domenica 6 marzo 2011

Il posticipo: Juventus-Milan (Il traghettatore Giuseppe Berto)


“E io ti assicuro che ci sono anche mal di testa che fanno piacere”, mi dice Giuseppe.
“Davvero?”
“Sì, Francesco. Sono quelli di domenica mattina, come adesso, quando anche il tuo cervello pare sciogliersi dopo cinque giorni da cassiere, dopo cinque mesi da cassiere. L’ho imparato da quando sono quasi guarito, io.”
“Quindi secondo te non è colpa di Berlusconi se con dieci anni di esperienza in libreria ora mi ritrovo cassiere?”
“No, lo escluderei. E per dimostrartelo ti accompagno a prendere i biscotti e le caramelle dove va anche lui, in via Meravigli, quella dove il tram numero 16 rallenta prima di affrontare la curva verso destra che lo porterà in piazza Cordusio”.

Passeggiando nel sole di Milano, Giuseppe continua:
“Il mio libro più vero penso sia senz’altro Il male oscuro; quello scritto meglio, La cosa buffa; quello intellettualmente più impegnato, La passione secondo noi stessi. Visto che tu, Francesco, hai sete di verità, chiedimi pure quello che vuoi dell’oscurità, e del male.”

Me n’ero dimenticato, ma anni fa, nel mio tascabile de Il male oscuro, avevo incollato una tua fotografia, trovata credo sul Corriere, appena sotto il titolo. Avevi una camicia bianca, una cravatta chiara e dietro la finestra un albero. Roma? Calabria? Stavi scrivendo il tuo romanzo più vero o quello scritto meglio?
Poi avevo trovato una copia rilegata del 1964 del tuo male, tredicesima edizione, con il labirinto giallo e nero in copertina, e in seguito quando mi era capitato di aver voglia della tua prosa più malvagia avevo sempre letto quella. Per questo della fotografia non mi ricordavo più.
Eri in Calabria, mi dici, si vede anche poco mare se ci fai caso, ma non ricordi cosa stessi scrivendo.

Nella bottega più golosa di Milano (Battimelli, Specialità dolciarie dal 1940), in via Meravigli, abbiamo preso delle caramelle alla menta Leone, di Torino. Abbiamo sorriso leggendo un biglietto incorniciato appeso alla parete del Presidente del Consiglio che ringraziava per dei dolci ricevuti in occasione di un suo recente compleanno, pur sottolineando che, a partire dal compimento del trentacinquesimo, i suoi anni si erano definitivamente fermati a trentacinque. Il tempo di tornare seri, e ce lo siamo trovati alle spalle Silvio con tre biglietti per Juventus-Milan.

Con Berto e Berlusconi che mi contendevano a colpi di mani rapide le ultime caramelle del sacchetto, anche una brutta partita mi ha donato aspetti piacevoli. Una Juve volenterosa cercava d’imitare certe grandi squadre bianconere del passato, ma senza creare occasioni di rilievo a causa della mediocrità tecnica dei vari Sorensen, Melo, Martinez e Toni. Il Milan sonnecchiava, ma quando uno dei suoi talenti si svegliava dal torpore, gli spettatori più attenti intuivano come sarebbe andata a finire. Era il caso della bella azione di Cassano verso la mezzora che, prima di sparare alto da pochi passi, aveva fintato in modo magistrale facendo scivolare il grottesco Traoré fin quasi oltre i cartelloni pubblicitari.

Nel secondo tempo, a caramelle finite, arrivava pure il goal di Gattuso, una grintosa ciabattata dal limite che la controfigura di Buffon non riusciva misteriosamente a bloccare. Juventus 0, Milan 1.
Da questo momento la Juve sprofondava nel suo male oscuro, il Milan non infieriva tornando a pennichellare, sognando un meritato scudetto sempre più vicino. In tribuna d’onore restavo solo al fianco di Berlusconi.

Nelle interviste del dopo partita, Marotta e Del Neri ostentavano comunque serenità. Si trattava è vero della terza sconfitta consecutiva, ma era andata meglio rispetto a quelle con Lecce e Bologna. Uno a zero invece che due a zero. Un giornalista di Sky tuttavia, incalzava il direttore generale della Juventus:
“La panchina di Del Neri è a rischio?”
“No, cioè sì. Il nuovo allenatore lo sceglieremo a maggio. Per adesso abbiamo pensato ad un traghettatore esperto, propenso a mirare, tanto per citare un sua frase, non al successo ma alla gloria. Perché rispetto al successo la gloria è tutt’altra cosa, per quanto coloro che si godono il successo siano di parere contrario nonostante gli esempi del passato. Ecco, è giunto il momento di presentarvelo: vieni Giuseppe.”

E fu così che, sciarpa bianconera al collo, ebbe inizio la prima intervista di Giuseppe Berto da allenatore della Juventus.

lunedì 28 febbraio 2011

Il posticipo: Juventus-Bologna (Juve senza Morselli)



“Si vede che è destino dei grandi avere a che fare con i mediocri”.
Pare che abbia pensato questo Alessandro Del Piero, prima di comunicare la scelta di firmare in bianco l’ultimo anno di contratto con la Juventus. Stufo di qualche tira e molla di troppo con la società di Corso Galileo Ferraris, pare che abbia pensato:
“Facciamo così, io la settimana prossima passo in sede a firmare, la cifra mettetela voi”.

Colto di sorpresa dalla notizia, Beppe Marotta, astuto architetto della Juventus più scarsa degli ultimi cinquant’anni, ha tirato un sospiro di sollievo, ma gli è rimasto sul gozzo, bloccato dalla pessima figura che ormai aveva fatto di fronte a tanti juventini e alla storia, che certo non avrebbe avuto dubbi nell’indicare quale fosse il mediocre tra lui e il capitano. Unica consolazione da esperto uomo di mercato: il milioncino di euro risparmiato con Del Piero, l’avrebbe potuto sottrarre ai trentacinque spesi per Bonucci, Pepe e Martinez.

“Si vede che è destino dei grandi avere a che fare con i mediocri”.
Pare che pensasse questo Guido Morselli, quando riceveva rifiuti da editori addormentati, incapaci di percepire il valore dei suoi romanzi.
“Avanti così e già che sono stanco da morire, va a finire che mi ammazzo”.

“A metà degli anni settanta, l’Italia finì sull’orlo di un’autentica rivoluzione (la prima, dacché l’Italia esiste). Il governo aveva deciso la riduzione allo stato dilettantistico, o “deprofessionalizzazione”, dei giocatori delle squadre di calcio, nonché un taglio del 60% dei loro emolumenti. Da Ferrara a Siracusa la piazza insorse. A Roma, gli insorti occuparono il Campidoglio e fu proclamata la Repubblica autonoma della Lazio, alla cui testa si pose un decemvirato di cittadini “tifosi”, cioè appassionati spettatori di gioco, o capi delle associazioni interessate. (…) L’autorità venne a patti e concesse, a Roma e nell’intera Penisola, per i rivoltosi l’amnistia e per i giocatori piena reintegrazione nei loro diritti. Si rimangiò i provvedimenti e con ciò l’ordine fu ristabilito”.

Questo era Guido Morselli, con il quale in una Roma senza papa (per la precisione da Filippetto a Piazza Navona, il ristorante degli ecclesiastici di passaggio) ho assistito a Juventus-Bologna.


Sorretti dal clima, dal sole che illuminava le nostre camicie, abbiamo deciso di pranzare all’aperto (la piazza chiusa ai veicoli garantiva tranquillità). Ma avevamo sottovalutato il bisogno profondo degli italiani di sonorizzarsi, la loro ingegnosità inesauribile. Il Comune aveva infatti installato nella piazza vari ventilatori allo scopo (apparente) di ravvivare l’aria. Apparecchi solitamente in tutto il mondo silenziosi, non qui, dove il sindaco aveva suggerito ad suo parente dipendente dell’Ufficio ventilazione di azionarli con motori potenti, probabilmente da motocicletta, capaci di fornire la dose di decibel necessaria a mettere il luogo a livello della media generale di rumorosità.

Così abbiamo parlato a fatica, e guardato la partita. Io comunque, ho provato a dire a Guido quanto mi avesse imbarazzato leggere i suoi romanzi. Quanto la sua bravura mi avesse fatto sentire inadeguato e, più prosaicamente, quanto gli invidiassi il vitalizio paterno che gli permetteva di dedicarsi senza l’obbligo di lavorare alla lettura, allo studio e alla scrittura. Non sono certo mi abbia sentito.

Con l’autore di Dissipatio H.G., abbiamo sorriso ancora prima dell’inizio, osservando il povero Del Neri in panchina cercare a ripetizione con la mano destra la tasca del cappotto con dei movimenti continui e convulsi, prima di accorgersi che il suo cappotto no, non aveva tasche.
Dopo un pessimo primo tempo Marco Di Vaio, il giocatore di maggior talento in campo, ha steso con due grandi goal gli avanzi di quella grande squadra che, una volta, si chiamava Juventus.
Alla fine Morselli mi ha offerto il pranzo, felice per la vittoria della sua squadra di nascita. Io meno entusiasta ho pensato alla grandezza e alla mediocrità, e ai ventilatori che adesso prendevano il volo verso il cielo, poco alla volta meno rumorosi.

lunedì 21 febbraio 2011

Il posticipo: Inter-Cagliari (La fuga del signor Maicon)

Quando Paolo mi ha detto di avere un biglietto in più per andare a vedere l’Inter, ho pensato che non rappresentasse una coincidenza il fatto che io, da qualche giorno, stessi leggendo La fuga del signor Monde, romanzo del 1945 di Georges Simenon. E casualità non era nemmeno la visione di un’intervista del 1963 allo scrittore belga che, sempre negli stessi precedenti giorni, mi era capitato d’intercettare sulla Rai. Se a questi due indizi aggiungiamo i dubbi che Paolo già più volte mi aveva espresso in merito all’altalenante rendimento stagionale di Maicon Douglas Sisenando, terzino della sua squadra del cuore, sono arrivato alla prova che dovevo superare: l’unico modo di sdebitarmi con l’amico che, per la prima volta in vita, mi consentiva di guardare una partita al Meazza dalla postazione privilegiata del primo anello arancio, sarebbe stato quello di trovare una spiegazione convincente alla flessione temporale nel numero 13 interista.

Il romanzo di Simenon è la storia della scomparsa di Norbert Monde, in una fredda mattina d’inverno, mentre il suo autista lo portava come ogni giorno da trent’anni, alla ditta di import-export fondata da suo nonno. La partenza dalla stazione parigina di Gare de Lyon in direzione Marsiglia, spinto dalla voglia di vedere il mare, una fuga naturale perché sognata da tempo, e scattata chissà perché proprio quel giorno. Forse perché era quello del suo compleanno. Forse perché quel mattino, fissandosi allo specchio, si era visto per la prima volta con i propri occhi, e non con quelli indifferenti degli altri.

Sul tram numero 16 con Paolo e Simenon, l’inventore della Fuite de Monsieur Monde ci raccontava la sua storia di scrittore prolifico e poliedrico, il suo metodo di lavoro (che prevedeva sempre una prima stesura in matita con minuscola calligrafia, in ordinati quaderni poi da battere a macchina). Il suo trucco per scegliere i nomi dei personaggi dalla guida telefonica, fino a quando qualche vivo non si era sentito chiamato in causa, illudendosi con vanità o preoccupazione di essere personaggio. Ed il suo primo incontro con André Gide il quale, dopo averlo fatto accomodare in una stanza dall’editore Gallimard, aveva chiuso la porta a chiave, invitandolo a sedersi. Impaurito, Georges Simenon aveva subito l’interrogatorio dell’autore de I sotterranei del Vaticano, a cominciare dalla domanda:
“Simenon, a che età lei è diventato il suo personaggio?”
Con Georges prima incapace di capire il senso del quesito e se il medesimo era diretto a lui o al Commissario Maigret. Poi costretto a rispondere che lui, in realtà, non si era mai sentito il personaggio di se stesso, ma solamente Georges Simenon.

Varcati i tornelli, io e Paolo senza difficoltà, Simenon scrutato con sospetto da alcuni steward a causa della sua pipa, interpretata erroneamente come possibile arma di lancio, dopo il fischio d’inizio abbiamo potuto guardare i calciatori sul terreno di gioco a pochi metri da noi, sentendo il rumore dei contrasti, osservando l’affascinante sospensione aerea di certi stacchi per colpire di testa. Lo stadio verticale, meraviglioso nella sua rumorosa bellezza, pareva imprigionare i ventidue in campo, proponendo come risultante una partita non bella, decisa da un goal di Ranocchia in fuorigioco.

Lungo la fascia, lo svogliato Maicon più che correre camminava veloce, come lasciando aperto solo uno spiraglio dalla porta del suo potente e luminoso talento. Quando un’azione che lo riguardava terminava male, compiva il gesto del pugno contro l’altra mano aperta, come a dire: “Che peccato”. Oppure, più credibilmente: “Ma vaffanculo”.
Poi rientrava in difesa, velocemente moderato, chiedendo ad un ignaro capitan Zanetti:
“Javier, perché proprio quel giorno?”
“Cosa??”
“Sì capitano, tu lo sai? La fuga del signor Monde, perché proprio quel giorno?”

lunedì 14 febbraio 2011

Il posticipo: Juventus-Inter (Ritratti di Matri Malamud)

Da quando in libreria ricopro il ruolo di cassiere, devo ammetterlo, nel tempo libero vago per le strade di Milano ed entro nei negozi, per osservare da vicino le cassiere mie sorelle. E va bene, se erano belle le guardavo anche prima. Però adesso spio con maggiore attenzione le loro dita sfiorare lo schermo, spesso con unghie egregiamente smaltate, poi accarezzare i soldi che mi danno di resto. Nel tintinnio delle monete tuffate nel cassetto invece, sento le campane della mia immaginaria epifania.

“Non preoccuparti se sei lenta o se s’inceppa lo scontrino, sono cassiera anch’io quindi ti capisco, direi quasi ti voglio bene lo stesso. Non farò come quel bestiame italiota sbuffante in coda, che adesso ti guarda con maleducato e ignorante disprezzo, come se la colpa dell’attesa fosse tua, e che poi forse si riverserà nelle piazze per manifestare, suonando il tamburello o facendo roteare in aria anche più di quattro palline. Sì, saranno di certo questi giocolieri che cambieranno il nostro Paese”.

Quindi mi metto a seguire Arthur Fidelman, pittore fallito per sua stessa ammissione, a sua volta pedinato nelle strade di Roma dall’ebreo Shimon Susskind. Un duplice inseguimento dal quale una sola persona trae un indubitabile vantaggio, io. Posso infatti studiare la bravura di Bernard Malamud nel libro numero 37 della fondamentale collana minimum classics: Ritratti di Fidelman (minimum fax). E sottolineando con stupore i periodi migliori, posso spingermi addirittura a pensare il difficile quasi impossibile: che Milano diventi Roma, che qualcuno mi offra una lavoro a Roma, in definitiva che io possa un giorno vivere a Roma.

Giunto in Italia per scrivere una monografia critica su Giotto, Arthur Fidelman s’imbatte per caso in Susskind, “ebreo profugo da Israele”, che inizia a chiedergli soldi, un vestito, qualcosa. Da questo momento, i tentativi di liquidarlo di Fidelman sbattono contro la molteplicità dell’ebreo venditore ambulante, che non vuole tornare in Israele perché a Roma almeno “non ha mai pensieri”.
Fidelman fugge in taxi, ma con la sensazione che Susskind, tutto rannicchiato, sia appeso alla ruota di scorta, dietro l’auto. Nei giorni successivi è il profugo a materializzarsi misteriosamente nei luoghi che Fidelman frequenta: camere d’albergo, trattorie. Come se conoscesse in anticipo i movimenti di Arthur, fino a quando la borsa di pelle di cinghiale che conteneva il manoscritto su Giotto scompare. Qualcuno l’ha rubata, e Fidelman si convince che il ladro sia Susskind. Ma perché? La borsa e quel tentativo di libro non hanno alcun valore…

Camminando lungo l’alzaia del Naviglio Grande, con lo sgomento di trovarlo senz’acqua (perché poche cose sono fastidiose come partire da casa per passeggiare parallelo ai navigli, e trovarli disperatamente vuoti) mi sono messo allora a seguirli con maggiore decisione Fidelman e Susskind, mantenendo però una distanza di sicurezza. Con il desiderio di attraversare uno dei ponti e ritrovarmi magari a Roma nel quartiere Prati, sono sbucato invece a Torino, in corso Sebastopoli. Dentro lo stadio Olimpico, in tribuna Est, Susskind guardava Fidelman mentre io osservavo loro, e un po’ la partita. Un biondo terzino diciannovenne e danese, con un ingaggio di euro ventimila, teneva testa al più forte giocatore africano, che guadagnava cinquecento volte di più. Da buon cassiere provavo a contare quante banconote da cinquecento servivano per fare ventimila. Facile. Poi quante ne occorrevano per raggiungere dieci milioni di euro. Dovevo pensarci, ma di certo nella mia cassa quella cifra non ci sarebbe mai stata, nemmeno pressando i soldi il più possibile nel cassetto cercando di chiudere il coperchio d’acciaio con la forza.

Intanto, con un preciso colpo di testa, il giovane Matri al ventinovesimo minuto metteva a segno il goal partita: Juventus 1, Inter 0. A Torino non faceva così freddo per essere inverno, ma Shimon Susskind lo stesso accendeva un fuoco sugli spalti con dei fogli di carta fiammeggianti. Ad Arthur Fidelman non pareva possibile riconoscere in quelle pagine dattiloscritte il primo capitolo della sua monografia critica su Giotto.

lunedì 7 febbraio 2011

Il posticipo: Cagliari-Juventus (Puntonate a Villa Torlonia, o il raddoppio dei pomeriggi)




Il raddoppio dei pomeriggi sembrò ai più la soluzione migliore. Si trattava di compensare, seppur con troppi anni di ritardo, l’uccisone di quella parte di giorno creata per sviluppare il talento individuale, o la passione preferita. E così, dopo il mattino trascorso al lavoro, il pomeriggio trascorso al lavoro, il secondo pomeriggio sarebbe stato dedicato a leggere finalmente con calma, in alcuni casi addirittura a scrivere, oppure a giocare a calcio al parco durante la bella stagione, a guardare un film nei mesi più freddi, oppure Rai Storia.
Guardare la storia, non era forse il modo più bello per ripercorrerla o scoprirla, comodamente seduti sul divano, eppure trasportati nel mondo con l’affascinante possibilità di vivere epoche lontane e differenti?

Nei giardini di Villa Torlonia, Benito Mussolini colpiva il pallone di punta, senza stile, come un bambino sovrappeso e goffo. Era il tentativo di cavalcare mediaticamente i successi della grande Italia di Vittorio Pozzo dimostrandosi abile pedatore, sotto lo sguardo divertito di Galeazzo Ciano e delle cineprese dei cinegiornali. Ma le sue erano puntonate inutili, dannose e imprecise per i compagni di squadra che tuttavia, anche di fronte a certe svirgolate clamorose del capo del fascismo, erano pronti ad ammettere di non essere scattati abbastanza, di non aver capito il suggerimento.
“Scusa Ben, colpa mia!”.

Qui non si vuole giudicare il Duce dittatore, ma il Mussolini calciatore, e da questo punto di vista mi sento libero di affermare che Benito non aveva talento, forse perché anche a lui mancava tremendamente un secondo pomeriggio, da passare a fare palleggi contro un muro per migliorare la propria tecnica individuale. Per chi volesse invece conoscere Mussolini sotto altri aspetti, consiglio la lettura di Muss. Ritratto di un dittatore, saggio atipico di Curzio Malaparte a metà strada tra biografia e racconto aneddotico. Un lavoro breve del grande scrittore di Prato, fondamentale pure per raccogliere essenziali informazioni sul popolo italiano.

Detto questo, per non rischiare il licenziamento come inviato di Quasi Rete, ho schiacciato Est con il telecomando per ritrovarmi al Sant’Elia di Cagliari, non prima di aver annusato e morso dell’ottimo pecorino sardo. Con piacere e dopo molto tempo, ho notato che la Juventus si era dotata di un centravanti. Il suo nome era Alessandro Matri, aveva il numero 32, e se nella partita precedente aveva sbagliato un goal fatto, era stato sfortunato in una seconda occasione, ed era incappato come tutta la Juventus in un arbitro in malafede che gli aveva negato personalmente uno dei tre rigori non assegnati alla squadra di Del Neri (si noti, a proposito, la spiegazione della malafede come “carattere predominante del popolo italiano” a pagina 67-68 del Muss. di Malaparte), nella serata di sabato si era presentato ancora con un tiro sbagliato, solo davanti al portiere. Però, probabilmente voleva dire che Matri almeno “c’era”. Sarebbe stata solo una questione di tempo, perché Alessandro pareva conoscere l’intuizione di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, chissà se imparata in uno dei pomeriggi raddoppiati di quando era ragazzino.

martedì 1 febbraio 2011

Il posticipo: Inter-Palermo (Revolutionary Pazzini)


Conosco decine di scrittori che sarebbero disposti a vendere la madre per scrivere il romanzo perfetto, altri ai quali il sacrificio materno dispiacerebbe relativamente, se ricompensato da un posto nella classifica dei libri più venduti. Per quanto mi riguarda, la perfezione altrui quasi mi commuove, ma anziché invidiarla l’ammiro, anche perché di vendere mia madre proprio non se ne parla. Resto stupito, mi sfrego le mani oppure faccio un respiro profondo, ad esempio quando ricordo la bellezza di un romanzo come Revolutionary Road, di Richard Yates.

E se, consapevole dei miei limiti, desidero qualcosa, è che la fortuna o l’ispirazione mi porti un giorno a scrivere almeno una pagina della quale essere completamente soddisfatto, se non addirittura fiero. Oppure un finale magistrale e splendente, come questo:
“Ma da questo punto in poi Howard Givins udì soltanto un tonante, piacevole mare di silenzio. Aveva spento l’apparecchio acustico”.

E’ con questo spegnimento che si conclude Revolutionary Road, un movimento verso lo zero uditivo esercitato dal vecchio Givins, stufo di ascoltare le noiose e pettegole valutazioni della moglie riguardo ai coniugi Wheeler. Un azzeramento linguistico, una sorta di “non esserci più” bianciardiano nel quale mi riconosco quando, ogni mattina, passo sei ore nella teca in vetro della cassa numero 7. Entro nella mia capsula trasparente, e penso al signor Givins, e al fatto che se essere sordi rappresenta senza dubbio uno svantaggio, il poter non ascoltare invece decisamente no. Quindi ruoto il volume del mio apparecchio fino al nulla, e mi concedo alla vista dei clienti in coda: italiani dallo sguardo rabbioso e insofferente nei confronti di chi li precede o segue o del cassiere-scrittore, assorti in una cattiveria individualista che rende plausibile l’idea che l’unificazione d’Italia sia stata frutto del caso.

Mai avrei pensato però, di essere costretto a difendermi con l’autoprocurata sordità anche domenica sera, unico espediente per non sentire alcune frasi dell’amministratore delegato della Juventus, che lo facevano sembrare sempre amministratore delegato ma della Sambenedettese.

Poi per fortuna, mi sono ricordato di una bella partita vista nel pomeriggio, giocata con coraggio e classe dalle due squadre in campo. Sotto 0-2, Leonardo ha dato un’occhiata alla sua ricca panchina:
“Pazzo, tocca a te.”
Nessuna risposta.
Anche Giampaolo aveva staccato l’apparecchio acustico.
Avvisato con un colpo sulla spalla da un compagno, ecco Pazzini riscaldarsi lungo la linea del fallo laterale, togliersi la tuta, mostrando a tutti il numero 7 fiammante.

Due goal, un rigore procurato: Inter 3, Palermo 2. Il neoacquisto nerazzurro non avrebbe potuto immaginare un esordio migliore nello stadio di Meazza, un Marassi moltiplicato per due e mezzo. Un diagonale rasoterra di destro tirato fuori dal niente spalle alla porta, una frustata di testa su cross di Maicon, eseguita con una felina rapidità da lasciare sgomenta la difesa del Palermo. E poi la consueta esultanza con il gesto delle due dita a indicare gli occhi, come a dire:
“Avete visto?”
Sì, anche se non stavo ascoltando.

martedì 25 gennaio 2011

Il posticipo: Palermo-Brescia (Anatomia di Javier)


L’ultimo romanzo di Javier Cercas, racconta il tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 in Spagna. L’istante in cui il colonnello Tejero entra armi in pugno nel parlamento di Madrid viene interpretato da punti d’osservazione differenti, con particolare attenzione al comportamento di tre uomini: il primo ministro Adolfo Suarez, il tenente generale Gutierrez Mellado e il segretario del partito comunista Santiago Carillo, gli unici parlamentari che, mentre le pallottole dei golpisti tagliano l’aria, non cercano riparo sotto i banchi dell’emiciclo, ma restano seduti ai loro posti.

Sorvolando su come risponderebbero i deputati italiani di oggi nel caso in cui un colonnello Basettoni entrasse a colpi di fucile nell’aula di Montecitorio (probabilmente oltre che nascondersi scaverebbero buche, o forse no perché al suo arrivo il Basettoni golpista troverebbe la Camera vuota: tutti alla buvette, oppure nei bagni a strisciare e a darsi da fare con qualche escort minorenne)…Ecco, anche sorvolando su tutto questo, l’istante magistralmente interpretato da Cercas non deve aver lasciato indifferente neppure il talentuoso trequartista Pastore, Javier come il romanziere catalano, beccato dalle telecamere nello spogliatoio a sottolineare con la matita alcuni passaggi narrativi considerevoli di “Anatomia di un istante”, guarda caso gli stessi che di lì a poco avrebbe cercato di riprodurre sul prato del “Renzo Barbera”.

Lasciare il racconto di Cercas non era stato facile per Pastore, che controvoglia aveva obbedito
al suo allenatore Delio Rossi:
“Flaco, dai che inizia la partita, finisci dopo!”
E allora il laccio di una scarpa per tenere il segno a pagina 172, via la tuta rosanero e in campo, a volteggiare come un ballerino, col medesimo portamento che aveva incantato due anni fa anche l’autore di questo inutile pezzo.
Era una domenica sera, e nella convinzione che guardare a ripetizione partite del campionato argentino mi avrebbe permesso di capire meglio l’opera di Julio Cortazar, Antonio Di Bendetto e Bioy Casares, ero invece rimasto folgorato dal talento del Magro, come lo chiamavano in patria, tanto che avevo desiderato essere un osservatore spedito in Sudamerica per segnalarlo a qualche squadra del nostro campionato. Qualche mese dopo Pastore sarebbe finito al Palermo per sei milioni di euro, circa un quinto del suo attuale valore di mercato.

In ogni caso sabato sera El Flaco, parzialmente irritato dalla coatta interruzione della lettura di “Anatomia di un istante”, si è accontentato di regalare agli appassionati di calcio solo qualche passo di ordinaria amministrazione, fatta eccezione per una serpentina con palla incollata al piede nell’area di rigore del Brescia, tra lo stupore-terrore dei difensori con la V bianca sul petto, capaci di fermarlo solamente sgambettandolo, peraltro senza che l’arbitro se ne accorgesse.

La partita non sarebbe stata decisa nemmeno da lui, ma da Bovo, centrale del Palermo specialista dei calci piazzati, a quattro minuti dal termine. Una vittoria sofferta, ottenuta con grande merito dai palermitani che per tutti i novanta minuti avevano cercato di fare breccia nell’antistorica e masochista muraglia cinese eretta da Mario Beretta, tecnico delle rondinelle, a difesa della porta di Arcari. Venticinque tiri contro quattro, diciannove calci d’angolo contro uno. Statistiche che non lasciano spazio a rimpianti.
Poi per Javier una doccia veloce, le consuete interviste ripiene di paragoni con Zinedine Zidane. Quindi finalmente a casa, sul divano con una coperta sulle gambe, a studiare il perché di comportamenti altrui e decisioni umane da prendere in un istante: nascondersi, o restare seduti?

mercoledì 19 gennaio 2011

Il posticipo: Juventus-Bari (La schiena di Parker, e quella di Buffon)


“Finché non aveva visto l’uomo della fiera, non gli era mai venuto in
in mente che ci fosse qualcosa di straordinario, nel fatto di esistere”
Flannery O’Connor

In uno dei racconti più belli di Flannery O’Connor, un uomo decide di farsi tatuare il volto di Cristo sulla schiena. Era l’ultimo di una lunga serie di tatuaggi che Obadiah Elihue Parker si era fatto, nel corso degli anni, per emulare “l’uomo della fiera” di paese, che aveva visto a quattordici anni, quando per la prima volta aveva provato un moto di stupore per se stesso. Sulla schiena, perché quella era l’ultima superficie libera del suo corpo, quasi interamente disegnato. Si era deciso dopo essere sopravvissuto ad un fiammeggiante incidente di lavoro. Lo aveva fatto anche per la brutta moglie, bigotta e ossessionata dal peccato, e decisamente poco incline all’amore per i tatuaggi.
Ma Sarah, pur guardando il Cristo bizantino dagli occhi divoranti con la luce accesa, non l’aveva visto. A Parker si erano svuotate le ginocchia. Poi la moglie aveva cominciato a picchiarlo con una scopa sulla schiena, con O.E. troppo sbalordito per resistere, ma non per dirigersi oltre la porta per evitare di svenire, verso il giardino, prima di finire appoggiato al noce americano, in lacrime come un bambino.

Il doloroso finale alberato di O.E. Parker, mi è tornato alla mente capovolto quando ho visto, giovedì scorso, sbucare dal tunnel degli spogliatoi dello stadio Olimpico di Torino Gianluigi Buffon, serio e luminoso, dopo sette mesi di lontananza dai campi per problemi alla schiena. Si trattava degli ottavi di finale di Coppa Italia, Juventus-Catania.
Qualche giorno dopo, mi sono chiesto se il portiere della Nazionale si fosse per caso fatto tatuare Cristo da qualche parte durante questa mancanza, ma ho convenuto che Gigi fosse più un tipo da Madonna. Almeno lo sguardo di quel giovedì sera era quello, di uno che ha visto la Madonna intendo, lo stesso che ultimamente accompagna anche me durante certe passeggiate per Milano. Ultimamente, io e la Madonna.
Passeggio solitario, e penso che la bellezza della Madonna è fuori discussione. Anche oltre ogni rappresentazione iconografica, tanto per tranquillizzare la moglie Sarah Ruth che nel Gesù divorante del marito Parker scorgeva solamente idolatria, e la conseguente necessità di farlo sanguinare a colpi di scopa. Pure oltre ogni rappresentazione iconografica, la Madonna è proprio bella, pensavo, di una bellezza che poi uno sceglie tra quella della propria madre o moglie, di una donna incontrata per caso in corso Magenta, o di Charlotte Gainsbourg in certi film. Charlotte che bella poi non è, certo mai come la madre Jane Birkin. Charlotte che è Madonna storta di viso e orecchie, ma non fa niente, a me piace lo stesso.

Domenica invece niente camminata, piuttosto otto ore lavorative nel mio oramai consueto quanto inspiegabile (e soprattutto inspiegato, da chi dovrebbe spiegamelo) esclusivo ruolo di cassiere, ultimo gradino di un declassamento professionale privo di ragioni meritocratiche. Pazienza. Ma seppur in cassa, ho fatto in tempo a spiegare ad un cliente la differenza tra due Mari. Michele, bravissimo scrittore tra i miei preferiti, e Alessandro, autore di “Troppo umana speranza”, inconsueto e promettente romanzo sulla giovinezza del corpo, della mente e di una nazione.

Poi, onestamente, nei rari momenti di quiete alternativi ai bip, ogni tanto prelevavo di nascosto il mio BlackBerry dalla tasca dei pantaloni, per seguire la partite. Juventus-Bari, ad esempio.
Dopo la punizione capolavoro di Del Piero e il pareggio di tale Rudolf, la Juventus faticava a ritornare in vantaggio. Deducevo dalla striminzita cronaca di un sito sportivo che le idee di gioco tra i bianconeri latitavano:
64’ Aquilani: tiro di sinistro da centro area, di poco a lato sulla sinistra.
73’ Aquilani: tiro di destro da fuori area, respinto.
77’ Aquilani: tiro di destro da fuori area che esce di molto sulla sinistra.


In attesa di più fantasiose varianti offensive, immaginavo il triste ritorno a casa del più forte portiere del mondo, raro esemplare di calciatore odierno senza tatuaggi. La moglie Seredova arrabbiata ad aspettarlo (con scopa in mano?):
“Gigi, con l’ultima in classifica in casa bisogna vincere!”

79’ Gol! Alberto Aquilani (Juventus) un tiro di destro da fuori area palla indirizzata nell’angolino in basso a destra in seguito a un calcio da fermo. Juventus 2 Bari 1.

La schiena di Parker, e quella di Buffon. Cristo e la Madonna, e poi due Mari.

martedì 11 gennaio 2011

Il posticipo: Napoli-Juventus (Il nuotatore Edinson Cavani)



Ormai nove anni fa, vidi per la prima volta Napoli. Ero in compagnia di un amico, ancora vivo anche lui.
Travolto emotivamente da quella città del sud che, come altre (Lisbona, Barcellona, Roma) mi facevano pensare di provenire in qualche modo da lì, con chiaro riferimento alla dottrina induista della trasmigrazione dell’anima, un pomeriggio mi separai da Giampiero, per inoltrarmi solitario lungo le strade di Totò, Diego Maradona e Massimo Troisi.
Di fronte all’università, una piazzetta era lo scenario abitato da una piccola libreria che invece dei sacchetti di plastica dava delle buste di carta marrone per metterci dentro i libri, come fossero pane. Comprato “Il nuotatore”, di John Cheever, mi ero seduto su un muretto a leggerlo, e mentre il protagonista si tuffava e riemergeva dalle piscine delle ville a quindici chilometri da Bullet Park, dei bambini si sfidavano a pallone in uno spazio di cemento minimo, circondati da automobili che facevano da spalti.
A differenza di quello che mi avevano insegnato da ragazzino, ogni tanto tiravano delle bombe contro le portiere e i cofani, e questa loro insubordinazione nei confronti di leggi che consideravo universali, li rendeva affascinanti e tutto sommato divertenti, soprattutto perché non ero uno dei proprietari delle macchine.
Nuotavo con John Cheever, scoprendo uno degli scrittori più straordinari mai conosciuti, prima di ritrovarmi, dopo una discreta camminata, seduto su alcune pietre lanciate perpendicolarmente al lungomare verso il vuoto blu.
Qui, mi ero sorpreso dopo qualche tempo a scrivere una poesia. Aveva a che fare con bottiglie rotte da ragazzi ubriachi e scagliate in mare, con un berretto di vari azzurri, e con il timore che qualcuno mi rubasse il quaderno dove scrivevo le poesie.

Rileggendo “Il nuotatore"” a distanza di dieci anni, ho notato che non ha perso niente della sua breve perfezione. Ho pensato di chiamare Giampiero per dirglielo, l’ho trovato d’accordo.
Deve aver pensato lo stesso Edinson Cavani quando, al nono del secondo tempo, si è tuffato in mare per colpire il pallone e indirizzarlo per la terza volta alle spalle di Marco Storari. Di testa, o forse di tacco. Napoli 3, Juventus (post 2006) 0.

Allo fine tutto lo stadio si è messo a cantare la vita del soldato innamorato, e anche attraverso il teleschermo, sentivo la medesima pelle d’oca che avrei certamente provato stando al S. Paolo perché, per un misterioso motivo probabilmente legato di nuovo alla dottrina della trasmigrazione dell’anima, la canzone del soldato innamorato mi ha sempre fatto venire la pelle d’oca in condizioni normali, figuriamoci cantata dai sessantamila del S. Paolo.

Nel dopo gara, il presidente De Laurentis non ha rilasciato dichiarazioni sul nuotatore di Cheever, ma ha ritenuto doveroso precisare che lo scudetto comunque lo vincerà il Milan, perché Berlusconi farà di tutto per ottenerlo, anche influenzare gli arbitri nelle decisioni riguardanti il convalidamento di reti in fuorigioco fatte passare per regolari.
Questa affermazione, ricordando certe telefonate del 2006 tra “addetti agli arbitri” rossoneri e guardalinee, e altri carteggi cellulari scoperti (chissà come mai solo da pochi mesi) tra i santi Moratti e Facchetti e i designatori di quel tempo, mi ha per un attimo intristito.
Vuoi vedere che i campionati sono tutti truccati e noi stiamo qui ancora a guardare le partite come degli allocchi? Oppure, vuoi vedere che i campionati non sono truccati ma gli italiani sono i più bravi del mondo a pensare sempre alla malafede delle giacchette nere? E infine, quali i punti della storia di John Cheever non hanno convinto Aurelio De Laurentis?

Nel dubbio, ho preferito seguire Neddy Merril, il protagonista del racconto, fino all’ultima piscina. L’ho visto crollare mettendosi a piangere. Infelice, infreddolito, stanco, sgomento. Ho seguito il nuotatore mentre riusciva a stento ad arrivare a casa, trovandola immersa nel buio e chiusa a chiave, fino ad accorgersi che era disabitata.

venerdì 7 gennaio 2011

Il posticipo: Juventus-Parma (I piedi caldi di Voltaire, quelli gelidi di Amauri Presley)


Per una certa impazienza che mi aveva agitato anche nel sonno, il giorno dell’Epifania mi sono alzato all’alba. Non vedevo l’alba, così, da una finestra, sulla terra, da almeno dieci anni. Ne avevo vista una, quattro anni fa, viaggiando in aereo, ma non è la stessa cosa. Mi è venuta voglia di scrivere, ma subito ho pensato che fosse una pessima idea. Perché era una voglia banale e, in un certo senso, accademica, da luogo comune.

Ne avevo la certezza per via del fatto che avevo i piedi freddi. Da quando ho letto Sciascia citare la battuta di Voltaire che per dipingere bene bisogna avere i piedi caldi, ogni volta che mi metto a scrivere indosso doppie calze, oppure prima eseguo un rapido, e bollente, pediluvio. Ma all’alba di fare il pediluvio non m’andava, così ho cominciato a immaginare i piedi diversamente temperati degli scrittori appoggiati sulla mia libreria, e successivamente i gradi centigradi racchiusi nelle scarpe di quelli che la gente considera a torto scrittori, forse perché non è stata ancora inventata una parola intermedia capace di distinguere uno Scrittore da uno scrittore. Così, ad un Aldo Busi dai mignoli bollenti, contrapponevo un G.F. dalle caviglie furbe ma ghiacciate. Per un Giuseppe Berto con i piedi fumanti anche se immersi nella neve, mi veniva addosso un P.G. dalle falangi noiosamente assiderate.

Di questo passo, come il narratore del Todo modo di Leonardo Sciascia, sono arrivato perfino a chiedermi se qualche scrittore affermato conservi davvero le proprie pagine migliori per sé, regalando ai lettori solamente quelle scritte a piedi tiepidi o raffreddati. Ma conoscendo la vanità media della quasi totalità, mi sono risposto che la distinzione tra pagine calde e pagine fredde deve essere un affare che riguarda pochi umili, e bravi Scrittori.

Camminando innocuo fino a mezzogiorno, ho stancamente appreso che Juventus-Parma si sarebbe giocata alle dodici e trenta. Finite in pochi secondi le maledizioni riguardanti lo scomodo orario, ho apparecchiato la tavola, mentre la famiglia si riuniva per il consueto pranzo della Befana. Mia madre come al solito non si era risparmiata, mettendo sui piatti:
uno strano cotechino cremonese a forma di palla, cotto per tre ore e mezza. Involtini, polenta, lenticchie con carote sedano cipolla. E poi qualche foglia d’insalata, per soddisfare qualche spirito vegetariano, e ovviamente una bottiglia di rosso ancora da scegliere: Chianti? Bonarda? Dolcetto d’Alba?

Al terzo minuto del primo tempo, senza informazioni riguardanti il risultato, ho deciso per il piano d’evasione. Quattro lenzuola legate insieme (grande il vantaggio di avere una madre proprietaria di un negozio di arredo casa) calate dal balcone al terzo piano fino quasi al marciapiede.
Al quindicesimo, ho simulato un forte mal di testa, il bisogno di stendermi un po’.
In camera ho spento la luce, abbassato la tapparella il giusto per passarci sotto con il passo del leopardo, imparato durante il servizio militare.

Planato sulla crosta terrestre, mi sono diretto al bar dei cinesi, quello rosso, sull’angolo. Con rinnovato spirito imprenditoriale, il popolo cinese ha finalmente capito che per integrarsi meglio deve affidarsi al calcio, per questo mi ha stupito moderatamente vedere i baristi con la sciarpa bianconera al collo. Quando poi ho notato un cassetto mezzo aperto dietro al bancone, dal quale sbrodolavano i drappi colorati di tutte le squadre di A e B (eccezion fatta per il Portogruaro) il magro stupore ha lasciato spazio definitivamente al disincanto.

Eppure un cameriere tra i più loquaci, Tau Yuanming, si concedeva nei miei confronti più di una confidenza. Pacche sulle spalle. Affermazioni beneaugurati del tipo:
“Sento plofumo di lete. Vedlai che si sblocca Amauli!”
Oppure:
“Pelché Del Neli non ha nemmeno convocato Voltaile? E Leonaldo Sciascia, di nuovo in panchina?”

Caro Tau, il tuo ottimismo è oggettivamente fuori luogo. Mancano pochi secondi al novantesimo, ed il Parma conduce per quattro a uno. Inoltre il presunto centravanti che secondo le tue previsioni dovrebbe segnare, si aggira per il campo pesante come una mucca, ma con i capelli unti. La sua sconfortante staticità mi ricorda quella drammatica di Elvis Presley, a fine carriera. I suoi piedi, sono certamente gelidi.

giovedì 30 dicembre 2010

Due 21 dicembre. Bearzoff (ovvero un ricordo di Bearzot-Magritte attraverso Dino Zoff)



Se le stesse immagini, proiettate su televisori differenti a distanza di ventotto anni, fossero capaci come un prisma miracoloso di restituire oggi corpi, soggiorni e movimenti di chi le stava guardando nel 1982, allora senza dubbio a me non sarebbe dispiaciuto l’altra sera, mentre rivedevo Italia-Brasile su La7, scorgermi bambino sul divano di casa, scrutante un po’ la partita un po’ mio padre, fumante una sigaretta alla finestra per ogni goal di Paolo Rossi.

Con i gomiti appoggiati al cuscino posizionato sul marmo del davanzale (ma non era rischioso posizionare un cuscino in bilico al terzo piano? No, era solo un cuscino) Guerrino tratteneva a stento lo stupore per l’impresa degli Azzurri di Bearzot, il quale in panchina masticava, e gridava consigli a Cabrini, il più a portata di mano, lì sulla fascia sinistra.

Dopo gli stentati pareggi con Polonia, Perù e Camerun, e la sorprendente vittoria sull’Argentina, perfino i giornalisti più incompetenti e in malafede adesso si trovavano costretti a rimangiarsi molte delle furibonde critiche al Vecio con la pipa, e no, anche se il bell’Antonio e Rossi erano stati visti tenersi per mano, questo magari poteva anche non significare che i due fossero omosessuali.

Ma tornando a quel caldo pomeriggio di magliette sudate e strappate, Bearzot ruminava all’ombra della panchina, ancora ignaro della storia che l’avrebbe unito a Vittorio Pozzo non solo pochi giorni dopo sul tetto del mondo, ma anche sui calendari 1968 e 2010: il 21 dicembre, una stessa data decisa dal caso per l’addio alla vita di due Ct Campioni del Mondo.

Pare che Marcello Lippi, intervistato da un noto quotidiano sportivo per un ricordo del Vecio, abbia dichiarato che a partire dal 2011, ogni 21 dicembre se ne starà chiuso in casa, in solitudine, il sigaro acceso, a riguardare consecutivamente le Finali di Roma, Parigi, Madrid e Berlino.

Nei minuti conclusivi, un calcio d’angolo per il Brasile era sufficiente per trasformare milioni di italiani terrorizzati in aspiranti coristi del festival di Sanremo, al grido di:
”Esciiii!”
Dino Zoff, prima voce solista, spinto da questo suggerimento lontano ma convincente, usciva, bloccando in presa. Poi osservava con preoccupata soddisfazione il Direttore d’orchestra, come si cerca con gli occhi un padre silenzioso, ma rassicurante. Era fatta.
Bearzot, cercatore di finestre poco scontate, dalla panchina del Sarrià di Barcellona rispondeva allo sguardo del capitano, vivo nel miracolo, parafrasando Magritte:
“Questa non è una pipa. Ragazzi miei, voi siete la mia pipa”.

lunedì 27 dicembre 2010

Il Corriere del materassaio


Talvolta, specie quando mi ritrovo a fare il cassiere per sei ore consecutive, mi chiedo perché nessun quotidiano o settimanale decida di pagarmi per le cose che scrivo. Ascolto i Bip della mia cassa numero 7 per sei ore consecutive, e superato il dispiacere del non sapere il perché, dopo dieci anni di carriera nella stessa azienda (durante i quali mi sono occupato in prevalenza di consigliare dischi e libri a tanti milanesi) da qualche tempo io venga utilizzato solamente per fare Bip in cassa, la mia attenzione si sposta sui cognomi dominanti nelle svariate testate nazionali. La loro uguaglianza o similitudine, mi permette di rispondere alla domanda principale: perché nessuno mi paga per scrivere? Probabilmente, perché mio padre non faceva il giornalista. E pensare che io glielo avevo detto: papà, fai il giornalista. Lui però niente, voleva proprio fare il materassaio. E va bene. Se però mi avesse ascoltato, adesso io mi sarei potuto avvalere dell’unica cosa che, soprattutto in Italia, garantisce l’inserimento nel mondo del lavoro: la raccomandazione.

Sfogli le pagine dei giornali, e i cognomi sono sempre gli stessi. Vai al cinema, e gi attori sono sempre loro. Guardi SuperQuark, Piero e Alberto. Figli, nipoti, mogli, amanti. Ogni tanto qualcuno riesce a inserirsi in qualche professione avulsa alla storia della propria famiglia, per acclarata bravura o colpo di fortuna, garantendo così ai discendenti un sorprendente cambio di casta.

Leggo sempre divertito certi corsivi indignati contro Berlusconi (che non ho mai votato). Poi guardi chi l’ha scritto e dal cognome ti viene il dubbio che sia stato assunto in quel giornale per raccomandazione. Però si scaglia conto Berlusconi, dall’alto della sua integrità professionale. Perché Berlusconi è un furfante, lui invece no, è pulito. Perché, come disse una volta Piero Angela: “Non l’ho assunto perché è mio figlio, ma perché è bravo”. Ok, ma quanti altri bravi ce n’erano con cognomi diversi?

I Bip continuano e trovo la soluzione: fondare il Corriere del materassaio. Tutti i materassai lo prendono e un po’ di copie vanno così. Poi faccio come Repubblica e Corriere: qualche pubblicità con donne nude o in mutande, e altri lettori sono assicurati. Se proprio voglio esagerare, strappo alla concorrenza qualche giornalista corrotto (meglio se con la fama di incorruttibile). Di quelli pagati a gettone per scagliarsi contro i nemici principali del proprietario del quotidiano, e mi assicuro un’altra fetta di pubblico. Di più non posso fare.
Comprate il Corriere del materassaio, vi prego. Ci scrivo anch’io.

lunedì 20 dicembre 2010

Il posticipo: Napoli-Lecce (Taugenichts e il terremoto a Bet Lèhem)


Ricordo un tardo pomeriggio dicembrino degli anni ottanta. Con mia madre e un coltellino per uno, avevamo attraversato due strade dal portone di casa nostra per arrivare ai piedi del castello che dominava il quartiere, la città. Che intenzioni avevano mamma e figlio con coltello? Regolare all’aperto e in modo barbaro un litigio di famiglia? Attentare alla vita di qualche ignaro passante? Niente di tutto questo.

L’idea di Teresa, era quella di raschiare dal muro che precedeva l’inizio del colle Cidneo il muschio che vi era cresciuto, al fine di ottenere un degno prato per il presepio di casa. Era legale? M’interrogavo seguendo abbastanza fiducioso le orme materne. Probabilmente, e comunque in galera al massimo ci sarebbe andata lei, mica io, bambino. Gratta tu che gratto anch’io, alla fine eravamo tornati a casa col nostro prato, sul quale posizionare le statuine secondo criteri sedimentati dagli anni, e poi qualche pigna come alberi, sassi, e un rettangolo di stagnola a fare da laghetto.

Talvolta venivano a trovarmi le cugine, e giocando a calcio o a tennis con una pallina di spugna, capitava che la stessa terminasse sul presepio, travolgendo pastori e animali. Con l’innocenza cinica di certi giochi infantili, io Gisella ed Elena ci avvicinavamo al presepe, cercando di stabilire la causa di quella tragedia. Meteorite su Bet Lèhem? Terremoto nella Casa di Pane? E di che grado? In base alle statuine cadute, morte o ferite, veniva stabilito il grado della scossa, seguendo scale Mercalli o Richter.

Questi pensieri mi ritornano sempre quando all’inizio di dicembre vado con Marta in un negozio di Largo Schuster a Milano, specializzato in presepi. Ogni anno aggiungiamo uomini, donne e pecorelle alla nostra rappresentazione, costretti a privilegiare per fare economia alcuni personaggi rispetto ad altri. Ad esempio i Re Magi non li abbiamo ancora, ma se questo inizialmente mi dispiaceva ora no, perché ogni anno vedo le privilegiate comparse di Betlemme aumentare, e penso al giorno in cui la città sarà completa.

Prima di entrare da Tricella, mi chiedo se all’interno dietro il bancone troverò l’ex libero di Juventus e Verona a servirmi, ma poi mi accontento di una signora anziana che, a sorpresa, sbuca ai nostri piedi da una botola presente sul pavimento. Superato lo spaventato stupore di una persona che sale dal sottosuolo di legno per chiederti cosa desideri, giunge il momento di scegliere le statuine dell’anno. Marta le sue, io le mie, e quest’anno la mia è uno addormentato con il cappello rosso appoggiato sulla pancia, bello nel suo pennichellare, tanto da ricordarmi il protagonista di “Vita di un perdigiorno” di Joseph von Eichendorff, tra i libri che portavo sottobraccio quando intorno ai vent’anni oltre a lavorare andavo in giro per i parchi di Brescia a leggere da solo, pensando di essere qualcosa di simile a un poeta, che però vendeva anche lavatrici e frigoriferi.

Il perdigiorno addormentato adesso brilla nel nostro presepio, e siccome ho smesso di giocare con la pallina in casa perché sono una persona matura, mi sono permesso di chiedergli se, come statuina, si senta offeso quando i giornalisti più astuti definiscono “difese di belle statuine”, quelle immobili su cross avversari adatti a far svettare di testa punte col fiuto del gol, per intenderci il contrario di Amauri. Un po’ sì, mi ha detto il perdigiorno, ma alla fine che mi frega, lasciami dormire per favore.

Poi di sera tornavo a piedi da un teatro dove avevo visto Erri De Luca parlare in nome della madre. Calpestavo la neve, riflettendo sulla straordinarietà di Miriàm, moglie di Iosef, madre di Ieshu, capace di partorire da sola, con un coltello e un bacile d’acqua. Quale legame tra il suo coltello e quello mio e di mia madre? Perché la neve non si ferma sul sangue? Con tutta la neve che cadeva, avrebbero rinviato qualche partita? Quanto bianco nello stadio-grotta di Bet Lèhem?

Ho ascoltato qualche pastore maligno asserire che, per via del problema dei rifiuti, quest’anno potrebbero far vincere lo scudetto al Napoli. Non gli ho creduto. Di certo la squadra di Mazzarri è molto fortunata, e Cavani assomiglia pure ad un Ieshu adulto. Dopo ogni rete non si dimentica mai di ringraziare Dio, con le braccia indica il cielo, mormorando qualcosa con gli occhi spiritati. Del resto, la traiettoria del pallone scagliato dal “Teschio” uruguagio domenica pomeriggio come sempre oltre il novantesimo, qualcosa di religioso certamente aveva.

mercoledì 15 dicembre 2010

Carlo D'Amicis su Mio padre era bellissimo

Pubbico la recensione di Carlo D'Amicis su "Mio padre era bellissimo" tratta da l'immaginazione (novembre 2010).
Carlo D’Amicis su
FRANCESCO SAVIO, Mio padre era bellissimo
Italic Pequod 2009
Una solida corrente di pensiero vorrebbe la
generazione dei nati tra l’inizio degli anni Sessanta
e la fine degli anni Settanta come una collettività
disgregata e individualista: la prima a
crescere priva di quelle esperienze comuni che
furono, nel nostro Novecento, le due guerre, il
regime, l’antifascismo, i movimenti giovanili.
In realtà, nel leggere molti recenti romanzi,
questa tesi appare rivedibile. C’è oggi una cordata
di narratori fin troppo incline al reciproco rispecchiamento,
connotata da un background
certo meno ideologico rispetto alle generazioni
precedenti, ma non per questo più evanescente.
Nessun credo politico, o culturale è servito a cementare
una generazione più del ventennio
compreso tra il boom economico e gli anni di
piombo: spesso cresciuta davanti alla tv, in ambiti
familiari molto più ristretti e spesso sradicati,
oppressa da un senso di isolamento e di marginalità,
quella generazione che si voleva disunita
e frammentata oggi si riconosce compatta, e
quasi stupita, nelle tante narrazioni che ne descrivono
un forte, seppure involontario e inconsapevole,
tratto identitario.
Accade così che, nell’attingere al proprio vissuto,
i narratori che appartengono a questa vasta
nidiata di soli ed uguali si ritrovino costantemente
di fronte a un’insidia: quella cioè di scivolare
nel mainstream, in un flusso dove l’elemento
del riconoscimento, o addirittura dell’epica generazionale,
prevale su quello della ricerca personale.
Di fronte a questa insidia il quasi esordiente
Francesco Savio (già autore di un racconto nell’antologia
che Manni ha dedicato, nel 2008, a
Bob Dylan) sceglie una strategia umile e sfrontata
al tempo stesso: semplicemente non se ne
cura, misurandosi con i tanti topoi del romanzo
(primo tra tutti, quello della linea d’ombra, qui
anticipata ai 9 anni, l’età in cui il protagonista del
romanzo perde il padre) come se il suo piccolo
Nicola fosse, in un certo senso, il primo bambino
del mondo ad avvicinarli. Con il risultato che
il romanzo si rivela fragile nella sua presunta forza
(il volere attingere al vasto repertorio dei moderni
riti di passaggio: lo sport, gli straniamenti
linguistici, la bambina-principessa “dai capelli
biondi e dagli occhi profondi come oceani”) ma
forte della sua fragilità: il candore un po’ spericolato
con cui l’autore si incammina in un solco già
largamente battuto, infatti, diventa la stessa innocenza
del protagonista di fronte a un evento
troppo grande, come la morte del proprio genitore,
e al quale non sa cos’altro opporre se non la
sua profonda, estrema, dolente sensibilità.
C’è insomma, in Mio padre era bellissimo, un
che di ingenuo che Savio riesce a indirizzare
(inequivocabile segno di talento) verso una freschezza
e una trasparenza che, alla fine, seducono
anche il lettore più avvertito: quello che,
leggendo delle fughe in bicicletta di Nicola, è
portato a rivedere, in formato ridotto, l’Alex di
Jack Frusciante; che, imbattendosi nel racconto
della tragedia dell’Hysel, è costretto al confronto
con la potente valenza simbolica che, dallo stesso
fatto di cronaca, scaturisce nell’ultimo romanzo
di Lagioia; che, nella poetica del dettaglio come
“sineddoche della complessità”, a cui spesso
Savio si affida per rappresentare la sensibilità
infantile, rivede l’acume minimale di Francesco
Piccolo.
Quello di “Mio padre era bellissimo”, insomma,
è un sentiero battuto. Savio però lo percorre
con un passo rapido e lieve che lo rende seducente
compagno di viaggio. La sua generazione,
credendo di piangere soltanto un proprio
genitore, si è scoperta a celebrare il definitivo
lutto dei padri; credendo di poltrire davanti alla tv
si è scoperta ad officiare un rito collettivo; credendo
di essere totalmente de-responsabilizzata,
disincanta, disimpegnata, si è scoperta sulle
spalle il peso del crollo morale e civile di un Paese.
Anche per lui la sfida è dunque quella della
complessità: affondare nella propria formazione
per connetterla allo spirito dei tempi, scavare nel
privato per raccontare storie pubbliche, educare
la propria memoria alla profezia del futuro.

martedì 14 dicembre 2010

Il posticipo: Juventus-Lazio (Tremando sull’orlo con Henry David Thoreau)


Ancora nel 1848, Henry David Thoreau era a malapena noto ai suoi concittadini di Concord, che al massimo lo apostrofavano come un tipo strambo che era andato a vivere in una casupola nei boschi di Walden, e che aveva passato una notte al fresco per essersi rifiutato di pagare la tassa elettorale pro capite. I più maligni addirittura, avevano sparso la voce che il presunto “trascendentalista”, giunto alla soglia dei trent’anni, si fosse rifugiato nei boschi solamente perché tra gli alberi il segnale televisivo giungeva con maggiore pulizia visiva rispetto al centro di Concord, dove sia Sky che Mediaset Premium faticavano a garantire una copertura soddisfacente.

Conscio di queste cattiverie, quando un mattino Thoreau aveva intravisto una lettera nella cassetta della posta, aveva pensato immediatamente al peggio: si trattava con quasi certezza del solito fastidioso cittadino che chiedeva il perché del trasferimento a Walden oppure, in seconda battuta, del solito fastidioso cittadino che voleva sapere per quale squadra della serie A simpatizzasse il cosiddetto “filosofo naturale”, amico di Emerson (non il Puma brasiliano ma Ralph Waldo). Davvero aveva traslocato nella casupola solo per dedicarsi “agli studi che hanno più direttamente a che fare con questo pianeta”? Davvero Thoreau non sentiva il desiderio della compagnia degli amici, bastante a se stesso, al suo “essere niente”?
Difficile da credere, com’era difficile ignorare certe esplosioni vocali di gioia che parevano provenire dal bosco al sabato sera o alla domenica, casualmente in concomitanza con lo svolgimento del campionato di calcio.

La lettera invece era di Harrison Blake di Worcester, Massachusetts, un ammiratore dell’ancora sconosciuto “mistico”, il quale incitava Thoreau a iniziare una corrispondenza per aiutarlo ad innalzarsi “a una vita più vera e più pura”.
La soddisfazione di Henry David era stata grande: pur non ritenendosi niente, qualcuno gli aveva fatto capire che forse poteva essere qualcosa. Una volta aperta la busta, le poche righe scritte da Blake avevano confermato la sensazione positiva di poco prima. Finalmente qualcuno comprendeva il significato della sua scelta, il suo desiderio di separarsi dalla società, dal sortilegio delle istituzioni, dalle usanze, dai conformismi…
E la disperata umiltà di quella richiesta di soccorso spirituale, che si concludeva con il rammarico di sentirsi “tremare sull’orlo” era stata la goccia determinante per accettare quell’idea di amicizia sulla carta, da mettere in pratica subito, o meglio dopo la partita della settimana.

Utilizzando il telecomando per abbassare come sempre a zero il volume della televisione, al fine di non perdere i suoni del bosco che provenivano dalla finestra socchiusa, Thoreau aveva deciso per Juventus-Lazio, affascinato dalle potenzialità dell’incontro di cartello della sedicesima giornata.
Il tempo di sedersi, e Giorgio Chiellini portava in vantaggio i bianconeri, esibendosi poi in un battito ripetuto di pugni sul proprio petto griffato Balocco, metodologia di esultanza che a Henry David era apparsa come una raffinata citazione di quando l’uomo stava ancora nelle foreste. Bello da parte del capitano della Juventus il non dimenticarsi della Natura di un tempo, adesso che pelo e coda erano scomparsi e l’uomo in posizione eretta poteva divertirsi colpendo il pallone di testa anticipando grintoso altri suoi simili.
Sull’esempio del centrale livornese, anche Storari aveva pensato di lanciarsi in un omaggio naturalistico, ipotizzando di aggrapparsi ad una liana immaginaria per colmare uno spazio bianco, nero e celeste, ma sfortunatamente nel suo volo verso l’alto aveva dimenticato di afferrare con precisione la palla, sotto gli occhi azzurri e affilati di Gianluigi Buffon che, in tribuna, almeno per un secondo aveva pensato: il primo errore in sedici giornate, male per la Juve ma almeno i tifosi si ricorderanno che esisto. Zarate ne aveva approfittato per pareggiare.

Nelle pause di gioco, Thoreau riprendeva in mano la lettera che gli aveva scritto l’ammiratore di Worcester, soffermandosi sul quel “Ma aihmè, tremo sull’orlo!” che da solo valeva tutto, l’insicurezza di essere umani, e una serie di cose ben più vaste della penuria indecente racchiusa anche nelle migliori parole. Cosa rispondere a Blake? Qualcosa capace di semplificare il problema della vita, lasciando in pace Dio e le cose, puntando alle vette.

E mentre divisa in ventisette punti, la risposta cominciava ad arrivare, a dieci secondi dal 94 Momo Sissoko azzeccava un passaggio rasoterra diagonale che mai in carriera. A cinque secondi il giovane Cavanda, non potendo prevedere l’imprevedibile, faceva appena in tempo a osservare quel taglio passargli alle spalle. A tre, Milos Krasic saettava come una freccia verso la porta di Muslera, per crossare, o tirare. Nel dubbio, sull’orlo della fine, il portiere laziale smanacciava tremante col guantone-racchetta come quando a ping pong vuoi dare l’effetto, ma nella sua porta.

venerdì 10 dicembre 2010

Roma-Fahrenheit e il Colosseo Quadrato



Come verso la fine della vita può capitare di rimpiangere per un secondo certe cose non fatte o certe donne non fermate per strada, pur accettando l’impossibilità di non poter fare ogni cosa e di non poter fermare ogni donna, così ogni volta che vado a Roma ho la sensazione che mi manchi sempre del tempo, quello necessario per osservare con attenzione le meraviglie che la capitale mostra o nasconde, a seconda delle situazioni e della prontezza di chi la sbircia.

Ad esempio mercoledì, mentre raggiungevo il Palazzo dei Congressi dell’EUR per partecipare alla puntata di Fahrenheit trasmessa in diretta dalla Fiera Più libri Più Liberi, speravo mi avanzasse del tempo (sempre quello, prima o dopo) per guardare da vicino il Palazzo della Civiltà Italiana, soprannominato anche il Colosseo Quadrato o Groviera, e controllare quindi se corrispondeva al vero quell’informazione letta su Wikipedia (ebbene sì, anche io consulto Wikipedia, come del resto fa Michel Houellebecq, ovvero l’autore di uno dei libri più belli che ho letto in questo 2010) e cioè che “in alcune ore del giorno e in particolare di notte, l’edificio del Piacentini esprimesse un evidente fascino di architettura metafisica”. Che poi uno può cliccare su Piacentini e Razionalismo italiano se vuole saperne di più, o quantomeno qualcosa.
Comunque, avevo calcolato il tempo necessario dalla fermata Ottaviano a quella EUR Fermi per non ritardare l’appuntamento radiofonico e potermi permettere qualche spiata metafisica, ma non avevo fatto i conti con i lavori nei sottopassi della Stazione Termini, capaci di rallentare anche due camminatori esperti come me e M.
Partiti col sole poi, sbucati da EUR Fermi pioveva, quindi abbiamo preso il Bus Navetta per la Fiera e così il Colosseo Quadrato l’ho visto solamente dal finestrino, senza potermi avvicinare al groviera come avevo sperato.
Come in ogni luogo chiuso affollato, dentro il Palazzo dei Congressi faceva molto caldo, e mentre pensavo a non dire scemenze durante la spiegazione del perché avevo scelto “Nel territorio del diavolo” di Flannery O’Connor come “mio libro” della Fiera, altri pensieri, votati a tranquillizzarmi, mi facevano tornare a poche ore prima quando, presso un famoso antico forno-focacceria sito in Campo de’ Fiori, avevo notato appena fuori dal bagno una maglia di Totti autografata dentro un quadro, e per un attimo avevo desiderato comportarmi da vero inesperto di calcio, avvicinando il gestore per chiedere: “Scusi, ma il Totti non giocava mica nella Lazio?”.
Ottima in ogni caso la focaccia, anche se il rischio paventato dalla guida di sporcarsi la faccia e la barba di bianco farina, non era in effetti da sottovalutare.
Alle 17.10 sono andato in onda, in compagnia di Christian Raimo di Minimum Fax, autore della prefazione dei saggi sul mestiere di scrivere della O’Connor. Ho detto la mia, svelando agli ascoltatori di Radio3 quello che i lettori di Quasi Rete sapevano già. Cose relative alla grazia, e al coraggio di guardare. Poi la conduttrice Loredana Lipperini mi ha chiesto a bruciapelo quale libro sarei stato, in una vita di carta e non di carne, e allora ho detto “La vita agra”, di Luciano Bianciardi. Un parte del pubblico seduto nel caffè letterario sotto il palco ha emesso un breve boato di approvazione, e sorpreso ho realizzato di aver fatto goal. O meglio, di averla passata bene a Bianciardi che, davanti a Julio Sergio, ha fatto quello che solo i campioni sanno fare: saltare in dribbling il portiere, e accompagnare la palla oltre la riga di porta.

giovedì 9 dicembre 2010

Il ragazzo dai capelli come Pavel Nedved



Ho conosciuto un ragazzo che, per diventare come il suo campione preferito, era solito recarsi dal parrucchiere per farsi pettinare i capelli come il suo campione preferito.

Per una coincidenza sfortunata, il suo campione preferito era Pavel Nedved, proprietario di una chioma bionda irripetibile, sorgente dal centro della testa per propagarsi poi, attraverso onde saltellanti durante la corsa, fino quasi alle spalle.

E’ stato forse per il tempo perduto dal parrucchiere e a guardarsi allo specchio che quel ragazzo non è diventato forte come Nedved, lo si capisce con chiarezza leggendo La mia vita normale, autobiografia del fuoriclasse ceco scritta dall’ex giocatore di Juventus e Lazio in collaborazione con Michele Dalai, e pubblicata da add.

Leggere la vita di una persona importante è piacevole quando dal racconto traspare la normalità di essere straordinario, e quando questa eccellenza viene descritta senza presunzioni. E’ questo il caso della Vita normale di Pavel, iniziata a Cheb, ad ovest della Repubblica Ceca, nel 1972 e proseguita poi prevalentemente a Praga, Roma, e Torino. Luoghi dove Nedved ha dedicato più tempo a rinforzare il suo luminoso talento che a pettinare i suoi belli capelli.

Ora potrei raccontare della Rivoluzione di Velluto, delle Vacanze romane o del Pallone d’Oro di Pavel. Di certi derby o di un’ammonizione da dimenticare. Ma non voglio rovinare la lettura a chi magari sta già correndo, appena meno veloce della Furia Ceca, fino alla libreria più vicina per acquistare il prezioso volume, sorprendendo per giunta il libraio grazie ad una parrucca bionda esplosiva indossata per l’occasione.

Preferisco svelare un segreto nascosto a destra di pagina 96, dove solitamente, come tutti sanno, trova spazio pagina 97. Non in questo caso.
Qui a destra del 96 iniziano le fotografie, con un Nedved bambino splendente in mezzo agli altri compagni di classe. La domanda è: perché alcune persone splendono nelle fotografie? Solo una questione di luce, o accordi col fotografo? No, io non ci credo. Voi non so, ma se sapete la verità, fatemelo sapere.

martedì 30 novembre 2010

Liga: Barcelona-Real Madrid (Il coraggio di Flannery, la Manita e la sacra bellezza di vivere)


Da Milano, l’amico F. mi scrive: “Quale aspetto positivo può esserci nell’alzarsi alle otto e trenta del mattino di domenica per andare a lavorare in un negozio dove trascorrerò la giornata in balia di orde di italiani votati allo shopping pre-natalizio?”.
Caro F., rispondo comprensivo, l’unico aspetto positivo che mi viene in mente è quello di non essere morto durante il sonno.

Ma appena dopo aver pensato alla sacra bellezza del poter vivere, il mio pensiero si sposta verso vantaggi ulteriori. Una volta superata la domenica lavorativa, l’amico F. potrà anche decidere cosa guardare alla televisione lunedì sera: Vieni via con me della coppia Fazio-Saviano o il Clasico di Spagna, Barcelona-Real Madrid? Conosco bene F., e fino all’ultimo resterà indeciso.

Intanto la domenica regalata al Dio-Lavoro se la farà passare nel migliore dei modi grazie al consueto stratagemma: acquistare un libro dopo averlo scelto con attenzione, ovvero il contrario di quello che fa la maggioranza dei clienti del negozio dove lavora i quali, simili a pecore bianche rosse e verdi, tendono a scegliere il rettangolo con pagine situato ai primi posti della classifica (pensiero che rassicura la pecora italica per fortuna non clonata: “Ah, quel libro è primo, meglio andare sul sicuro, se piace alla maggioranza delle persone un motivo ci sarà…”) o quello consigliato da qualche giornalista/scrittore (talvolta prostituito intellettualmente) in una recensione sui quotidiani nazionali.
F. quasi sempre compra libri non consigliati, fidandosi dei suggerimenti che, immancabilmente, sfuggono a certi scrittori che legge. Non si ricorda però chi, qualche anno fa, gli presentò Flannery O’Connor. Pazienza, la fortuna di aver conosciuto Flannery fa passare in secondo piano chi gliela presentò.

Della scrittrice americana, F. ricorda le fotografie scovate in rete. F. controlla sempre la faccia degli scrittori che ama, forse per capire dalle rughe o dal taglio degli occhi come fanno ad essere così bravi. Il suo è un tentativo di scoprire, leggendo i tratti del naso o il taglio della bocca degli scrittori stimati, una fisiognomica del genio o quantomeno del talento, senza dimenticare che, come ha imparato ascoltando Franco Battiato, in fondo siamo miseri ruscelli senza Fonte. Della O’Connor il mio amico F. ricorda soprattutto tre foto: una seduta in poltrona con un libro tra le mani, una con cappello dietro una staccionata, una con collana che sembra una fototessera da carta d’idendità. C’è un sentimento comune però che traspare dalle tre immagini: è quello dell’umiltà.

A F. le fotografie di Flannery arrivano da chissà dove nella testa mentre si trova in una cassa che è un parallelepipedo di vetro aperto sopra per far respirare, dentro il quale ci sta un cassiere, lui nella fattispecie. Ma ovunque si giri, fotografie di altri scrittori lo guardano. Sono tutte molto serie, con le mani appoggiate ad una parte del viso come se stessero pensando a qualche cosa di assoluto, fondamentale e determinante. Mani che sorreggono menti, fronti, sopracciglia. Per intenderci nessuno che si metta le dita nel naso. Truman Capote si sistema gli occhiali ad esempio, ma è chiaro che sta riflettendo su qualcosa di molto importante. Ernest Hemingway invece è grande come una porta, e tiene in braccio un gatto. Il cassiere F. comincia male con lui quando, girandosi verso sinistra e avendo l’impressione che il gatto voglia fuggire da quell’abbraccio un po’ forzato, lo provoca:
“E lascialo scendere Ernest, povera bestiaccia. Sai che ti dico? Francis Scott Fitzgerald mi piace molto più di te. Non so cos’è, ma Il grande Gatsby, ecco, è quello. E lascia giù quel gatto.”

F. vorrebbe una fotografia di Flannery O’Connor da guardare ogni tanto mentre restituisce soldi o carte fedeltà a clienti che comprano Cotto e mangiato. La cerca disperato con gli occhi, ma non la trova sulle pareti. Flannery, dove sei?
Ricorda allora un brano tratto da Nel territorio del diavolo (minimum fax), i saggi sul mestiere di scrivere dell’autrice de La saggezza del sangue.
“Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale spesso cadono i capelli e i denti si guastano. Se il romanziere non è sostenuto dalla speranza di far soldi, deve essere almeno sostenuto da una speranza di redenzione, altrimenti non sopravviverà alla prova. Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla, perché gliene manca il coraggio.”
Con tutti i soldi che mi passano tra le mani qui in cassa, pensa F., qualora avessi al riguardo dubbi che non ho, li butto nel cestino. Non i soldi, ma i dubbi: nel mio percorso di piccolo scrittore, l’unica forza che mi spinge è la speranza di redenzione.
Questo è l‘ultimo discorso registrato di F., prima di essere inghiottito nella ripetitività dei gesti, tumulato nella teca di vetro domenicale in attesa delle ore diciannove.

Poi è lunedì sera. La decisione è presa: Barcelona-Real Madrid, e nell’intervallo Vieni via con me. Si rivelerà quella giusta, fatta eccezione per l’intervallo, che andrà a coincidere purtroppo con il noioso e inutile balletto teatrale sulle note accelerate della canzone di Paolo Conte, messo in scena da attori esagerati per la quarta volta consecutiva. Basta.

La partenza della squadra di Guardiola è da brividi. Xavi, Iniesta e compagnia fanno girare palla così veloce che le Meringhe madrilene non sanno più da che parte voltarsi. 2-0 dopo diciotto minuti, 5-0 al novantesimo. La Manita. Un risultato che va stretto al Barca, composto da undici giocatori che hanno il coraggio di guardare. I centomila del Camp Nou passano il secondo tempo a cercare con la voce Josè Mourinho, apparentemente scomparso. E’ invece seduto in panchina, mentre una telecamera inquadra lo striscione della serata:
“Mourinho, ora e sempre Traduttore”.
Per l’allenatore portoghese, reduce dal triplete nerazzurro ottenuto senza sportività, davvero una brutta serata.

venerdì 26 novembre 2010

Serie A: Genoa-Juventus (Lo zucchero di Campana e il vendicatore del calcio moderno)

Il principale vantaggio delle cose e delle costruzioni rispetto alle persone, risiede nella possibilità di durare (una volta venute alla luce) oltre la vita degli umani, o di esistere già quando questi si presentano nel mondo, con l’ingenuità o la presunzione di essere i primi o fondamentali.

Ogni volta che vado a Genova, passo per piazza Caricamento e resto qualche minuto a guardare la sopraelevata, rammentando sempre un’intervista a Paolo Villaggio nella quale l’attore genovese ricordava di essersi svegliato un giorno e di essere rimasto stupefatto nella negatività della scoperta: chi aveva tirato su quell’orrore di cemento che impediva la visione del mare? Le generazioni future sarebbero state liberate da quella bruttezza?
Successivamente mi è capitato di percorrerla da automobilista la sopraelevata, e osservando il profilo al tramonto di Zena ho pensato che anche una cosa brutta può permettere in qualche modo di accedere alla bellezza. Una magra consolazione.

Poi solitamente faccio colazione al Caffè degli Specchi, rubando talvolta la bustina di zucchero con scritto sopra dei versi di Dino Campana, che qui prendeva cappuccio e brioche prima di essere costretto a fare la cosa che ogni scrittore si augura non gli capiti mai: provare a riscrivere un libro a memoria, dopo averlo sfortunatamente smarrito.
”Entro una grotta di porcellana
sorbendo caffè
guardavo dall’invetriata
la folla salire veloce”.

Dagli spalti del Luigi Ferraris dei giocatori senti quasi l’odore, e ti sembra di essere in un campetto di periferia dove puoi guardare chi gioca sulla fascia negli occhi. Milos Krasic rappresenta una sorta di vendetta contro il calcio moderno, colpevole di aver assassinato la maggioranza delle ali di una volta. Sarebbe un numero 7, ma indossa il 27. La sua visione personale del football è semplice: riceve palla, la stoppa e punta il difensore. Lo fa con tale naturalezza da portare il marcatore (il numero 3 di una volta) in una zona del cervello molto vicina all’esaurimento nervoso. Prima di alzare bandiera bianca e correre sul lettino dello psicanalista, solitamente il terzino sinistro si piglia almeno un cartellino giallo. Per questo, dopo la simulazione dell’ala serba a Bologna abbiamo assistito ad una serie di corsivi indignati, che curiosamente non si sono ripetuti dopo la testata di Samuel Eto’o a Cesar in Chievo-Inter. Quando fatichi a fermare un campione sul campo, provi a bloccarlo sui giornali.

Al primo pallone toccato da Milos, ho pensato che lo stratagemma fosse servito. Palla a Krasic che punta Criscito il quale, per non essere scavalcato, lo butta per terra con le braccia. L’arbitro lascia correre, e Del Neri è solo uno dei tifosi juventini che si mette a pensare: “Ecco, adesso cercheranno di farlo passare per simulatore sempre”.
Non sarà così.

Sotto gli ingiustificati Buu del pubblico genoano, Krasic prima è sembrato smarrirsi, poi ha ripetuto l’esercizio preferito. Stop e puntare. Dalla gradinata avevo la sensazione di leggere la sua idea nascosta sotto i biondi capelli. Ragionava in serbo, ripetendo a se stesso più o meno così: “adesso la stoppo, poi punto Criscito”.

L'avrebbero steso quattro o cinque volte, sarebbero arrivati i primi gialli. Poi Krasic avrebbe deciso per lo slalom, saltando come paletti tre difensori rossoblu prima di calciare verso il palo più lontano che l’avrebbe premiato spingendo la palla oltre la linea bianca. Genoa 0 Juventus 2.

Il secondo tempo non avrebbe cambiato il risultato e Krasic, uscendo dal terreno di gioco sostituito da Sissoko, mi avrebbe dato la stessa impressione di un appartenente alla folla che, oltre il vetro, saliva veloce.

mercoledì 24 novembre 2010

Tornando a casa

Ieri pomeriggio ho incontrato me stesso mentre tornavo a casa dall’oratorio. Avevo probabilmente nove anni, indossavo una maglietta a righe verticali bianche e nere, di cotone, che avevo comprato nell’emporio vicino al cortile sul lato sinistro della chiesa del mio quartiere. Si poteva scegliere fra tre colori diversi di righe alternati al nero, ma francamente non avevo avuto nessuno dubbio, e al proprietario dell’emporio avevo detto: “Ecco, voglio quella”.

Tornavo a casa dall’oratorio, e il fatto d’incontrarmi adesso nel 2010 a Milano all’inizio mi aveva sorpreso: possibile che fossi davvero io?
Non ho avuto il coraggio di salutarmi, e nemmeno di accarezzarmi con la mano i capelli come fanno certi grandi con i bambini.
Ho continuato a camminare sul marciapiede, calcolando con il piede destro i centimetri da far percorrere alla palla per raggiungerla dopo un passo senza farla scontrare contro altri passanti sul marciapiede, o prima che il cane del fruttivendolo scambiasse uno stop a seguire per un invito al triangolo.

Allora ieri pomeriggio mi sono voltato di scatto e ho seguito quel ragazzino che tornava a casa felice dopo aver giocato a pallone, di una felicità che (non ho avuto il coraggio di dirgli) sarebbe stata la forma di felicità più pura che avrebbe provato in vita sua.
L’ho raggiunto cercando di non spaventarlo e gli ho detto sai, probabilmente il sogno che hai nella testa ora non lo realizzerai, ma un giorno, il 24 novembre del 2010, riceverai una breve lettera da parte del Presidente della Juventus, che ti ringrazierà per un libro che gli hai spedito. Adesso è difficile da spiegare, ma ti verranno gli occhi lucidi, che non sai cosa vuol dire ma ti assicuro è una cosa bella associata alla possibilità che le lacrime non siano per forza sinonimo di sofferenza. Penserai che è da stupidi emozionarsi così a trentacinque anni, ma stai tranquillo, forse in quella capacità di emozionarsi si nasconde l’impresa di aver conservato qualcosa di quel ragazzino con la maglia a strisce, che aveva intuito se stesso futuro in un signore grande e un po’ strano che l’aveva rincorso lungo il marciapiede.