venerdì 8 maggio 2009

Fidarsi della pelle d'oca



I brividi della bellezza di esistere lo sorprendevano talvolta durante la settimana, ma più spesso la domenica. Da sempre favorevole al cielo azzurro e ai prati verdi (anche se aveva spesso desiderato di riaprire gli occhi dopo una breve chiusura e ritrovarsi a guardare alberi azzurri e aria verde) era nei giorni di festa che, come un novello Jacques Tati, amava appoggiare la bicicletta al cavalletto e mettersi sopra una panchina a lavorare al suo libro, o a leggere quelli (migliori) degli altri.
Certe mattine funzionava, altre no, ma proprio in quelle no, riceveva il regalo più grande, quello di chiudere gli occhi per qualche secondo, respirare con più attenzione, sentire la pelle d’oca che accompagna la parte finale del sospiro. Era la pelle d’oca di cui si fidava, la stessa che lo faceva emozionare per una canzone, una frase di un libro o il frammento di un film. Solo di una cosa si sarebbe sempre fidato, pensava, della sua pelle d’oca.