venerdì 8 ottobre 2010

Serie A: Inter-Juventus (Milos Krasic sta a Pavel Nedved come John Barth sta a Sheherazade)

“John Barth nasce il 27 maggio del 1930 a Cambridge, nel Maryland, insieme a una sorella gemella, Jill: circostanza tutt’altro che trascurabile nella carriera dello scrittore, se è vero che in più di una sua opera si fa allusione a coppie di gemelli, e che i suoi libri, a quanto sostiene, tendono per un certo periodo a susseguirsi in coppie affini…”
Inizia così la vita dello scrittore secondo il profilo bio-bibliografico che potete trovare nei libri stampati in Italia da Minimum Fax, nella collana Classics, che comprende anche Richard Yates e Bernard Malamud, ovvero due tra i miei scrittori preferiti.

Da qualche anno sono solito trascorrere le ferie estive in montagna. Tra lunghe passeggiate e gustose soste in malghe dove mi sacrifico a mangiare stupefacenti cotolette viennesi con patate al forno all’erba cipollina, o doppie uova appoggiate sopra un letto di caldo speck, trovo pure il tempo di leggere ottimi libri e tre quotidiani al giorno, uno di questi sportivo. Come ogni appassionato, apprendo di colpi di mercato imminenti o saltati, confronto le potenzialità della mia squadra con quelle delle altre e, nei momenti di regressione all’infanzia più acuti, arrivo a compilare foglietti con probabili formazioni tipo. Quando penso che sto esagerando, mi consolo ricordando che Fabrizio De André faceva lo stesso con il suo Genoa.

Milos Krasic mi veniva di metterlo sempre a centrocampo sulla sinistra con il numero 11 nelle mie formazioni, nonostante la predilezione dell’ala serba per la corsia opposta. Chiaro, seppur inconscio, il mio intento: costruire una Juve che puntasse su somiglianze estetiche decise (Krasic/Nedved) a certe forti compagini bianconere del recente passato. L’insistenza con cui Krasic pretendeva la Juve a tutti i costi tuttavia mi lasciava perplesso, specie nella fase digestiva altoatesina. Chi mi poteva assicurare che dietro questo desiderio ossessivo non si nascondessero le velleità di un buon giocatore di fronte all’occasione della vita?
Scacciavo questi turbamenti con il caffè.

Le prime giornate hanno superato le previsioni di molti sedicenti “esperti”: l’impatto di Krasic sul campionato italiano è stato di quelli che si fanno notare. Sono andato a riprendere i miei foglietti estivi e ho spostato Milos sulla destra. Ho visto il biondino sfrecciare palla al piede con difensori al seguito incapaci di raggiungerlo e mi sono detto: “Perbacco, vuoi vedere che questo è un potenziale campione e io non lo sapevo?” Ho sentito Massimo Mauro dire cose banalmente provocatorie come al solito, ad esempio che Krasic non “vedesse” la porta (appena prima che il nazionale serbo realizzasse una tripletta), e ho pensato immediatamente che la Juventus allora aveva davvero centrato un bell’acquisto.

“Non sono un esperto di letteratura o di filosofia”, dichiara in uno dei suoi saggi John Barth, “ma un semplice narratore di storie. Ovvero, un bugiardo professionista. E nel corso degli anni ho sviluppato una vera e propria ossessione per la più leggendaria di tutte le narratrici, Sheherazade, che torna come personaggio in più d’uno dei miei libri”.

Mi sono convinto che Pavel Nedved rappresenti per Milos Krasic quello che Sheherazade per John Barth. Ho pensato ad un nuovo libro dello scrittore americano, capace di raccontare meglio di me come certe somiglianze si ripetano nel tempo e perché, già che c’è, alcuni volti risultino famigliari già dalla prima volta, e certe piacevoli intese con sconosciuti scattino senza difficoltà dopo pochi minuti trascorsi a parlare.

Siamo arrivati così a Inter-Juventus. Una partita non bella, anche se ne ho viste di peggio, dove la cosa migliore è stato il comportamento dei giocatori, combattivo ma senza isterismi. Qualche maligno ha fatto notare come le contemporanee assenze di Mourinho, Materazzi e Massimo Moratti abbiano contribuito al ritorno ad una normale rivalità sportiva tra bianconeri e nerazzurri. Ma non avremo mai la controprova. Di certo c’è che l’Inter di quest’anno ha un nuovo allenatore, simpatico e dotato di maggiore sportività del portoghese, ma meno bravo (per ora) di Mourinho nello stimolare una squadra sulla carta più forte dell’avversario.
Il pallone che rotola però di carta e foglietti estivi se ne frega, quindi Inter-Juventus è terminata 0-0.

In panchina Rafa Benitez si è grattato la testa, pensando che un Kuyt gli avrebbe fatto comodo, considerando il Milito che gli è capitato. Gigi Del Neri, beccato più di una volta dalle telecamere sbirciare il libro di John Barth che nscondeva nella tasca della giacca, ha poi precisato in sala stampa che, se ognuno deve “stare” per forza a qualcos’altro, se Krasic si è messo in testa l’idea di essere il sequel di Pavel Nedved, allora a lui, da buon friulano, non dispiacerebbe raggiungere i risultati della Juve di Fabio Capello.

domenica 3 ottobre 2010

Mia moglie e Roger Federer come esperienza religiosa


I vantaggi di avere una moglie che lavora in libreria sono molteplici. Se si ama leggere, ovviamente. Se si preferisce invece che so, collezionare statuine del presepio, consiglio vivamente di chiedere la mano della proprietaria di un negozio storico del centro di Milano, famoso per la varietà di presepi, e anche per il fatto di avere sul pavimento una botola dalla quale, nel dicembre scorso, è sbucata una signora anziana che mi ha fatto quasi spaventare, sorgendo ai miei piedi, e poi alle mie ginocchia, ma qui lo spavento è rientrato, perché ho capito di cosa si trattava.
Tornando a noi, mia moglie lavora in libreria, e ogni fine settimana mi consiglia libri che potrebbero fare al caso mio. Spesso allontano queste sue indicazioni con educato diniego: “Grazie, interessante, ma sai sono già pieno di libri da leggere...”
Capita poi che, anche mesi dopo, io le dica entusiasta il titolo del bel libro che sto leggendo e lei sbuffi: “Ma certo, te ne avevo parlato!”
Secondo me però non è sempre vero.
L’altro giorno mia moglie mi ha regalato “Roger Federer come esperienza religiosa” di David Foster Wallace. E’ furba mia moglie, sa quanto amo gli scrittori che parlano di sport. Mia moglie sa anche quanto mi piacerebbe scrivere di sport su un quotidiano, ma è pure a conoscenza del fatto che non conosciamo nessuno in grado di raccomandarmi e che, per sfortuna, nessuno di noi due è figlio di un giornalista. Questo faciliterebbe molto il mio esordio sulla carta stampata. Basta sfogliare i giornali per scovare cognomi che si ripetono, dinastie di penna che talvolta cambiano testata per dare meno nell’occhio. Come figlio di materassaio avrei potuto essere un bravo materassaio, anche se non è detto perché ci vuole talento, e ogni tanto rimpiango di non aver continuato il lavoro paterno, ma giornalista no. Adesso che ho iniziato a fare qualche presentazione per il mio libro, dalla prossima diciamo, penso che chiederò ogni volta se c’è qualcuno tra gli spettatori in grado di raccomandarmi. Funziona così, ma insomma anche se morirò senza scrivere su un quotidiano me ne farò una ragione.
Gli scrittori che parlano di sport, dicevo. Nel 2006, il New York Times invia in Inghilterra un corrispondente d'eccezione, David Foster Wallace. Ne viene fuori questo saggio narrativo pubblicato in Italia da Casagrande, raffinato editore di Bellinzona, quindi svizzero come Roger Federer.
E’ un libricino maestoso, che parla della bellezza religiosa di un campione straordinario e del tennis, ma è come se parlasse del rapporto casuale o studiato che intercorre tra gli uomini e qualcos’altro, magari una divinità.
Trascrivo un brano dai, così si capisce che non dico bugie.
“L’obiettivo dei giochi di competizione non è la produzione di bellezza, ma qualsiasi sport praticato ad alto livello diventa una sede privilegiata per l’espressione della bellezza umana. Il rapporto è più o meno lo stesso che intercorre tra coraggio e guerra.
La bellezza umana di cui stiamo parlando è un tipo particolare di bellezza; potremmo definirla bellezza cinetica. L’attrazione e il fascino che esercita sono universali. Non ha niente a che vedere con il sesso e con le norme culturali. Semmai, sembra essere strettamente legata alla possibilità per un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo.
Ovvio, negli sport maschili nessuno parla mai della bellezza, della grazia, o del corpo.
Gli uomini possono professare il loro amore per uno sport, ma questo amore deve essere espresso e rappresentato nella simbologia della guerra: eliminazione e avanzamento, gerarchie di rango e posizione, statistiche maniacali, analisi tecniche, fervore tribale e/o nazionalistico, uniformi, frastuono collettivo, bandiere, petti percossi, facce dipinte, ecc. Per ragioni che non sono totalmente chiare, molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore.”

(David Foster Wallace)
Per concludere, un “Momento Federer”.

martedì 28 settembre 2010

Serie A: Milan-Genoa (La mia ragazza Ibra)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)

Ci sono fidanzate che in estate partono per il mare e non puoi star tranquillo. Vanno con le amiche, o con la famiglia, ma questo poco importa. Il fatto è che loro vanno al mare mentre tu resti a casa perché le ferie le hai già finite, e devi lavorare. Passano i giorni e le telefonate si fanno più rade. Cominci a pensare male. Ti arrivano messaggi del tipo: “Pomeriggio in spiaggia: bagni, giochi e rilassamento”. Passi per i tuffi, ma su giochi e rilassamento cominci a fare brutti pensieri, cercando di allontanare l’atroce minaccia che i giochi in questione possano essere erotici, e il rilassamento sia rappresentato invece dal classico relax post-coitale.
Avevo questo amico juventino che si sfregava le mani emozionato osservando le prodezze di Zlatan Ibrahimovic, nato a Malmoe nel 1981. Lo ricordo, con la luce dell’appassionato di calcio negli occhi, confidarmi: “Siamo nel 2005, ha 24 anni. Per 7/8 anni col centravanti siamo a posto”. Povero ingenuo questo mio amico. Non immaginava la leggerezza di certe ragazze molto belle, e l’imprevedibilità del caso e d’indagini telefoniche svolte in una sola direzione, date in pasto al popolino ripieno di informazioni lette sui giornali gratuiti in metropolitana, o su certi quotidiani a pagamento capaci di anticipare le sentenze dei Giudici secondo il volere dell’azionista di maggioranza. Juve in B allora e la ragazza Ibra del mio amico all’Inter, quando al momento di prenotare le vacanze estive nessuno avrebbe potuto immaginarlo.
All’inizio di ogni campionato, le piccole e medie squadre tengono il passo delle grandi. Passano le giornate e la parte ingenua che alberga dentro qualcuno di noi per un attimo comincia a crederci: dai che quest’anno lo scudetto lo vince il Chievo, il Bari, il Brescia. Poi, inesorabilmente, la differenza con le grandi squadre salta fuori.
Sabato sera in Milan-Genoa ad esempio è andata così. Un primo tempo equilibrato, con virtuale vittoria ai punti della squadra di Gasperini. Al quarto della ripresa però è accaduto l’inevitabile: Pirlo ha considerato opportuno ripetere il lancio che, anni prima, quando indossava la maglia del Brescia, aveva effettuato per Roberto Baggio. Era il novantesimo, e il fuoriclasse di Caldogno aveva pensato di fare due cose in una sola, stoppando il pallone che spioveva dall’alto dei cieli di Pirlo scartando nello stesso tempo Van der Sar, prima di depositare il pallone in rete. Juventus-Brescia 1-1.
Ma torniamo a S. Siro al quarto minuto del secondo tempo: lancio centrale del regista del Milan, due difensori non bastano per un solo Ibrahimovic che allunga il piede numero 47 per anticiparli e infilare con un pallonetto la porta alle spalle di Eduardo, portiere rossoblu incerto a metà strada tra linea bianca e attaccante avversario.
Da questo momento il bel Genoa della prima frazione di gioco è scomparso. Criscito, Ranocchia e Toni si sono guardati più volte negli occhi come a dirsi: “siamo una bella squadra e faremo un bel campionato. Ma anche oggi abbiamo visto un film che purtroppo ben conosciamo. Parla di noi, e di altre squadre come noi, eterne medie compagini impossibilitate a trasformarsi in Milan, Juventus e Inter.”
Robinho e Seedorf hanno accompagnato la più bella ragazza in campo cingendole i fianchi, aiutandola a prendere tempo. Il primo con accelerazioni e spettacolari colpi di tacco, il secondo con il consueto trotterellare e proteggere palla. La bella ragazza svedese, dal canto suo, ha tenuto lontano certi corteggiatori genovesi che, a volte a gruppi di tre, volevano appropriarsi di ciò che la bella aveva di più prezioso: la sua palla.
È così arrivata la fine della partita, e guardando il volto stanco di Ibra mi è tornata in mente una mia lontana ex-fidanzata, giovane e bella, dispersa tra mare e sabbia, con il telefonino che non prendeva, mai.

venerdì 24 settembre 2010

Serie A: Brescia-Roma (Magrelli al posto di Mexes)

Il poeta Valerio Magrelli non potrà mai perdonare al padre di avergli fatto indossare una tenuta della A. S. Roma Calcio solo per fotografarlo, in riva al mare, a sette anni, nel primo pomeriggio di una domenica invernale degli anni sessanta. L’immagine più triste, sciagure a parte, che l’autore di Addio al calcio conserva nella sua memoria.
“Cosa ci fa infatti un bambino solo, e in perfetta tenuta sportiva, sulla spiaggia a gennaio?”

Magrelli ha deciso di ritirarsi dal calcio giocato a quarant’anni, al termine di una partita contro ragazzi più giovani. Addirittura dopo un’azione pregevole che l’aveva visto tagliare la difesa come il burro, saltare i terzini come in sogno. Già, ma perché tutti si scansavano, anzi, lo evitavano. Una gentilezza squisita, sottolinea il poeta, ma piuttosto umiliante. Come la richiesta di un compagno al momento di battere una punizione:
“Coraggio, tiri lei…”
Del Lei, in un campo da calcio!
Quella fu l’ultima partita di Valerio Magrelli.

Conoscevo bene i motivi intimi dell’irrevocabile decisione di Valerio, per questo mi sono stupito quando Claudio Ranieri l’ha fatto entrare sul terreno di gioco del “Rigamonti”, per giunta senza riscaldamento, pochi secondi dopo l’espulsione di Mexes.
Il difensore francese stava ancora terminando la sua scenata isterica, degna di una moglie tradita, quando l’allenatore del Testaccio, anglo-romano esemplare nel suo tentativo di apparire calmo circondato dalla consueta caciara nervo-giallorossa, ha guardato il fondo buio della panchina per ordinare all’ultima delle riserve, peraltro assorta nella lettura di Paul Valéry:
“Valerio, tocca a te!”

Sotto il cartellino rosso, Mexes avrebbe voluto mangiarsi l’arbitro. Vene tatuate del collo in rilievo, rossore diffuso a fare da contrasto alla chioma bionda, Philippe ha poi virato verso il guardalinee che ingenuamente si era avvicinato all’area di rigore. Attimi di testa a testa con il pallido e magro sbandieratore, poi via, cinque-sei compagni che cercano di trattenere il difensore francese, farlo rientrare di testa, ma niente. Pippo allora corre verso il tunnel, e appena varcata la linea laterale sferra un calcione alla base gommata di una postazione Sky, rischiando di far venire un infarto all’operatore di telecamera, o di farlo ribaltare.

Sotto di due gol dopo il rigore realizzato da Caracciolo, Magrelli ha fatto quello che ha potuto, dando ordine ad una squadra volenterosa, ma confusa. Il Brescia, magistralmente schierato da Beppe Iachini con dieci uomini sempre dietro la linea della palla durante la fase difensiva (da lodare il sacrificio in copertura dei talentuosi Diamanti ed Eder) ha sofferto nei minuti finali per contenere gli assalti di una Roma riportata in vita dal gol di Borriello, l’ultimo ad alzare bandiera bianca dei suoi.

Perparim Hetemaj, giovane centrocampista finlandese di origine kosovare, autore del primo gol in serie A e tra i migliori in campo, ha stretto la mano al poeta romanista sconfitto, ma non umiliato.
Magrelli è stato l’ultimo ad abbandonare il terreno di gioco.
Scendendo le scale che portano agli spogliatoi, si è ricordato della pagina che, nel suo ultimo libro, ha dedicato a questi luoghi comuni di esaltazione e abbattimento, silenzio e vapori. Gli spogliatoi, nel calcio e nello sport in genere, gli fanno pensare ai gabbiani in poesia: non se ne può più, e se ne vorrebbe ancora.

martedì 21 settembre 2010

Si esce vivi dagli anni ottanta

Manchi da una città per qualche anno e le case cambiano, talvolta spariscono. Alcune sostituite da mura più giovani, altre sbriciolate, e basta. Le persone purtroppo tendono a fare altrettanto. Dove non arriva la memoria individuale talvolta giunge quella collettiva. Forse ha pensato anche a questo Claudio Franchi (che curiosamente abita nella stessa via dove vivevano mio padre e mio zio, da bambini). Così si è inventato SANFABLOG, un luogo che sta dentro il computer, e parla di un quartiere, quello di S. Faustino a Brescia, e della sua gente, i carmelitani. Un’idea semplice e affascinante che mi fa venire in mente Rai Storia, il mio canale preferito. La Storia siamo noi, padri e figli. Testimonianze e fotografie da un quartiere speciale, al quale voglio molto bene, perché una parte di me viene certamente da lì.

venerdì 17 settembre 2010

Mio padre era bellissimo alla Festa Democratica

Domenica 19 settembre alla Festa Democratica di Milano (M1 Lampugnano, Libreria Coop, ore 18.30) Annarita Briganti, giornalista di Repubblica Milano, presenterà "Mio padre era bellissimo". Probabilmente e contro la mia più intima volontà, ci sarò anche io, forse appena stordito dal primo pomeriggio trascorso a guardare la partita della Juve, sfogliando per disperazione il nuovo libro di Magrelli, senza scordarmi di finire il Duddy Kravitz di Richler. Se volete venire poi magari vi divertite anche, in ogni caso dopo c'è il comizio di Pierluigi Bersani.

lunedì 13 settembre 2010

Serie A: Juventus-Sampdoria (Se Bukowski gioca nel Doria)

Mi ricorderò a lungo di certe olive verdi e sublimi mangiate sulla spiaggia di Antibes di fronte a un mare e a un cielo che avevano lo stesso colore. Era l’ultimo giorno di ferie, e poi sono tornato in Italia in automobile, fermandomi un attimo a lato della strada panoramica per fare la pipì sopra Montecarlo. Mi scappava proprio, e pensavo ai residenti del Principato con un poco d’invidia: “Beati questi qua, che non pagano le tasse”. Pagare le tasse non è bellissimo.

Proseguendo verso la Liguria lungo la bella strada dove purtroppo perì Grace Kelly, raro esempio di grazia espresso attraverso un essere umano, ho guidato con attenzione per evitare di seguire le medesime traiettorie della principessa. A Genova ho fatto un’altra sosta, e come ogni volta mi sono messo a camminare nella città della Lanterna ponendomi la solita domanda alla quale non so rispondere: Genoa o Sampdoria? Sì insomma, se fossi nato a Zena, il caso mi avrebbe fatto battere il cuore per il Grifone o per il Marinaio con la pipa? Niente, nessuna scelta convinta nemmeno stavolta.

Nel pomeriggio Juventus-Sampdoria hanno messo in scena una bella partita, per chi apprezza certi match gonfi di errori ma almeno spettacolari. Antonio Cassano, butterato come Charles Bukowski, ha regalato stop, passaggi illuminanti e un gol da fuoriclasse. Il più grande talento italiano degli ultimi anni dopo Del Piero e Totti, ha sottolineato Franco Causio in telecronaca, e dopo un briciolo di dubbio ho pensato che avesse proprio ragione. Ma l’unicità di Cassano va oltre la sua tecnica, risiede nella rude poesia di certi suoi atteggiamenti. Come Charlses Bukowski, quando per dieci minuti scompare dal campo, ti puoi immaginare Antonio mentre fa ridere con una battuta l’allenatore avversario, mentre fuma una sigaretta o beve un bicchierino vicino alla panchina, al limite mentre ci prova con una graziosa ragazza spettatrice. Tanto poi torna a trotterellare sul campo, e gli basta un passaggio geniale per aprire uno squarcio nelle difese avversarie, alla faccia di ogni schema previsto per arginarlo.

Lo scoramento dei tifosi juventini è stato parzialmente mitigato dal buon secondo tempo offensivo dell’undici bianconero, ma subire tre gol in casa rischiandone altrettanti non può far dormire sonni tranquilli a Gigi Del Neri. A metà della ripresa però, la corsa irresistibile palla al piede per 40 metri di un biondino con il numero 27 ha accesso una fiamma nell’anima degli amanti della Vecchia Signora. Due assist, una clamorosa occasione sprecata davanti a Curci ma al termine della suddetta esaltante cavalcata. Milos Krasic, forse, non assomiglia a Pavel Nedved solo per via dei capelli.

domenica 5 settembre 2010

Energia di digestione


Non mi era mai capitato di mordere un libro, eppure ne ho letti tanti. Ma questa volta, ad un certo punto, direi a pag. 39, mi è venuto proprio di dare un bel morso in alto a destra, così che anche nel retro copertina adesso ci sono due puntini nel cartoncino rosso. Sono dei miei denti, ne sono sicuro.
Ho annusato libri, mi sono spinto in diverse occasioni con gli occhi fino attaccato alle parole dentro, così, perché mi andava. Ma prenderli a morsi è la prima volta, e non mi frega che il libro di Silvia l’ho comprato in libreria in Duomo e ci ho messo pure dieci minuti per trovarlo, perché quando finisco di lavorare alle 14, passo il badge e prima di correre a casa a pranzare qualche volta ho bisogno di regalarmi un libro, lo cerco seguendo l’alfabeto ma pretendo di fare tutto veloce perché ho fame e allora arrivo alla C e Colangeli non c’è. Strano, dovrebbe esserci, ho visto la giacenza nel computer. Provo a guardare lo scaffale “Editori che passione” dove di solito mettono certi libri un po’ diversi dal solito, ma niente. Torno alla C e Colangeli infatti c’è, era lì anche prima, ormai non mi viene più neanche il nervoso, pazienza.
Mordo il libro di Silvia e me ne frego dei germi, o dei miei consueti metodi da scemo per non sporcarmi toccando le cose che mi fanno schifo: i sudici sostegni della metropolitana, le maniglie dei bagni pubblici che di solito chiudo con le mani, dopo essermele lavate, con le dita però protette da uno dei pezzi di carta per asciugare. Vittorio Gassman utilizzava solo i gomiti per entrare ed uscire da un bagno pubblico, io no perché poi penso che devo lavare subito il maglione, o la camicia.
Ma “Energia di digestione”, l’ho proprio morso. Poi ho finito di leggerlo: un libro davvero bello, ho scritto a M.M. Anzi no, stupendo. Se può dirlo a Silvia quando la sente, poi glielo dirò anche di persona, il diciannove settembre.

venerdì 3 settembre 2010

Solo uno che giocava in difesa

Da bambino era uno che giocava in difesa, quindi quasi mai, all’oratorio, veniva scelto come primo quando si trattava di decidere chi voler essere durante la consueta partita pomeridiana.
“Io sono Platini!”
“Io Boniek!”
“Ma noo, volevo farlo io! Allora io Paolo Rossi!”
“Io Tardelli!”
“Io Cabrini!” (che era il più bello).

Da bambini si vede solo una dimensione delle cose, quella più appariscente, e talvolta gli eccessi sono più affascinanti di un’apparente, noiosa normalità. Gaetano Scirea diventava uno di noi sul campo dell’oratorio solo quando finivano gli attaccanti e i centrocampisti da interpretare. Scegliere Scirea inoltre voleva dire starsene in difesa, a protezione di Dino Zoff, anche se su questo punto perfino a nove anni capivamo che c’era qualcosa che non andava nel ragionamento più scontato.
“Perché pur essendo un difensore il numero 6 della Juventus segnava così spesso? Perché non si beccava mai un cartellino rosso?”

Chi faceva Scirea allora, era difensore, ma poteva sganciarsi in avanti, palla al piede, e tentare pure la via del gol. Se i compagni di squadra protestavano per l’abbandono della retroguardia, si poteva rispondere prontamente:
“Sono Scirea, posso”.

Immaginatevi una domenica degli anni ottanta. L’albergo era distante nemmeno duecento metri da casa mia. Lì dentro c’era la Juve, l’avevano capito tutti nel quartiere perché Bettega, la sera prima, si era intrufolato nella chiesa durante la messa delle diciotto. Tra i credenti si era alzato un sottile brusìo.
“Ma quello lì non è Bettega?”
“Ma certo, è Bettega! Domani c’è la Juve, è proprio lui”.
Gesù per un attimo aveva perso consensi, in chiesa c’era Roberto Bettega.

Immaginatevi una domenica mattina, la folla fuori dall’albergo, dopo un po’ ma che stiamo a farci, tanto non uscirà mai nessuno. Ma no, forse qualcuno sì. Dai, aspettiamo ancora dieci minuti.

Gaetano Scirea che firma autografi una domenica mattina degli anni ottanta. Un uomo timido, gentile, che pare serio, ma poi sorride appena e ci conquista tutti con uno sguardo. Come faccio a spiegarlo a un bambino di oggi. A descrivere un’eleganza sul campo fuori dal comune, una correttezza combattiva da campione del mondo. Mi viene in mente solo una cattiveria, che non vorrei dire, ma mi scappa. Ecco bambini, immaginatevi Marco Materazzi. Fatto? Ok, adesso pensate all’esatto contrario.

martedì 31 agosto 2010

Serie A: Bari-Juventus (I pavoni della O'Connor e i piccioni di Del Neri)

La mia scrittrice preferita ama più di ogni altra cosa i pavoni. Perché fanno la ruota con la tranquillità con cui altri potrebbero accendere una sigaretta. Perché improvvisamente, senza preavviso, aprono la coda e la fanno vibrare. E a quel punto, anche se è la milionesima volta che lo si vede, questo spettacolo colpisce gli occhi di chiunque. Dove c’è un pavone c’è una mappa dell’universo.
Pensando alla O’Connor, e alla misteriosa bellezza dei pavoni, domenica pomeriggio mi è capitato di guardare Bari-Juventus, sperando che la Grazia, sempre protagonista dei racconti di Flannery, si manifestasse in una giocata di uno dei ventidue giocatori in campo. Forse attendevano la stessa cosa gli spettatori in festa sugli spalti, felici per l’inizio di un nuovo campionato, e pure qualche calciatore, inquadrato per la prima volta anche dentro gli spogliatoi prima di scendere sul terreno di gioco.
Marchisio diceva a un compagno di aver fatto un movimento che qualcuno (forse Del Neri) aveva insinuato lui non avesse compiuto o capito, in un allenamento oppure in una partita precedente, Lanzafame ascoltava nelle cuffie chissà quale musica pettinato come Bob De Niro in “Taxi Driver”, Almiron curava i suoi muscoli sdraiato sopra un tappetino con le gambe verso l’alto, mentre gli altri ragazzi di Ventura guardavano una lavagna dove c’era scritto: “Se vogliamo, possiamo”.
Il pavone più bello purtroppo per gli juventini è stato Massimo Donati, che ha messo in mostra le sue piume bianche e rosse con una giravolta che ha sorpreso proprio Marchisio, prima di infilare la palla nel sette con un gran tiro allo scadere del primo tempo. I bianconeri, già bruttini fino a quel momento, sono diventati mostruosi durante la ripresa, messi alla frusta da un Bari più organizzato e meno pauroso. Del Neri in panchina ha continuato a mangiarsi le unghie, poi si è alzato per dare indicazioni con gli indici delle mani, muovendoli prima avanti e indietro, poi in diagonale. Motta, De Ceglie e Pepe l’hanno guardato stupefatti.
Più che pavoni i giocatori della Juventus mi sono sembrati dei piccioni, tragicamente impegnati in un sforzo superiore alle loro possibilità. Nello sguardo di Marotta in tribuna invece, ho riconosciuto certe espressioni di Renato Pozzetto ne “Il ragazzo di campagna” con la Sampdoria a recitare il ruolo della campagna, e la Juventus quello della città.

domenica 29 agosto 2010

Quattro amici em bycicleta


Su QuasiRete, il blog della Gazzetta dello Sport sui libri e la cultura dello sport, rispondo a sette domande fondamentali riguardanti il prossimo campionato di Serie A. Sono in ottima compagnia, fanno altrettanto Antonio Gurrado, Jvan Sica, Wanda Wilcox, Carlo Martinelli, Frank Parigi, Fabio Benaglia, Gianni Bertoli e un ospite a sorpresa.

mercoledì 25 agosto 2010

Un'estate tra Martin Eden e Marco Pantani


Martin Eden non ha fatto in tempo a vedere Marco Pantani, e Marco Pantani non credo abbia letto Martin Eden.

Questa estate però li ho confusi spesso, per la leggera somiglianza dei nomi Marco e Martin, perché le avventure sublimi e disperate del protagonista del romanzo di Jack London mi hanno ricordato certi attacchi violenti e improvvisi del Pirata o Pantadattilo, come amava chiamarlo Gianni Mura nei suoi articoli, raccolti ne "La fiamma rossa", l'altro splendido libro che mi ha accompagnato quest'estate.

Ascendevo anch'io (un po' Martin, un po' Marco) verso la cima del monte di turno, aspettando lo stesso vento che soffiava sul Petrarca, ricordando l'inarrivabile bellezza di quell'invenzione alpinistica sul Mont Ventoux. Immaginavo il Poeta andare alla ricerca (come Eden) di un editore per la sua lettera "L'ascesa al Monte Ventoso" e scontrarsi sistematicamente con i rifiuti di chi trovava la sua opera inadatta al mercato ("Petrarca, lei lo sai meglio di me che il genere epistolare non tira").

Lasciavo i miei compagni di scalata ma senza togliermi cappellino, bandana e orecchino. Guadagnavo metri, girandomi a controllare se Ullrich o Riis ne avessero ancora. Ma no, non ne avevano più.
Poi mi accorgevo di non essere Pantani, e nemmeno Martin Eden.

Pensavo al peso di certe vittorie, sportive ed editoriali. Che i sette Tour vinti da Armstrong non valessero la metà di quello vinto da Marco Pantani. Questione di modi, di passione, di pazzia.
Che un libro come quello di Jack London, per chi sogna di fare lo scrittore, vale più di qualche corso di scrittura, e manuali di creatività.

lunedì 16 agosto 2010

Leggere Il Foglio a Obereggen, e i froci di Langone che non ascolta i Beatles

A Obereggen a Ferragosto ci sono dieci gradi, tutti usano i cuscini alti e al mattino fa male il collo. L'unica edicola è grande e ben fornita, ma una sola copia del Foglio. Il primo giorno, alle 9, non ci sono stati problemi. Il secondo, alle 10, non c'era già più. Prendo altri due quotidiani e chiedo alla proprietaria. Qui si parla un dialetto simile al tedesco, e poi l'italiano.
"Avete per caso Il Foglio?"
"Mi spiace, no. Preso uno, non so come si dice, più sveglio di lei".
Accuso il colpo, piove a dirotto.

Il Foglio è al momento il mio quotidiano preferito, nonostante il sostegno incondizionato a Silvio, ma ogni giornale ha la sua linea editoriale, figlia di chi caccia fuori il grano per farlo uscire in edicola. Sarà per via del formato, dell'odore della carta, della leggerezza delle sue poche ma scritte pagine, quasi senza pubblicità a differenza di Repubblica, altro quotidiano che leggo nonostante i suoi consueti articoli di politica, zeppi di isterismi contro Berlusconi e di grotteschi post-it a senso unico. Ma ci scrive Gianni Mura, e almeno lo sport posso guardarlo attraverso le sue frasi.

Il Foglio nell'imperdibile edizione del sabato, e anche in quella del lunedì, con una selezione dei migliori pezzi che tutta la stampa italiana ha prodotto durante la settimana.

Sul numero del 13 agosto però, uno dei più bravi foglianti, Camillo Langone, nella sua Preghiera si lamenta dell'impossibilità di raggiungere/vedere il mare. Per via dei troppi metri cubi di cemento (ma quale parte politica di solito non si oppone all'edificazione selvaggia, vedi Sardegna?), dei troppi italiani scoreggioni (splendida definizione) che amano l'assembramento anche in vacanza sulla spiaggia. Per via degli stranieri venditori di ciarpame, degli schermi televisivi appesi agli ombrelloni (ma quale politico italiano ha contribuito in maniera decisa a trasformare l'Italia in una Repubblica televisiva?). Ma soprattutto di due froci che si baciano sul lungomare. Gli danno proprio fastidio questi due froci a Camillo. Posso immaginare che anche ai due froci però non faccia piacere avere alle spalle Langone che li spia, chissà per quale ragione. Penso a un altro lungomare, quello di Ostia, dove Pasolini fu ucciso a legnate al grido di FROCIO DI MERDA. Mi chiedo se chi non sopporta la visione di un bacio gay si sarebbe unito rabbiosamente al coro razzista o avrebbe magari difeso uno dei più grandi poeti del dopoguerra, per caso omosessuale.
Il giorno dopo Langone se la piglia con Yoko Ono, vedova arpia, e con quel citrullo del marito, John Lennon. Non capisce perchè qualcuno s'interessi ai Beatles, quando esistono gli Stones (stantia rivalità), gli Interpol (che hanno fatto forse 1 bel cd) e i Groove Armada, addirittura. Mah, i gusti.

Non mi resta che sperare, visto che al mare in agosto non ci vado e non posso così intralciare con la mia presenza la sua visione delle onde, di incontrare il bravo Langone durante una passeggiata montana. In Alto Adige gli italiani sono meno che al mare, e si comportano in modo meno deprecabile.
T'incontro e saluto lungo il sentiero Camillo, magari davani alla Cappella Kirchlein am Kob-Hof a Eggen, che racchiude nel suo semplice splendore una Madonna negra con bambino negro. Mi fermo e dico una Preghiera: cara Madonna negra, dona pace agli uomini, alle donne e ai gay, a chi vota Obama o Sarah Palin, Bersani o Berlusconi. Amen.

sabato 7 agosto 2010

Un'intervista al più grande scrittore italiano vivente

Pubblico un’intervista ad Aldo Busi a cura di Luca Telese, apparsa sul Fatto Quotidiano il 4 agosto 2010, e il giorno dopo su Altriabusi, sito che si prefigge di divulgare l'opera letteraria di Aldo Busi.
Busi: "Il Pd ha afflosciato la sinistra"
Secondo lo scrittore, Fini è meglio di Bersani. E il potere di Berlusconi è impotente
“La sinistra ormai sembra senza futuro. Mi rendo conto che potrebbe stupire qualcuno, ma l’unica speranza di chi vorrebbe in Italia qualche diritto e un sistema di regole di respiro europeo ha il nome di Gianfranco Fini”. Premessa. Sentendolo parlare di politica alla Zanzara, su Radio 24, ieri, ero rimasto folgorato. Infatti Aldo Busi, “il più grande scrittore italiano vivente” (autodefinizione storica che ormai nessuno può rifiutarsi di sottoscrivere) è convinto che la svolta del leader di An sia credibile anche per un progressista libertario come lui. Ed è convinto anche che l’unica possibile chiave di interpretazioni delle leadership politiche risieda nel retroterra erotico della politica.

Busi, lo ammetta. Sentirla parlare male del Pd e bene di Fini è una cosa che non può non stupire…
Sa, il trauma risale al giorno delle elezioni. Ero pronto ad andare a votare Pd, quando sento questa terrificante dichiarazione di Bersani: ‘Sono contrario al matrimonio fra omosessuali’.

E la cosa l’ha sorpresa?
Oh sì. In primo luogo perché era inutile, non glielo chiedeva nessuno. Poi perché non aveva senso dirlo: nemmeno La Russa direbbe una cosa così e infatti non l’ha mai detta. Sono affermazioni talmente stupide che si giustificano solo con il bisogno di ossequiare le gerarchie ecclesiastiche.

Pensa davvero che fosse quello l’obiettivo?
Ma certo. Dentro di me ho pensato: ma che cazzo vai a dire! Non ho più votato.

Però, ad essere rigorosi, anche Fini disse delle famosissime frasi contro i maestri omosessuali…
Frasi orribili. Però in un altro secolo. Non le scuso e non le dimentico. Ma non intendo nemmeno inchiodare Fini al suo passato.

No?
Ma no! A me oggi interessa il presente e, se possibile, il futuro. E sa cosa le dico? Che conta il percorso di Fini negli ultimi anni: il viaggio in Israele, la rottura sulle legge razziali, le posizioni avanzate sulla bioetica e sui diritti civili che mi fanno intravedere la possibilità di una destra moderna e finalmente europea.

Insomma, Fini la convince.
Pensi: non pretende di pontificare sulla religione, sulla vita di Eluana Englaro, vuoi per calcolo o vuoi per astuzia, ha fatto un percorso inverso a quello dei dirigenti democratici. E poi…

Cosa ancora?
È stato l’unico dentro il Pdl a dare bacchettate al Vaticano ricordandogli che non deve intromettersi nelle vicende dello Stato italiano. Parole sacrosante.

Lei sostiene che potrebbe addirittura votarlo.
E perché no? Se Fini avrà un anno di tempo potrà addirittura raggiungere il 12%.

Torniamo alla sinistra. Lei un anno fa disse: la destra è femmina, la sinistra è maschile. Ovvero: piena di dubbi, ossessionata come il maschio dalla paura di non essere abbastanza virile.
È così vero che le lancio questa provocazione. Io ho un problema: i leader della sinistra non riesco a immaginarmeli mentre fanno sesso. Prodi, Veltroni, Franceschini, sembrano sempre asessuati, flosci, più vecchi della loro età, non seduttivi.

Addirittura…
Mi perdoni la brutalità, ma lei riesce a immaginarsi Veltroni che monta una donna? Io no. Fanno figli, certo, solo per adattarsi alla domanda di presentabilità sociale che chiede ad un politico di esibire uno straccio di famiglia.

Eppure lei non ha cambiato le sue idee.
Io sono e resto profondamente, intimamente di sinistra. Ma sono deluso da questa sinistra senza carisma, passione.

Non le piace neanche Vendola, è così?
Sono rimasto deluso da una sua dichiarazione: quella secondo cui sarebbe un omosessuale morigerato. È come una sorta di excusatio non petita. Cosa vuol dire? Che gli altri omosessuali sono non-morigerati? O che lui ha un partner fisso e gli altri no? Forse è condizionato dal suo dichiararsi continuamente cattolico. Salvo il rapporto con i minori e il ricorso alle prostitute, la sessualità è un fatto squisitamente personale.

Anche Fini si presenta come cattolico.
Sì, ma con un tono di modernità per cui questo aspetto non è dirimente. Piace infatti alla piccola borghesia del Nord, agli imprenditori che hanno bisogno di legalità e di regole di mercato. E invece finché ci sarà il berlusconismo è chiaro che per qualsiasi appalto ti devi rivolgere all’amico dell’amico.

Lei dice che non le interessa la sessualità privata dei politici, però su quella di Berlusconi ha detto parole di fuoco.
Ho detto che escludevo l’abuso sui minori, contro cui combatto una battaglia trentennale, e l’uso delle prostitute. Proprio ieri, rileggendo i verbali della escort Terry De Nicolò a Palazzo Grazioli, ho trovato un’altra traccia di questo, nella storia di Berlusconi.

Provo a provocarla: un libertario come lei censura una scelta privata?
Perché la leggo come un indizio terrificante di decadenza. E perché vedo in questo tentativo di ridicola esibizione erotica, la speranza di usare la leva consunta del sesso, per rafforzare quella traballante del potere. Siamo dalle parti di Morte a Venezia e di Thomas Mann…

Addirittura.
Ma scusi, un uomo di 73 anni ancora schiavo dell’illusione del virilismo! Siamo nel ridicolo e nel grottesco.

Una invettiva.
Mi fa pena, mi fa tristezza. Vede, io sono un uomo ancora bello, ma anziano… È una cosa che intenerisce e deprime che un vecchio ceda alla tentazione senile dell’efebo e della giovinetta.

Nel caso di Berlusconi si parla di giovinette, non di efebi.
È lo stesso! Anzi, è peggio. Questa non è una visione della femminilità. È la sublimazione del decadimento nella speranza di una giovane vita. Quelle sono donne che si fingono donne per mestiere.

Eravamo partiti dalla politica siamo finiti al sesso.
È inevitabile. Perché in tempi di decadimento morale e intellettuale il sesso resta l’unico sostrato possibile della politica. L’unica chiave che aiuta a capire qualcosa.

E cosa si capisce?
Che il potere, soprattutto il potere di Berlusconi, esibisce virilità per nascondere debolezza. È un potere impotente.

Sono incantato, prosegua.
È una perversione che conosco, il cannibalismo del sesso. Più mangi e più hai fame. Ma quelle donne cannibalizzate dal Cavaliere non sono donne, sono fantasmi. Vede, se io penso a una donna con cui potrei fare sesso mi immagino una farmacista, una panettiera, la vita… Non puttane che per soldi si fingono donne e si vestono da catechiste pervertite.

Lei ha dato dell’impotente al premier.
Non è un’ingiuria. Lo sono pure io. Il sesso come esercizio ginnico ormai mi annoia. L’erotismo è il fallimento della sessualità. E l’erotismo delle damine bianche di Berlusconi è un erotismo per vecchi satiri di bocciofila.

martedì 3 agosto 2010

Passi falsi, gratis

A partire da oggi è possibile scaricare gratuitamente il mio racconto “Passi falsi” dal sito Manni Editori. Io non lo rileggerò neanche morto perché, ne sono certo, troverei qualcosa da migliorare, correggere, limare, dire in un altro modo. Una fitta al petto mi coglierebbe nel notare una ripetizione, una parola che sarebbe stato meglio sostituire con un’altra. Nel caso invece in cui dovessi morire nel tardo pomeriggio o in serata, è probabile al contrario che rilegga il mio racconto d’esordio, almeno per ricordarmi quando ero più giovane, ben due anni fa.
Ma la bellezza di un’antologia è che (come non sfuggirà ai più attenti) ci sono anche altri racconti. Tra questi segnalo quello di uno scrittore bravissimo, e amico: Livio Romano. Senza il suo sostegno quando pensavo che non sarei mai riuscito a pubblicare nulla, probabilmente avrei abbandonato il mio sogno principale, accontendandomi di quelli di riserva: giocare nella Juventus, vincere il Giro d’Italia e il Tour de France nello stesso anno, trionfare a Wimbledon. Certo avrei guadagnato più soldi, ma vuoi mettere la soddisfazione? Ne approfitto anche per ringraziare Agnese Manni, ragazza dotata di un senso dell’umorismo raro, e direttore editoriale tra i più bravi in questo meraviglioso Paese fatto di pianure, colline, montagne e mari.

venerdì 16 luglio 2010

Mondiali: Spagna-Olanda (Gli occhi arancio e catalani di Johan Cruijff)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)
Nel giugno del 2006, mi trovavo a Malaga in uno di quei ristoranti di pesce sul mare poco fuori la città che consiglio a chiunque passi da quelle parti mentre De Rossi colpiva con una gomitata lo statunitense Mc Bride. L’Italia restava in dieci, e la partita si faceva complicata. Mai avrei pensato che di lì a poco la Nazionale avrebbe vinto il suo quarto Mondiale. Un cameriere quasi grasso aveva la camicia bagnata di sudore sulla schiena e trottava come un ragazzino tra i tavoli, pur avendo circa cinquant’anni. Osservandolo, pensavo a come poteva essersi sviluppata la sua vita, se anche da giovane correva così schivando sedie e mangiatori. Se i ragazzi di Lippi avessero raggiunto la grinta e l’umiltà di quel cameriere, nessun avversario sarebbe stato imbattibile.
Più lontano, un ragazzo aveva parcheggiato la sua automobile a pochi centimetri dal mare. Aveva aperto le portiere per far uscire la musica che stava ascoltando e si era seduto sopra il cofano. Fumava una sigaretta guardando l’orizzonte. Avevo desiderato vivere in luogo dove si potesse arrivare in macchina sul mare per lavarsi via lo sporco di certe giornate.

Domenica sera invece ero a Milano. Dopo aver architettato un sistema di finestre spalancate in stanze contrapposte per creare la maggiore corrente d’aria possibile, l’inizio della Finale dei diciannovesimi Campionati del Mondo mi è bastato per intuire che tradire la propria storia calcistica non avrebbe portato l’Olanda di Van Marwijk a nessun risultato. Durante gli inni, la speranza di vedere la Spagna trionfare era stata messa leggermente in dubbio dal ricordo dei due Mondiali persi ingiustamente dagli Orange nel 1974 e nel 1978. Ma i falli a ripetizione degli Arancioni hanno fatto scivolare questa idea di compensazione da giacchetta nera di basso livello nella parte più remota del mio cervello. La Spagna macinava il suo solito gioco, i tre cervelli del centrocampo Xavi, Iniesta e Alonso provavano a venire a capo della difesa a oltranza di Heitinga e compagni che gareggiavano tra loro in tentativi di intimidazione dell’avversario mediante ripetute randellate e sorprendenti colpi di Kung-fu. Quando De Jong ha provato a uccidere Xabi Alonso con un calcio al petto ho cominciato a tifare spudoratamente per le Furie Rosse. Il pessimo Webb condensava nelle sue decisioni tutta la vigliacca incompetenza di un arbitro non all’altezza della situazione, a dire il vero non aiutato dal comportamento antisportivo di Van Bronckhorst eccetera. Van Bommel, favorito alla vigilia della manifestazione sudafricana per la conquista dell’ambito “Matrix d’oro” assegnato da questa edizione al calciatore dei Mondiali più sleale, schiumava rabbia per il tentativo di sorpasso del collega di centrocampo, messo in atto con l’audacia dello studente che voleva superare il maestro. La Spagna sprecava (e avrebbe continuato a farlo fino a quattro minuti dalla fine) e certi contropiedi Sneijder-Robben gelavano la mia ambizione di vedere premiato il gioco del calcio. Quando Fabregas nel primo tempo supplementare si è divorato l’ennesima occasione, ho pensato seriamente al peggio. Olanda Campione ai calci di rigore. Ma troppe cose combaciavano. Iker Casillas, oltre ad apparire insuperabile e ad avere una fidanzata molto bella pronto a baciarlo in caso di vittoria appena finita la partita, ogni minuto che passava assomigliava sempre più a Dino Zoff mentre la fascia di capitano gli scivolava verso il gomito. Avrebbe alzato la Coppa d’oro come SuperDino, ventotto anni dopo. Gli occhi di Jesus Navas erano azzurri come il ghiaccio, e raccontavano la storia di una debolezza vinta, di attacchi d’ansia superati una volta per tutte. Il volto sornione di Del Bosque e la sua impeccabile correttezza, contrapposta all’isterismo di certi allenatori di Setubal plurigettonati dai cantori del “conta solo vincere”, meritavano il premio più prezioso. Il diagonale del pallido Iniesta ha reso giustizia alla squadra che ha giocato a pallone, per vincere, e anche Johan Cruijff, nel seguire con gli occhi (arancio e catalani) la traiettoria tesa infilarsi nell’angolo alla destra del portiere, ha pensato che in fondo non gli dispiaceva poi tanto.

domenica 11 luglio 2010

Mondiali: Germania-Uruguay (Addio Lugano bello)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)
Conosco professori che si lamentano della durezza del loro lavoro, della scuola che va in pezzi, delle motivazioni che non ci sono più. Io li ho sempre invidiati per i due mesi di vacanza in estate, che si aggiungono alla settimana natalizia, a quella pasquale. La maggioranza degli umani su 12 mesi ne lavora 11, io purtroppo non faccio eccezione, e francamente mi sembra assurdo. Ma pazienza. A causa di questa sorprendente ingiustizia però, in luglio mi trovo a Milano a crepare di afa, a sentire il calore che sale dal cemento e ad esultare quando mia moglie mi propone di andare alla Coop per fare la spesa. Là almeno c’è l’aria condizionata. Da quando l’Italia è uscita dal Mondiale ho però un sussulto di dignità quando mi avvicino al banco dei latticini. Evito di spiare dentro le confezioni di Actimel quale sia il nome del calciatore raffigurato sulla calamita da attaccare al frigorifero. All’inizio mi ero dato da fare per scovare i miei preferiti: Del Piero, Pirlo, Buffon, Marchisio…Adesso compro gli yogurt a caso, restando indifferente se mi capita Gamberini.

Da appassionato di calcio mi riesce sempre difficile spiegare a certi tifosi italici del pallone che i Mondiali sono un’altra cosa (meravigliosa) rispetto al campionato. E’ una battaglia persa. Il tifoso della sua squadra ha occhi (bendati) solo per lei, non sostiene l’Italia se l’allenatore ha un passato importante in una fazione avversa (salvo trovarsi in strada a sbandierare tricolori il 9 luglio 2006). Quest’anno è già soddisfatto delle tre vittorie che ha ottenuto, dei Mondiali non gliene frega niente, tornerà a gridare cori in settembre. Non guarderà la finale per il terzo e quarto posto, che senso ha? Cosa si vince? Che differenza fa arrivare terzi o quarti?

Dopo un bicchiere di Brut della Franciacorta ho visto una partita splendida, e non credo a causa della leggera ebbrezza. Uruguay e Germania mi hanno riempito gli occhi di calcio vero, spazzando via i pochi secondi di fastidio che avevo provato leggendo sul giornale di un Moratti furioso, squalificato per soli tre mesi dalla Commissione disciplinare della Federcalcio (quando rischiava molto di più) e nonostante questo indignato, sempre agnello innocente in un mondo di lupi, pronto ad andarsene, a lasciare tutto ma poi no, come nella primavera del 2006 quando aveva proprio deciso di mollare l’Inter e tornare a fare il petroliere a tempo pieno ma poi invece era sorprendentemente scoppiata calciopoli.

Ma ecco, la smorfia di Lugano a fine partita è il calcio che amo, quello che si ferma sul campo di gioco. La botta di Schweinsteiger da trenta metri e l’intelligenza di Mueller nel decidere di scattare verso la porta per raccogliere un’eventuale respinta. L’infantile Muslera che torna per una partita quello degli esordi laziali e sbaglia parata restituendo al miglior giovane della manifestazione il pallone proprio dove voleva. Il perfetto contropiede celeste che porta Cavani a segnare il gol del pari. Quindi lo spettacolare tiro al volo di un grande Diego Forlan: 2-1 per l’Uruguay. Il nuovo pareggio di Jansen, su uscita completamente a vuoto di Muslera. Il 3-2 messo a segno di testa da Khedira, uno dei tanti talenti della bella squadra di Joaquim Loew. E all’ultimo secondo, l’incrocio dei pali colpito da Forlan su punizione. E’ finita, Germania e Uruguay lasciano il Sudafrica tra gli applausi degli appassionati di calcio, quelli che non si perdono mai la finale per il terzo e quarto posto.

venerdì 9 luglio 2010

Mondiali: Spagna-Germania (Quel silenzio sul lago di Garda che volge a mezzanotte)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)

da Padenghe (BS)

Dall’invenzione della Televisione, la storia famigliare è piena di donne che passano davanti alla Tv durante la partita, mentre uomini quasi sempre seduti su divani muovono il collo a destra e sinistra per non perdere nemmeno un fotogramma della sfida. Ospite da mia sorella e suo marito a Padenghe sul Garda, ho notato come generazioni femminili diverse ripetessero gli stessi scatti davanti al teleschermo, brevi accelerazioni talvolta con la testa in avanti per ridurre i tempi del passaggio.
Visto che la Spagna faticava a trovare spazi, ho finto di essere Xavi e mi sono lamentato con mamma, sorella e nipotina: non fate i movimenti giusti! Come posso mandarvi in porta?
Del Bosque aveva rinunciato al centravanti tipico preferendo due punte di movimento come Villa e Pedro, + Iniesta finta terza. Non era la parte femmina della mia famiglia a mancare nell’attacco della Spagna.
Nella casa lacustre si tifa per le Furie Rosse che fanno come sempre la partita, ma faticano a trovare spazi fino al colpo di testa di Puyol. 1-0. Non manca molto, ma dei tedeschi non bisogna mai fidarsi.
Pedro in clamoroso contropiede vince la coppa dell'egoismo non passandola allo smarcatissimo Torres. Piuttosto che non fare gol lui il bravo Pedrito pare preferire l’uscita dal Mondiale in semifinale. Quando viene sostituito immagino che appena fuori dall’inquadratura il sempre pacato Del Bosque gli tiri una bella pigna.
Loew intanto si è tolto la giacca per sfoggiare il suo maglioncino di cachemire a V, ma non basta. Da tempo mi chiedo se si faccia la tinta ai capelli, e se sì perché scelga un nero così scuro, mentre apprendo da fonte sicura che l’ex vice di Klinsmann ha una predilezione per il Cancelliere Angela Merkel, ma ha pure conosciuto Shakira in aereo, apprezzandola.
La Spagna conquista con merito la sua prima finale in un Campionato del Mondo, anche se la Germania, fino a ieri la squadra più bella vista in Sudafrica, ha pagato l’assenza di Mueller, un Balotelli bianco non affetto dalla sindrome del bullismo.
Oltre il balcone, verso il lago, le birrerie si svuotano di tedeschi silenziosi e pieni di birra.

lunedì 5 luglio 2010

Mondiali: Olanda-Brasile (Anna Billò sta con Leonardo, Felipe Melo come Norman Bates e l’inferno dei terzini sinistri)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)
Anna Billò è la mia giornalista di Sky Sport preferita. Non ho avuto dubbi dalla prima volta che l’ho vista, perché mi ha fatto subito sorridere. Aveva un modo di dare le notizie come se sottintendesse altro (cosa non so) e il labbro superiore le s’inarcava impercettibilmente verso l’alto, in modo affascinante e beffardo, come se stesse prendendo in giro qualcosa o qualcuno (cosa non so, o forse proprio me). Quando pochi giorni fa ho scoperto che Anna Billò è fidanzata con Leonardo, ho pensato che insieme stessero proprio bene. Lui, Leonardo Nascimento de Araújo, a mio avviso il migliore allenatore della scorsa stagione, e i risultati qui non contano nulla. So benissimo che il Milan non ha vinto nulla, ma per 38 giornate la sua camicia bianca su misura, la sua elegante bellezza, la sua educata intelligenza a fine match sono state manifesto di un calcio di classe, l’opposto per intenderci dell’aggressiva isteria mourinhiana, buona per vincere, ma solo per quello. Anzi, dirò di più, nonostante la mia ammirazione per la Billò, potessi scegliere di cenare al ristorante con un solo membro della coppia vorrei incrociare le forchette con Leonardo. Vorrei congratularmi con lui per l’idea di lasciare il libro di Jostein Gaarder “Il mondo di Sofia” nascosto in un cespuglio sotto gli uffici di Sky, prima di scrivere ad Anna un messaggio con scritto “Scendi, c’è una sorpresa per te”. Un finale di corteggiamento simile ad altri che ho praticato durante la mia vita amorosa, e che di conseguenza sottoscrivo con entusiasmo.

Per cena Leo era impegnato, ma dopo pranzo siamo andati a casa mia per guardaci Olanda-Brasile. Ho ceduto la mia poltrona Poang al fidanzato della Billò, in segno d’ammirazione. Prima del fischio iniziale ho posto a Leonardo la domanda alla quale tenevo di più:”A tuo avviso, perché ogni partita di Felipe Melo si trasforma per il centrocampista verdeoro in una seduta psichiatrica con il rettangolo verde al posto del lettino?” Leo non ha fatto in tempo a rispondermi che Felipe ha indovinato il corridoio lasciato clamorosamente spalancato dalla coppia centrale olandese. Un assist perfetto per il nevrotico Robinho che ha insaccato con facilità: 1-0. Questa volta mi sono sbagliato, ho pensato. Che figura. Vuoi vedere che Melo ha imparato a gestire la sua duplice personalità, così simile a quella di Norman Bates, indimenticabile gestore del motel hitchcockiano in Psycho, quello per intenderci che conservava il cadavere mummificato della madre in soffitta??La seconda frazione di gioco mi ha restituito il Felipe che ho imparato a conoscere nella triste stagione juventina appena conclusa. Autogol di testa in comproprietà con Julio Cesar, un paio di pericolose azioni avversarie propiziate da geniali intuizioni al contrario, ma soprattutto l’assurdo pestone con i tacchetti sulla coscia dell’immarcabile Arjen Robben che aveva appena steso con un paio di calci. Espulso. Da questo momento la Selecao, che avrebbe potuto chiudere il primo tempo tranquillamente sul 2-0, è scomparsa. Robben sulla destra ha continuato a far impazzire prima Bastos, poi Gilberto. Se esiste un inferno dei terzini sinistri, deve essere un luogo dove i numeri 3 sono lasciati soli uno contro uno con Arjen Robben per tutta la durata della loro eterna pena. Sneijder (fino all’1-1 dormiente) ha segnato di testa il 2-1. Uno di questi due olandesi, per il pallone d’oro.

Leonardo scherzando ha detto che a casa mia per vedere le partite non verrà più. Deluso si alzato e ha guardato per un attimo fuori dalla finestra. Sarebbe toccato a lui ora allenare il Brasile?

venerdì 2 luglio 2010

Clamoroso al Premio Strega, vince uno Scrittore

(Cronaca dal magazzino)
La notizia mi giunge in magazzino, poco dopo le otto del mattino, mentre con astuzia sto dividendo i cd e i dvd che estraggo da ripetute e cubiche scatole marroni. Non è difficile: i cd sono quadrati, i dvd rettangolari. I quadrati da una parte, i rettangoli dall’altra.
“Antonio Pennacchi con "Canale Mussolini" ha vinto il Premio Strega 2010 per soli quattro voti in più rispetto a Cinzia Avallone…”
Radio3 annuncia il risultato del Premio, e io esulto per un attimo tra gli scatoloni. In genere non me ne importa niente delle onorificenze date o non date ai narratori, la qualità di uno scrittore grazie a Dio non si misura in copie vendute o trofei alzati, ma questa volta sono contento per Pennacchi, perché è uno scrittore vero, e la coincidenza che lo vede vincitore ripaga almeno parzialmente chi ama la letteratura di certi libri mediocri e preconfezionati trionfatori in passato. Cinzia Avallone è seconda, e con lei è sconfitto il marketing a tappeto ben analizzato da Marco Belpoliti nell’articolo uscito oggi sulla Stampa.
E’ confortante la vittoria del sessantenne Pennacchi, operaio in fabbrica fino a dieci anni fa, perché frutto della fatica, e non coppetta consegnata al nuovo “giovane scrittore” da lanciare nella spesso noiosa orbita giornalistico-letteraria italiana. Posso tornare più felice alle mie divisioni geometriche.