martedì 23 novembre 2010

Le elezioni. Perché votare “Mio padre era bellissimo” come Libro dell’Anno di Fahrenheit?

Francamente non ne ho la più pallida idea. Tuttavia, l’8 dicembre parteciperò a Fahrenheit. Durante la puntata, in diretta dalla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria di Roma, verrà proclamato il Libro dell’Anno 2010, scelto tra tutti i libri del mese segnalati dalla trasmissione.
E’ possibile votare “Mio padre era bellissimo” (già Libro del Mese di Gennaio) scrivendo una mail a

fahre@rai.it

Per il testo fate voi, consigliabile il classico:
“Voto per Mio padre era bellissimo di Francesco Savio”.

Già, ma perché votare “Mio padre era bellissimo” come Libro dell’Anno di Fahrenheit?
L’unica cosa che mi viene in mente per invogliare i lettori di Radio 3 e non solo a votare il mio libro piuttosto che quello di un altro, risiede nella leggerezza di “Mio padre era bellissimo”. Una leggerezza non filosofica o spirituale, ma sancita dai grammi. Ci sono infatti svariate possibilità che il mio libro sia il più leggero in concorso e quindi posso dire questo:
“Se siete una di quelle persone che comprano due, tre quotidiani al giorno, avrete certamente notato una cosa. I giornali ormai arrivano intorno alle settanta pagine ciascuno tra articoli più o meno interessanti e pubblicità con le donne nude. Pertanto, se amate accompagnare la lettura del quotidiano a quella di un buon libro, quale migliore soluzione che infilarsi sottobraccio “Mio padre era bellissimo”, di sole 139 pagine? Un bilanciamento cartaceo. Una velata protesta contro il sistema dell’informazione che obbliga, ad esempio, a pagare cinquanta centesimi in più al sabato per un chilo di rivista femminile non desiderata, aggregata al quotidiano numero 1 o 2. Senza contare che nel libro di Savio a sorpresa non ci sono donne nude.

Secondo aspetto, da non sottovalutare, e derivante dall’infanzia quando mi capitò di trovare nella cassetta della posta un portachiavi con uno Scudo da un lato e il volto di un candidato dall’altro. Votate X, c’era scritto, e molti condomini accettarono il consiglio, soddisfatti per il nuovo portachiavi.
Non arriverò a tanto, però. E’ mia intenzione regalare a tutti quelli che voteranno “Mio padre era bellissimo” una matita, la stessa (lunga sottile, marroncina, perfettamente temperata) che Giorgio Gaber rubò dalla cabina nella sua adorabile canzone che parlava di elezioni. Di più non posso promettere.
Grazie.

lunedì 22 novembre 2010

Contro la Chiesa del silenzio (con Langone da prima di Langone)


Sul Foglio di sabato, il bravo Langone scrive contro la Chiesa del silenzio che “non dice niente” in merito alle aperture domenicali di Esselunga, Coop ecc.
“Il Papa non dice niente” commenta E., un amico del giornalista che lavora all’Esselunga. E con lui la Cei (questo sindacato di vescovi senza carisma, specifica Camillo).
Langone non vorrebbe che un giorno si addebitasse alla Chiesa questo silenzio, e prega affinché nelle prossime settimane un autorevole uomo di Chiesa prenda la parola e dichiari che chi decide a favore delle aperture domenicali è contro Dio e perciò contro l’uomo. Proprietari che chiedono, amministratori pubblici che autorizzano. Mentre i clienti domenicali, conclude splendidamente Langone, sono semplicemente contro sé stessi.

Già. A partire dalla metà degli anni novanta le aperture domenicali hanno rivoluzionato la vita dei lavoratori del commercio, categoria che peraltro sindacalmente non conta nulla. Qualcuno raccontava che sarebbe aumentata la ricchezza di tutti, che si sarebbero creati nuovi posti di lavoro. Qualcuno ci aveva anche creduto.
Alla Chiesa quindi non addebito un silenzio, ma una colpa. Una delle tante.
Ho visto famiglie spostarsi dalle chiese ai centri commerciali, stufi di pregare Dio per un qualcosa futuro meno affascinante di uno shopping presente. Per questo l’indignazione di Langone arriva con quindici anni di ritardo. E sono certo che nessun autorevole uomo di Chiesa prenderà la parola. Perché la Chiesa è corrotta, il Papa è corrotto, la maggioranza dei vescovi sono corrotti, di una corruzione che purtroppo non è materiale ma spirituale. Mi sento quasi banale nell’affermarlo, ma mi sentirei ancora più ingenuo nell’ipotizzare prese di posizione che non arriveranno mai. Certo l’uomo, come sempre, può scegliere, e quindi se gli italiani non fossero un gregge galoppante alla domenica verso il centro commerciale più vicino, non servirebbe nessuna Preghiera.

Per fare la mia parte comunque, verso le sei del pomeriggio di domenica ho camminato fino alla chiesa di Santa Maria delle Grazie. Sono entrato, e sono rimasto in silenzio quasi trenta minuti a guardare il soffitto.

martedì 16 novembre 2010

Serie A: Inter-Milan (Un derby deciso dal parrucchiere, ovvero Materazzi Taxi Driver)



Che si sarebbe trattato di un derby deciso dal parrucchiere lo si era capito già la sera del 31 ottobre scorso quando, al termine di Mila-Juventus 1-2, Silvio Berlusconi aveva individuato nei capelli di Massimiliano Allegri la radice della sconfitta rossonera.
L’allenatore del Milan il mattino seguente si era prontamente recato dal parrucchiere per regolare la chioma in modo che risultasse adatta a rilasciare interviste in sala stampa, e da quel momento Nesta e compagni avevano cominciato a girare per il verso giusto, seguendo una rotazione di vittorie più adeguata ad una squadra votata al conseguimento dello scudetto.

Conoscendo la predisposizione del Presidente del Consiglio ad azzeccare le mosse vincenti anticipando gli altri concorrenti, sia come proprietario di club che come politico, il resto dei contendenti aveva utilizzato il ponte dei Morti per consultarsi con i parrucchieri più autorevoli della penisola. Massimo Moratti aveva consigliato Benitez di studiare con attenzione le scelte del barbiere di Milanello ma la società di via Turati, esempio di azienda organizzata in maniera quasi esemplare, aveva immediatamente obbligato i suoi calciatori a farsi fotografare o riprendere sempre con il berretto in testa, per non permettere agli avversari più temibili di spiare.

Così Rafa aveva dovuto improvvisare, lasciando liberi i reduci del Triplete di sistemarsi la capigliatura nel modo che preferivano, possibilmente lo stesso che avevano adottato con Mourinho, ma senza dichiararlo per non aumentare la nostalgia. Se però ad esempio Javier Zanetti non aveva avuto dubbi a pettinarsi sempre con la riga a sinistra come un uomo degli anni quaranta, Marco Materazzi, investito a sorpresa del gravoso compito di marcatura di Zlatan Ibrahimovic, qualche incertezza in più l’aveva provata, e alla fine aveva pensato di copiare la soluzione estrema “alla moicana” di Robert De Niro in Taxi Driver. Davanti allo specchio di casa, prima di eseguire il taglio, Marco si preparava a sfidare il suo peggior ex amico, incapace di comprendere che i nervi gli stavano per saltare definitivamente. http://www.youtube.com/watch?v=Zduq4YGmiUw

Una volta in campo, Matrix se ne sarebbe reso conto troppo tardi, quando già era in scivolata sul prato bagnato di San Siro per travolgere il centravanti svedese appena dentro l’area di rigore interista. Palla sul dischetto e uno a zero per il Milan al quinto minuto del primo tempo.
Il resto della partita sarebbe stata una sfilata di pettinature, con i calciatori nerazzurri costretti ad ammirare le scelte estetiche sopra la fonte dei ragazzi di Allegri.
Via il berretto, e Seedorf aveva mantenuto il suo intelligente cranio rasato, Pirlo la sua svolazzante testa ondulata, Thiago Silva i suoi corti riccioli brasiliani.
Dall’altra parte, Materazzi Taxi Driver era solo il più evidente sbaglio di un barbiere poco ispirato, senza il coraggio di abbassare l’esplosione forestale del bambin Coutinho (Paulo Roberto Coutinho), di porre rimedio all’aeroportuale avanzata centrale del ciuffo di Pandev, d’impedire il disegno a trecce-righe curve sul capo dell’infatti presto infortunato Obi.

venerdì 12 novembre 2010

Serie A: Brescia-Juventus (L’ineducato Garrone, Cassano che ride e il concetto di genio racchiuso in un tiro di Diamanti)

La notizia mi giunge nel cervello poco prima che inizi Brescia-Juventus.
“Riccardo Garrone, presidente della Sampdoria, è pronto a chiedere la pena di morte per Antonio Cassano”. La scritta compare veloce in basso sul teleschermo, evidenziata dallo strillo: ultim’ora. “Se ritenuto colpevole, Antonio da Bari vecchia verrà probabilmente giustiziato in Cina, i buoni rapporti tra l’Italia e il Paese di Hu Jintao dovrebbero facilitare l’estradizione del pericoloso fantasista”.

Di quale atroce delitto si è macchiato il numero 99? Nessuno lo sa con precisione tranne i diretti interessati. Qualcuno fa finta di saperlo, altri esprimono la loro opinione basandosi sul “sentito dire”. Sì, gli ha detto “vecchio di m.”, ma in una discussione potrebbero contare altre cose avvenute prima dell’insulto.

Dopo il lancio d’agenzia è arrivata l’intervista di Garrone da Genova alta che, parlando con la bocca stretta come fanno certi ricchi, ha detto che Cassano è un ineducato, che Del Neri l’aveva avvertito e lui non gli aveva creduto, che Cassano è una persona fragile. Quindi non gioca più, nonostante le scuse.

Guardavo il presidente del Doria e pensavo a quello che avevo letto il 2 novembre su Repubblica. Un articolo di Gabriele Romagnoli che, sottolineando le lampanti differenze tra il calciatore e il petroliere, tra le altre cose ricordava come l’industriale fosse sopravvissuto un po’ a tutto nella sua vita, “compreso un processo penale per corruzione seguito all’apertura lampo di un impianto a Siracusa (assolto in secondo grado o salvato dalla prescrizione per altri addebiti)”.
Guardavo la bocca stretta del benzinaio Erg e pensavo: “c****, questo qui è uno che non perdona”. Poi chiedevo scusa a Riccardo per aver detto c****. Ma lui lo stesso non mi faceva più scrivere.

Stavo ancora sorridendo amaro, stupito da certe questioni di principio sollevate da pulpiti salvati dalla condanna penale per prescrizione, quando Garrone ha smesso di parlare al cronista per rivolgersi, rugoso e spietato, proprio a me.
“Cosa hai detto Savio??”
“Niente presidente, dicevo solo ma non lo sapevi che Cassano era così? Credevi di aver comprato Del Piero? E dai poteva andarti peggio, se pigliavi Balotelli? Antonio rispetto a Mario pare quasi San Francesco”.

San Francesco magari no, tuttavia credo che il maleducato Cassano sia il solo giocatore ancora capace di ridere in campo. Prima, durante e dopo la partita con gli avversari, calciatori e allenatori. Cassano ride e scherza, in un ambiente dove le conferenze stampa dei Mister sembrano interviste a chirurghi che hanno appena operato pazienti a cuore aperto, o a Capi di Stato che hanno deciso di dichiarare guerra allo Stato canaglia di turno. Perché gli allenatori italiani non perdono mai per colpa loro, ma sempre per colpa dell’arbitro.
Il sorriso cafone di Cassano mi manca già, e se esistesse un tribunale della bellezza, la persona da giudicare sarebbe Garrone, che con la sua sospetta intransigenza sta privando il pallone di uno che si diverte ancora a prenderlo a calci.

Ragionavo così quando, dal vertice sinistro dell’area di rigore, Diamanti ha tirato fuori un incredibile colpo di punta esterno che, seguendo la traiettoria di una spada curva e invisibile, ha sfiorato la testa di Chiellini senza decapitarlo, prima d’infilarsi nel sette alla sinistra di Storari. Un goal mostruoso, che i replay successivi avrebbero mostrato più volte in tutta la sua unicità. Un’idea di tiro che solo ad un matto come Cassano poteva venire in mente. Quindi nello stadio della mia città, con il cuore diviso a metà, mi sono alzato ad applaudire, senza riuscire a smettere. Ma che goal hai fatto Antonio?? Per fortuna che sei tornato.

lunedì 8 novembre 2010

Serie A: Inter- Brescia (Il viaggio di Jeanne e quello di Eto’o)

Noleggiare un film da Blockbuster è sempre più difficile. Da qualche anno il catalogo è stato smantellato, e per un appassionato di cinema trovare pellicole che si elevino al di sopra della mediocrità tanto cara alla maggioranza degli italiani bisogna brancolare nel gialloblu per almeno un quarto d’ora. Qualcuno potrebbe obiettare: “ma un appassionato di cinema non si reca da Blockbuster per trovare un film decente…” Giusto, ma è anche vero che videoteche migliori non sono così vicine a casa.

Il miracolo tuttavia può accadere, e al calare di un pomeriggio scorgo sullo scaffale “Il viaggio di Jeanne” (Les Grandes personnes) di Anna Novion. Mi dirigo in cassa dove mi attende una coda poco piacevole, con i poveri commessi schiacciati dalla massa italiota del sabato che pressa e sbuffa. Mogli vestiste come baldracche, mariti palestrati con i pantaloni a vita bassa programmano una brutta serata che ringraziando il cielo riguarderà solo loro, adagiati sul divano a visionare un pessimo film, tra mitragliate di telefonate e messaggini.

Riesco a noleggiare “Il viaggio di Jeanne”, superando il commesso che da consumato piazzista obbligato mi offre di tutto, l’importante è che non esca dal negozio “solo” con “Il viaggio di Jeanne”. Se aggiungo 3 euro posso prendere altri due film, da consegnare entro 48 ore. No, grazie. Se aggiungo 1 euro mi porto via una confezione di M&M’S, quelli con le noccioline. No, grazie. Se aggiungo il cofanetto del Decalogo di Kieslowski euro ho diritto ad uno sconto del 50% sulla mia futura bara in legno di cirmolo, molto pregiato. Cristo, finalmente una proposta definitiva. Mi complimento col piazzista, accetto e corro a casa.

Con i francesi vai quasi sempre sul sicuro. Il loro cinema sta in equilibrio, il nostro no. E’ come se abitasse una dimensione speciale, che un tempo ci riguardava. Ma adesso no, e non capisco perché. Cioè lo intuisco ma non ho tempo di spiegarlo perché comincia Inter-Brescia. O meglio la squadra di Iachini contro Eto'o, stupendo numero 9 che gioca con i nerazzurri. Uno che se di lavoro fai il difensore del Brescia, prima di scendere in campo perdi almeno cinque minuti davanti al crocifisso nello spogliatoio pregando che si prenda una storta nel riscaldamento.

Niente da fare, e lui ti punta, finta, modella la bellezza dei suoi lunghi muscoli per scatti che ti lasciano sul posto, quasi abbattuto nel tuo destino di giocatore “normale”. Ma ti fai forza, gli altri dieci di Benitez non sono così di un altro pianeta e allora disputi un bel primo tempo, vai in vantaggio con il tuo centravanti/capitano e poi al riposo vincendo a San Siro contro i campioni d’Europa.
Il secondo tempo te lo immagini già. Stringere i denti e difendersi senza abbassarsi troppo, sperando che Diamanti controlli i nervi ed inventi qualcosa in contropiede. Passano i minuti e quasi ci credi. Poi ricordi che ad un arbitro, se vuole fare carriera, certi rigori che non ci sono alle squadre di vertice bisogna fischiarli comunque, anche se il giocatore stupendo è rotolato da solo sul pallone come un bambino. Pazienza, hai fatto il possibile. Non hai vinto ma non è colpa tua. Porti a Brescia un punto dopo cinque sconfitte consecutive. Certo aggiungendone altri due, avresti avuto uno sconto su quelli che ti mancano per rimanere in serie A.

domenica 7 novembre 2010

I valori del calcio nel settore giovanile e scolastico e nell'attività di base FIGC CRL

Ecco il video ufficiale del Campus della FIGC (settore giovanile scolastico) di Salice Terme, prodotto e diretto da Officina27, al quale ho collaborato con la stesura della storia originale.

Un estratto del testo:
Mi hanno presa a calci fin dall’inizio.
La prima volta che l’hanno fatto, gli italiani avevano tutti una maglietta bianca, perché era quella che costava meno. I pantaloncini e i calzettoni invece erano di tutti i colori. Avrebbero potuto mettersi d’accordo.

Ho perso la testa per piedi speciali. Quelli di Silvio Piola e Giuseppe Meazza.
Ho ascoltato i consigli di Vittorio Pozzo a ragazzi che, io lo sapevo già, sarebbero diventati campioni del mondo. Prima a Roma e poi a Parigi.

Mi sono messa a piangere per Valentino Mazzola e i campioni del Grande Torino.

Sono tornata a divertirmi una sera d’estate del ‘68, quando l’Italia è diventata campione d’Europa.
Due anni dopo in Messico ho pensato di regalarvi una partita straordinaria. Ho imparato ad amare nello stesso modo le carezze dolci di Gianni Rivera, e gli schiaffi senza appello di Gigi Riva.

In tutti questi anni ho cambiato faccia tante volte, ma sono rimasta sempre la stessa.

Nell’estate del 1982 ho visto Enzo Bearzot portato in trionfo dalla sua squadra.

Mi sono spaventata dentro notti magiche, osservando gli occhi enormi di un ragazzo siciliano.

Nel ‘94 ho cercato di riscoprire l’America seguendo sul prato le idee di carta di un rivoluzionario.

In Germania mi sono lasciata proteggere dai guanti di Buffon e dalla tranquillità dei tacchetti di Grosso.
Fabio Cannavaro mi deve ancora un pizza, e Marcello Lippi un sigaro.

lunedì 1 novembre 2010

Serie A: Milan-Juve-Houellebecq (Tutte le carte in regola per essere francese)

Ho tutte le carte in regola per essere francese, come Piero Ciampi aveva tutte le carte in regola per essere un artista.
Da piccolo, chiedevo a mio padre:
“Papà, perché non siamo francesi?”
Lui rispondeva enigmatico:
“Comincia ad andare bene a scuola, e si vedrà…”

Crescendo, pur non essendo schiavo delle mode, alcuni capi d’abbigliamento marchiati Lacoste e Le Coq Sportif, finivano con l’attrarre il mio gusto più di altri, e quando raramente il portafoglio me lo consentiva, acquistavo qualcosa con il coccodrillo o il galletto, subendo la garbata ironia di mia sorella che m’intimava di essere vittima della moda. Eh no, le rispondevo, mi piacciono perché sono di buona fattura. Questo però non la convinceva.
Anni dopo sarei tornato alla carica, sostituendo la letteratura all’abbigliamento, ovvero raccontando a mia sorella quanto mi fosse piaciuto La Carta e il territorio, dello scrittore francese Michel Houellebecq.

Cosa c’entra questo inizio con Milan-Juventus di sabato sera è difficile dirlo, forse c’entra di più col fatto di non aver accettato pienamente il consiglio di mio padre, specialmente per ciò che riguarda i compiti in classe di italiano, che svolgevo a modo mio, subendo talvolta dai professori qualche segno in penna rossa del tipo “qui sei andato fuori tema”. Ma insomma, stare sempre nel tema che noia.

Parlare di questo non c’entra con Milan-Juventus, e l’alternativa era iniziare con la storia delle due gattare che, verso sera, si contendono le strade del mio quartiere. Una in bicicletta, l’altra al volante di un’automobile caratterizzata dall’inquietante presenza di sacchetti e piattini di plastica che finiscono con lo stipare sedili posteriori e baule, fornendo al passante l’immagine di una macchina sul punto di esplodere e gettare intorno crocchette e scatolette di mangiare per felini.
Sorvolando sui disturbi mentali che trasformano certe donne in gattare, ho visto in quella ciclista la Juventus, e in quella patentata il Milan.

La gattara Allegri ha cominciato bene la partita, grazie soprattutto a un meraviglioso incrocio dei pali colpito da Ibrahimovic. Dopo il primo quarto d’ora di supremazia rossonera, molti gatti juventini hanno allora pensato di essere spacciati, il cibo non sarebbe bastato per tutti, e gli unici a mangiare sarebbero stati i gatti milanisti, con il loro pelo morbido e lucente.
Ad un certo punto però Mamma gatta bianconera, dall’alto dei suoi 36 anni, ha guidato un pericoloso contropiede, peraltro concludendolo troppo egoisticamente, andando al tiro quando avrebbe potuto servire un compagno. Era comunque un segnale.
Qualche minuto dopo, un cross di De Ceglie dalla sinistra esaltava lo stacco e il colpo in sospensione di Quagliarella, che di testa mandava la palla nell’angolo in alto alla destra di Abbiati, complice il sonno di Antonini che evitava di contrastarlo per ammirarne meglio il gesto.
La Juve in bicicletta era in vantaggio, e la gattara Del Neri si metteva a posto soddisfatto gli occhiali bianchi e neri.

Il Milan continuava a creare occasioni di rete, ma in prossimità della porta difesa da Storari qualcosa andava sempre storto. Sfortuna, parate, imprecisione ed eccessiva leziosità aiutavano una Juve grintosa e ben organizzata, capace di rendere inoffensivi sia Pato che Robinho.
Il raddoppio della squadra di Torino era conseguenza della famosa legge riguardante la punizione inferta a chi spreca troppo. Ancora Antonini sbagliava il tempo di un’uscita difensiva, la palla finiva a Sissoko che, con la velocità di uno che non capisce cosa sia quell’oggetto dalla forma circolare che gli rotola tra i piedi, riusciva prima a ciabattare in modo ignobile, poi a servire all’indietro sempre lui, Del Piero, monumento vivente della bellezza del calcio, che con un diagonale di collo trafiggeva un immobile Abbiati. Milan 0, Juventus 2.

Seedorf e Inzaghi cercavano di convincere i gatti loro compagni di squadra che non si trattava di un concorso di bellezza teso a stabilire quale felino fosse più bravo a giocare con la pallina di spugna. Lo scopo della serata era far finire la pallina dentro quella rete bianca, protetta da un gatto con i capelli un po’ i piedi, una maglietta di rara bruttezza bianca con una manica rossa e una verde, e le calze sopra il ginocchio. L’unico a capirlo tuttavia era Zlatan, il gatto svedese, che dimenticato dai difensori avversari accorciava le distanze con facilità incornando da pochi passi.

I cinque minuti di recupero trascorrevano lenti per i gatti bianconeri, che per farli passare più in fretta si mettevano a correre a turno con il pallone fino alla bandierina del calcio d’angolo più vicina, troppo veloci per gatti rossoneri che provavano gli ultimi, poco convinti assalti.

Nel post-partita, Silvio Berlusconi consigliava alla gattara Allegri di pettinarsi (lisciarsi il pelo), prima di andare a farsi intervistare in sala stampa, e così l’unica gattara contenta alla fine era Gigi Del Neri, ovvero quella in bicicletta. Ma per il controllo definitivo della distribuzione di cibo per gatti nel quartiere, ci sarà da aspettare fino a maggio.

giovedì 28 ottobre 2010

Sport Movies a Milano


domenica 31 ottobre - ore 17.30,
Milano, Piazza Mercanti, 2 - Palazzo Giureconsulti - Sala Colonne

Presentazione del video ufficiale del Campus Federale di Salice Terme sui valori del calcio nel Settore Giovanile e Scolastico e nell'Attività di Base F.I.G.C. C.R.L e tavola rotonda su “Etica, calcio giovanile e arbitri”.

Il video ufficiale è una produzione officina27: regia di Elise Cresson, storia originale di Francesco Savio.

Interverranno: Dott. Carlo Tavecchio, Dott. Felice Belloli, Prof. Giuseppe Righini, Prof. Giuseppe Terraneo, Dott. Paolo Casarin.

lunedì 25 ottobre 2010

Serie A: Bologna-Juventus (La famiglia Wapshot non può entrare allo stadio)

L’avvento delle telecamere negli spogliatoi ha svelato fondamentalmente una cosa: quelli dei padroni di casa sono sempre molto grandi e comodi, in alcuni casi (Milan e Inter) sembrano addirittura salotti, con poltrone disposte circolarmente che richiamano ipotetici luoghi letterari, dove gli allenatori al centro della stanza sono messi nella condizione ideale per raccontare ai loro ragazzi trame e personaggi del libro che hanno letto durante la settimana.
Quelli degli ospiti invece sono simili a sgabuzzini, talvolta senza finestre, spazi angusti che forse vogliono essere metafora, con la loro microscopicità, dell’antisportività ben radicata da diversi anni nel calcio italiano. Vieni a giocare a casa mia? Tanto per cominciare ti sbatto nello sgabuzzino, poi vediamo. O forse no, relegare gli avversari dentro spazi ridotti al minimo, è un escamotage per stimolarli a reagire sul campo alla claustrofobia subita sottoterra, con il solo intento di aumentare le probabilità di una partita spettacolare.

Quale che sia la verità, questa scelta contraddice anche un’altra credenza molto diffusa, ovvero che la Tv abbia allontanato gli appassionati dagli stadi e dall’amore per il calcio. Niente di più falso e anzi, nell’osservare i giocatori della Juventus pressati nella stanzetta del Dall’Ara, mi sono ricordato di certi spogliatoi gelidi frequentati da bambino e adolescente durante improbabili trasferte mattutine, anche se credo che quelli della Juve fossero almeno riscaldati. Il mezzo televisivo quindi mi ha trasmesso un’emozione che, se mi fossi recato alla stadio, si sarebbe certamente persa dentro noiosi ed invasivi controlli, tesi a sapere perché nascondessi un libro nello zaino:
Poliziotto numero 1: “E checce fai con sta famiglia Wapshot nello zaino??”
Poliziotto numero 2: “Anvedi oh, abbiamo trovato er poeta de Praga!”
Poliziotto numero 1: “Ah ah ah…ma chette porti i libri allo stadio??”
Io: “No , è che ero al parco a leggere e allora…”
Poliziotto numero 2: “E vabbè per stavolta passi, ma chimme dice che nun lanci er libro in testa a quarcuno??”
Io: “Certo, perché secondo lei io mi metto a lanciare nel vuoto il secondo romanzo di John Cheever, una delle poche cose che non ho ancora letto del grande scrittore americano, rischiando che Lo scandalo Wapshot non mi torni più indietro…”

La vostra folle stupidità, mi stupisce più del fatto che non abbiate fatto le stesse storie a quei bestioni con precedenti penali prima di me nella fila al tornello, che poi per incitare al tribale canto altri come loro, seguiranno la partita a torso nudo nonostante la pioggia dando le spalle al campo, cioè come si schierano gli steward in Inghilterra dove, stranamente, hanno risolto il problema della violenza senza alcuna Tessera del Tifoso.

Ma veniamo a Bologna-Juventus. Una squadra di vertice può permettersi un centravanti scarso, due però no. Questo mi è parso il principale problema della Juve di ieri, che se dotata di un numero 9 titolare scelto a caso tra le altre diciannove compagini della Serie A, probabilmente avrebbe portato a casa i te punti. Ma Del Neri al momento può scegliere tra un Amauri ormai fotocopia precisa a colori del primo Aristoteles della Longobarda banfiana, e un Iaquinta svogliato che, oltre ai soliti limiti tecnici sembra, dai suoi sguardi non particolarmente intelligenti, aver dimenticato il funzionamento di una regola tra le più importanti, quella del fuorigioco.
Quando Krasic si è buttato in area e l’arbitro ha fischiato il calcio di rigore, il buon Vincenzone ha tolto la palla a Felipe Melo pensando di sbloccarsi. “Tiro io” gli ha detto. Per sfortuna dei tifosi juventini l’ha fatto davvero, estraendo dal cilindro il suo classico piattone quasi centrale che l’ottimo Viviano ha parato senza difficoltà. Giusto così, perché il rigore non c’era, e una vittoria ottenuta in quel modo avrebbe generato polemiche infinite, con probabili dubbi da parte di Massimo Moratti riguardanti la presenza di Luciano Moggi dietro ogni decisione sbagliata di un arbitro, in Italia e nel mondo.

Per qualche minuto il Bologna ha comunque reagito rabbiosamente all’ingiustizia subita, senza tuttavia impensierire Storari. Nel secondo tempo la Juventus ha mantenuto una supremazia sterile, resa appena più fertile dall’ingresso di Del Piero al posto di un Krasic divorato dal senso di colpa manco fosse Kafka e dai buu del pubblico bolognese, e di un Martinez che ha fatto intravedere qualcosa delle sue potenzialità, valutate in estate dodici milioni di euro.

Il libro di John Cheever com’era prevedibile non l’ho utilizzato come corpo contundente, ho usato invece una matita per fare cerchi intorno ai nomi dei personaggi principali de Lo scandalo Wapshot, perché leggere e guardare una partita contemporaneamente porta a perdere il filo della storia. Il migliore in campo, a mio insindacabile giudizio, è stato Emiliano Viviano, bravissimo già ai tempi del Brescia, inseguito da un curioso destino sportivo che lo vuole da sempre acceso tifoso fiorentino, di proprietà dell’Inter, e salvatore del Bologna.

mercoledì 20 ottobre 2010

Serie A: Milan-Chievo (Thoreau non basta al Céo)


Le cose che mi distinguono da Pirlo sono molte, ma le più evidenti sono di natura tecnica ed economica. Restando a quelle sul campo, mi ha sempre affascinato il coraggio di Andrea nel farsi dare palla al limite della propria area, pur sapendo di essere braccato dal centrocampista avversario, incaricato a contrastare sul nascere il generatore principale della manovra rossonera. Io invece da ragazzo, specie nei momenti cruciali di una partita, tendevo a nascondermi. Se portavo il 7 dietro il 3, se indossavo il 9 o il 10 vicino al 5 o all’8.
Pirlo no: si fa dare palla, la protegge come pochi altri al mondo utilizzando veroniche e altre rotazioni intorno al proprio asse (che gli sono state fornite in dotazione probabilmente da Dio) quindi la passa ai compagni, inventando traiettorie che sovente destano stupore negli appassionati.
Per sua fortuna, uno dei destinatari di questi suggerimenti si chiama Ibrahimovic, il quale a sua volte eccelle non solo nel segnare, ma anche nel mandare in porta Pato con cross calibrati, o rapide furbizie partenti da innocui calci di punizione.

Allo scadere del primo tempo, mentre il telecronista ricordava che, con la doppietta appena realizzata, il ventunenne “papero” brasiliano aveva raggiunto quota 40 gol in 81 presenze di serie A, i giocatori del Chievo si auguravano che il loro allenatore desse loro una confortante spiegazione su come fosse stato possibile giocare bene e ritrovarsi sotto due a zero, senza meritarlo. Pioli li avrebbe tranquillizzati, incitandoli tuttavia ad essere più precisi davanti ad Abbiati, peraltro in grande forma, prima di decidere per il doppio cambio Fernandes-Bentivoglio Thereau-Granoche.

Cambiando una vocale, ho pensato: “ecco dov’era finito…”
E poi che Henry David Thoreau, dopo due anni trascorsi isolato nei boschi di Walden, non avrebbe potuto scegliere che il Chievo per il suo esordio nel campionato italiano. Il filosofo e scrittore americano, nato a Concord nel 1817, si è presentato con un bel tiro da fuori, un colpo di testa in mischia, diversi scatti e tagli intelligenti. Ma al Céo questo non è bastato per pareggiare e anzi, dopo l’autogol di schiena di Ibra, i mussi hanno preso pure il terzo da Robinho, fino a quel momento comparabile al collega di maggior talento ma svogliato durante la partitella aziendale Scapoli-Ammogliati del giovedì.

Al termine di Milan-Chievo, mi sono chiesto se Andrea Pirlo fosse un consumatore abituale di pirlo (vino bianco frizzante, bitter, acqua di selz). Mi sono risposto di no, dandomi addirittura una spiegazione. Pirlo non beve il pirlo, perché vive ogni giorno un sogno realizzato, direi da circa 31 anni. Il consumatore il pirlo invece, cerca sensazioni piacevoli attraverso un bicchiere o più, non solo per la bontà dell’aperitivo, ma anche per rendere reali (almeno nello stato di ebbrezza) certi sogni nascosti che ormai per abitudine preferisce dimenticare.
Poi ho pensato a Thoreau, che la prima estate a Walden non lesse e scrisse nulla, ma zappò fagioli.

venerdì 15 ottobre 2010

Italia-Serbia (Matteo, Bianciardi, e un piccolo scrittore che non riesce a lavorare in libreria)

Non mi vengano a raccontare che tutti i pomeriggi della settimana sono uguali. Per quanto mi riguarda, il martedì significa andare a giocare a calcio con Matteo, dieci anni. L’appuntamento si ripete ormai da quattro anni, così ho avuto modo di osservare i miglioramenti del ragazzo, e pure la fermezza della sua fede milanista, che non sono riuscito a scalfire neppure facendogli prendere a calci talvolta un pallone della Juventus.
“Hai visto come rotola bene? Dipende dal bianco e dal nero che, mischiandosi nella rotazione sferica, disegnano sfumature di pentagoni che, oggettivamente, emozionano più dell’abbinamento cromatico rosso e nero. Non trovi? Perché non passi alla Juve?”
Niente da fare.

Il martedì andiamo al parco a giocare a calcio, e questo mi consente di aggiungere qualcosa al mio basso stipendio di libraio, anzi no, perché libraio non sono mai stato, e libraio non riesco a diventare, nonostante lavori in una libreria, dove però faccio il magazziniere, ma non di libri. Mi sono sempre infatti occupato di musica, in passato e con soddisfazione mettendo a disposizione le mie conoscenze musicali per ordinare i dischi migliori, da 17 mesi invece confinato inspiegabilmente in magazzino dove qualche volta, mi scopro a pensare: ma la logica non dovrebbe consigliare di darmi almeno una possibilità? Vuoi vedere che questo bravo ragazzo, che non ha mai dato problemi in dieci anni di carriera, essendo anche un piccolo scrittore, magari potrebbe essere pure un bravo libraio? Forse no, meglio non rischiare. Meglio farlo stare in magazzino, a mettere i cd e i dvd nelle custodie trasparenti, in piedi per sei ore consecutive nello stesso punto, dove quel Savio osserva sul muro di fronte una piccola fotografia di Luciano Bianciardi che ha attaccato come una figurina. Sostengono alcuni che ci parli pure con questa fotografia, ma non ci sono riscontri scientifici di botta e risposta tra l’autore de “La vita agra” e il magazziniere nato a Brescia.

Uno degli aspetti più sconfortanti di Milano è la difficoltà di trovare un pezzo di prato dover poter giocare a pallone gratuitamente. Da illusi poi la speranza di avere anche porte regolamentari, provviste addirittura di reti. Quindi con Matteo si va ai giardini di Porta Venezia (dominati però dalla presenza massiccia di cacche canine, non essendoci misteriosamente un’area recintata per quadrupedi) o ai giardini di Palestro, molto più belli e puliti (vietato l’accesso ai cani) ma sovente invasi da comitive di piccoli con madri e feste di compleanno che occupano i potenziali spazi di gioco.

Due zaini come porta e via, con Matteo giochiamo in anticipo le partite del fine settimana, sfidiamo altri bambini o mezzi adulti di passaggio, calciamo cinque rigori per uno e vediamo chi vince, rimpiccioliamo la porta e cerchiamo di centrarla da distanze siderali, scommettendo anche forte:
“Se faccio gol da qui in fondo, decentrato, il Milan vince la Champions, la Juve il campionato e l’Inter va in B per le telefonate di Facchetti…”
Gol.

Martedì sono tornato a casa stremato, pronto a sedermi sul divano per assistere a Italia-Serbia, partita che prometteva bellezza. Stankovic e Krasic contro Bukowski-Cassano e il bel Pazzini. Ma quando ho notato quello scimpanzé tatuato con passamontagna a cavalcioni sulla parete di plexiglas tagliare le reti di protezione con un tronchesino arancione per lanciare meglio i fumogeni in campo, ho capito che la cosa sarebbe andata per le lunghe. Ho sperato che insieme ai poveri poliziotti, chiamati ad arginare una situazione pericolosa che poteva precipitare in tragedia, arrivasse pure il jazzista Bobo Maroni, magari per spiegare i vantaggi della Tessera del Tifoso agli ultras serbi. Poi, durante gli inni nazionali, i fischi a quello serbo e l’emozionate canto di quello italiano (che mi ha fatto venire, come sempre, la pelle d’oca) mi hanno fatto temere una dichiarazione di guerra dell’Italia alla Serbia, firmata da Ignazio La Russa. Quindi hanno provato a giocare. Un difensore serbo ha cercato di troncare la carriera a Stefano Mauri con un’entrata da killer, per fortuna senza riuscirci. L’arbitro, comprensibilmente preoccupato e confuso, è riuscito a non vedere un rigore clamoroso su Pazzini, spinto con due braccia sulla schiena mentre era già in volo per colpire di testa. All’ennesimo lancio di fumogeni e bengala in campo, l’incontro è stato sospeso. Viviano ha detto che lui nella porta sotto quei matti non ci sarebbe più andato. Ma chi si ostina ad amare il calcio per quel meraviglioso spettacolo che è, come Rivera e Donadoni ad esempio, aveva già abbandonato lo stadio da un po’.

venerdì 8 ottobre 2010

Serie A: Inter-Juventus (Milos Krasic sta a Pavel Nedved come John Barth sta a Sheherazade)

John Barth nasce il 27 maggio del 1930 a Cambridge, nel Maryland, insieme a una sorella gemella, Jill: circostanza tutt’altro che trascurabile nella carriera dello scrittore, se è vero che in più di una sua opera si fa allusione a coppie di gemelli, e che i suoi libri, a quanto sostiene, tendono per un certo periodo a susseguirsi in coppie affini…”
Inizia così la vita dello scrittore secondo il profilo bio-bibliografico che potete trovare nei libri stampati in Italia da Minimum Fax, nella collana Classics, che comprende anche Richard Yates e Bernard Malamud, ovvero due tra i miei scrittori preferiti.

Da qualche anno sono solito trascorrere le ferie estive in montagna. Tra lunghe passeggiate e gustose soste in malghe dove mi sacrifico a mangiare stupefacenti cotolette viennesi con patate al forno all’erba cipollina, o doppie uova appoggiate sopra un letto di caldo speck, trovo pure il tempo di leggere ottimi libri e tre quotidiani al giorno, uno di questi sportivo. Come ogni appassionato, apprendo di colpi di mercato imminenti o saltati, confronto le potenzialità della mia squadra con quelle delle altre e, nei momenti di regressione all’infanzia più acuti, arrivo a compilare foglietti con probabili formazioni tipo. Quando penso che sto esagerando, mi consolo ricordando che Fabrizio De André faceva lo stesso con il suo Genoa.

Milos Krasic mi veniva di metterlo sempre a centrocampo sulla sinistra con il numero 11 nelle mie formazioni, nonostante la predilezione dell’ala serba per la corsia opposta. Chiaro, seppur inconscio, il mio intento: costruire una Juve che puntasse su somiglianze estetiche decise (Krasic/Nedved) a certe forti compagini bianconere del recente passato. L’insistenza con cui Krasic pretendeva la Juve a tutti i costi tuttavia mi lasciava perplesso, specie nella fase digestiva altoatesina. Chi mi poteva assicurare che dietro questo desiderio ossessivo non si nascondessero le velleità di un buon giocatore di fronte all’occasione della vita?
Scacciavo questi turbamenti con il caffè.

Le prime giornate hanno superato le previsioni di molti sedicenti “esperti”: l’impatto di Krasic sul campionato italiano è stato di quelli che si fanno notare. Sono andato a riprendere i miei foglietti estivi e ho spostato Milos sulla destra. Ho visto il biondino sfrecciare palla al piede con difensori al seguito incapaci di raggiungerlo e mi sono detto: “Perbacco, vuoi vedere che questo è un potenziale campione e io non lo sapevo?” Ho sentito Massimo Mauro dire cose banalmente provocatorie come al solito, ad esempio che Krasic non “vedesse” la porta (appena prima che il nazionale serbo realizzasse una tripletta), e ho pensato immediatamente che la Juventus allora aveva davvero centrato un bell’acquisto.

“Non sono un esperto di letteratura o di filosofia”, dichiara in uno dei suoi saggi John Barth, “ma un semplice narratore di storie. Ovvero, un bugiardo professionista. E nel corso degli anni ho sviluppato una vera e propria ossessione per la più leggendaria di tutte le narratrici, Sheherazade, che torna come personaggio in più d’uno dei miei libri”.

Mi sono convinto che Pavel Nedved rappresenti per Milos Krasic quello che Sheherazade per John Barth. Ho pensato ad un nuovo libro dello scrittore americano, capace di raccontare meglio di me come certe somiglianze si ripetano nel tempo e perché, già che c’è, alcuni volti risultino famigliari già dalla prima volta, e certe piacevoli intese con sconosciuti scattino senza difficoltà dopo pochi minuti trascorsi a parlare.

Siamo arrivati così a Inter-Juventus. Una partita non bella, anche se ne ho viste di peggio, dove la cosa migliore è stato il comportamento dei giocatori, combattivo ma senza isterismi. Qualche maligno ha fatto notare come le contemporanee assenze di Mourinho, Materazzi e Massimo Moratti abbiano contribuito al ritorno ad una normale rivalità sportiva tra bianconeri e nerazzurri. Ma non avremo mai la controprova. Di certo c’è che l’Inter di quest’anno ha un nuovo allenatore, simpatico e dotato di maggiore sportività del portoghese, ma meno bravo (per ora) di Mourinho nello stimolare una squadra sulla carta più forte dell’avversario.
Il pallone che rotola però di carta e foglietti estivi se ne frega, quindi Inter-Juventus è terminata 0-0.

In panchina Rafa Benitez si è grattato la testa, pensando che un Kuyt gli avrebbe fatto comodo, considerando il Milito che gli è capitato. Gigi Del Neri, beccato più di una volta dalle telecamere sbirciare il libro di John Barth che nscondeva nella tasca della giacca, ha poi precisato in sala stampa che, se ognuno deve “stare” per forza a qualcos’altro, se Krasic si è messo in testa l’idea di essere il sequel di Pavel Nedved, allora a lui, da buon friulano, non dispiacerebbe raggiungere i risultati della Juve di Fabio Capello.

domenica 3 ottobre 2010

Mia moglie e Roger Federer come esperienza religiosa


I vantaggi di avere una moglie che lavora in libreria sono molteplici. Se si ama leggere, ovviamente. Se si preferisce invece che so, collezionare statuine del presepio, consiglio vivamente di chiedere la mano della proprietaria di un negozio storico del centro di Milano, famoso per la varietà di presepi, e anche per il fatto di avere sul pavimento una botola dalla quale, nel dicembre scorso, è sbucata una signora anziana che mi ha fatto quasi spaventare, sorgendo ai miei piedi, e poi alle mie ginocchia, ma qui lo spavento è rientrato, perché ho capito di cosa si trattava.
Tornando a noi, mia moglie lavora in libreria, e ogni fine settimana mi consiglia libri che potrebbero fare al caso mio. Spesso allontano queste sue indicazioni con educato diniego: “Grazie, interessante, ma sai sono già pieno di libri da leggere...”
Capita poi che, anche mesi dopo, io le dica entusiasta il titolo del bel libro che sto leggendo e lei sbuffi: “Ma certo, te ne avevo parlato!”
Secondo me però non è sempre vero.
L’altro giorno mia moglie mi ha regalato “Roger Federer come esperienza religiosa” di David Foster Wallace. E’ furba mia moglie, sa quanto amo gli scrittori che parlano di sport. Mia moglie sa anche quanto mi piacerebbe scrivere di sport su un quotidiano, ma è pure a conoscenza del fatto che non conosciamo nessuno in grado di raccomandarmi e che, per sfortuna, nessuno di noi due è figlio di un giornalista. Questo faciliterebbe molto il mio esordio sulla carta stampata. Basta sfogliare i giornali per scovare cognomi che si ripetono, dinastie di penna che talvolta cambiano testata per dare meno nell’occhio. Come figlio di materassaio avrei potuto essere un bravo materassaio, anche se non è detto perché ci vuole talento, e ogni tanto rimpiango di non aver continuato il lavoro paterno, ma giornalista no. Adesso che ho iniziato a fare qualche presentazione per il mio libro, dalla prossima diciamo, penso che chiederò ogni volta se c’è qualcuno tra gli spettatori in grado di raccomandarmi. Funziona così, ma insomma anche se morirò senza scrivere su un quotidiano me ne farò una ragione.
Gli scrittori che parlano di sport, dicevo. Nel 2006, il New York Times invia in Inghilterra un corrispondente d'eccezione, David Foster Wallace. Ne viene fuori questo saggio narrativo pubblicato in Italia da Casagrande, raffinato editore di Bellinzona, quindi svizzero come Roger Federer.
E’ un libricino maestoso, che parla della bellezza religiosa di un campione straordinario e del tennis, ma è come se parlasse del rapporto casuale o studiato che intercorre tra gli uomini e qualcos’altro, magari una divinità.
Trascrivo un brano dai, così si capisce che non dico bugie.
“L’obiettivo dei giochi di competizione non è la produzione di bellezza, ma qualsiasi sport praticato ad alto livello diventa una sede privilegiata per l’espressione della bellezza umana. Il rapporto è più o meno lo stesso che intercorre tra coraggio e guerra.
La bellezza umana di cui stiamo parlando è un tipo particolare di bellezza; potremmo definirla bellezza cinetica. L’attrazione e il fascino che esercita sono universali. Non ha niente a che vedere con il sesso e con le norme culturali. Semmai, sembra essere strettamente legata alla possibilità per un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo.
Ovvio, negli sport maschili nessuno parla mai della bellezza, della grazia, o del corpo.
Gli uomini possono professare il loro amore per uno sport, ma questo amore deve essere espresso e rappresentato nella simbologia della guerra: eliminazione e avanzamento, gerarchie di rango e posizione, statistiche maniacali, analisi tecniche, fervore tribale e/o nazionalistico, uniformi, frastuono collettivo, bandiere, petti percossi, facce dipinte, ecc. Per ragioni che non sono totalmente chiare, molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore.”

(David Foster Wallace)
Per concludere, un “Momento Federer”.

martedì 28 settembre 2010

Serie A: Milan-Genoa (La mia ragazza Ibra)

(Savio per Quasi Rete Gazzetta dello Sport)

Ci sono fidanzate che in estate partono per il mare e non puoi star tranquillo. Vanno con le amiche, o con la famiglia, ma questo poco importa. Il fatto è che loro vanno al mare mentre tu resti a casa perché le ferie le hai già finite, e devi lavorare. Passano i giorni e le telefonate si fanno più rade. Cominci a pensare male. Ti arrivano messaggi del tipo: “Pomeriggio in spiaggia: bagni, giochi e rilassamento”. Passi per i tuffi, ma su giochi e rilassamento cominci a fare brutti pensieri, cercando di allontanare l’atroce minaccia che i giochi in questione possano essere erotici, e il rilassamento sia rappresentato invece dal classico relax post-coitale.
Avevo questo amico juventino che si sfregava le mani emozionato osservando le prodezze di Zlatan Ibrahimovic, nato a Malmoe nel 1981. Lo ricordo, con la luce dell’appassionato di calcio negli occhi, confidarmi: “Siamo nel 2005, ha 24 anni. Per 7/8 anni col centravanti siamo a posto”. Povero ingenuo questo mio amico. Non immaginava la leggerezza di certe ragazze molto belle, e l’imprevedibilità del caso e d’indagini telefoniche svolte in una sola direzione, date in pasto al popolino ripieno di informazioni lette sui giornali gratuiti in metropolitana, o su certi quotidiani a pagamento capaci di anticipare le sentenze dei Giudici secondo il volere dell’azionista di maggioranza. Juve in B allora e la ragazza Ibra del mio amico all’Inter, quando al momento di prenotare le vacanze estive nessuno avrebbe potuto immaginarlo.
All’inizio di ogni campionato, le piccole e medie squadre tengono il passo delle grandi. Passano le giornate e la parte ingenua che alberga dentro qualcuno di noi per un attimo comincia a crederci: dai che quest’anno lo scudetto lo vince il Chievo, il Bari, il Brescia. Poi, inesorabilmente, la differenza con le grandi squadre salta fuori.
Sabato sera in Milan-Genoa ad esempio è andata così. Un primo tempo equilibrato, con virtuale vittoria ai punti della squadra di Gasperini. Al quarto della ripresa però è accaduto l’inevitabile: Pirlo ha considerato opportuno ripetere il lancio che, anni prima, quando indossava la maglia del Brescia, aveva effettuato per Roberto Baggio. Era il novantesimo, e il fuoriclasse di Caldogno aveva pensato di fare due cose in una sola, stoppando il pallone che spioveva dall’alto dei cieli di Pirlo scartando nello stesso tempo Van der Sar, prima di depositare il pallone in rete. Juventus-Brescia 1-1.
Ma torniamo a S. Siro al quarto minuto del secondo tempo: lancio centrale del regista del Milan, due difensori non bastano per un solo Ibrahimovic che allunga il piede numero 47 per anticiparli e infilare con un pallonetto la porta alle spalle di Eduardo, portiere rossoblu incerto a metà strada tra linea bianca e attaccante avversario.
Da questo momento il bel Genoa della prima frazione di gioco è scomparso. Criscito, Ranocchia e Toni si sono guardati più volte negli occhi come a dirsi: “siamo una bella squadra e faremo un bel campionato. Ma anche oggi abbiamo visto un film che purtroppo ben conosciamo. Parla di noi, e di altre squadre come noi, eterne medie compagini impossibilitate a trasformarsi in Milan, Juventus e Inter.”
Robinho e Seedorf hanno accompagnato la più bella ragazza in campo cingendole i fianchi, aiutandola a prendere tempo. Il primo con accelerazioni e spettacolari colpi di tacco, il secondo con il consueto trotterellare e proteggere palla. La bella ragazza svedese, dal canto suo, ha tenuto lontano certi corteggiatori genovesi che, a volte a gruppi di tre, volevano appropriarsi di ciò che la bella aveva di più prezioso: la sua palla.
È così arrivata la fine della partita, e guardando il volto stanco di Ibra mi è tornata in mente una mia lontana ex-fidanzata, giovane e bella, dispersa tra mare e sabbia, con il telefonino che non prendeva, mai.

venerdì 24 settembre 2010

Serie A: Brescia-Roma (Magrelli al posto di Mexes)

Il poeta Valerio Magrelli non potrà mai perdonare al padre di avergli fatto indossare una tenuta della A. S. Roma Calcio solo per fotografarlo, in riva al mare, a sette anni, nel primo pomeriggio di una domenica invernale degli anni sessanta. L’immagine più triste, sciagure a parte, che l’autore di Addio al calcio conserva nella sua memoria.
“Cosa ci fa infatti un bambino solo, e in perfetta tenuta sportiva, sulla spiaggia a gennaio?”

Magrelli ha deciso di ritirarsi dal calcio giocato a quarant’anni, al termine di una partita contro ragazzi più giovani. Addirittura dopo un’azione pregevole che l’aveva visto tagliare la difesa come il burro, saltare i terzini come in sogno. Già, ma perché tutti si scansavano, anzi, lo evitavano. Una gentilezza squisita, sottolinea il poeta, ma piuttosto umiliante. Come la richiesta di un compagno al momento di battere una punizione:
“Coraggio, tiri lei…”
Del Lei, in un campo da calcio!
Quella fu l’ultima partita di Valerio Magrelli.

Conoscevo bene i motivi intimi dell’irrevocabile decisione di Valerio, per questo mi sono stupito quando Claudio Ranieri l’ha fatto entrare sul terreno di gioco del “Rigamonti”, per giunta senza riscaldamento, pochi secondi dopo l’espulsione di Mexes.
Il difensore francese stava ancora terminando la sua scenata isterica, degna di una moglie tradita, quando l’allenatore del Testaccio, anglo-romano esemplare nel suo tentativo di apparire calmo circondato dalla consueta caciara nervo-giallorossa, ha guardato il fondo buio della panchina per ordinare all’ultima delle riserve, peraltro assorta nella lettura di Paul Valéry:
“Valerio, tocca a te!”

Sotto il cartellino rosso, Mexes avrebbe voluto mangiarsi l’arbitro. Vene tatuate del collo in rilievo, rossore diffuso a fare da contrasto alla chioma bionda, Philippe ha poi virato verso il guardalinee che ingenuamente si era avvicinato all’area di rigore. Attimi di testa a testa con il pallido e magro sbandieratore, poi via, cinque-sei compagni che cercano di trattenere il difensore francese, farlo rientrare di testa, ma niente. Pippo allora corre verso il tunnel, e appena varcata la linea laterale sferra un calcione alla base gommata di una postazione Sky, rischiando di far venire un infarto all’operatore di telecamera, o di farlo ribaltare.

Sotto di due gol dopo il rigore realizzato da Caracciolo, Magrelli ha fatto quello che ha potuto, dando ordine ad una squadra volenterosa, ma confusa. Il Brescia, magistralmente schierato da Beppe Iachini con dieci uomini sempre dietro la linea della palla durante la fase difensiva (da lodare il sacrificio in copertura dei talentuosi Diamanti ed Eder) ha sofferto nei minuti finali per contenere gli assalti di una Roma riportata in vita dal gol di Borriello, l’ultimo ad alzare bandiera bianca dei suoi.

Perparim Hetemaj, giovane centrocampista finlandese di origine kosovare, autore del primo gol in serie A e tra i migliori in campo, ha stretto la mano al poeta romanista sconfitto, ma non umiliato.
Magrelli è stato l’ultimo ad abbandonare il terreno di gioco.
Scendendo le scale che portano agli spogliatoi, si è ricordato della pagina che, nel suo ultimo libro, ha dedicato a questi luoghi comuni di esaltazione e abbattimento, silenzio e vapori. Gli spogliatoi, nel calcio e nello sport in genere, gli fanno pensare ai gabbiani in poesia: non se ne può più, e se ne vorrebbe ancora.

martedì 21 settembre 2010

Si esce vivi dagli anni ottanta

Manchi da una città per qualche anno e le case cambiano, talvolta spariscono. Alcune sostituite da mura più giovani, altre sbriciolate, e basta. Le persone purtroppo tendono a fare altrettanto. Dove non arriva la memoria individuale talvolta giunge quella collettiva. Forse ha pensato anche a questo Claudio Franchi (che curiosamente abita nella stessa via dove vivevano mio padre e mio zio, da bambini). Così si è inventato SANFABLOG, un luogo che sta dentro il computer, e parla di un quartiere, quello di S. Faustino a Brescia, e della sua gente, i carmelitani. Un’idea semplice e affascinante che mi fa venire in mente Rai Storia, il mio canale preferito. La Storia siamo noi, padri e figli. Testimonianze e fotografie da un quartiere speciale, al quale voglio molto bene, perché una parte di me viene certamente da lì.

venerdì 17 settembre 2010

Mio padre era bellissimo alla Festa Democratica

Domenica 19 settembre alla Festa Democratica di Milano (M1 Lampugnano, Libreria Coop, ore 18.30) Annarita Briganti, giornalista di Repubblica Milano, presenterà "Mio padre era bellissimo". Probabilmente e contro la mia più intima volontà, ci sarò anche io, forse appena stordito dal primo pomeriggio trascorso a guardare la partita della Juve, sfogliando per disperazione il nuovo libro di Magrelli, senza scordarmi di finire il Duddy Kravitz di Richler. Se volete venire poi magari vi divertite anche, in ogni caso dopo c'è il comizio di Pierluigi Bersani.

lunedì 13 settembre 2010

Serie A: Juventus-Sampdoria (Se Bukowski gioca nel Doria)

Mi ricorderò a lungo di certe olive verdi e sublimi mangiate sulla spiaggia di Antibes di fronte a un mare e a un cielo che avevano lo stesso colore. Era l’ultimo giorno di ferie, e poi sono tornato in Italia in automobile, fermandomi un attimo a lato della strada panoramica per fare la pipì sopra Montecarlo. Mi scappava proprio, e pensavo ai residenti del Principato con un poco d’invidia: “Beati questi qua, che non pagano le tasse”. Pagare le tasse non è bellissimo.

Proseguendo verso la Liguria lungo la bella strada dove purtroppo perì Grace Kelly, raro esempio di grazia espresso attraverso un essere umano, ho guidato con attenzione per evitare di seguire le medesime traiettorie della principessa. A Genova ho fatto un’altra sosta, e come ogni volta mi sono messo a camminare nella città della Lanterna ponendomi la solita domanda alla quale non so rispondere: Genoa o Sampdoria? Sì insomma, se fossi nato a Zena, il caso mi avrebbe fatto battere il cuore per il Grifone o per il Marinaio con la pipa? Niente, nessuna scelta convinta nemmeno stavolta.

Nel pomeriggio Juventus-Sampdoria hanno messo in scena una bella partita, per chi apprezza certi match gonfi di errori ma almeno spettacolari. Antonio Cassano, butterato come Charles Bukowski, ha regalato stop, passaggi illuminanti e un gol da fuoriclasse. Il più grande talento italiano degli ultimi anni dopo Del Piero e Totti, ha sottolineato Franco Causio in telecronaca, e dopo un briciolo di dubbio ho pensato che avesse proprio ragione. Ma l’unicità di Cassano va oltre la sua tecnica, risiede nella rude poesia di certi suoi atteggiamenti. Come Charlses Bukowski, quando per dieci minuti scompare dal campo, ti puoi immaginare Antonio mentre fa ridere con una battuta l’allenatore avversario, mentre fuma una sigaretta o beve un bicchierino vicino alla panchina, al limite mentre ci prova con una graziosa ragazza spettatrice. Tanto poi torna a trotterellare sul campo, e gli basta un passaggio geniale per aprire uno squarcio nelle difese avversarie, alla faccia di ogni schema previsto per arginarlo.

Lo scoramento dei tifosi juventini è stato parzialmente mitigato dal buon secondo tempo offensivo dell’undici bianconero, ma subire tre gol in casa rischiandone altrettanti non può far dormire sonni tranquilli a Gigi Del Neri. A metà della ripresa però, la corsa irresistibile palla al piede per 40 metri di un biondino con il numero 27 ha accesso una fiamma nell’anima degli amanti della Vecchia Signora. Due assist, una clamorosa occasione sprecata davanti a Curci ma al termine della suddetta esaltante cavalcata. Milos Krasic, forse, non assomiglia a Pavel Nedved solo per via dei capelli.

domenica 5 settembre 2010

Energia di digestione


Non mi era mai capitato di mordere un libro, eppure ne ho letti tanti. Ma questa volta, ad un certo punto, direi a pag. 39, mi è venuto proprio di dare un bel morso in alto a destra, così che anche nel retro copertina adesso ci sono due puntini nel cartoncino rosso. Sono dei miei denti, ne sono sicuro.
Ho annusato libri, mi sono spinto in diverse occasioni con gli occhi fino attaccato alle parole dentro, così, perché mi andava. Ma prenderli a morsi è la prima volta, e non mi frega che il libro di Silvia l’ho comprato in libreria in Duomo e ci ho messo pure dieci minuti per trovarlo, perché quando finisco di lavorare alle 14, passo il badge e prima di correre a casa a pranzare qualche volta ho bisogno di regalarmi un libro, lo cerco seguendo l’alfabeto ma pretendo di fare tutto veloce perché ho fame e allora arrivo alla C e Colangeli non c’è. Strano, dovrebbe esserci, ho visto la giacenza nel computer. Provo a guardare lo scaffale “Editori che passione” dove di solito mettono certi libri un po’ diversi dal solito, ma niente. Torno alla C e Colangeli infatti c’è, era lì anche prima, ormai non mi viene più neanche il nervoso, pazienza.
Mordo il libro di Silvia e me ne frego dei germi, o dei miei consueti metodi da scemo per non sporcarmi toccando le cose che mi fanno schifo: i sudici sostegni della metropolitana, le maniglie dei bagni pubblici che di solito chiudo con le mani, dopo essermele lavate, con le dita però protette da uno dei pezzi di carta per asciugare. Vittorio Gassman utilizzava solo i gomiti per entrare ed uscire da un bagno pubblico, io no perché poi penso che devo lavare subito il maglione, o la camicia.
Ma “Energia di digestione”, l’ho proprio morso. Poi ho finito di leggerlo: un libro davvero bello, ho scritto a M.M. Anzi no, stupendo. Se può dirlo a Silvia quando la sente, poi glielo dirò anche di persona, il diciannove settembre.

venerdì 3 settembre 2010

Solo uno che giocava in difesa

Da bambino era uno che giocava in difesa, quindi quasi mai, all’oratorio, veniva scelto come primo quando si trattava di decidere chi voler essere durante la consueta partita pomeridiana.
“Io sono Platini!”
“Io Boniek!”
“Ma noo, volevo farlo io! Allora io Paolo Rossi!”
“Io Tardelli!”
“Io Cabrini!” (che era il più bello).

Da bambini si vede solo una dimensione delle cose, quella più appariscente, e talvolta gli eccessi sono più affascinanti di un’apparente, noiosa normalità. Gaetano Scirea diventava uno di noi sul campo dell’oratorio solo quando finivano gli attaccanti e i centrocampisti da interpretare. Scegliere Scirea inoltre voleva dire starsene in difesa, a protezione di Dino Zoff, anche se su questo punto perfino a nove anni capivamo che c’era qualcosa che non andava nel ragionamento più scontato.
“Perché pur essendo un difensore il numero 6 della Juventus segnava così spesso? Perché non si beccava mai un cartellino rosso?”

Chi faceva Scirea allora, era difensore, ma poteva sganciarsi in avanti, palla al piede, e tentare pure la via del gol. Se i compagni di squadra protestavano per l’abbandono della retroguardia, si poteva rispondere prontamente:
“Sono Scirea, posso”.

Immaginatevi una domenica degli anni ottanta. L’albergo era distante nemmeno duecento metri da casa mia. Lì dentro c’era la Juve, l’avevano capito tutti nel quartiere perché Bettega, la sera prima, si era intrufolato nella chiesa durante la messa delle diciotto. Tra i credenti si era alzato un sottile brusìo.
“Ma quello lì non è Bettega?”
“Ma certo, è Bettega! Domani c’è la Juve, è proprio lui”.
Gesù per un attimo aveva perso consensi, in chiesa c’era Roberto Bettega.

Immaginatevi una domenica mattina, la folla fuori dall’albergo, dopo un po’ ma che stiamo a farci, tanto non uscirà mai nessuno. Ma no, forse qualcuno sì. Dai, aspettiamo ancora dieci minuti.

Gaetano Scirea che firma autografi una domenica mattina degli anni ottanta. Un uomo timido, gentile, che pare serio, ma poi sorride appena e ci conquista tutti con uno sguardo. Come faccio a spiegarlo a un bambino di oggi. A descrivere un’eleganza sul campo fuori dal comune, una correttezza combattiva da campione del mondo. Mi viene in mente solo una cattiveria, che non vorrei dire, ma mi scappa. Ecco bambini, immaginatevi Marco Materazzi. Fatto? Ok, adesso pensate all’esatto contrario.