domenica 26 aprile 2009

L'esperto di case


Mentre M. guarda le vetrine, io le case. Questo il vantaggio di passeggiare in due. Sono un esperto di case. Di come si contrappongono all’aria o al cielo, dei loro spigoli e balconi che scelgono un modo oppure un altro di occupare lo spazio. Accarezzando le pareti dei palazzi m’impadronisco dei quartieri, pronto a fornire informazioni al turista spaesato, alla coppia perduta. La seconda a sinistra, la prima a destra. Dopo quel condominio di mattoni rossi, non brutto rispetto ad altri suoi vicini di pietra, lei sarà d’accordo. Fermo o allontanandomi anche di poco per cambiare angolazione, per vedere fino a che punto si è pensato di costruire. Da solo, subisco e contraccambio gli sguardi degli abitanti abitudinari, piacere sono l’esperto di case, riconduco le forme geometriche alla loro essenza. C’è chi vive in parallelepipedi, chi addirittura in cubi.

lunedì 6 aprile 2009

"Fu un viaggio sfortunato: sei ore e trenta di ritardo su una tratta di sei ore e trenta." (Valerio Magrelli)





















Quando ero giovane P. mi regalava dei biglietti. Quando ero molto giovane. Su questi foglietti c’erano versi di Penna, della Szymborska, di Magrelli, di Raboni, della Dickinson, della Valduga…ma dimentico certamente qualcuno.
Sopra questi biglietti di vari colori c’erano pezzi di poesia. Alcuni mi conquistavano, altri meno, ma non importa.
Quando ero molto giovane (perché adesso sono ancora giovane, dai) giravo in bicicletta con un libro di Sandro Penna nella borsa. Scrivevo poesie, talvolta pensavo di essere un poeta, addirittura. Portavo Penna sempre con me. In caso di un bombardamento nucleare, di un terremoto capace di radere al suolo la mia città, pensavo, se fossi rimasto intrappolato da qualche parte avrei avuto almeno delle buone poesie da leggere, prima di essere salvato.

Ma ecco, volevo parlare di questo libricino di Valerio Magrelli. Leggo due righe che parlano di “Vicevita” da qualche parte, mi appunto sul quaderno o nella testa il titolo, cerco in due librerie, niente. Poi, il vantaggio di avere una fidanzata che lavora in libreria salta fuori. Mi guardi per favore se c’è? Diverse copie, ma non si trovano. Dove sono? Dopo inutili ricerche sugli scaffali, ecco dove sono: in magazzino, pronte per essere rese. Perché Magrelli non ha venduto una copia in trenta giorni e la dura legge è questa: non vendi neanche una copia in trenta giorni? Tiè! Finisci in magazzino. Un poeta in magazzino. Hai avuto la tua breve possibilità Valerio, dovevi sfruttarla molto meglio, farti notare di più dai clienti passeggianti.
Questa è la storia di come ho salvato Magrelli, che è stato rimesso in vendita grazie al mio sacrificio di 6.15 euro (ho lo sconto, voi lo pagherete 9, ma ne vale la pena). “Vicevita. Treni e viaggi in treno” mi ha ricordato “Un po’ di febbre” di Sandro Penna, raccolta di “prose e foglietti sparsi” scritti dal poeta perugino tra il ’39 e il ‘41. Uno dei libri che ho amato di più. “Un po’ di febbre” e la “Vicevita”. Due libri sottili, poco pesanti, comodi anche da portare in treno.

domenica 5 aprile 2009

Ho salvato Valerio Magrelli


Qualcosa di buono ho combinato allora tra venerdì e sabato pomeriggio, quando credevo invece di no. A breve una spiegazione o una recensione.

venerdì 27 marzo 2009

La corretta posizione rispetto alla finestra


Allora: Paul Auster scrive con davanti un muro bianco, David Grossman anche, ma se si gira verso destra può guardare fuori. Una volta aveva affittato una stanza a Gerusalemme per lavorare a un nuovo romanzo, ma la vista oltre i vetri era di tale bellezza che non riusciva più a scrivere, si era dovuto alzare per chiudere le imposte. Roberto Saviano è costretto a cambiare continuamente casa, e finestre. Da qualche giorno le mie si chiudono male. Devo fare piano, ho paura che mi resti in mano la manopola. Poi dovrei ripararle, ipotesi francamente remota. Avranno quindici o vent’anni almeno, presumo, mai state comode come finestre. Si chiudono solo alzando una leva, spingendola in avanti, aspettando un “clack”, riabbassando la leva. Ma la velocità dell’abitudine non permette sempre di avere pazienza, e quasi sempre ci vogliono due, tre “clack” fasulli prima di centrare quello corretto. Mai state comode, ma in questa settimana si sono accordate per cominciare a rompersi tutte e tre, insieme. E’ un problema quello delle finestre. Come chiuderle, come posizionarsi rispetto alla loro presenza. Io appena posso sto sempre con la finestra spalancata, ma solo nella stanza dove sto, per evitare correnti d’aria. Mi piace. E’ come essere sospesi nel vuoto, una bella sensazione, senza il fastidio di un ingombrante paracadute o di provvisorie ali. Per questo non vedo di buon occhio l’inverno. Nella mia vita mi è capitato di scrivere con la finestra a sinistra, a destra, davanti. Ma a sinistra molto più spesso. Un caso, ma se qualcuno un giorno mai me lo chiederà, io risponderò che preferisco scrivere con la finestra a sinistra aperta, il muro davanti bianco, in primavera.

venerdì 13 febbraio 2009

Diottrie



Più di tutti i poeti aveva amato un poeta di Perugia, che aveva vissuto quasi sempre a Roma. Era arrivato alla convinzione che, se avesse sempre tenuto sul comodino il libro preferito del proprio poeta preferito, allora avrebbe recuperato la vista. Le diottrie che da adolescente aveva improvvisamente guadagnato e che gli avevano permesso, su consiglio dell’oculista che lo seguiva fin da quando era bambino, di smettere con l’obbligo di portare gli occhiali, alla soglia dei trent’anni erano improvvisamente tornate a mancare, costringendolo spesso a sforzare gli occhi per leggere con esattezza certe insegne luminose che pendevano dalle pareti di palazzi che ospitavano negozi e, cioè che più lo infastidiva, per distinguere con precisione i diversi colori che ogni arcobaleno del mondo definiva sulla terra dopo una sessione di pioggia.
Così si sentiva ora, come uno che avrebbe dovuto rimettere gli occhiali, ma non ne aveva per niente voglia, e il massimo che avrebbe potuto accettare sarebbero state un paio di lenti a contatto, consapevole che non sarebbe stato lo stesso, e che le cose viste da bambino non sarebbero in ogni caso tornate con la stessa luce e dimensione di allora. Eppure, quel giorno dall’oculista era stato davvero felice. Togliersi gli occhiali significava buttare via il fastidio di essere piccoli, e diventare un ragazzo capace di leggere quello che voleva, senza il bisogno di nessuna lente tra lui e le parole. In biblioteca aveva trovato un volume di pagine in larga parte bianche, con poche righe, a volte una solamente. Di certo il poeta che stava leggendo non portava gli occhiali, era per quello che sembrava riuscire a definire in poche frasi interi universi. Oppure gli piacevano le pagine bianche, e cercava di annerirle il meno possibile.
Una volta terminato il libro non avrebbe voluto più staccarsene e aveva continuato per anni a conservarlo nella borsa, come una preghiera, come un materiale molto prezioso. L’aveva trasportato nelle città dove aveva vissuto, in quelle dove aveva soggiornato anche pochi mesi per motivi di lavoro. Aveva saputo rinunciare di volta in volta a un maglione in più, a un paio di scarpe, tutto per farci stare quelle pagine così tanto bianche. Poi, un giorno grigio e con l’aria irrespirabile, aveva smesso di leggere poesie e, trangugiato dagli eventi, aveva appena fatto in tempo a rendersi conto che faceva sempre più fatica a leggere con esattezza certe insegne luminose che pendevano dalle pareti di palazzi che ospitavano negozi.

venerdì 23 gennaio 2009

Il malumore degli edicolanti quando comperi il giornale da un’altra parte


La vita di C. non era stata certo ricca di avvenimenti paranormali, fatta eccezione per quella volta che, da bambina, aveva visto un’edicola di giornali volare fuori dalla finestra. Era seduta sul divano in attesa che la madre in cucina finisse di fare qualcosa, probabilmente preparare una torta, e con le dita faceva avanti e indietro lungo una delle linee di velluto marroni chiare e scure che lo componevano il divano, avvolta in quella specie particolare di assenza che, da bambini, funziona da spartiacque tra un’idea di gioco che oramai ha stufato e una che sta ancora per arrivare. C. stava così a guardare nel vuoto, quando fuori dal vetro, al primo piano, era improvvisamente comparso il chiosco di giornali, leggermente ondeggiante.
“Mammaaaa!” aveva urlato C. “Vieni a vedere, c’è un’edicola che volaaa!”
Ma dalla cucina nessuna risposta, solo il rumore di un frullatore a pieni giri.
C. si era allora ancorata se possibile di più al divano, muta con la bocca aperta ad osservare il chiosco volante, che ora oscillava impercettibilmente, ma sempre a troppi metri d’altezza rispetto al solito. Cosa diavolo stava succedendo?
Finito di frullare, anche mamma era giunta ad osservare lo strano fenomeno. Non c’era d’avere paura. L’edicolante, per ragioni commerciali, aveva deciso di spostare il proprio chiosco cinquanta metri più in là, giusto davanti all’entrata dell’edificio dell’A.S.L., abbandonando, non senza un briciolo di dispiacere, la precedente posizione più defilata, vicino ad una pizzeria, sotto un albero maestoso e bello, ma in una zona di poco passaggio.

Gli anni per C. erano trascorsi senza altri sorprendenti spostamenti aerei, ma nascosta nella mente di C., era probabilmente rimasta un’emozione particolare nei confronti dei chioschi dei giornali. Li guardava sempre con una speciale attenzione (abitando in una grande città ne poteva scorgere diversi) non lasciandosi sfuggire modifiche o ristrutturazioni più o meno riuscite, e pure inevitabili chiusure o cambiamenti di gestione. Per un certo periodo dell’adolescenza addirittura, C. aveva manifestato una certa predilezione per gli edicolanti intesi come amanti, ma epurati quelli più anzianotti (la maggioranza) non ne erano rimasti poi tanti di papabili, e questa inedita perversione era scomparsa dal cervello di C. in pochi mesi, in definitiva per mancanza di pretendenti, e raggiunta la maggiore età, C. aveva capito che non avrebbe mai voluto fare la fine di quelle mogli infreddolite di giornalai che, magari con i guanti tagliati all’altezza delle nocche, davano una mano ai mariti almeno nelle pause pranzo.

Di quell’edicola in volo solo una cosa le era rimasta in fondo: la quasi morbosa, quotidiana folle necessità di comperare giornali, forse come surrogato del non aver trovato un giornalaio affascinante come Brad Pitt. E la strana sensazione, cambiando quasi ogni volta chiosco per l’acquisto, di tradire la fiducia di ogni edicolante, e di provocare, proprio lei che tanto li amava, quel fastidioso malumore che sente ogni edicolante, quando scorge passare, anche da lontano, un cliente che credeva abituale, con sottobraccio il giornale comperato da un’altra parte.

giovedì 15 gennaio 2009

Le labbra

Una mattina, al bar, alla signora al mio fianco sono cadute le labbra mentre beveva il caffè. Inizialmente, la cosa mi ha dato fastidio. Indizio di grande maleducazione, di non rispetto nei confronti degli altri, pensavo, ci risiamo, mi tocca odiare l’umanità. Erano labbra turgide, ma non troppo, forse appena ritoccate da qualche chirurgo specializzato, probabilmente alla fine del secolo scorso. La signora è rimasta con la tazzina attaccata sotto il naso, per non farsi scoprire dagli altri, suppongo. Ma le sue labbra hanno cominciato così la loro vita, spazzolando inizialmente lo zucchero ed i resti di brioche sul bancone. Avevano proprio fame, ho pensato, che graziose e innocue labbra golose, in fin dei conti.
Poi però le labbra hanno cominciato a fare fuori qualche tazzina, più di un cucchiaino, un pezzo di banco. Mi sono preoccupato. Ancora qualche secondo e le due donne vestite da vigile urbano che passeggiano al mattino presto in Galleria Vittorio Emanuele sono svanite, con i loro cappuccini ancora tiepidi. Quindi è stata la volta della signora delle labbra proprietaria, una specie di vendetta, presumo, di chi avrebbe voluto rimanere comunque bello, come era stato fatto. Morso dopo morso sono stati fagocitati i tavolini, il lungo e stretto specchio alle spalle dei baristi, le bottiglie, i lavandini, le lavastoviglie, i panini nelle vetrinette, e le vetrinette. Tutto è finito, i camerieri mangiati, il sudicio proprietario del bar, furbo inventore dei due menù con prezzi diversificati per italiani e turisti stranieri, pappato in un lampo senza poter fare beh, o almeno creare sul momento una nuova lista con i prezzi maggiorati per le clienti labbra. Queste di labbra invece, davanti a me, avevano la voracità di un mostro, ma la dolce, timida sensualità di chi, innocente, non aveva fatto niente. Nel baciarle, mi sono sentito scomparire, ma è stato un gran bel bacio.

domenica 11 gennaio 2009

Istruzioni per salire con l'ascensore (omaggio a J. C.)


Nessuno può non aver notato, almeno una volta, la presenza all’interno di molti edifici di un impianto, costituito da una cabina sostenuta da cavi, che scorre in senso verticale, utilizzato solitamente per trasportare persone e cose da un piano all’altro, posti quasi certamente ad altezze differenti.
Trovandoci di fronte a questo apparecchio, avremo la possibilità di accedervi con relativa facilità, ma non prima di averlo “chiamato”, ovvero di aver premuto un pulsante posto alla destra o alla sinistra dell’entrata. Ma attenzione, il pulsante può presentarsi a noi con due colorazioni: bianco oppure rosso. Se il bottone è candido, possiamo allora pigiarlo con decisione, e immediatamente potremo udire un rumore indicante il movimento della cabina, che con ogni probabilità ha cominciato a muoversi nella nostra direzione. Se il pulsante invece è sanguigno, meglio schiacciarlo comunque, ma senza troppe speranze, solo alcuni modelli di ascensore permettono di prenotare la chiamata, per gli altri dobbiamo aspettare che il bottone ritorni bianco, quindi premere il prima possibile, o almeno prima di altri umani eventualmente sostanti su altri pianerottoli. Quando la cabina arriva, per introdurci dentro di essa è sufficiente ruotare la maniglia, ove prevista, o spingere due antine che si apriranno in stile entrata saloon, o ancora attendere che la porta si spalanchi da sola, se automatica, scomparendo temporaneamente per qualche secondo, lasciandoci magari la prima volta stupiti.
Una volta dentro, troveremo altri tasti, indicanti numeri, sovente una campanella, qualche lettera (T, ST e PT, ad esempio). Pigiandoli, finiremo per essere trasportati dove indica il numero o la lettera. Se non si è soli e l’ascensore è piccolo, è buona norma far posizionare chi esce per ultimo verso il fondo della cabina, per non creare situazioni confuse e spiacevoli contatti nell’abitacolo.
In ascensore, è buona norma inoltre non rivolgere la parola a nessuno (se si è soli) e comunque non affrontare argomenti delicati (anche se si crede di essere in compagnia di quei condomini che ispirano maggiore fiducia). E’ sconsigliabile quindi lanciarsi in affermazioni forti, prendere posizioni nette, fare dichiarazioni del tipo:
“Mussolini? Oltre ad essere un uomo affascinante, ritengo che non abbia mai sbagliato nulla, nemmeno riguardo alle leggi razziali”.
Oppure: “Scusi, ma è una mia impressione o la moglie di quello del secondo piano è proprio una gran gnocca? Farei sesso in continuazione con lei, specie quando il marito è in ufficio”.
Meglio discutere del tempo atmosferico o di quello cronologico, delle stagioni che tardano ad arrivare o eccedono nella loro durata, di calcio o sport in genere (ma senza tradirsi rivelando passioni o simpatie per squadre o singoli atleti).
Giunti a destinazione, non servirà schiacciare nessun bottone, e una volta varcata la porta dell’ascensore (senza dimenticarsi di chiuderla alle proprie spalle, per non impedire ad altri di poter utilizzare l’impianto) ci si troverà, non senza un briciolo di sorpresa, ad un livello di altezza diverso da quello in cui si era partiti.

mercoledì 7 gennaio 2009

L’unica volta che ho visto Maradona




L’unica volta che ho visto Maradona, era appena tornato dal Mondiale del 1986. Aveva vinto la Coppa del Mondo in Messico, trascinando al successo con la sua classe e la sua grinta anche i restanti dieci compagni di squadra, e realizzando nel corso della manifestazione quello che viene considerato il più bel gol della storia del calcio.
Rannicchiato sui gradoni delle tribune dello stadio “Mario Rigamonti”, osservavo Diego muoversi con la barba incolta, leggermente sovrappeso, la prima giornata del campionato 1986/87. Andava in scena Brescia-Napoli, e la squadra di casa, neopromossa, tendeva ad addormentare la partita, con il chiaro intento, vigliacco ma comprensibile, di far girare se possibile con maggiore velocità le lancette del cronometro dell’arbitro Agnolin. Io guardavo Maradona, pensando che probabilmente avevo davanti agli occhi il giocatore più forte del mondo, anche se il mio cuore di bambino batteva per Michel Platini, e questo solamente perché il cuore di mia sorella batteva a sua volta per Antonio Cabrini, una doppia faccenda di cuori che mio padre interista, aveva digerito con difficoltà. L’ingenua cecità del mio tifo per il centrocampista francese e per la squadra della città dove mi era capitato di nascere comunque, superava anche la noia mortale di quella partita orrendamente priva di tiri nello specchio della porta, e spiando Maradona attraverso le due sbarre orizzontali azzurro-blu dietro le quali ero praticamente inginocchiato, vicino ad altri bambini non paganti come me, stipati contro il limite più avanzato della tribuna, mi sorprendevo a dubitare di Maradona, il quale cicciotto trotterellava, più sudato di quanto mi aspettassi, senza fornire particolari indizi della sua presenza in campo e della sua oramai nota genialità.
Il gol più bello della storia del calcio. Le Tv e i giornali l’avevano ripetuto per giorni dopo la partita Argentina-Inghilterra, fino quasi a convincere pure me, me che a undici anni tra realtà, filmati e libri con disegnate le vignette delle reti più belle della storia del calcio, mi pareva di averne visti abbastanza di gol. Anche quello di Platini però quella volta, provavo a convincermi…Ma poi ripescavo nella memoria l’azione di Diego nel secondo gol all’Inghilterra ed ero costretto a tradire l’amato francese numero dieci della Juventus. Il gol di Maradona era il più bello, d’accordo, ma quando sarei stato grande, ci avrei pensato io a segnarne uno migliore. Divertiti adesso piccoletto, sognavo, mentre le Rondinelle arretravano minuto dopo minuto il loro baricentro, mostrando in alcuni difensori perfino gesti aerobici decisamente scoordinati, di chiaro panico, e grida ai compagni modulate con voci sempre più tremanti. Sfogati in questi anni durante i quali puoi vantarti di aver realizzato il gol più bello della tua epoca piccoletto, che poi toccherà a me.

Il Brescia indietreggiava, e dalle tribune sempre più silenziose traspariva il medesimo timore che di certo albergava anche nel cervello dei calciatori con la V bianca sul petto, e nella testa brizzolata del già poco amato allenatore Bruno Giorgi. Poi il numero 4 del Napoli, Salvatore Bagni, dai trenta metri aveva alzato il pallone in direzione del limite dell’area di rigore dove Maradona l’aveva stoppato, un po’ con il braccio e un po’ con la pancia (ecco a cosa gli serviva), e girandosi verso la porta aveva prima eluso l’intervento di un difensore, quindi fintato impercettibilmente di entrare verso il dischetto del rigore (quel tanto che basta per sbriciolare le intenzioni d’intervento di un secondo difensore) per poi uscire invece verso l’esterno dove, ovviamente di sinistro, aveva messo la palla rasoterra in diagonale nell’angolo più lontano, sotto lo sguardo stupito di Aliboni, portiere bresciano dell’epoca, per l’occasione dotato di cappellino.
Dagli spalti il pubblico aveva cominciato a gridare: “Mano! Mano! Era Mano!”, ma anche: “Bastardi! Terroni di merda! Bastardi!”. Qualcuno più arguto della massa scimmiesca aveva aggiunto: “Allora è un vizio!” volendo così rievocare agli altri presenti il primo gol agli inglesi, che Maradona aveva siglato anticipando Peter Shilton, il portiere della nazionale britannica, con un furbo colpo di mano che aveva permesso al capitano dell’Argentina di scavalcare con un minimo ma sufficiente pallonetto l’esterrefatto estremo difensore del Southampton.

A pochi minuti dalla fine, superato il subbuglio post-gol degli abitanti dello stadio, inferociti (la maggioranza), esultanti (la minoranza, sparsa e ben nascosta ovunque, ma decisamente numerosa e compatta nella gremita curva degli ospiti), le mie ginocchia cominciavano a sgretolarsi contro il cemento dei gradoni, più di quando la domenica a messa, rendevo conto a Gesù dei miei problemi e delle mie inefficienze settimanali. Una delle mie due squadre preferite stava perdendo, e non avrebbe mai pareggiato, questo era evidente, eppure unito allo sconforto della sconfitta, quasi maggiore era in me l’emozione di aver visto Maradona che aveva fatto gol nella mia città, respirando circa la stessa aria che respiravo io ogni giorno, nel campetto di sabbia e sassi dell’oratorio a pochi chilometri dallo stadio “Mario Rigamonti”, sognando però di diventare Platini. E poi non ero sicuro che l’avesse presa con il braccio. A me pareva che Diego avesse stoppato la palla con la pancia, e con la pancia allora si poteva.


(Ma poiché gli scrittori e i bambini sovente sono dei bugiardi, o vedono solo quello che vogliono vedere, se qualcuno volesse sapere come andò in realtà quella partita del 14 settembre 1986, clicchi pure qui sotto).