(Racconto apparso sul Corriere della Sera-Brescia il 28 luglio 2020)
mercoledì 29 luglio 2020
giovedì 16 aprile 2020
La Fine di Karl Ove Knausgård, segnale di vita
Quando all’inizio
di marzo è uscito l’ultimo volume del Min
kamp di Karl Ove Knausgård, mai avrei immaginato che la
settimana seguente, mi sarei ritrovato chiuso in casa con il tempo necessario
per leggerne in media cinquanta pagine al giorno, fino a giungere alla
conclusione del romanzo, venticinque pomeriggi dopo. Sì, perché la Fine, sesto e ultimo
volume della stupefacente battaglia autobiografica di Karl Ove Knausgård, dura
1270 pagine, che vanno ad aggiungersi alle 2845 precedenti formando così un
totale di 4115, suddivise nei sei tomi: La
morte del padre, Un uomo innamorato, L’isola dell’infanzia, Ballando al buio, La pioggia deve cadere,
Fine. Ero scivolato nel vortice del Min kamp quasi per
caso, alla fine del 2014, stregato dall’incipit del primo romanzo: “Per il
cuore la vita è semplice: batte finché può. Poi smette”, e per via del titolo,
che toccava un tema nei confronti del quale sono particolarmente sensibile. La
morte del padre. Così, ero caduto nel vortice. Imitatore scontato dell’uomo e della
donna disegnati sulla locandina arancione del film Vertigo, di Alfred
Hitchcok, avevo scoperto la limpida capacità di Karl Ove di dilatare gli spazi
mentali e i ricordi, facendo sprofondare il lettore in un non-tempo glaciale e
intimo. Avevo imparato i periodi dell’attesa (quando sarebbe uscito il volume
successivo? A che punto della lotta intrapresa con il “mostro” era, la coraggiosa
traduttrice?). Divenuto da poco padre, avevo traslocato la probabile disgrazia
del non possederlo in una zona nuova, abitata dal privilegio di esserlo
diventato. Poi, con Un uomo innamorato, la battaglia di Knausgård era proseguita in parallelo alla
mia: quando trovare il tempo di scrivere, tra il lavoro quotidiano e il
mestiere di genitore? Con immensa fatica, frenando a pochi centimetri dal
recinto della sconfitta, dalla voglia confortante ma vuota del rinunciare a
tutto, avevo riconquistato quel tempo individuale, fatto di minuti strappati a
un costante e all’apparenza invincibile rumore di sottofondo. Avevo inventato
la mia sottovita, fingendo di scrivere un saggio sull’opera di Karl Ove Knausgård.
Perché, lontano da ogni forma di vanità e di arrivismo, scrivere per me
rappresentava una forma di preghiera, perlomeno autentica perché non razionale,
non programmata per ottenere il successo, ma per esistere in modo più reale.
Attraverso L’isola dell’infanzia, avevo abbandonato il bosco del ribelle di Ernst Jünger per
ricongiungermi alla famiglia: cosa guardavano gli occhi dei miei bambini?
Sarebbero diventati ciò che desideravano? In un villaggio di pescatori
all’estremo Nord della Norvegia, avevo sperimentato di nuovo l’ebbrezza e
l’insicurezza di avere diciotto anni, Ballando
al buio, prima di procedere in lento e
instabile equilibro tra il disperato desiderio di essere buono e il terribile
potere della trasgressione, bagnato da La
Pioggia che deve cadere.
Alla fine di
marzo, ho letto le ultime righe del Min
kamp. La famiglia Knausgård che prende il treno per Malmö,
si mette in auto per tornare a casa. E durante il tragitto, Karl Ove che si
gode, davvero, il pensiero di non essere più uno scrittore. E’ la Fine. Mi è venuto in
mente il fratello di Marcel Proust, che considerava la frattura di una gamba
come condizione ideale per poter leggere la Recherche. E poi
Sandro Penna, abituato a consigliare la creazione artistica in forma breve, più
adatta a questi tempi, fatti sempre di velocità. Erano le 13.57 di un’altra
domenica senza poter uscire, ma inondata di sole. Allora ho chiuso il libro e mi
sono staccato da questa preziosa vertigine letteraria, ringraziando Karl Ove Knausgård
per avermi imbarcato sulla nave incantata della sua memoria.
Karl Ove Knausgård, Fine, Feltrinelli
2020
sabato 11 aprile 2020
Sulla follia del riaprire le librerie
Se l’aggettivo in questione non fosse abusato, potremmo definire kafkiana l’idea del Governo di prorogare le restrizioni in atto fino al 3 maggio, concedendo tuttavia alle librerie, inspiegabilmente, la possibilità di riaprire. Ma Franz Kafka è stato un grande scrittore, il contrario insomma del gruppo di autori contemporanei privilegiati e lontani dal mondo reale che, la scorsa settimana, ha promosso una petizione per riaprire le librerie, “bisognosi di conforto spirituale”, convinti che “le librerie italiane, grandi o piccole, siano facilmente gestibili da ogni punto di vista, abituate a frequentatori lenti e assorti”, insomma affamati di “pane per i loro denti spirituali”. Ah, che avrebbe detto Franz Kafka dell’espressione “denti spirituali”. Evidentemente, pensavo la scorsa settimana mentre gli ospedali lombardi erano al collasso, questi presunti scrittori non hanno un numero sufficiente di libri in casa, vivono altrove, in una bolla protetta che spesso pregiudica anche la qualità delle loro opere, ovviamente ben recensite e talvolta ottimamente vendute. E chissà cosa avrebbe detto, il buon Franz Kafka, di quel politico vanitoso, così simile al personaggio di Fonzie nella nota serie TV, che già a fine marzo aveva a sua volta e per primo chiesto la riapertura delle librerie, in quanto luoghi che “curano l’anima”. Ah, quanto sono importanti le parole.
Da martedì
riapriranno le librerie. Le persone che giustamente non devono uscire di casa
quindi, potranno recarsi invece in libreria, magari durante la lunga
passeggiata col cane, certificazione pronta in tasca, per acquistare i volumi
preferiti, mettendo così a repentaglio la salute dei librai, dei loro
famigliari e più in generale della collettività. Avremo così una massa di individui-lavoratori non essenziali
che, dopo un mese di faticosa clausura violata solo per buttare l’immondizia o
fare la spesa, sarà costretta a uscire e prendere mezzi pubblici, sostare 8 ore
in luoghi commerciali, equipaggiata frettolosamente con mascherine e guanti, in
spazi grandi e piccoli, difendendosi magari con il braccio-metro da chi,
involontariamente, non rispetterà le distanze. E tutto questo per non aspettare
altri quindici giorni. Mentre i morti in Lombardia sono più di 10.000. Mentre
la Cina, ha dimostrato come solo restando a casa sia stato possibile uscire da
questo incubo collettivo. Conosco un libraio-pendolare che, a partire dalla
prossima settimana, forse dovrà prendere due metropolitane e due treni al giorno per
raggiungere il “luogo di lavoro dell’anima” a Milano. Facendo pure i conti con
la soppressione del servizio di alta velocità ferroviario sulla tratta
Brescia-Milano. Esposto al contagio, a una forma pesante di stress psicologico
e al triste timore di stare troppo vicino a moglie e i figli, una volta
rientrato a casa. Tutto questo, per non aspettare quindici giorni.
Io non so i
nomi di chi ha spinto il Governo verso questa folle decisione, e posso solo
pregare, come molti altri librai e lavoratori non privilegiati, di avere
fortuna. Non dimenticherò però, la differenza che separa gli uomini saggi da
quelli irresponsabili. La dignità dall’opportunismo. Sperando, dopo aver visto carovane
di defunti parcheggiate in chiese o portate altrove da camion militari, di non
dover ospitare le prossime bare nelle librerie.
martedì 31 marzo 2020
domenica 15 marzo 2020
giovedì 12 marzo 2020
lunedì 24 febbraio 2020
mercoledì 19 febbraio 2020
mercoledì 12 febbraio 2020
mercoledì 5 febbraio 2020
lunedì 27 gennaio 2020
mercoledì 22 gennaio 2020
mercoledì 15 gennaio 2020
mercoledì 8 gennaio 2020
mercoledì 25 dicembre 2019
mercoledì 18 dicembre 2019
mercoledì 11 dicembre 2019
mercoledì 4 dicembre 2019
mercoledì 27 novembre 2019
mercoledì 13 novembre 2019
Iscriviti a:
Post (Atom)



















