiato niente, sorprendentemente sazia.

E dopo altre volte, a vent'anni, a venticinque, a trenta, a trentacinque, da solo e poi con mia moglie pensando certo che abitarci, a Roma, senza ascoltare quelli ragionevoli che dicono sì ma guarda che viverci non e' come visitarla, certo, lo so non sono mica scemo, però almeno fare una prova.
Invece vivo a Milano, + un giorno a settimana a Gussago e Brescia, come la sera che hanno eletto il nuovo Papa Francesco, un tipo simpatico e alla mano, niente a che vedere col precedente, questione di carattere mi si dirà, ma non solo. Eravamo a Gussago, l'inviato del Tg1 in balia dell'evento roteava su se stesso al centro di Bernini, sciabolando informazioni inutili e facilmente deducibili come:
"Eccoci qui in Piazza San Pietro...la Piazza è gremita...continua ad arrivare gente guardate...siamo in Piazza San Pietro...Come vedete è piena, è Piazza San Pietro..." e io allora ho detto a Pietro ma questo qui secondo te sta bene? Boh, poi è passata sullo sfondo dell'inquadratura in movimento circolare un'altra persona con al collo un bambino appeso vestito di giallo molto visibile, e il bambino faceva avanti e indietro pericolosamente perché il papà che lo teneva per le gambe saltellava urlando: "W il Papa! W il Papa!" quindi l'inviato del Tg1 ha detto: "Avete visto? Qui passa gente, siamo in Piazza San Pietro, è gremita..." ma a me restava in mente quel padre con il bambino giallo in testa a saltellare con invidiabile e infantile gioia e forse da allora ho sentito nostalgia di Roma quella che poi mi avrebbe accompagnato per tutta la settimana. Ho preso Pietro, me lo sono messo sul collo e gli ho detto hai visto stela quanta gente in Piazza San Pietro? E' gremita. Il Papa si chiama come me, la Piazza come te, volendo potremmo uscire anche noi che non siamo affatto papisti da quella porta e metterci a saltellare in Franciacorta urlando: "Viva il Papa! Viva il Papa!", ma saremmo soli e matti, quindi sai che ti dico facciamo finta di niente e al massimo domani se mi gira andiamo a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo.

lunedì 30 aprile 2012

Il posticipo_Roma-Napoli (Digiunando con Knut Hamsun)


Che bello esser matti, aver provato, almeno una volta nella vita, la gioia esplosiva di non fare niente. Stavo fuori sul marciapiede di Christiania, ad attendere che Knut scendesse dalla sua soffitta-bara col pavimento che cedeva a ogni passo, speranzoso di recuperare attraverso le sue parole quella gaia spensieratezza che s’impadroniva di me solo qualche anno fa, senza preavviso.

Eccolo, correre le scale senza far rumore per non destare l’attenzione della padrona di casa alla quale doveva un affitto che non era in grado di pagare, convincermi ad andare a scrivere al cimitero, perché sopra le tombe non c’era finzione ma solo necessità:
“Savio, con me al cimitero, poi si vedrà”.
Seguirlo, riflettendo su cosa nella giornata ci avrebbe potuto dare felicità.
Al camposanto, dopo aver scelto con cura la tomba più comoda, accorgersi di aver dimenticato le matite nei panciotti dati in pegno al monte sul Lungotevere dei Mellini, per non morire di fame. Dietro-front, non prima di aver osservato con sgomento una troupe televisiva intervistare ad altezza fiume un operaio che ha perso il lavoro a 47 anni, il proprietario di un ristorante in regola al quale la banca ha pignorato la casa, la figlia di un imprenditore suicidato perché amava il suo lavoro, ma era massacrato dalle tasse.

Sulla strada, una ragazza così bella da meritare di essere seguita almeno fino a casa, poi la visione dello Stadio Olimpico, irresistibile, la commutazione del primo perfetto capitolo di Fame di Hamsun con due biglietti della tribuna Monte Mario.
In campo, nel primo tempo il Napoli inizia con tre antipasti falliti da Zuniga, Fernandez, Hamsik. Ma poi alla Roma torna appetito, e il primo piatto è servito da Marquinho: 1-0. Nella seconda frazione però Mazzarri ricorda ai partenopei la loro fame ancestrale e il menù viene ribaltato da Zuniga con un gran tiro da fuori area e da Cavani con un meraviglioso giro dal limite. Pare finita, ma quando tutti sono pronti per il caffè il ciccione Simplicio decide di pareggiare la partita e recarsi in tribuna per baciare moglie e figlio a pochi metri da me e Knut: Roma 2, Napoli 2.

All’esterno di nuovo liberi e affamati, incontriamo un uomo che vedendoci digiuni in difficoltà ci regala dieci corone. Non si tratta di quel mediocre piccolo editore del centro Italia che da un paio d’anni deve a me e a Knut qualche migliaio di corone per nostri lavori letterari mai pagati, ma di un Commendatore di Christania che ci conosce appena. Imbarazzati accettiamo.
“Non vergognatevi ragazzi, so benissimo che in cambio potete scrivere qualche cosa”.
Ancora una volta avevamo superato il peggio, avevamo da mangiare per qualche giorno.

lunedì 23 aprile 2012

Il posticipo_Juventus-Roma (Pedro Paramo, oppure Arturo Vidal)


Andai a Comala perché avevo letto che Juan Preciado vi si era diretto per trovare suo padre, Pedro Paramo, esaudendo così il desiderio di sua madre moribonda. Quando finalmente lei gli aveva liberato le mani vive dalle sue morte, Juan era partito. Arrivato a destinazione, ogni cosa era abbandonata, le case vuote e invase dall’erba capitana, ma soprattutto Pedro Paramo defunto sgretolato come se fosse un mucchio di pietre. La fine meritata di un tiranno. Meglio niente padre, che quel padre.

A Comala, mi era bastato osservare le stesse nuvole spumose che Juan aveva guardato come ultima cosa fare mulinello sopra la sua testa prima di essere ucciso dall’asfissia per girarmi e cominciare a correre a gambe levate, lontano da quel paese di spettri dove nessuna vita era possibile. Echi di voci mi facevano vento, fogli sportivi svolazzanti di quotidiani del sabato contenenti furbe menzogne calcolate mi rallentavano, circondato da fantasmi. Convinto comunque di andare veloce, ero stato doppiato da un cileno Arturo sorridente, con due uncini al posto dei piedi, appena uscito da una baracca-bar dove aveva buttato giù un paio di bicchieri di Pisco Sour.

Oltre le costruzioni in rovina, in periferia si stagliava la sagoma grigia di uno stadio luccicante. Sorpassando la gente in coda, ingannando le forze dell’ordine ancora scosse filosoficamente dalla consapevolezza di essere mandate allo sbaraglio ogni domenica a fronteggiare delinquenti da curva certi dell’impunità, il corridore Arturo si era fermato solamente all’interno dell’area di rigore per calciare in rete il pallone ricevuto da sinistra dal rosa-stellato De Ceglie: Juventus 1, Roma 0. Il tempo di battere il centrocampo, e ancora il cileno scaricava dal limite un diagonale angolato in movimento questa volta su assist di Mirko Vucinic. All’ottavo minuto, la partita era già conclusa, anche se tutti per differenti motivi facevano finta non fosse vero. Ci avrebbero pensato Pirlo alla mezzora su rigore prima parato da Curci poi no e Marchisio al cinquantaduesimo con un magro effetto dai sedici metri a fissare il risultato sul 4-0.

Sbrigato il suo dovere, a venti dal termine Vidal avrebbe ottenuto dall’allenatore un meritato riposo anticipato. In panchina, ricordando per un attimo il padre che l’aveva abbandonato a quattro anni con madre e cinque fratelli, Arturo sarebbe tornato con la memoria alla misteriosa e affascinante complessità di Pedro Paramo, ultimo lavoro letterario di Juan Rulfo, dentro il quale un figlio parte alla ricerca del padre. Dopo quel secondo libro, lo scrittore-copista di Città del Messico aveva ritenuto conveniente non scrivere più nulla: il terzo avrebbe potuto essere brutto. Si poteva vivere anche facendo solo il copista. O il centrocampista. Meglio niente padre, che certi padri.

domenica 25 marzo 2012

Il posticipo_Milan-Roma (Ibrahimovic non legge Peter Camezind)

“Battendo le ali per la gioia di esser libero”, Peter aveva abbandonato Nimikon, il suo prosaico e deprimente paesello montano. Lassù in troppi si chiamavano come lui Camezind, lo scirocco soffiava forte e lui lo odiava, timidamente aveva scritto diverse poesie, ma poi le aveva bruciate tutte per manifesta bruttezza.

Fuggito a Zurigo, aveva tenuto per diversi giorni gli occhi spalancati, fino a quando non aveva conosciuto il musicista Richard che gli aveva procurato un lavoro (recensore di romanzi per un quotidiano locale) ma soprattutto consigliato un ristorante dove si poteva cenare pagando in libri. Misteriosamente e al di là di ogni giustificazione fiscale, la cameriera appassionata lettrice accettava infatti quasi tutto tranne Fabio Volo, e offriva in cambio di pagine i piatti tipici della cucina svizzera: Fondue, Raclette, Kalbfilet, Schweinschnitzel e Meringue.

Nonostante questa fortuna, Peter trascorreva le notti a bere e a osservare con senso di colpa la natura, incapace di trasformare le stelle, i monti e i laghi che vedeva in Poesia, ricambiato da quest’ultima con la moneta del rimprovero. A toglierlo dall'infelicità ci aveva pensato ancora l’amico Richard: grazie ad un cospicuo assegno del padre l’aveva invitato ad accompagnarlo un viaggio nell’Italia settentrionale, meta che il Camezind aveva sempre sognato.
A Milano erano saliti sul tetto del Duomo e osservandoli giudicare come dozzinali certi santi di pietra sulle guglie mi ero risentito, e invidiando pure l’ingenuità dei loro pochi anni (i miei di vent’anni prima) avevo aspettato solamente il momento opportuno per infilare le mani nelle loro valigette svizzere e derubarli dei rispettivi portafogli. Soldi in pugno, mi ero diretto con rinnovato entusiasmo verso San Siro dove avevo acquistato con facilità un biglietto per Milan-Roma.
Sulle prime, il Milan creava le occasioni migliori, ma allo scadere del primo tempo veniva beffato da una deviazione sottoporta di Osvaldo. Campionato riaperto? No, perché già al nascere della ripresa la squadra di Allegri trovava il consueto rigore aggiusta partita (ottavo stagionale) che Zlatan Ibrahimovic trasformava di piattone: 1-1. La Roma accusava il colpo, Totti da ottima posizione provava un cucchiaio invece di tirare una sassata, Muntari tirava una sassata invece che provare un pallonetto e centrava la traversa (per fortuna di tutti la parte alta). Quando il pareggio pareva ai più la soluzione più congrua, Muntari a sorpresa lanciava quasi a campanile da metà campo verso il centravanti in profondità. Heinze e Kjaer guardavano il pallone precipitare verso di loro, indecisi sul da farsi e sul reale valore letterario di “Peter Camezind”:
“Sai Gabriel, leggere il primo romanzo di Hesse mi ha emozionato...”
“Non so Simon, ripassandolo a quindici anni di distanza, l’ho trovato troppo romantico e ingenuo. Sono stato costretto a saltare molte pagine. Eppure, devo ammetterlo, ho rimpianto quel giovane difensore che ero ai tempi della prima volta, pronto ad emozionarsi per ogni aspetto del creato...”

Intanto, Ibrahimovic ne approfittava per infilarsi fra i due, scavalcare il povero Stekelenburg con un colpo a palomba nemmeno troppo elegante ma preciso nel trasformarsi in assist per sé medesimo, appoggiare di testa in rete resistendo al tentativo di sbilanciarlo del Kjaer combinaguai. Era il goal partita, probabilmente il goal scudetto.

Al fischio terminale dell’arbitro, San Siro esplodeva in un urlo liberatorio che sembrava irradiarsi dal centro corporeo del gigantesco fuoriclasse svedese. Nel dopo partita, Zlatan sintetizzava il suo pensiero in determinanti brevi sentenze:
“22 goal in 23 partite. Ho giocato un campionato più che perfetto. Che cazzo guardi. Si deve cambiare qualcosa, non va bene che a un mese dalla fine ci siano così tanti infortuni. Peter Camezind non l’ho letto e vivo bene lo stesso. Hermann Hesse per quanto mi riguarda può anche andare affanculo. Comunque se Peter Camezind fosse nato nel quartiere da dove vengo io non si sarebbe mai fatto fregare il portafoglio”.

lunedì 5 marzo 2012

Il posticipo_Roma-Lazio (Edy con il sole in tasca)


Dell’uomo con il sole in tasca ora sulla strada non restava che una caricatura curva, vestita con una tuta e le pantofole. Eppure vivo, solo con il fastidio della luce e con un dito di barba bianca sulle gote. Le nuove Brigate Rosse l’avevano rapito, uccidendo i nove uomini della scorta. L’avevano tenuto imprigionato per quattro giorni in uno stanzino lungo due metri e cinquanta, largo uno e venti e alto tre metri. L’avevano interrogato in una lingua sepolta fino a condannarlo a morte “perché colpevole di perseguire un progetto autoritario e antidemocratico, nonché per i danni sociali, morali e mentali che ha provocato con le sue televisioni.”

Poi qualcosa dopo la lettura della sentenza era accaduto. I tre terroristi non erano più tornati a riprenderlo, aveva sentito un sparo oltre la parete, quindi si era avvicinato alla porta della sua prigione e l’aveva trovata socchiusa. Nell’appartamento, la brigatista più cieca e violenta, Cecilia, quella che avrebbe voluto ammazzarlo fin dal principio, giaceva immobile sul pavimento con il sangue che le usciva dalla testa. Degli altri due sequestratori, Luca e Mario, nessuna traccia. Scendendo i tre piani di scale era arrivato in strada dove un uomo senza emozione, il commissario Luigi Leandri, l’aveva riconosciuto a fatica.

La domenica splendeva, e la città più bella era come avvolta da un velo dorato. Per una volta il sole vero era più potente di quello che lui aveva avuto sempre di tasca: da venditore, da imprenditore, da presidente. Era ancora vivo, e stretta la mano del commissario, seppur in versione ginnica non aveva perso autorità nel convincere il Leandri a disubbidire ai suoi superiori e alla logica, costringendolo a trovargli in tempi brevi una donna, bella, disposta ad accompagnarlo allo stadio.

All’Olimpico, la Lazio infilzava già al settimo minuto la suicida difesa alta della Roma. Hernanes trovava il corridoio giusto alle spalle di Heinze, Klose s’infilava rapido in quella corrente d’aria anticipando l’uscita disperata di Stekelenburg che lo abbatteva. Rigore, espulsione del portiere, goal.
I giallorossi si catapultavano in avanti rabbiosi e quasi subito pareggiavano: traversa di Juan, ribattuta verso la porta di Borini, goal-non goal, questa volta goal, nonostante l’umano e normale dissenso gridato di tutti i difensori biancocelesti. Nessuna polemica ipocrita di giornalisti assunti per raccomandazione sul negazionismo laziale.
Il 2 a 1 finale sarebbe arrivato nel secondo tempo con la rete oratoriale di Mauri. Punizione a spiovere dai 35 metri di Hernanes, l’aquila numero 6 finge di allontanarsi dall’area di rigore poi invece si lancia nella medesima con uno scatto improvviso. Gli astuti giocatori di Luis Enrique si guardano come a dire: “Ma come Mauri, cioè noi pensavamo che a quest’azione non volevi partecipare, e invece...vatti a fidare degli avversari.” Spaccata di sinistro dell’isolato capitano furbo, goal.

Mancava ancora mezz’ora, ma che la partita ormai fosse conclusa lo sapeva anche il vento. In tribuna Monte Mario (o Monti Mario) il presidente del Consiglio distoglieva lo sguardo dal campo per passare ai fatti con la giovane donna al suo fianco:
“Signorina, mi consenta di raccontarle del mio rapimento. Mi hanno tenuto in ostaggio in tre, ma li ho sgominati con la mia forza, non prima di aver fatto a brandelli con il coltellino per tagliare la mela quella orrenda bandiera rossa con la stella a cinque punte. Se lei è d’accordo, a questo punto le darei un bacio.”

Sulla pista d’atletica rivolto verso il pubblico, l’anziano Edy Reja invece saltellava. Solo qualche giorno prima dimissionario, licenziato, sostituito, adesso si godeva il secondo successo stagionale in un derby per 2 a 1 e il terzo posto in classifica. Saltellava con la sciarpa biancoceleste al collo, e dalla tasca gli usciva un sole.

lunedì 6 febbraio 2012

Il posticipo_Roma-Inter (An der Baumgrenze mit Borini)




Giunto al limite boschivo con il narratore, lui aveva proseguito, trovando i due taglialegna che gli avevano indicato il cadavere del ragazzo, congelato, coperto da due grossi camosci. Io invece ero tornato indietro fino all’albergo per controllare che la ragazza fosse morta veramente, avvelenata dal suo amore per il ragazzo, che però era suo fratello. Stava lì, coperta dal cappotto di lui che era fuggito durante la notte, troppo leggero per non morire, a ventun gradi sotto zero, questa la temperatura di Muhlbach, paesino montano a 980 metri.
Il perché pure io avessi deciso di passare qualche giorno in questa fredda località dove nessuno resisteva sano, dove in fondo tutti erano condannati a morte, sfuggiva perfino a me stesso. Meglio sarebbe stato andare come al solito nell’amata Obereggen, al maso di Evi ed Emerich, ma Bernhard mi aveva costretto a seguirlo sino al limite boschivo: an der Baumgrenze, aveva detto.

Oppure, neve per neve, avrei potuto dare retta al mio caporedattore che mi aveva consigliato di recarmi a Roma per recensire Roma-Inter, ma il rischio di trovare la capitale in tilt per il troppo bianco, e la probabile possibilità di restare intrappolato per ore su un treno-italia senza riscaldamento, e di essere magari rimborsato per questo disagio con un viaggio premio su Costa Crociere, mi aveva fatto decidere per Muhlbach.
Nella sala da pranzo dell’albergo la sera prima mi ero accorto dell’arrivo dei due innamorati, mentre il narratore scriveva una lettera alla fidanzata, ma senza dirle la verità. L’isolamento gli aveva logorato i nervi, di questo si trattava, e il fatto che in quel dannato paesino delle montagne austriache non fosse così facile seguire le partite della Serie A, di certo non migliorava la situazione. Magari questi due giovani sbucati dal nulla, gli avevo suggerito per rallegrarlo, sapevano almeno come procurarsi i risultati. Quando erano saliti in camera, la mia idea era stata quella di seguirli e di mettersi a origliare con l’orecchio alla parete fuori dalla loro stanza.

La cronaca di Roma-Inter era cominciata quasi subito (avevano il computer e si godevano la partita su qualche sito pirata, i due egoisti) così avevamo ascoltato senza ombra di dubbio la squadra di Luis Enrique prendere a pallonate Julio Cesar. Juan, Borini, Borini, Bojan: Roma 4, Inter 0. Dall’interno qualche imprecazione, poi il silenzio. Appena il tempo di nasconderci dietro un angolo, e avevamo visto il giovane uscire furioso sbattendo la porta, senza cappotto, facendo le scale a precipizio, come se avesse indossato per troppe ore la stanza come una camicia di forza. Un vortice di piedi in discesa, con in bocca la mano tesa come un coltello.


Il mattino dopo, Bernhard aveva terminato la sua lettera, una buona lettera, senza una minima bugia. Quindi, per soddisfare la padrona dell’albergo preoccupata dall’assenza a colazione della ragazza, eravamo risaliti fino alla sua camera:
“Aprite! Aprite!”    
Con una spallata, la porta si era aperta. La giovane giaceva di traverso sul letto matrimoniale, priva di sensi. Secondo il narratore, avvelenata. Da sola? Dal ragazzo fuggito?
“Andiamo fino al limite boschivo, Savio”. Intanto ti racconterò del perché la parte stupida del popolo austriaco mi chiama Nestbeschmutzer, sporca-nido. Del perché ho cento paia di scarpe, diverse per ogni tipo di passeggiata. Del perché ho smesso di tenere delle letture pubbliche: l’ultima volta, a Bolzano, c’erano solo due paralitici.

lunedì 23 gennaio 2012

Il posticipo_Roma-Cesena (Lamela Rayuela)


“E così sono tornato, perché la vostra puntualità nel rinnovare la scritta murale Julio torna, cosa ti costa? nella piazza che mi avete dedicato a Buenos Aires, meritava almeno un premio, anche se per ritornarci in cielo poi mi toccherà saltellare di nuovo sul tracciato di caselle disegnate per terra. Con un piede solo in corrispondenza delle caselle 3 e 6, con due piedi nelle caselle 4/5”.

Sapevo che per Julio solo le persone banali si davano appuntamento. Quelle che piacevano a lui, come l’amata Maga, s’incontravano per caso, in zone di Parigi che formavano a loro volta un gioco del mondo, da Rue de Babylone a Rue Monge. Per questo pur avendolo pedinato e sorpassato sul marciapiede, i passi necessari per utilizzare un albero parigino come breve nascondiglio (astuta tattica appresa dal detective Antoine Doinel) avevo finto stupore nel trovarmelo davanti, alto e ragazzo, appoggiato ad un muro scrostato con disegnato una freccia. 
“Ma quanto sei lungo, Julio?”
“Più o meno come quella specie di ponte che quei personaggi che vedi là in alto, affacciati a due finestre divise da poco spazio ma con quattro piani sotto, stanno cercando di costruire con una tavola. Cercano di passarsi un pacchetto di erba di mate e i chiodi, e ho la sensazione che inizierò a scrivere dettagliatamente tutte le idee che verranno loro in mente per attraversare il vuoto da una finestra all’altra. Guardali: sono Horacio Oliveira, Talita e Traveler”.

Aspettando che qualcuno mi guarisse dal fuoco sordo, dal fuoco incolore che correva all’imbrunire per Rue de la Huchette, pensavo alla triste verità che aveva spinto Cortazar a scrivere Rayuela. Gli piacevano sempre meno i romanzi, la narrativa che si praticava ai suoi tempi. Allora aveva pensato ad un anti-romanzo, generato da un caso fatto di foglietti scritti per anni in bar diversi, capaci di trovare un ordine solo al termine della stesura.
“Non ho progettato nulla. Il libro è stato vivisezionato dai critici e analizzato con estrema cura, ma tutte queste strutture hanno preso forma solamente alla fine. Rayuela è stato un punto centrale sul quale poi si sono incollati strati di cose”.

Non gli piacevano più i romanzi del suo tempo, ma cosa diavolo avrebbe detto allora Julio di quelli dei nostri, salvo rare eccezioni opere costruite a tavolino tra scuole di scritture e case editrici, abili ad alimentarsi economicamente con favori reciproci, quasi mai aventi come scopo l’attenzione nei confronti della qualità? Adesso è tutta una grande farsa, amico biancoceleste e francese, e ora capirai perché mi diverto di più a guardare una partita di pallone che a leggere certi rettangoli ripieni di fogli di soggetti che si vestono da scrittori, parlano da scrittori, recitano bene e senza alcuna vergogna la parte d’indispensabili alla storia della letteratura. Ma ora basta equivoci, la tua Maga magari ti aspetta al Café preferito dai membri del Club del Serpente, madre uruguagia con in braccio il figlio Rocamadour.

Al Club il gruppo di amici ascolta jazz, discute di arte e filosofia. Io sto prevalentemente zitto, limitandomi a segnalare che il talento argentino Lamela, fa rima con Rayuela. Sarà per questo che uscendo dagli spogliatoi, il numero 8 giallorosso lancia la prima pietra nella casella numero 1. Quindi con un piede solo (il destro) va nella casella due del prato dell’Olimpico, poi nelle 3 e 6, infine con due piedi nelle 4/5 e 7/8. Disorientata da questo movimento, la difesa del Cesena va nel pallone: Rodriguez spizza goffamente per il tacco dello stesso Lamela che serve Francesco Totti: tiro leggermente deviato che beffa il dormiente Antonioli sul primo palo. Tocca al Cesena, ma i romagnoli mettono subito un piede fuori dalla Rayuela e allora Lamela dal limite pesca Totti in leggero fuorigioco, 2-0. Palla al centro, e ancora dentro l’ottavo giro di sessanta secondi Borini fa 3-0. Il gioco del mondo è finito in soli otto minuti. Si andrà avanti a saltellare comunque fino al novantesimo, con gli altri del Club ad ascoltare Cortazar proporre due letture possibili di una partita di pallone:
“A modo suo ogni partita è molte partite, ma è soprattutto due partite. La prima, si può leggere come abitualmente si leggono le partite, e finisce al minuto 8 ove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. La seconda, si può leggere dal minuto 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo. In caso di confusione o poca memoria, basterà consultare la lista seguente: 73-1-2-116-3-84-4-71-5-81-74-6…”

martedì 13 dicembre 2011

Il posticipo_Roma-Juventus (Un asturiano a Roma)


Dopo l’ennesimo aumento della benzina, alla fine la popolazione era esplosa. Adesso Presidente della Repubblica e  del Consiglio ciondolavano impercettibilmente appesi per i piedi alla pensilina di un distributore di carburante.
Erano trascorsi pochi mesi dall’avvento dell’asturiano nella città eterna, ma lo spettacolare atterraggio di Luis Enrique nel prato del galoppatoio a Villa Borghese a bordo della sua aeronave spaziale pareva solo un lontano ricordo. Così come l’emozione pallida di Federico Fellini nello scorgere il disco volante dal Pincio dove si trovava scendere leggero, prima d’incontrare verso le diciannove lo scrittore Ennio Flaiano e abbracciarlo, in lacrime.
“Vivremo in un modo nuovo e semplice Ennio. Avremo una veloce pazienza nel far girare la palla, quasi come il Barcellona. L’aeronave è un’enorme meraviglia lucente. Gialla come il sole, rossa come il cuore mio”.   

Il Presidente del Consiglio poi aveva fatto recintare il disco volante, permettendone però  la visita mediante pagamento di una tassa a favore di certe opere assistenziali cattoliche. Il Presidente della Repubblica invece aveva ricevuto l’asturiano al Quirinale, interrompendo addirittura il tour promozionale per l’uscita del suo inutile libro, con grande sgomento delle genti corrotte o rimbambite già pronte ad applaudirlo per strada o nelle università. Nessuno come gli italiani era abile a volare in soccorso al vincitore.
La vita dei partiti sembrava essersi fermata. Ignobili adulatori di ogni schieramento strisciavano ai piedi del nuovo Premier, e balbettavano il loro assenso a una manovra iniqua, fingendo di non guardare l’asturiano presente in visita alla Camera dei deputati, ben sapendo che egli, li osservava tutti.
“L’Osservatore Romano” infine, nella consueta rubrica “Nostre informazioni”, aveva segnato tra i nomi delle persone che il Santo Padre aveva accolto in udienza privata anche quello di Luis Enrique, relegandolo però nell’elenco stilato per ordine d’importanza agli ultimi posti, si dice perché l’asturiano aveva preteso chiarimenti riguardo al versamento dell’Ici nelle casse dello Stato.

Il giorno in cui un ignaro benzinaio aveva esposto senza pensarci troppo il cartello Benzina Verde 1710 euro al Litro, era stato l’inizio della fine. In un rigurgito d’orgoglio, il popolo aveva smesso di lavorare, smesso di cucinare e si era diretto verso i luoghi del potere. I deputati presenti (pochi), i ministri del nuovo Governo, il Presidente del Consiglio e della Repubblica erano stati giustiziati e trascinati fino al distributore di carburante dove i rivoltosi avevano ritenuto esserci la pensilina più adatta all’esposizione. Ma in Italia anche la folla più inferocita, non rinuncia mai alla partita. Per questo il fiume di persone aveva preso la direzione dello Stadio Olimpico, e sfondato i tornelli aveva assistito dal vivo al primo incontro di Serie A trasmesso in 3D: Roma-Juventus.

Sul terreno di gioco, invece dello spettatore televisivo sembrava Arturo Vidal quello indossante gli occhialetti tridimensionali quando, al sesto minuto dl primo tempo, ciccava clamorosamente un’innocua conclusione di De Rossi facendola terminare alle spalle di Buffon. Ne usciva fuori una bella partita. Una Roma coraggiosamente schierata con l’esordiente capitano della primavera Viviani a centrocampo, ribatteva azione dopo azione ai tentativi di rimonta juventina che si concretizzavano solo al 61’ grazie ad un colpo di testa di Chiellini. Solo un minuto dopo, Vidal rimetteva nuovamente quei maledetti occhialini senza i quali era stato uno dei migliori in campo, giusto in tempo per fare fallo a Lamela in area di rigore. Totti calciava di potenza, ma Buffon respingeva. Il risultato non sarebbe più cambiato, lasciando agli osservatori la sensazione di un emozionante pareggio che avrebbe potuto essere anche altro.

Eppure, più forte del rumore giallorosso, qualcuno alla fine aveva gridato: “A asturiano!...”.
Luis Enrique si era subito voltato e ancora una volta l’inno della Roma era stato sovrastato da un suono lungo, straziante, plebeo. L’allenatore asturiano aveva fissato a testa alta la tribuna Monte Mario, senza riuscire a identificare l’autore del vile gesto sonoro. Poi una pernacchia ancora più forte, multipla, fragorosa, l’aveva spinto a volgere di nuovo lo sguardo al solitario contestatore, urlando:
“Italiano: mascalzone!”

mercoledì 19 ottobre 2011

Il posticipo_ Lazio-Roma (La radiolina biancoceleste di Walt Whitman)




Lo ricordo come fosse ieri (invecchiando, almeno qualcosa resta, non tutto va perduto). Walt Whitman seduto da solo all’aperto, sulle spiagge di Long Island, tra le influenze dell’aria aperta, leggere il Vecchio e il Nuovo Testamento, poi Omero, Eschilo, Dante, Shakespeare.
Scorgendolo nei miei diciassette anni, intimorito dal suo splendore di non ancora poeta, io autodidatta come lui sebbene quasi geometra, leggendo invece “Il mestiere di vivere” di Cesare Pavese, sotto lo sguardo vacanziero ma turbato di mia madre:
“Perché mio figlio studia il mestiere di vivere invece che trovarsi un buon lavoro?”

Qualche anno dopo sempre Walt, vestito come un contadino, un operaio, reduce da un viaggio a New Orleans capace di trasformarlo in una foglia d’erba uguale a un giorno di lavoro delle stelle, questa volta sulla spiaggia di Ostia, questa volta a scrivere versi, così assorto nella necessità di trovare una risposta alla vita, alle domande che ricorrono, agli infiniti cortei di senza fede, agli occhi che bramano luce, ai poveri risultati di tutto…così assorto dal dimenticarsi che fosse domenica, e di essere ormai troppo lontano per tornare a casa in tempo alla Garbatella per vedersi il derby in televisione. Che fare?

Nella disperazione da appassionato, intercettare un venditore migrante da spiaggia e pagargli trenta dollari una radiolina, costo automaggiorato per compensare l’odioso tira e molla per abbassare il prezzo esercitato da certe carni umane sui salviettoni, abili a sfruttare penosamente il gran vantaggio di essere nati dalla parte giusta del mondo.
Whitman e la sua radiolina, io poco distante a origliare Tutto il Calcio minuto per minuto che racconta di Lazio-Roma.

Si gioca, dopo qualche incertezza relativa agli scontri di piazza del giorno prima, con la capitale messa a ferro e fuoco da ottocento black bloc non previsti da un Ministro dell’Interno jazzista, troppo impegnato ad esercitarsi (almeno il sabato) con il saxofono per occuparsi anche dell’ordine pubblico. Cinque minuti e la Roma passa in vantaggio con Osvaldo, freddo a superare Marchetti al termine di una bella combinazione José Angel-Pjanic-Gago. Quindi la partita sonnecchia fino a quando l’elegante Hernanes non decide di accendere la luce, trascinando con la classe dei campioni il resto dei compagni. Dribbling, tiri da fuori, anche il sollevamento di una zolla scagliata con violenza verso la porta giallorossa, parziale consolazione per tutti i privi di talento del mondo (anche i fenomeni brasiliani talvolta zappano).
Al sesto della ripresa Kjaer commette il fallo decisivo, trattenendo ingenuamente Brocchi lanciato a rete. Espulso. Il ballerino Hernanes questa volta non alza zolle e dal dischetto spiazza Stekelenburg con un calcio morbido e insieme deciso. Lazio 1, Roma 1.
Luis Enrique toglie Perrotta e mette Burdisso, ma i Lupi soffrono. Il biondoneropunk Cisse colpisce un palo splendido con una botta al volo, osservato dal suo allenatore incredulo e deluso (“anche stasera, non vincerò il derby”). Invece, al novantatreesimo, Miroslav Klose dimostra perché è ancora uno dei più forti bomber d’Europa: stop matematico su lancio-pallonetto di Matuzalem, piattone rapido ed è 2-1.
Il serio Edy Reja si trasforma in Carletto Mazzone e corre in campo, grigio e paonazzo, a cercare il suo centravanti tedesco-polacco preferito per ringraziarlo. Non lo troverà.
Klose è già sotto la curva Nord che recita ai tifosi in delirio:
“Io celebro me stesso, io canto me stesso.
E ciò che io presumo, presumetelo anche voi.”
Luis Enrique a occhi bassi verso il tunnel degli spogliaotoi è assai più pessimista, pur con un filo di speranza:
“Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?
Che io sono qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e io posso contribuirvi con un mio verso.”

lunedì 18 aprile 2011

Fiorentina-Juventus 0-0 (Aquilani Keith Jarrett, Montolivo John Keats)

Quando si passa parte della prima giovinezza a guardare un film al giorno, persuasi che ogni sala cinematografica possa essere in qualche modo chiesa di una religione fatta di buio, suoni e immagini, può capitare anche di essere sfiorati dall’idea di diventare un regista, o mal che vada uno sceneggiatore.

Spinti dall’entusiasmo dei vent’anni, si può direzionare il proprio sogno verso Roma, dove ha sede la Scuola Nazionale di Cinema, intuendo tuttavia quasi subito che essere uno degli otto selezionati fra un migliaio circa di partecipanti sarà decisamente impossibile, considerando pure i raccomandati, e i figli di registi o sceneggiatori o lavoratori del Cinema.

Avendo di conseguenza tempo libero a Roma, c’è l’imbarazzo della scelta. Si può seguire una ragazza che pare una romana antica con i lacci dei sandali che le salgono come un vortice fino a sotto il ginocchio, prima di perderla in un mercato dopo averla vista comprare una mela e morderla. Si può puntare la Piramide di Caio Cestio per poi andare a trovare John Keats al cimitero inglese. Fare due chiacchiere, e nel vederlo scappare via veloce chiamarlo a gran voce perché fa ancora fresco, e si è dimenticato la sciarpa:
“John, please, put your scarf on!”

Vicino alla Stazione Roma Ostiense, essere pronti a bere da una fontanella quando si mette a piovere così forte da pensare di conservare l’acqua del rubinetto, per un’altra volta. Sentire bene i segni del proprio corpo rabbrividito per il temporale e le note musicali dentro la testa, quelle di un pianista ammalato di stanchezza. Ascoltare Jarrett continuare a suonare Heartland, le nuvole a piovere, e pensare alla fortuna di avere una casa, un riparo, un amore. E infine scorgere il vento che ha forma e movimento mentre volteggia, d’argento.

Quando invece si passa la prima giovinezza a fare le mezze ali o i trequartisti, forse non s’immagina che, da grandi, toccherà fare il playmaker davanti alla difesa. Poco male, se questo consentirà agli appassionati di calcio di vedere un film diretto da due bravi registi: Alberto Aquilani e Riccardo Montolivo. Pellicola nel complesso poco entusiasmante quella proiettata domenica al Franchi di Firenze, ma per colpa della mediocrità degli attori. Uno zero a zero con pochi tiri in porta che alla fine ha reso felice solo Gigi Del Neri, insinuano i maliziosi solamente perché l’allenatore della Juventus per la prima volta ha potuto osservare dalla panchina una partita con gli occhiali 3D.

La maggioranza degli spettatori si è al contrario moderatamente annoiata. Quello abituato da ragazzo a guardare un film al giorno, ha confuso Aquilani con il Keith Jarrett ammalato di stanchezza cronica, forse ignaro rappresentante di una generazione esausta. Non si è preoccupato più di tanto nell’ammirare un elegante Montolivo dominare il centrocampo, senza sciarpa perché il caldo pomeriggio viola lo consentiva.

martedì 15 marzo 2011

Il posticipo: Roma-Lazio (Un derby deciso da Sandro Penna)

Si racconta che il poeta Sandro Penna, giunto per la prima volta a Roma in treno dalla natia Perugia, appena appoggiati i piedi sulla banchina del binario numero otto, fu affrontato da un fanciullo sfrontato:
“Compro biglietti!”

Inesperto provinciale formatosi con studi irregolari, che forse avrebbe pagato esercitando in vita i più disparati mestieri: contabile, correttore di bozze, mercante d'arte, commesso di libreria (per un certo periodo pure cassiere di libreria) il giovane Penna convinse il fanciullo-bagarino che cinquanta euro era il prezzo giusto per acquistare uno degli ultimi biglietti disponibili per assistere al primo Roma-Lazio della sua vita.

In prossimità dello Stadio Olimpico, preoccupato di smarrire o subire il furto della sua valigetta contenente nove meravigliose poesie, un altro adolescente audace sulla strada dell’autore di Una strana gioia di vivere:
“Vendo raggio laser!”

Assorto in quella nuvola cerebrale precedente alla misteriosa nascita di un verso, Sandro Penna convinse quel ragazzino che venticinque euro era il prezzo giusto per quell’apparecchio minuscolo ma capace di generare un raggio verde in grado di colpire volti anche a centinaia di metri di distanza.

Superati i tornelli, al poeta di Perugia non restò che farsi travolgere dalle emozioni, una cosa che gli era sempre riuscita bene. Come avere la febbre, sapere di dover morire, decidere ugualmente di farsi tagliare barba e capelli per poi rendersi conto che anche un po' di febbre può, dopo tutto, essere utile a fare della poesia.

In campo Muslera mirato dal verde, Totti due volte, il consueto esagerato nervosismo, questa volta messo in scena da Matuzalem, Radu e Ledesma. Colpi proibiti e insulti pesanti per avere ragione con la forza dopo aver dissertato a lungo, giallorossi e biancocelesti, su quale fosse la poesia migliore di Sandro Penna.

venerdì 10 dicembre 2010

Roma-Fahrenheit e il Colosseo Quadrato



Come verso la fine della vita può capitare di rimpiangere per un secondo certe cose non fatte o certe donne non fermate per strada, pur accettando l’impossibilità di non poter fare ogni cosa e di non poter fermare ogni donna, così ogni volta che vado a Roma ho la sensazione che mi manchi sempre del tempo, quello necessario per osservare con attenzione le meraviglie che la capitale mostra o nasconde, a seconda delle situazioni e della prontezza di chi la sbircia.

Ad esempio mercoledì, mentre raggiungevo il Palazzo dei Congressi dell’EUR per partecipare alla puntata di Fahrenheit trasmessa in diretta dalla Fiera Più libri Più Liberi, speravo mi avanzasse del tempo (sempre quello, prima o dopo) per guardare da vicino il Palazzo della Civiltà Italiana, soprannominato anche il Colosseo Quadrato o Groviera, e controllare quindi se corrispondeva al vero quell’informazione letta su Wikipedia (ebbene sì, anche io consulto Wikipedia, come del resto fa Michel Houellebecq, ovvero l’autore di uno dei libri più belli che ho letto in questo 2010) e cioè che “in alcune ore del giorno e in particolare di notte, l’edificio del Piacentini esprimesse un evidente fascino di architettura metafisica”. Che poi uno può cliccare su Piacentini e Razionalismo italiano se vuole saperne di più, o quantomeno qualcosa.
Comunque, avevo calcolato il tempo necessario dalla fermata Ottaviano a quella EUR Fermi per non ritardare l’appuntamento radiofonico e potermi permettere qualche spiata metafisica, ma non avevo fatto i conti con i lavori nei sottopassi della Stazione Termini, capaci di rallentare anche due camminatori esperti come me e M.
Partiti col sole poi, sbucati da EUR Fermi pioveva, quindi abbiamo preso il Bus Navetta per la Fiera e così il Colosseo Quadrato l’ho visto solamente dal finestrino, senza potermi avvicinare al groviera come avevo sperato.
Come in ogni luogo chiuso affollato, dentro il Palazzo dei Congressi faceva molto caldo, e mentre pensavo a non dire scemenze durante la spiegazione del perché avevo scelto “Nel territorio del diavolo” di Flannery O’Connor come “mio libro” della Fiera, altri pensieri, votati a tranquillizzarmi, mi facevano tornare a poche ore prima quando, presso un famoso antico forno-focacceria sito in Campo de’ Fiori, avevo notato appena fuori dal bagno una maglia di Totti autografata dentro un quadro, e per un attimo avevo desiderato comportarmi da vero inesperto di calcio, avvicinando il gestore per chiedere: “Scusi, ma il Totti non giocava mica nella Lazio?”.
Ottima in ogni caso la focaccia, anche se il rischio paventato dalla guida di sporcarsi la faccia e la barba di bianco farina, non era in effetti da sottovalutare.
Alle 17.10 sono andato in onda, in compagnia di Christian Raimo di Minimum Fax, autore della prefazione dei saggi sul mestiere di scrivere della O’Connor. Ho detto la mia, svelando agli ascoltatori di Radio3 quello che i lettori di Quasi Rete sapevano già. Cose relative alla grazia, e al coraggio di guardare. Poi la conduttrice Loredana Lipperini mi ha chiesto a bruciapelo quale libro sarei stato, in una vita di carta e non di carne, e allora ho detto “La vita agra”, di Luciano Bianciardi. Un parte del pubblico seduto nel caffè letterario sotto il palco ha emesso un breve boato di approvazione, e sorpreso ho realizzato di aver fatto goal. O meglio, di averla passata bene a Bianciardi che, davanti a Julio Sergio, ha fatto quello che solo i campioni sanno fare: saltare in dribbling il portiere, e accompagnare la palla oltre la riga di porta.

giovedì 7 gennaio 2010

"Mio padre era bellissimo" Libro del giorno a Radio 3 Fahrenheit (1)

http://www.radio.rai.it/RADIO3/fahrenheit/mostra_libro.cfm?Q_EV_ID=308481

Ecco com’è andata, pare. Potevo fare meglio, ho pensato, ma anche molto peggio. Prima di Fahrenheit, all’Osteria da Mario in Piazza delle Coppelle, un giovane e borioso giornalista veneto trascinava con i suoi racconti ad alta voce il resto della tavola vicino a me:
“Mi ricordo quando ho intervistato il sottosegretario…e quando invece mi ha strizzato l’occhio il portavoce di…E non vi ho mai raccontato quando il Ministro in persona mi ha fatto i complimenti?”

No, non ce l’ha mai raccontato, ho detto sottovoce a M., mentre il tavolo dei veneti in trasferta a Roma pendeva dalle labbra dell’audace giornalista in carriera. Ma era un modo di pendere che non mi convinceva, e soprattutto, mi annoiava.

domenica 3 gennaio 2010

Mercoledì 6 gennaio presento “Mio padre era bellissimo” a Fahrenheit - Radio 3


E ieri mentre mi lavavo i denti per un attimo sono stato preso dal panico. Sono stati pochi secondi, spero non decisivi. Poi ho proseguito con lo spazzolino, tentando di moderare la forza, perché i denti vanno lavati con dolcezza, non c’è bisogno di sfregare, solo che spesso per far veloce e andare a dormire o a lavorare, uno ci casca.
Mentre il sapore del dentifricio come sempre mi dava una buona sensazione, ho messo un piede negli studi RAI di via Asiago, in Roma, e ho pensato: “E adesso? Che ci faccio qui? Ma soprattutto, cosa diavolo dico? E se mi pongono delle domande difficili e faccio una figura da scemo?” Gli ascoltatori di Fahrenheit potrebbero immediatamente pensare: “E questo chi è? Ma cosa sta dicendo? In che lingua sta parlando? Che poi parlando, insomma, esageriamo, boh, non si capisce niente. E ha pure scritto un libro?? Ah, siamo messi bene, povera Italia.” I problemi del Paese verrebbero riversati immediatamente sulle mie spalle.
Poi ho finito con i denti, e sono tornato parzialmente calmo. Ho pensato a Roma, a come ogni volta non mi abbia fatto capire più niente. Non la vedo da otto anni circa, ma tempo fa…
Partivo con il mio zaino e raggiungevo in treno la capitale, convinto che prima o poi (me lo sentivo) ci sarei vissuto.
Mentre camminavo a caso dalla Stazione Termini verso non so, addirittura mi accorgevo di sbagliare, io avevo vissuto a Roma, come a Lisbona, e Napoli. Si trattava di adolescenze parallele, prosecuzioni di infanzie altrettanto incapaci di toccarsi, ma che pure c’erano state, eccome. Camminavo e non capivo più niente di fronte a quella bellezza sottile e pure così sfacciata, e ridevo da solo per certe lacrime di felicità assoluta che dagli occhi scendevano giù, sotto il sole. Mi guardavo intorno stupito, e come una spugna assorbivo ogni cosa, avvicinavo a me i palazzi e le persone, due zingarelle anche, che appese alle mie braccia mi avevano detto Ciao signore, Dacci qualcosa signore…Care zingarelle, avevo pensato, quanti pregiudizi su di voi. Cinquanta metri dopo mi ero accorto di non avere più il portafoglio. L’avevo messo apposta nella tasca davanti per sentirlo con la gamba, ma insomma non c’era più, erano state quei due piccoli angeli tzigani. In retromarcia ero tornato sui miei passi, pronto ad affrontarle con estrema durezza, ma a pochi metri da loro avevo scorto la più piccola agitare vorticosamente il braccino e urlare: “Signore! Hai perso questo!” Possibile? Possibile, era il mio portafoglio, e non mancava nulla, mah.
Roma. Ero andato al cimitero inglese a trovare John Keats, e salutandolo gli avevo ricordato quello che gli dicevano gli amici quando stava per uscire di casa e c’era brutto tempo:
“John Keats, John Keats, John. Please put your scarf on!”
(John, mettiti la sciarpa per favore!)

Mi sono ricordato questo e tante altre cose di me e di Roma. Mi sono fatto forza, rammentando quel programma radiofonico che conducevo a Radio Brescia Popolare, prima che la chiudessero (la radio, non la trasmissione, e giuro che non fu colpa mia!) Non c’erano più soldi, e in ogni caso sono certo che non accadrà lo stesso con Radio Tre. Forza, mi sono detto, hai sempre amato la radio. Certo, ma un conto è fare il conduttore, un altro è essere intervistato, e per di più sul mio libro. Ma insomma, stiamo calmi. Io a Farehneit. Che, per chi non lo sapesse, è la trasmissione radiofonica più bella che c’è. E non lo dico per ottenere clemenza da parte dell’intervistatore. Ascolto sempre Radio 3, i miei colleghi sono testimoni. Quando al mattino ore 8 mi collego in magazzino per ascoltare Prima Pagina, intuisco la loro disperazione, ma sono spietato, almeno dalle 8 alle 9, col negozio chiuso, si ascolta Radio 3. I pomeriggi ognuno poi faccia ciò che vuole. Io ascolto Fahrenheit, tranne mercoledì.